20 dicembre 2013 - Soluzione 10%

Pietro Modiano, Presidente 
Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Un prelievo straordinario del 10% sulla ricchezza finanziaria del 10% più ricco per reperire le risorse necessarie a combattere le tendenze all’impoverimento e rilanciare la crescita dell’economia

Per contrastare lo scenario di bassa crescita che contraddistingue la nuova normalità italiana e tornare ad avvicinarsi fra cinque anni, anziché dieci, ai livelli di benessere che i cittadini del nostro Paese avevano nel 2007, occorrerebbe un’accelerazione dell’attività economica verso ritmi del 2-2,5% all’anno tra il 2014 e il 2018[1]. Le attuali previsioni, anche le più ottimistiche, proiettano dinamiche del PIL distanti da questo sentiero, con un mercato del lavoro che non tornerà, neppure nel 2023, ai livelli pre-crisi (6% di disoccupazione). Il freno a una ripresa più robusta deriva da un difetto di domanda aggregata, come mostrano le stime dei previsori circa un ampio output gap (differenza tra domanda effettiva e prodotto potenziale) per diversi anni a venire. Se non corretta, la mancanza di domanda rischia di tradursi in un deterioramento delle capacità di sviluppo della nostra economia, incidendo, insieme con la rarefazione del credito, su dimensione ed efficienza della base produttiva. Se ciò si verificasse, l’output gap si annullerebbe non tanto per l’aumento della domanda aggregata, quanto per l’adeguamento dell’offerta potenziale alle più basse capacità di assorbimento del Paese. Una domanda maggiore è dunque oggi essenziale, più ancora delle riforme strutturali, per salvaguardare il lato dell’offerta.

Per cercare di conseguire una ripresa più forte sarebbe necessario un mutamento sostanziale nel framework europeo, con passi significativi verso una politica UE per la crescita, il ridisegno dei tempi del risanamento fiscale dei paesi periferici, una maggiore simmetria nel riequilibrio competitivo intra-euro. Si tratterebbe di una rivoluzione copernicana rispetto all’approccio finora seguito. Implicherebbe il formarsi in Europa di un coeso gruppo di pressione, costituito dai paesi che condividono problemi e interessi comuni, come Italia, Francia e Spagna. Un mutamento di alleanze tutto da costruire: complesso, pur se non impossibile. Esso richiederebbe tempi lunghi che vanno, forse, al di là di quelli a disposizione per evitare che lo scenario di debole ripresa si trasformi in una prolungata depressione.   

Per questo motivo si devono cercare strade interne, di natura anche straordinaria, per il sostegno della domanda e della crescita economica. Senza rompere con l’Europa, ma operando nel pieno rispetto delle regole del Fiscal compact e inscritte in Costituzione. Nell’ambito di questi stretti paletti, il bilancio pubblico può essere modificato, a parità di saldi, in senso espansivo; ciò può essere fatto in modo più efficace e consistente di come si è tentato nella Legge di stabilità, paralizzata da interessi contrapposti, veti reciproci, ambizioni insufficienti.

Un bilancio per la crescita deve avere come riferimento due priorità: condizioni sociali e competitività.

La prima priorità deriva dalla necessità di contrastare in modo deciso l’ampliarsi della povertà e dell’area del disagio nel nostro Paese. Le famiglie che si trovano in povertà assoluta, cioè sotto la soglia della spesa necessaria per i beni e servizi essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile, sono cresciute di 569.000 unità negli ultimi due anni, superando il numero di 1,7 milioni, il 6,8% delle famiglie italiane (fig. 1). In termini di persone, l’incidenza della povertà ha toccato l’8%, pari a 4,8 milioni di individui (3,1 nel 2010). Nel 2012, l’impennata è stata molto accentuata nel Nord (oltre la metà dell’incremento dei poveri si è verificato nelle regioni settentrionali), a testimonianza dell’impatto che la recessione ha avuto sul tenore di vita delle persone maggiormente esposte alla caduta delle attività produttive nella parte forte del Paese. Il Governo si è mosso in modo importante per introdurre, in via sperimentale, uno strumento universale di lotta alla povertà anche in Italia (unico paese europeo, con la Grecia, a esserne ancora privo). Tuttavia, la mancanza di risorse finanziarie limita il bacino dell’intervento (saranno interessate non più di 400.000 persone, 8% della platea potenziale) e la sua efficacia (la fase di prova durerà un anno, senza ulteriori prospettive future), lasciando che il contrasto alla povertà rimanga allo stadio di un esperimento.

Fig. 1 – Incidenza della povertà assoluta tra le famiglie italiane (valori %)

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Fonte: Istat

La seconda priorità riguarda la partecipazione dell’Italia al riequilibrio competitivo intra-euro. Questo processo è posto esclusivamente a carico dei paesi in deficit di partite correnti. Essi devono realizzarlo, in assenza di tasso di cambio, comprimendo la domanda interna e operando svalutazioni interne, ovvero abbassando la dinamica di prezzi e costi di produzione sotto quelli della Germania. Questo contenimento comporta ampia disoccupazione per indebolire i salari e come conseguenza degli incrementi di produttività (ridimensionamento dell’occupazione in misura superiore all’output). Poiché il meccanismo europeo prevede che tutte le economie dell’area siano impegnate simultaneamente nel recupero (quelle in deficit) o nel mantenimento (Germania) della competitività, l’Italia, volente o nolente, è coinvolta nel processo, pena la perdita di terreno nei confronti dei partner euro. E’ evidentemente una strada che porta ad appesantire le condizioni sociali: il miglioramento competitivo della Spagna, con la triplicazione al 26,5% della disoccupazione, ne è un esempio. L’azione di bilancio deve essere, dunque, diretta a evitare che l’obiettivo del contrasto al disagio sociale venga vanificato dalle modalità del meccanismo di aggiustamento europeo: la svalutazione interna può trovare un sostituto nel taglio della componente fiscale del costo del lavoro.

La strada per reperire le risorse necessarie a realizzare in modo adeguato queste due priorità e, con esse, l’obiettivo della crescita passa per una mobilitazione straordinaria del risparmio di “chi più ha” e la sua distribuzione a favore delle fasce più povere della popolazione, con elevata propensione al consumo, e del mondo produttivo impegnato nella competizione internazionale.

Si possono immaginare diverse varianti di questa operazione. Una possibilità è seguire, su dimensioni del tutto diverse, la manovra impostata dal governo nella riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e contributiva sulle imprese, aggiungendovi le misure necessarie a neutralizzare la povertà.

Sulla base dell’indagine di Banca d’Italia relativa al 2012, si stima che la ricchezza liquida delle famiglie italiane – al netto di attività reali, titoli di stato e partecipazioni in società di persone – sia pari a circa 2.400 miliardi. Basandosi su valutazioni effettuate sulla stessa indagine[2] si può, inoltre, stimare che il 47,5% di questo ammontare, ovvero 1.130 miliardi, sia posseduto dal 10% più ricco delle famiglie italiane (sopra i 450.000 euro a famiglia). Un prelievo una tantum del 10% su questa fascia darebbe luogo a un gettito di entrate per lo stato di 113 miliardi di euro, 7 punti percentuali di PIL, da ridistribuire a favore delle famiglie più povere e delle imprese. Se questa tassa sul patrimonio venisse pagata in quattro rate annuali di 28 miliardi, il bilancio pubblico potrebbe fornire uno stimolo equivalente nell’arco di un quadriennio all’economia, modificandone il sentiero di crescita.    

I 28 miliardi all’anno verrebbero distribuiti per metà alle imprese, sotto forma di riduzione del carico fiscale gravante sul lavoro, e per metà a favore del quintile di famiglie con redditi più bassi. Quest’ultimo trasferimento andrebbe, a sua volta, per circa una metà (6-7 miliardi) a eliminare la povertà assoluta e per l’altra metà ai 3-3,5 milioni di famiglie in cui si trova quel 20% di popolazione italiana (12 milioni di persone) che non ancora in povertà è a rischio di cadervi, anche dopo aver usufruito dei trasferimenti sociali[3].  

Gli effetti positivi sul PIL deriverebbero dal fatto che il trasferimento di risorse a favore delle famiglie  disagiate e delle imprese stimolerebbe aumenti di domanda (interna ed estera) largamente superiori alla contrazione dei consumi a cui andrebbe incontro il decile di famiglie più ricche. In particolare, si stima che l’incremento netto di consumi privati, a seguito della ridistribuzione a favore di cittadini con più elevata propensione alla spesa, sarebbe di circa l’1% all’anno[4]. Al contempo, le imprese si avvantaggerebbero di un taglio dei contributi sociali pari a quasi 1 punto di PIL all’anno.

La somministrazione dello stimolo su un periodo di più anni consentirebbe di modificare in modo significativo il tasso di sviluppo dell’economia. Per esemplificare l’entità dell’impatto, si assume come scenario di base la previsione al 2018 elaborata dal Fondo Monetario Internazionale nello scorso ottobre. Una manovra di prelievo straordinario sulla ricchezza e redistribuzione alle famiglie disagiate e alle imprese della dimensione ipotizzata, che si avviasse nel 2014 e si ripetesse nel successivo triennio (fino al 2017) porterebbe fra cinque anni, nel 2018, a un PIL più elevato di circa il 4,5% rispetto al livello dello scenario di base. Il tasso di crescita dell’economia nel quinquennio 2013-2018 aumenterebbe di quasi un punto all’anno passando dall’1,2% dell’andamento tendenziale al 2,1% nell’ipotesi con manovra[5]. Il PIL pro capite reale, che nello scenario di base disterebbe nel 2018 ancora di un 7% dai livelli del 2007, si avvicinerebbe grazie alla maggiore crescita in misura apprezzabile ai valori pre-crisi, risultando fra cinque anni solo di un 3% più basso rispetto al 2007 (fig. 2). Inoltre, a seguito all’azione di redistribuzione, il valore medio del PIL pro capite sottenderebbe una dispersione dei redditi assai più contenuta che nell’ipotesi di base. Nel mercato del lavoro, la maggiore crescita si tradurrebbe in un miglioramento più consistente delle dinamiche occupazionali, con la possibilità di accostarsi nel 2018 a un tasso di disoccupazione del 7% (anziché di quasi il 10%). Anche gli equilibri di finanza pubblica si avvantaggerebbero della più elevata attività economica: la conservazione di saldi invariati rispetto allo scenario di base fa sì che la più forte crescita dell’economia si traduca in un rapporto debito/PIL nel 2018 più basso di circa cinque punti percentuali in confronto all’ipotesi  di assenza di intervento.          

Fig. 2 – PIL pro capite reale (2007 = 100)

20131220-SC-Grafico2

Fonte: IMF e stime Nomisma

Questa manovra può essere naturalmente ipotizzata in diversi dosaggi di prelievo e di ripartizione dei benefici tra famiglie e imprese. Essa, comunque, non esaurisce il “da farsi” per l’economia italiana. E’ funzionale a dare tempo, a far sì che il lungo ciclo depresso non si traduca in deterioramento strutturale, che il peggioramento del mercato del lavoro non porti all’esclusione definitiva dall’attività di fasce importanti di popolazione, che l’emigrazione di giovani non svuoti del tutto il serbatoio di capitale umano del Paese, che l’apertura di ampie sacche di povertà e disagio non si trasformi da emergenza sociale in rischio politico. Nel frattempo occorre che vadano avanti le riforme sul fronte della razionalizzazione della spesa pubblica, della lotta all’evasione, dell’apertura alla concorrenza dei mercati protetti, della semplificazione burocratica, della politica. Esse sono fondamentali perché si dia un seguito allo sviluppo nel lungo periodo, rendendo permanenti gli sgravi a famiglie e imprese una volta che gli effetti della manovra  ipotizzata saranno venuti meno. Ma uno stimolo immediato, forte ed esteso su più anni alla domanda sembra un passaggio imprescindibile, senza il quale le azioni di riforma strutturale, anche le più virtuose, rischiano di non avere neppure la materia su cui esercitarsi.

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[1] Si veda lo Scenario della Newsletter Nomisma del 29 novembre 2013

[2] Cfr. Bartiloro L. e Rampazzi C, “Il risparmio e la ricchezza delle famiglie italiane durante la crisi”, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), n. 148, Banca d’Italia, febbraio 2013; la distribuzione per decili di famiglie della ricchezza finanziaria si riferisce al 2010.

[3] La soglia di reddito che individua in Italia il rischio di povertà varia, per un nucleo composto da due adulti e due figli sotto i 14 anni, tra i 15.200 (40% della media del reddito familiare equivalente) e i 22.200 euro (60%). Il reddito medio annuo delle famiglie italiane del primo quintile è di circa 11.000 euro.

[4] I consumi del decile più ricco si riducono sulla base della propensione alla spesa di queste famiglie rispetto a variazioni della loro ricchezza finanziaria. Invece, i consumi del quintile più povero si incrementano sulla base della propensione alla spesa di tali famiglie rispetto a variazioni del loro reddito. Adottiamo nel primo caso la stima di una contrazione 0,019 euro per ogni euro di riduzione della ricchezza; questa valutazione deriva dalle stime per quartili sull’indagine dei bilanci delle famiglie contenute in Paiella M. (2007), “Does Wealth Affect Consumption? Evidence for Italy”, Journal of Macroeconomics, March. Per la propensione alla spesa rispetto al reddito delle famiglie del quintile più povero si prende a riferimento la stima di 0,6 euro per ogni euro addizionale di reddito; tale stima è basata sulle evidenze di Jappelli T., Pistaferri L. (2013), Fiscal Policy and MPC Heterogeneity CEPR Discussion Paper Series, n. 9333.           

[5] La stima sottende un’ipotesi di moltiplicatore associato a un aumento dei consumi dell’1% pari a 0,65 nella media dei quattro anni e un’ipotesi di moltiplicatore associato a un taglio di 1 punto di PIL dei contributi sociali pari a 0,53 in media nei quattro anni. Le stime sono basate sulle evidenze contenute in Cicinelli C., Cossio A., Nucci F., Ricchi O., Tegami C. (2008), The Italian Treasury Econometric Model (ITEM), Working Paers, n. 1, February e in IMF (2012), Italy: Selected Issues, July. 

 

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