Bologna- Nell’ambito del convegno "Ambiti di occupazione in Medicina Veterinaria" organizzato dalla Federazione Nazionale Ordini Veterinari Silvia Zucconi ed Evita Gandini presentano i risultati dello studio “La professione medico veterinaria: prospettive future”. Il convegno si terrà nell’ambito della Mostra Internazionale al servizio della sanità e dell’assistenza - ExpoSanità  dalle 9.30 alle 13.15 nella Sala Verdi - Centro Servizi (piano terra) – Fiera di Bologna.

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11-04-2014 – Bologna. Domani 12 aprile 2014 sarà presentata a Firenze, durante il Consiglio Nazionale FNOVI, la nuova pubblicazione, curata da Nomisma per la Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI) dal titolo: LA PROFESSIONE MEDICO VETERINARIA: PROSPETTIVE FUTURE.

Per la prima volta il percorso di studio analizza le esigenze dei soggetti datoriali che possono dare impiego al medico veterinario (libera professione, imprese, associazioni di produttori, consorzi, enti pubblici, ricerca) attraverso un approccio metodologico unico ed originale. Sono state realizzate due indagini: la prima sui medici veterinari liberi professionisti (1.691 interviste) e la seconda sulle altre categorie di employer (502 interviste telefoniche e 18 interviste in profondità).

Gli obiettivi dello studio di Nomisma sono molteplici: fotografare lo scenario attuale per la professione, tracciare le linee di sviluppo di medio-lungo periodo, delineare i possibili percorsi di cambiamento che il medico veterinario dovrà mettere in campo e soprattutto individuare l’identikit delle competenze formative e professionali necessarie per soddisfare le esigenze del mercato occupazionale.
Porre l’accento sui bisogni di chi offre lavoro ai medici veterinari significa anche individuare il profilo del medico veterinario richiesto dal mercato in un orizzonte temporale futuro, offrendo così le suggestioni utili per supportare la costruzione delle competenze più idonee già nella fase più cruciale del percorso formativo del medico veterinario, l’università.

PERCHÉ GUARDARE AL FUTURO E PERCHÉ COMPRENDERE I FABBISOGNI DEL MERCATO OCCUPAZIONALE?

Innanzitutto perché il numero dei medici veterinari in Italia è più che raddoppiato in nemmeno 20 anni: nel 1995 gli iscritti agli Ordini erano 13.340 mentre oggi sono 30.415 (+128%). Ma la crescita di per sé non spiega le sole trasformazioni demografiche della professione.

Ci sono altri fattori di analisi che devono entrare nel campo di osservazione per leggere le trasformazioni demografiche della professione:

•la quota di iscritte femmine (è passata dal 22% nel 1995 al 42% nel 2013);

•l’incidenza delle iscritte femmine nel 2013 raggiunge il 65% tra i medici veterinari iscritti agli Ordini da “meno di 5 anni” mentre è pari al 29% tra quelli iscritti “da più di 10 anni”;

•la concentrazione della crescita degli iscritti nella fascia dei più giovani (+135% dal 2009 al 2013 nella fascia di età 24-34 anni a fronte di un +5% nella fascia 35-50 e un +9% negli over 50);

•il rapporto tra numero di medici veterinari e popolazione (VET ratio) è il più alto d’Europa (+48% tra il 1999 e il 2013);  

•l’ambito di attività prevalente per il medico veterinario è la libera professione (77%); il 15% è dipendente delle Aziende sanitarie locali. Solo il 2% è occupato presso imprese (food, feed, farmaceutiche) o associazioni del mondo produttivo.

L’elemento che impone di guardare ai fabbisogni e alle trasformazioni future del mercato occupazionale emerge dalla motivazione della scelta della libera professione: per il 23% dei liberi professionisti tale ambito di carriera è una scelta obbligata; se si valuta l’opinione dei giovani medici veterinari (fino a 35 anni) tale quota sale fino a raggiungere il 40%. L’interpretazione di tale dato non può essere ricondotta solo al tasso di disoccupazione giovanile che sta caratterizzando gli anni della lunga crisi economica, ma va anche collegato allo scollamento complessivo della possibilità di competere negli ambiti professionali e alle aspirazioni a monte dell’accesso universitario, legate soprattutto agli animali d’affezione che vedono, di fatto, la libera professione come l’unica opportunità professionale. 

Le opportunità legate all’ambito della libera professione sono complessivamente stabili, se non negative, tanto che i medici veterinari segnalano:

•Decremento (36%), o nella migliore delle ipotesi stabilità (40%) del proprio giro d’affari nel 2030;

•Di non avere in previsione nessun coinvolgimento del numero di medici veterinari coinvolti nella propria attività professionale (lo segnala il 73%).

L’opinione del medici veterinari non è complessivamente negativa solo per la propria attività, ma riguarda l’intera categoria professionale tanto è vero che il 58% ritiene che tra 15 anni il numero di medici veterinari in Italia sarà inferiore rispetto a quanto accade oggi. 

QUALI SONO LE VALUTAZIONI ESPRESSE SULLA PROFESSIONE DALLE ALTRE CATEGORIE DI EMPLOYER (IMPRESE, ASSOCIAZIONI DI PRODUTTORI, CONSORZI, ENTI PUBBLICI, RICERCA)?

Le attese degli employer per il 2030 sono più positive: il 65% prevede che, rispetto ad oggi, il numero di medici veterinari impiegati stabilmente sarà stabile (40%) o in crescita (25%). Tale quota sale al 73% nel caso delle imprese (food, feed, farmaceutiche). 

Ma quali saranno le competenze più richieste dagli employer per la figura del medico veterinario? Igiene e sicurezza degli alimenti (segnalata dal 51% delle imprese), qualità degli alimenti (38%), ma anche clinica e chirurgia degli animali d’affezione (38%) e benessere e nutrizione animale (15%). Anche le competenze complementari alla medicina veterinaria sono determinanti, sia dal punto di vista degli employer che degli stessi medici veterinari: innanzitutto competenze manageriali, conoscenze delle lingue straniere, capacità di negoziazione e comunicazione.

Per intercettare tali opportunità future servono cambiamenti, a partire dalla necessità di innovazione nell’attuale percorso formativo proposto in ambito universitario: solo il 5% degli employer lo ritiene completamente adeguato rispetto a quelle che saranno le esigenze del mercato occupazionale dei prossimi 15 anni. Infatti il 35% dichiara che è necessario un cambiamento profondo dell’università e il 50% ritiene comunque necessarie alcune correzioni. E un giudizio severo proviene dagli stessi universitari (il 30% ritiene opportuni adeguamenti e il 20% preferisce non rispondere). Alla stessa domanda non risparmiano critiche nemmeno i medici veterinari: il 78% dei liberi professionisti segnalano la necessità di trasformazione del percorso universitario per soddisfare le esigenze future del mercato.

INDAGINE EMPLOYER - CONSIDERANDO LE CARATTERISTICHE DEL MERCATO OCCUPAZIONALE DEI PROSSIMI 15 ANNI, SECONDO LEI, L’ATTUALE FORMAZIONE UNIVERSITARIA SARÀ ADEGUATA?

Fonte: indagine EMPLOYER Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

 

QUALI SONO GLI AMBITI PROFESSIONALI DOVE SONO PREVISTE LE PRINCIPALI OPPORTUNITÀ PROFESSIONALI PER IL MEDICO VETERINARIO?

Sia i medici veterinari che gli employer sono d’accordo: sarà innanzitutto l’industria alimentare che maggiormente potrà incrementare il numero di medici veterinari impiegati stabilmente nel 2030.

In particolare gli employer dichiarano un incremento del numero nell’ambito dell’igiene e sicurezza degli alimenti (55%), qualità degli alimenti (52%), ma anche gestione degli allevamenti (30%). Un altro ambito d’interesse per la professione potrà essere quello della protezione ambientale (sicuramente in crescita per il 30%).

Ma vi sono alcuni importanti campanelli d’allarme da non trascurare.

Tra le motivazione della mancanza di coinvolgimento del medico veterinario da parte delle imprese food, feed, farmaceutiche non vi è solo la mancanza di necessità di tale profilo in senso generale (32%) o una esigenza solo occasionale (32%), ma, quel che più deve preoccupare, è la preferenza espressa dalle imprese verso altre figure (agronomi, biologi, tecnologi alimentari, …) con competenze ritenute più adeguate (20%) o con costi più bassi (4%).

QUALI SONO I MOTIVI PER CUI L’IMPRESA NON COINVOLGE MEDICI VETERINARI?

 

 Fonte: indagine Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

“Ciò che rende unico il percorso di studio realizzato da Nomisma per il nostro settore è lo sguardo degli altri. Qui si parla di noi, medici veterinari, ma per la prima volta a farlo sono anche gli altri” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “Ora il medico veterinario ha uno strumento per capire chi siamo per il “mondo del lavoro”, quanto ha bisogno della nostra professione e soprattutto quanto siamo preparati a rispondere o a stimolare la domanda di professionalità veterinarie.”

“Con questo studio FNOVI ha voluto porre al centro uno strumento innovativo che contribuisca a comprendere come il medico veterinario può restare competitivo e come può conquistare nuovi sbocchi occupazionali” continua Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI.

“Il più grave errore di cui la professione medico veterinaria deve urgentemente liberarsi” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “è di essersi cullata in una immagine di se stessa falsata da inquinamenti demagogici, indotti da una mitologia ingannevole cha ha creato un medico veterinario immaginario, che non serve, che nessuno cerca, che nessuno fa lavorare. Una ingannevole rappresentazione a danno di studenti, clienti/utenti della nostra Categoria. Idealizzare procura danni e i primi a subire i contraccolpi dell’idealizzazione sono i giovani iscritti, costretti a rinunciare di colpo al sogno, a cedere al ricatto di ribassare la propria professionalità fino a snaturarla e a sprofessionalizzarla, tanto nel pubblico come nel privato.”

“Questa pubblicazione e i suoi risultati devono divenire allora uno strumento attorno al quale decisori, politici, amministratori, operatori economici, media, opinione pubblica dovranno ragionare, con l’obiettivo di correggere lo strabismo che in tutti in questi anni ha fatto sì che i Medici Veterinari e “il resto del mondo” si guardassero con lenti sfuocate.”

       

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04-04-2014 – L’indagine Wine Trend Italia di Wine Monitor (condotta su 1200 consumatori) fa il punto sul consumo di vino per fascia d’età e individua le differenze nei comportamenti di consumo tra “nuove” e “vecchie” generazioni.

Nel 2013, 44 milioni di consumatori hanno avuto almeno una occasione di consumo di vino in casa e/o fuori casa (83% della popolazione italiana over 18 anni). Il tasso di penetrazione del vino nella popolazione italiana per fascia d’età è però molto diverso, così come cambia la frequenza di consumo di vino.

La fotografia scattata da Wine Monitor Nomisma è chiara: la quota di consumatori di vino è più alta nella fascia d’età 44-55 anni (nel 2013 l’88% ha consumato vino in almeno una occasione) mentre è più bassa tra i giovani (76% ha consumato vino in almeno 1 occasione).

In termini di frequenza, guidano invece gli over 55 anni: la quota di chi consuma vino “tutti i giorni o quasi” è pari al 41%. Il consumo giornaliero è molto più basso tra i giovani: tra i minori di 30 anni la quota di chi beve vino tutti i giorni si ferma al 16% mentre tra i 30-45 anni è di poco superiore al 20% (22,5%).

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Fonte: Wine trend Italia Survey - Winemonitor Nomisma

“L’età non è solo una chiave di lettura determinante per l’analisi dei comportamenti di consumo di vino” afferma Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor – “ ma anche per comprendere l’approccio al consumo. L’analisi evidenzia in modo chiaro che il consumo di vino nelle “vecchie” generazioni avviene soprattutto tra le mura domestiche (75% degli over 55 consuma soprattutto a casa a fronte di una quota pari al 40% tra i 18-30 anni) mentre tra i giovani il vino assume un ruolo più conviviale”. Il 35% dei giovani di età compresa tra 18 e 30 anni consuma vino soprattutto fuori casa, sia al ristorante (20%) che in wine bar/enoteche durante l’aperitivo (15%).

Alla luce di queste evidenze, appare sempre più chiaro come una “rivitalizzazione” del mercato italiano di vino (i cui consumi sono diminuiti di oltre 4 milioni di ettolitri in appena 5 anni) non può prescindere dalla puntuale comprensione di queste tendenze comportamentali.

“Il tracking delle determinanti della domanda delle nuove generazioni” continua Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor –“e, più in generale, di segmenti ancora “distanti” al vino è lo strumento fondamentale per capire come raccontare il vino e conquistare il pubblico”.

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Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, Wine Monitor Nomisma torna a presentare i numeri sul vino biologico. Crescita delle superfici investite (+81% tra il 2003 e il 2012), ottime performance nell’export, crescita dei consumi.

Bologna 01-04-2014 – Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, il vino biologico è in grande “fermento”. In Italia, nel 2012 (ultimo dato disponibile), l’8% degli ettari vitati è biologico (a fronte di una media mondiale del 4%); in valore assoluto l’Italia è al terzo posto in Europa: con poco più 57mila ettari vitati bio (+8,6% rispetto al 2011 e +81% rispetto al 2003), l’Italia è superata solo da Spagna (81 mila ettari, +394% rispetto al 2003) e Francia (65 mila ettari, +299%). A livello regionale guidano Sicilia (16.144 ettari), Puglia (10.173 ettari) e Toscana (5.887 ettari).
Anche le vendite di vino bio crescono: la GDO segna +4% a volume rispetto al 2012 (a fronte di -6,5% per il totale della categoria vino - fonte: IRI - www.iriworldwide.it). Ma la GDO non è il canale privilegiato per il bio e quindi il vero dato che rivela l’interesse per il vino bio è il tasso di penetrazione.
Wine Trend Italia, la survey di Wine Monitor Nomisma sul consumatore italiano, indica che nel 2013 l’11,6% degli italiani ha consumato vino bio in almeno in un’occasione (la precedente indagine Wine Monitor aveva segnalato che nel 2012 il tasso di penetrazione era pari al 2%). In particolare, il 6,4% ha acquistato una bottiglia di vino bio certificato nei negozi e il 5,2% lo ha consumato fuori casa in ristoranti ed enoteche.

In crescita il numero di consumatori di vino bio certificato
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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

La percezione sulla qualità del vino bio rispetto al vino convenzionale
La nuova normativa sul vino bio ha contribuito inoltre a cogliere un altro importante risultato, incrementando il potenziale di mercato di questo segmento.
Il 43% dei consumatori ritiene che il vino biologico certificato abbia qualità superiori rispetto agli altri vini convenzionali. Questa percentuale sale al 59% tra gli acquirenti di vino bio e al 49% tra chi ha consumato vino bio in enoteche/bar/ristoranti. Questo risultato evidenzia, non solo un grande apprezzamento della qualità del vino bio tra i consumatori, ma anche una percezione estremamente positiva tra chi non lo consuma.

Quali percorsi di crescita per il vino bio nel mercato interno?
Per i prossimi anni le strade per cogliere le opportunità del vino bio nel mercato italiano sono tante. Da un lato, occorre implementare strategie di comunicazione che sappiano in modo semplice valorizzare le virtù del vino bio e dall’altro occorre proseguire la strada del maggior presidio nella GDO e nei pdv specializzati per favorire il primo acquisto e superare le potenziali barriere d’accesso per il consumatore.
I numeri della Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor suggeriscono proprio questa strada. Il 18,8% dei consumatori, che nel 2013 hanno bevuto in almeno un’ occasione vini bio fuori casa, dichiara che, pur non essendo presenti i vini bio negli assortimenti dei negozi abitualmente frequentati, sarebbero interessati ad acquistarli. Ma le maggiori opportunità di allargamento della domanda arrivano proprio dagli attuali non consumatori (88,4% del totale): il 10% degli attuali non consumatori si dichiara disposto ad acquistare vini bio qualora le referenze fossero presenti nei punti vendita frequentati.

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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

 

Il vino biologico negli Stati Uniti
Il vino è il prodotto agroalimentare italiano più esportato nel mondo (5 miliardi di euro di export nel 2013, +7,3% rispetto al 2012). Uno dei più importanti mercati di destinazione del vino italiano sono gli Stati Uniti, dove l’import totale di vino dall’Italia ha raggiunto 1,1 miliardi di euro e dove rispetto a tale valore anche il vino biologico ha dato il suo contributo.
Nel 2013 gli Stati Uniti hanno importato vino biologico per complessivi 193 milioni di euro, un valore che rappresenta il 5,2% delle importazioni di vino imbottigliato degli Stati Uniti. Il 46,1% delle importazioni afferisce a vini rossi; un ulteriore 32,7% a quelli bianchi ed il restante 21,2% ai vini frizzanti.

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Fonte: Wine Monitor Nomisma.

L’analisi condotta per area geografica evidenzia come l’Italia (56 milioni di euro di vino bio) sia stata, dopo la Francia (65 milioni di euro), il più importante paese di provenienza dei vini biologici importati dagli Stati Uniti. In altri termini, il 33,7% dell’import in valore è riconducibile a vini francesi mentre la quota dell’Italia è di poco inferiore, pari al 29,3%. Tra gli altri competitors si segnalano, con quote molto più contenute, anche la Nuova Zelanda (7,6%) e la Spagna (7,5%). Infine poco più di un quinto delle importazioni (21,9%) si è ripartito tra un’altra trentina di paesi.

All’interno delle singole categorie di prodotto la Francia presidia saldamente (35,9% dell’import a valore) il segmento dei vini rossi, che è anche quello economicamente più rilevante (88,8 milioni di euro). Anche in questo segmento l’Italia è l’unico vero competitor del paese transalpino con il 26,2% dell’import di vino bio (gli USA importano 23 milioni di euro di vino rosso bio dall’Italia). Nel caso dei vini bianchi è invece il nostro paese a detenere la leadership delle importazioni (30,6%), davanti a Nuova Zelanda (21,7%) e Francia (17,5%).
La competizione tra Francia e Italia è particolarmente viva nella categoria dei vini frizzanti (che comprendono anche gli spumanti) dove il 54% dell’import di vino bio è riconducibile a vini francesi ed il 34,2% a quelli italiani. Congiuntamente i due paesi detengono l’88,2% delle importazioni, lasciando a pochi altri produttori le quote residuali dei flussi diretti verso gli Stati Uniti.
In prospettiva, le opportunità di sviluppo delle vendite oltreoceano di vini biologici sono molto positive. Negli Stati Uniti l’interesse nei confronti delle produzioni ottenute con metodi sostenibili, e di quelle biologiche in particolare, è in continua crescita e i vini italiani biologici hanno tutte le carte in regola per rafforzare la propria presenza in questo paese.

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Consiglio Nazionale della Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI)

Firenze - Grand Hotel Mediterraneo - Lungarno del Tempio, 44 – ore 15.00

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Cesena, ore 15.00 - Intervento di Denis Pantini, Responsabile Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma, dal titolo “Le peculiarità del sistema agro-alimentare emiliano-romagnolo e le condizioni per lo sviluppo”

Programma

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Lunedì, 03 Febbraio 2014 10:47

3 febbraio 2014 - Gioco & Giovani

L’osservatorio di Nomisma sui giochi
L’Osservatorio Gioco & Giovani di Nomisma ha l’obiettivo di analizzare le dimensioni del mercato dei giochi d’azzardo con vincite in denaro, in particolare da parte dei giovani, e le ricadute economiche e sociali di tali attività.

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Bologna, 21 novembre 2013 - CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA/NOMISMA: Piccole e medie imprese e famiglie in affanno se non riprende al più presto l’economia: far ripartire i consumi è indispensabile per uscire dalla recessione”.  E’ quanto emerge dall’Assemblea regionale Confesercenti Emilia Romagna.


“Secondo le previsioni, a livello regionale i consumi scenderanno più del Pil e registreranno, a fine 2013 un -2,4%; gli investimenti subiranno una contrazione del 6,6%, gli occupati caleranno del 2,7 % e il tasso di disoccupazione che nel 2009 era al 2,9%, toccherà l’8,9% per arrivare al 9,1% nel corso del 2014 – dichiara il presidente della Confesercenti E.R. Roberto Manzoni nella sua relazione tenuta all’interno dell’Assemblea Annuale Regionale Confesercenti Emilia Romagna. “La Confesercenti, per invertire questa drammatica tendenza, ha da tempo avanzato alcune proposte: sono necessarie  innanzitutto una vera spending review che aggredisca gli sprechi e l’avvio di una profonda riforma istituzionale; bisogna ridurre la pressione fiscale e rafforzare il ruolo e la solidità patrimoniale dei Confidi per consentire l’accesso al credito delle imprese; servono politiche turistiche in grado di sfruttare l’enorme potenzialità del settore; sono necessarie inoltre politiche del lavoro che incentivino l’occupazione, che prevedano, ad esempio, la riduzione dei costi dei contratti a tempo determinato e gli oneri per gli apprendisti, quelli più utilizzati nei settori del commercio, servizi e turismo. Inoltre – ha continuato Manzoni – serve un piano straordinario per le PMI delle città; è questo un appello che da tempo rivolgiamo, inascoltati, alle amministrazioni locali: occorre studiare misure di supporto, come ad esempio un Fondo vero e proprio a sostegno di  chi intende aprire un’attività, che preveda agevolazioni  al credito, sugli affitti e sulle tasse locali. Occorre infine la revisione della pianificazione territoriale, che non faciliti ulteriormente la grande distribuzione a scapito del piccolo commercio, anima e ricchezza dei nostri centri storici.”

Dalla ricerca sui  consumi delle famiglie in Emilia Romagna, curata da Nomisma per Confesercenti regionale, “emerge che ben il 92% delle famiglie ha cambiato i comportamenti di  acquisto negli ultimi 2-3 anni – sostiene il direttore di Confesercenti E.R., Stefano Bollettinari – e il 52% di queste ha diminuito la spesa. L’indagine dimostra che per incidere in maniera apprezzabile sui consumi delle famiglie nel 2014 occorrono, riduzioni del carico fiscale ben maggiori rispetto a quelle finora annunciate dal Governo ed è quindi questa la direzione da prendere. L’austerity da sola non fa che deprimere un contesto già debole e in grave difficoltà.”.

Silvia Zucconi (Responsabile della Promozione e Sviluppo di progetti relativi al settore Commercio e Consumi di Nomisma) nella sua relazione ha evidenziato che “La spesa media mensile delle famiglie dell’Emilia Romagna per il 2012 è stata di 2.834 euro; un dato superiore, rispetto alla media nazionale che si attesta a 2.419 euro, ma in calo rispetto al 2010 (-2%). I segni della riconfigurazione della spesa per consumi delle famiglie emergono non solo dalle statistiche ufficiali ma anche e soprattutto dall’indagine che Nomisma ha realizzato per Confesercenti Emilia Romagna. Il 92% delle famiglie dell’Emilia Romagna ha cambiato le abitudini di acquisto con l’obiettivo di risparmiare (il 49% ha radicalmente cambiato il proprio modello di consumo, il 43% lo ha fatto solo in parte). Sono le famiglie a basso reddito (68%) o quelle in cui almeno un componente ha perso il lavoro o è in cassa integrazione (69%) ad aver trasformato in modo radicale i comportamenti di acquisto; ma la crisi non ha risparmiato nemmeno le famiglie con figli dove la quota di nuclei che ha cambiato sostanzialmente le abitudini di consumo riguarda il 53% delle famiglie. La motivazione principale di tale trasformazione è evidente: la situazione economica delle famiglie dell’Emilia Romagna è “molto peggiorata” (lo dichiara il 13% dei responsabili degli acquisti) o “peggiorata” (50%). Come cambiano i comportamenti d’acquisto? Il 31% delle famiglie emiliano romagnole negli ultimi 2-3 anni ha acquistato di meno in generale (riducendo le quantità), il 25% compra solo in promozione, il 19% prima di acquistare un prodotto controlla i volantini, il 10% compra solo l’essenziale, l’8% compra marche che costano meno – conclude Zucconi.

Hanno partecipato, oltre ad un centinaio di imprenditori componenti l’Assemblea, per la Confesercenti E.R.  il presidente Roberto Manzoni e il direttore Stefano Bollettinari, il presidente della Confesercenti nazionale, Marco Venturi, l’assessore regionale al commercio e turismo, Maurizio Melucci,  nonché Sergio De Nardis, Chief economist di Nomisma, e Silvia Zucconi responsabile della Promozione e Sviluppo di progetti relativi al settore Commercio e Consumi di Nomisma, Massimo Foschi presidente della Confesercenti di Forlì e Monica Ciarapica presidente Asshotel di Cervia. L’Assemblea è stata l’occasione per fare il punto della situazione delle piccole e medie imprese e delle famiglie emiliano romagnole e del loro potere d’acquisto sulla base di una ricerca commissionata da Confesercenti E.R. a Nomisma.

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E’ quanto emerge dall’Osservatorio Sana 2013 curato da Nomisma

L’Osservatorio SANA 2013 curato da Nomisma ha realizzato una indagine sul consumatore per valutare la domanda dei prodotti biologici/naturali non food. Tutti i risultati dell’Osservatorio SANA verranno presentati sabato 7 settembre 2013 in occasione della fiera bolognese. L’indagine Nomisma ha coinvolto 1.009 consumatori e ha analizzato i criteri di scelta generali da parte del consumatore rispetto a prodotti non food (cura della persona, cura della casa, vestiario) per valutare l’importanza dell’attributo naturale/bio nelle scelte di acquisto e ha misurato l’interesse del consumatore nei confronti di uno schema di certificazione europea unica anche per i prodotti non food.

CRITERI DI SCELTA PER PRODOTTI COSMETICI/CURA DELLA PERSONA E PER LA PULIZIA DELLA CASA
Per i cosmetici e per i prodotti per la cura della persona il criterio di scelta predominante è il prezzo (37% di cui 28% prodotto in promozione-sconto sul prezzo e 9% prezzo basso); a seguire la marca (il 23% dei consumatori usa questo criterio come prevalente), la presenza di ingredienti naturali/di erboristeria (16%), l’assenza di specifiche sostanze – quali ad esempio parabeni, paraffina, oli minerali, sles, sls, alluminio - (7%). L’interesse per il bio è alto: il 5% verifica la presenza di ingredienti biologici e il 4% dei consumatori valuta in base alla presenza di una certificazione di qualità (biologica, ecolabel, etc) Per i prodotti per l’igiene, la pulizia della casa e del bucato i criteri di acquisto dei consumatori sono guidati dall’efficacia già provata nella detersione (il 36% dei consumatori indica questo criterio come il più importante). Tra le altre determinanti di scelta, si conferma il prezzo (30% - 23% sceglie il prodotto in promozione e 7% sceglie cercando il basso prezzo). La marca incide sulla scelta dei consumatori per il 17% . L’11%  dei consumatori cerca prodotti ecologici fatti con sostanze a basso impatto sull’ambiente. A questi si aggiunge una quota (2%) che acquista prodotti con certificazioni di qualità (biologico, ecolabel).

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PULIZIA PER LA CASA: LA PENETRAZIONE DI ACQUISTO DI PRODOTTI CON CERTIFICAZIONE BIO
La penetrazione di acquisto di prodotti per la pulizia della casa con certificazione bio (agli intervistati sono stati sottoposti visivamente i principali marchi di certificazione prodotto – sono stati visualizzati i 6 loghi) è nel 2013 pari al 3%. Alla quota di attuali acquirenti, si aggiunge una percentuale dominante di consumatori (59%) che dichiarano di non aver mai visto tali certificazioni sui prodotti per la casa; a questa va aggiunta la percentuale di consumatori (25%) che non è in grado di rispondere alla domanda poiché nuovamente inconsapevole dell’esistenza di prodotti con certificazione bio. Oltre a chi acquista (3%), la conoscenza e la consapevolezza dell’esistenza di tali certificazioni riguarda il 13% dei consumatori. Certamente la frammentazione delle diverse certificazione bio di prodotto per la pulizia della casa non agevola la conoscenza del consumatore, rendendo più complicata la riconoscibilità.

COSMESI E PRODOTTI PER LA CURA DELLA PERSONA: LA PENETRAZIONE DI ACQUISTO DI PRODOTTI CON CERTIFICAZIONE BIO
Per la cosmesi e la cura della persona il tasso di penetrazione è leggermente più alto: è pari al 5%. Anche la consapevolezza dell’esistenza di prodotti certificati bio è maggiore (raggiunge il 26% nonostante non vi sia stata alcuna occasione di acquisto). Per contro, il 44% non ha mai visto le certificazioni che gli sono state sottoposte durante l’intervista (12 loghi) mentre il 25% dichiara ancora una volta di non essere in grado di rispondere (mostrando quindi di ignorare l’esistenza di tali certificazioni).

L’INTERESSE DEL CONSUMATORE PER UNA CERTIFICAZIONE BIOLOGICA EUROPEA CON UN UNICO STANDARD STABILITO PER LEGGE
Oggi, al contrario di quanto avviene per i prodotti alimentari biologici, non esiste una normativa unica a livello comunitario per i prodotti cosmetici/per la cura della persona biologici. L’indagine Nomisma ha quindi valutato l’interesse del consumatore italiano per una certificazione europea unica anche nei prodotti non food e ha individuato la domanda potenziale in tal senso. I risultati sono molto positivi: ben il 91% dei consumatori italiani si dichiara interessato (51% “abbastanza”, 40% “molto”) rispetto all’introduzione di una certificazione biologica europea. Le notizie positive arrivano anche dalla disponibilità all’acquisto del consumatore. Nel caso di disponibilità di prodotti cosmetici/cura della persona con certificazione unica europea, il consumatore mostra un grande interesse all’acquisto potenziale: il 37% dichiara che con certezza acquisterebbe tali prodotti in almeno una occasione, quota ben diversa dall’attuale situazione - con tanti schemi di certificazioni bio differenti - che vede la domanda attuale coinvolgere solo il 5% dei consumatori. Se alla quota dei consumatori certamente interessati a tali prodotti, si aggiunge anche la percentuale di chi “probabilmente acquisterebbe” tali prodotti (un ulteriore 55%), l’interesse potenziale sarebbe davvero elevato.

PRODOTTI CON CERTIFICAZIONE BIOLOGICA EUROPEA CON UN UNICO STANDARD A MAGGIOR POTENZIALE
L’interesse maggiore è per i prodotti ad alta frequenza di utilizzo: ben l’86% lo ritiene un importante passaggio per la pulizia del corpo e igiene quotidiana. A seguire il 62% delle preferenze viene indicato per l’igiene orale, il 58% per i prodotti per i capelli, il 50% per i prodotti per l’igiene dei bambini, il 46% per i deodoranti. Subito dopo, con il 45% i cosmetici per il viso seguiti al 36% dai cosmetici per il corpo. Chiudono le ultime due posizioni al 32% i cosmetici per il trucco e al 30% i prodotti solari.

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Silvia Zucconi – Coordinatore Coordinatore Area Agricoltura e Industria Alimentare, commentando i risultati dell’Osservatorio Nomisma per SANA 2013 Nomisma: “L’indagine Sana-Nomisma” parla chiaro: l’interesse per una certificazione biologica europea unica anche per i prodotti non food, è altissimo. Non si può trascurare come una certificazione unica per cosmetici/prodotti per la cura della persona farebbe fare un grande “balzo” nell’interesse del consumatore. Diventerebbe tra l’altro molto più semplice comunicare al consumatore le garanzie offerte da tali prodotti. Se oggi il tasso di penetrazione per i prodotti alimentari biologici ha raggiunto il 54,5% dei consumatori italiani, è lecito attendersi che anche per i prodotti non food, nel caso di certificazione europea unica, ci sarebbe un grande incremento. Passare dall’attuale 5% di penetrazione per i cosmetici/prodotti per la cura alla persona al 10-15% non sarebbe di certo un miraggio”.

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Pubblicato in Comunicati Stampa

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