Silvia Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare Nomisma 
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Il progressivo calo dei consumi di frutta e verdura in Italia è un fenomeno in atto da oltre 10 anni e non può essere ricondotto esclusivamente all’effetto che la crisi ha avuto nella riconfigurazione del carrello della spesa degli italiani. I numeri parlano chiaro: dal 2000 ad oggi gli italiani hanno “rinunciato” a consumare quasi 1,7 milioni di tonnellate di frutta e verdura (-18%) che, in termini pro capite significa che si sono persi per strada 17 chili di consumi di frutta e verdura freschi, in media 1,5 kg in meno ogni anno, con un trend costante sia prima che dopo il 2008, anno in cui è scoppiata la crisi.

La fotografia relativa al 2014, che emerge dai dati elaborati da Nomisma, fa suonare un ulteriore campanello d’allarme: i consumi annui di prodotti ortofrutticoli freschi si sono fermati a 130,6 kg, che equivalgono a non più di 360 grammi al giorno (nel 2000 le quantità consumate quotidianamente erano superiori ai 400 grammi). La contrazione dei consumi pro capite ha riguardato soprattutto la frutta (calata del 15% rispetto al 2000), ma non ha risparmiato nemmeno gli ortaggi (-6%).

Fig. 1 – La composizione dei consumi di ortofrutta in Italia per canale e tipologia
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Fonte: Nomisma

Fig. 2 – Consumi pro capite di frutta e ortaggi freschi: uno sguardo all’Europa
(kg consumati in un anno, 2014)
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Fonte: Nomisma.

Si tratta di una tendenza “pericolosa”, sia per il comparto che per la salute, se si considera che secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità vi è fortissima correlazione in Occidente tra scarso consumo di frutta e verdura e malattie. Inoltre, i dati sul consumo quotidiano segnalano che ci si sta allontanando a passi veloci dalla razione giornaliera raccomandata (almeno 400 grammi al giorno). Ma soprattutto si è ancora molto distanti da un’altra delle importanti raccomandazioni sugli stili alimentari, che riguarda il numero di porzioni di frutta e verdura assunte ogni giorno: in Italia solo il 18% della popolazione di età superiore a 3 anni consuma quotidianamente almeno 4 porzioni di frutta e verdura. E che i consumi pro capite degli altri grandi paesi in Europa siano più bassi dei nostri non può di certo consolare: in Francia i consumi giornalieri si fermano a 223 grammi, nel Regno Unito a 273. Solo la Spagna, con un consumo medio di 490 grammi al giorno, ha consumi in linea con le raccomandazioni OMS.

Fig. 3 – Consumi pro capite di frutta e ortaggi freschi: il trend di lungo periodo (2000=100)
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Fonte: Nomisma.

Il trend di lungo periodo evidenzia come in Italia i consumi di ortofrutta fresca siano al palo più che altrove. Se è vero che i livelli assoluti segnalano un consumo più elevato rispetto agli altri paesi leader europei, l’Italia, nonostante la forte vocazione produttiva e le tradizioni di uno stile alimentare che si rifà alla dieta mediterranea, perde di gran lunga il confronto. Dal 2000, i consumi pro capite sono calati complessivamente del 14%, con una contrazione media dell’1% all’anno. Solo la Svizzera ha avuto cali tendenziali simili ai nostri. I consumi pro capite di Francia e Germania, seppur bassi, negli ultimi anni stanno, invece, recuperando terreno.

Quello appena delineato è un quadro allarmante, innanzitutto per la filiera ortofrutticola italiana che, con circa 450.000 aziende agricole e oltre 850.000 ettari dedicati, ricopre un ruolo di primo piano in ambito nazionale (oltre ¼ delle aziende agricole e circa il 7% della Superficie Agricola Utilizzata). Importanza confermata anche dai valori economici ed occupazionali, oltre che ambientali, paesaggistici e territoriali.

Il valore economico prodotto dalle imprese agricole ad orientamento ortofrutticolo rappresenta uno dei più elevati in ambito nazionale, con oltre il 22% della Produzione Lorda Vendibile riconducibile alla produzione di ortaggi, frutta e agrumi; oltre ad un significativo ruolo economico, il settore esprime anche una domanda di lavoro cruciale, in virtù di quelle che sono le caratteristiche peculiari del settore (legate ad esempio alle operazioni di raccolta manuale).

Oltre alle ripercussioni sulla filiera produttiva, il calo dei consumi ha implicazioni dirette sul benessere della popolazione: che il nesso tra stili alimentari sani e salute sia indissolubile è infatti ormai noto da tempo. Un numero su tutti mette in luce questa potente correlazione: nel mondo il numero di persone obese e in sovrappeso (1,5 miliardi) è quasi doppio rispetto al numero di persone mal nutrite (poco meno di 870 milioni). La lettura longitudinale degli ultimi 20 anni evidenzia, inoltre, la crescita dei decessi legati ai problemi di alimentazione. L’ipertensione è il primo fattore di rischio di mortalità (+27% dei decessi tra il 1990 e il 2010), seguita da patologie riconducibili alle diete povere di frutta (+29%) e ad un elevato indice di massa corporea (+82%). In Italia, soprattutto, ma anche negli altri paesi, è in crescita la quota di bambini sovrappeso (arrivata al 31,6%, a fronte del 35,5% degli Stati Uniti, del 24,7% del Regno Unito, del 25% della Germania e del 14% della Francia). Il tema dell’alimentazione non può quindi essere trascurato.

L’obesità è una condizione complessa dovuta sia a fattori genetici che ambientali. I geni determinano la propensione a diventare obesi, mentre la dieta e l’attività fisica influiscono sulla probabilità che questa propensione diventi realtà. In questo contesto, i comportamenti dei genitori diventano il principale vettore per influenzare direttamente e indirettamente le preferenze alimentari dei bambini e l’assunzione di calorie. La formazione delle preferenze alimentari si determina prevalentemente tra il periodo dello svezzamento e l’età pre-scolare (5-6 anni).

L’implementazione di campagne di informazione e sensibilizzazione, accanto a strumenti e politiche per i produttori, sono certamente una chiave determinante per sostenere i consumi ortofrutticoli. Si tratta di iniziative che non possono però essere unicamente volte ad intercettare esclusivamente i bambini e il mondo della scuola. Quando iniziano la scuola, molti bambini hanno già sviluppato le proprie preferenze alimentari, riducendo quindi le possibilità di riuscire ad influire in modo efficace. La famiglia è dunque l’ambito più idoneo per stabilire utili relazioni, in grado di incidere su comportamenti di consumo e stili alimentari delle future generazioni.

Il modello di apprendimento dei bambini passa soprattutto dall’emulazione: i bambini apprendono i comportamenti da chi li circonda. Il consumo di frutta e verdura nei genitori è così il primo fattore di previsione del consumo di frutta e verdura nei figli, come emerge da una survey condotta da Nomisma per valutare le abitudini di consumo di frutta e verdura. Nelle famiglie dove i genitori mangiano frutta e verdura ogni giorno in almeno 2 occasioni, anche i figli hanno una maggiore propensione al consumo (il 75% consuma frutta e verdura ogni giorno, a fronte del 54% dei bambini inseriti in nuclei familiari con genitori il cui consumo di frutta e verdura è sporadico o casuale). Tale dato non fa che confermare l’importanza del nucleo familiare: uno studio inglese realizzato dalla Scuola di Scienze degli Alimenti e della Nutrizione ha di recente evidenziato che i bambini le cui famiglie cenano assieme consumano 1,6 porzioni di frutta e verdura in più ogni giorno rispetto a chi, invece, non ha occasioni di convivialità comune a tavola con i propri genitori.

Fig. 4 - Il ruolo della famiglia: vettore attivo per la definizione delle preferenze dei bambini
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Fonte: Survey Panel Nomisma.

Che occorra agire presto e in maniera decisa sui comportamenti di consumo delle nuove generazioni è evidente: se nella popolazione il consumo di almeno 1 porzione di frutta riguarda il 75,1% degli individui, tra gli adolescenti tale quota si attesta al 60% (64% nella fascia 11-14 anni, 65% 15-17, 62,1% 18-19) e la situazione è speculare se si considerano gli ortaggi.

Fig. 5 - Confronto della frequenza di consumo di ortofrutta per fascia d’età
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Fonte: Nomisma su dati ISTAT.

Se la famiglia è il luogo fondamentale per poter impostare corrette abitudini alimentari sin dalla prima infanzia, anche la ristorazione scolastica gioca comunque un ruolo determinante. Secondo stime elaborate da Nomisma, sono infatti 2,3 milioni i pasti scolastici che vengono distribuiti ogni giorno (2 milioni per i bambini fino a 14 anni e 337 mila per i ragazzi con più di 15 anni).

La scuola diventa così un momento cruciale per rafforzare le buone abitudini dei bambini, per realizzare attività di educazione alimentare atte a correggere comportamenti potenzialmente pericolosi (nella dieta quotidiana la presenza di cibi sentinella di una alimentazione non corretta dei bambini è elevatissima – il 36% dei bambini 6-11 anni ha bevuto bibite gasate il giorno prima dell’intervista e il 30% ha mangiato patatine) e per favorire la diffusione di stili di vita sostenibili (riduzione degli sprechi alimentari, utilizzo di stoviglie lavabili e non di plastica, distribuzione di acqua del rubinetto, predisposizione di capitolati con prodotti da filiera corta, laddove possibile, per diminuire le emissioni di Co2).

Nell’età scolare riuscire a costruire un ponte informativo costante tra insegnanti-genitori-bambini rappresenta un pre-requisito determinante per il successo di tutte le iniziative di educazione alimentare. Più in generale, le campagne di sensibilizzazione devono trovare strumenti di comunicazione nuovi, in grado di trattare con immediatezza il tema dell’importanza del consumo di frutta e verdura.

Il grande proliferare di trasmissioni televisive sulla cucina può essere uno dei vettori più semplici da sfruttare. L’indagine Nomisma ne ha già segnalato l’efficacia in tema di alimentazione: chi segue spesso programmi TV e siti dedicati alla cucina ha un modello di consumo più sensibile ai valori del cibo: in media ha una maggiore propensione all’acquisto di prodotti a denominazione di origine e al biologico, è meno incline ad acquistare piatti pronti, quando acquista un prodotto è più interessato a verificarne l’origine.

L’altro elemento da non trascurare è la capacità di re-inventare i valori dell’ortofrutta per non vendere solo un prodotto ma un insieme di attributi, cercando di comunicare con più forza l’importanza nella dieta e le possibilità di consumo, costruendo cioè un piano di marketing e di comunicazione che faccia uscire questi prodotti dall’anonimato. Si tratta di prodotti fondamentali per la dieta del consumatore e per il pianeta, che devono trovare differenti e maggiori occasioni di consumo e a cui va riconosciuto un valore irrinunciabile, anche in un momento in cui il potere di acquisto delle famiglie è modesto.

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Pubblicato in Focus On Archivio

In Emilia Romagna sono oltre 1.500 le attività commerciali e i pubblici esercizi che rischiano di chiudere a causa della concorrenza esercitata da attività che beneficiano di “regimi agevolati” (quali ad esempio mercatini degli hobbisti, attività temporanee di somministrazione di cibi e bevande in fiere, sagre, feste di paese, circoli privati/associazioni…), attività che seppur lecite - in quanto disciplinate da leggi statali/regionali e/o autorizzate dall’ente locale del territorio nel quale sono organizzate - godono di procedure più snelle (di tipo burocratico, autorizzativo, fiscale...). In un contesto di congiuntura assai debole tali attività sono percepite dalle imprese del commercio e dei pubblici esercizi dell’Emilia Romagna come forme di concorrenza ”sleale”.

Se 1.500 imprese rischiano di chiudere a causa di tale concorrenza, vi sono inoltre 55 mila aziende dell’Emilia Romagna (oltre il 60% del totale commercio+pubblici esercizi) che, pur non rischiando di chiudere, individuano nei regimi agevolati una componente che comprime, assieme alla congiuntura negativa, il giro d’affari della propria attività.

Alla concorrenza esercitata dalle attività agevolate, si aggiungono le difficoltà derivanti dal fenomeno dell’abusivismo commerciale e della contraffazione. Sono 10.000 le attività commerciali che in Regione risentono negativamente degli effetti dell’abusivismo commerciale.

Quello che maggiormente preoccupa è l’impatto socio-economico di tali fenomeni. L’abusivismo commerciale sottrae alle imprese del commercio della regione Emilia Romagna oltre 500 milioni di fatturato ogni anno (2,2% del fatturato del comparto). A questa cifra già significativa va aggiunto il fatturato sottratto a commercio e pubblici esercizi dai regimi agevolati (334 milioni di euro). Gli effetti della concorrenza derivante dai regimi agevolati sono rilevanti anche in relazione all’occupazione: sono 5.500 i posti di lavoro a rischio (sia per chiusura totale dell’esercizio sia per ridimensionamento del personale a causa del ridotto giro d’affari derivante da attività agevolate).

I 3 fenomeni (abusivismo commerciale, prodotti contraffatti, concorrenza da “regimi agevolati”) si inseriscono in un contesto già molto critico per le imprese. Gli esercizi commerciali vedono infatti in pressione fiscale (considerando l’insieme delle citazioni, il 70% delle imprese segnala tale fattore come un problema molto importante), aumento dell’imposizione a livello locale - TARI, IMU, … (indicato dal 31% delle imprese regionali del commercio) e debolezza congiunturale (30%) i maggiori fattori di criticità per la propria attività aziendale. Anche i pubblici esercizi segnalano analoghi fattori di difficoltà: pressione fiscale troppo alta (70%) e imposizione locale in forte aumento (47%) a cui va aggiunto l’elevato costo di energie e altre utenze. In questo contesto già molto, difficile abusivismo commerciale, prodotti contraffatti, concorrenza da “regimi agevolati” rappresentano comunque problemi molto sentiti: 4 imprese su 10 ritengono questi fenomeni critici e urgenti da risolvere. Questi sono alcuni dei dati emersi dello studio curato da Nomisma per conto di Confesercenti Emilia Romagna e presentata in occasione dell’assemblea regionale dell’Associazione tenutasi a Bologna il 23 Ottobre.

L’impatto dell’abusivismo commerciale e delle attività “agevolate” sull’economia dell’Emilia Romagna”, questo il nome della ricerca realizzata da Nomisma che mira a fare chiarezza innanzitutto su abusivismo commerciale e contraffazione. La vendita di beni e servizi al di fuori di spazi, regole e autorizzazioni – nel primo caso - e la vendita di merci contraffatte, ovvero che riportino marchi di fabbrica, loghi, etichette e imballaggi del tutto indistinguibili da quelli validamente registrati dai titolari del marchio – nel secondo.

Accanto a queste due attività del tutto illegali, lo studio Nomisma fa luce anche sulle forme di concorrenza derivante da attività che– seppur lecite – godono di regimi agevolati tali da svantaggiare gli esercizi commerciali e i pubblici esercizi: è il caso di mercatini di vario tipo, a partire da quelli del “riuso”. Simili disposizioni privilegiate riguardano anche la somministrazione di alimenti e bevande esercitate in forma di attività temporanea presso fiere, sagre, circoli privati, associazioni e in occasione di altri eventi ludico-ricreativi.

Lo studio Nomisma fa luce, per la prima volta, su tali fenomeni contestualizzando l’analisi in Emilia Romagna. Il metodo è certamente l’innovazione che contraddistingue lo studio di Nomisma voluto da Confesercenti Emilia Romagna: l’implementazione di un sistema di indagini dirette (su imprese, referenti comunali del commercio, polizia municipale) è il fulcro dell’attività di ricerca grazie al quale, per la prima volta, vi sono oggi a disposizione dati, opinioni e percezioni su tali fenomeni. La necessità di organizzare una rilevazione diretta nasce come risposta al fatto che tali fenomeni non hanno ancora un puntuale riscontro nelle fonti ufficiali.

I dati della ricerca evidenziano un fatturato di 526 milioni di euro per l’abusivismo commerciale in Emilia Romagna - pari al 6% del totale registrato in tutta Italia - fenomeno che ha riflessi sull’attività di oltre 10 mila esercizi commerciali in tutta la regione. Ammontano invece a 6 mila gli esercizi commerciali che risentono delle problematiche relative alla contraffazione. La percezione delle imprese dell’Emilia Romagna su questi fenomeni parla chiaro: se è consolidato che la pressione fiscale troppo alta sia la prima preoccupazione (problematica citata dal 70% delle imprese del commercio), abusivismo e contraffazione sono tematiche che rappresentano un elemento di forte criticità per il 27% delle imprese (con valutazione analoga ad altri fattori quali la domanda debole 30% e l’aumento dell’imposizione a livello locale, 31%).

Un quadro preoccupante è inoltre quello che concerne la concorrenza sulle imprese del commercio e dei pubblici esercizi che deriva dalle attività che beneficiano di regimi agevolati. Tali attività sottraggono un fatturato di oltre 330 milioni di euro ed incidono negativamente su 10.038 esercizi commerciali e 10.226 pubblici esercizi, di cui molti rischiano di chiudere la propria attività.

Nomisma ha stimato il numero di manifestazioni ludico-ricreative - quali sagre, fiere, feste di paese e altri eventi – presenti in Regione: sono oltre 9.700 le manifestazioni organizzate in Emilia Romagna ogni anno; di queste, sono 5.800 gli eventi in cui, grazie alla SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività), si effettua la somministrazione di cibi e bevande mediante attività in forma temporanea.

In termini di giornate i numeri impressionano: sono quasi 20.000 le giornate legate a tali manifestazioni. Questo significa che in ogni comune in media vi sono 57 giornate ogni anno legate ad eventi quali feste, sagre, fiere. Tali numeri derivano dall’indagine diretta che ha coinvolto i referenti del commercio di tutti i comuni dell’Emilia Romagna, a cui hanno aderito 106 comuni. Accanto a tale mappatura, il quadro delle manifestazioni è stato completato attraverso i numeri derivanti dalle pubblicazioni dell’assessorato regionale del commercio e del turismo e dall’analisi della sitografia.

Tali numeri testimoniamo la preoccupazione delle imprese: somministrazione di cibi e bevande in sagre, fiere, circoli … è l’attività che, nella percezione delle imprese, sottrae più di altre giro d’affari ai pubblici esercizi (55% ha questa opinione). La valutazione delle imprese su tali eventi è legata al forte aumento di manifestazioni, non più necessariamente legate alla tradizione produttiva e alla conseguente promozione e valorizzazione del territorio e delle sue eccellenze. Gli esercizi commerciali soffrono invece maggiormente dei fenomeni legati alla vendita in strada (24%), in spiaggia (21%), durante mercatini occasionali (19%) e degli hobbisti (12%).

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Fonte: Survey Nomisma per CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA.

Quali soluzioni sollecitano le imprese dell’Emilia Romagna?

La prima richiesta riguarda la fiscalità: oltre il 50% delle imprese (sia del commercio che dei pubblici esercizi) chiedono che vi sia un regime fiscale identico per tutte le forme di vendita e somministrazione di cibi e bevande, invocando ogni forma di agevolazione. Ma le richieste non si fermano a questo: anche sul fronte autorizzativo è auspicabile vi siano analoghe condizioni per evitare asimmetrie tra le diverse forme di attività. Incrementare i controlli da parte delle forze dell’ordine è l’altra richiesta che viene soprattutto dalle imprese del commercio, che vedono le attività di verifica uno dei fattori utili a contrastare l’abusivismo commerciale e la contraffazione.

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Fonte: Survey Nomisma per CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA.

“I numeri raccolti da Nomisma con le indagini dirette” – afferma Silvia Zucconi Commercio e Consumi Nomisma – “parlano chiaro: il fatturato riconducibile a fenomeni illeciti quali abusivismo commerciale e contraffazione è davvero significativo, soprattutto duranti periodi di congiuntura molto debole: oltre 500 milioni di euro nel 2013, con un peso del 2,2% sul totale del fatturato di commercio e pubblici esercizi. ”

“E la concorrenza è forte” continua Silvia Zucconi Commercio e Consumi Nomisma “anche da parte di attività assolutamente lecite ma che beneficiano agevolazioni – che generano un giro d’affari di almeno 336 milioni di euro. Quando la situazione congiunturale è complessa occorre porre al centro questi numeri per valutare con grande attenzione le interdipendenze generate sul sistema imprenditoriale”.

“Se abbiamo sentito la necessità di affidare una ricerca a Nomisma su questi temi”ha spiegato il presidente della Confesercenti E.R. Roberto Manzoni - “è stato per dimostrare con numeri alla mano ciò che da tempo la nostra associazione va denunciando: l’abusivismo, l’illegalità e i regimi agevolati hanno un impatto devastante sul complesso delle attività commerciali e turistiche. Occorre rendersi conto che tutto ciò mette a grave rischio quelle migliaia di aziende che agiscono invece rispettando le norme, subendo gli effetti del peso di una fiscalità ormai insostenibile e di una burocrazia farraginosa e priva di buon senso. Tutto ciò con un’ovvia ricaduta anche dal punto di vista occupazionale.”

“E’ necessario perciò” – continua il presidente della Confesercenti E.R. Roberto Manzoni - “contrastare con tutti i mezzi ogni forma di abusivismo e di illegalità, regolamentando in maniera specifica e con controlli efficaci ad esempio le attività di somministrazione temporanea, come ne caso di fiere e sagre, che stanno diventando delle vere e proprie economie parallele fortemente agevolate. Occorre perciò mettere in grado le piccole e medie imprese di poter operare su un piano di equa concorrenza, di regole uguali per tutti, consapevoli del fatto che sono il motore trainante della ripresa economica di tutto il nostro paese e non solo della nostra regione.”

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Pubblicato in Comunicati Stampa

Parma, Cibustec, Padiglione 7, ore 9.30 – Denis Pantini - Responsabile Area Agroalimentare e Silvia Zucconi - Coordinatore Area Agroalimentare Nomisma, intervengono al Fresh Tec Lab, dedicato ai produttori di quarta gamma, aziende alimentari, tecnici di settore, distribuzione organizzata e giornalisti di settore.

Pubblicato in News

Bologna, Savoia Hotel Regency, ore 14.30 – Nell’ambito dell’Assemblea Regionale di Confesercenti Emilia Romagna, Silvia Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare, Commercio e Consumi, di Nomisma, presenta la ricerca “L’impatto dell’abusivismo commerciale sull’economia dell’Emilia Romagna”.

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Mercoledì, 10 Settembre 2014 13:15

10 settembre 2014 - Tutti vogliono mangiare bio

Silvia Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare 
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Il modello di consumo alimentare è in bilico tra ricerca di convenienza, qualità e benessere.

IL CONTESTO - Il 2014 era atteso come l’anno dell’inversione di tendenza, dopo i timidi segnali di ripresa registrati nel primo trimestre. Ma il 2014, ormai è certo, non sarà l’anno di inizio di un nuovo corso.

La crisi sta lasciando segni profondi con pesanti effetti sull’economia e sugli equilibri sociali.

Vi sono dati che più di altri raccontano ciò che è accaduto nel nostro paese dalla fine del 2007, anno di inizio della crisi: il PIL è caduto di oltre 200 miliardi di euro, in gran parte a causa del crollo della domanda interna. Ma vi sono altri indicatori che con spietata evidenza mostrano le ripercussioni sulla situazione economica delle famiglie: 10 milioni di persone in povertà relativa, tasso di disoccupazione giovanile al 43%, 24% dei giovani è Neet (non ha né cerca un impiego né frequenta una scuola né un corso di formazione), 43% delle famiglie non è in grado di sostenere spese impreviste. Tutti indicatori che spiegano la perdita di 2700 euro pro capite di reddito disponibile rispetto al 2007.

L’Italia è quindi un paese profondamente impoverito in cui si sono enfatizzate le diseguaglianze, con un’ulteriore drammatica spaccatura tra i decili ad alto reddito e quelli a basso reddito (il 47% della ricchezza è nelle mani del 10% della popolazione). La ripresa dei consumi è condizione essenziale per la ripartenza dell’intera economia del nostro Paese.

L’ADATTAMENTO DEL MODELLO DI CONSUMO DELLE FAMIGLIE - In questo clima a tinte fosche gli italiani provano a guardare avanti, adeguando lo stile di consumo alle proprie capacità di reddito. Tutto questo con una capacità di adattamento in alcuni casi sorprendente e con il ricorso a strategie innovative per gestire il ridotto potere di acquisto. Si rinuncia al superfluo ma allo stesso tempo si mettono in campo energie nuove: fai da te dalla casa alla tavola, re-commerce e baratto, nuovi canali di acquisto (dai gruppi di acquisto solidale all’e-commerce), abiti rinnovati, coltivazione di un orto, si sfrutta la rete per trovare un passaggio in auto, vacanze con case scambiate con host trovati su internet. Si mettono in pratica attività che consentono di recuperare potere di acquisto da usare per ciò che ciascuno ritiene irrinunciabile.

La riconfigurazione degli stili di consumo riguarda anche il cibo (16% sul totale della spesa): si risparmia a tavola (-0,7% le vendite tendenziali di prodotti alimentari nel primo semestre 2014, che si aggiunge al -1,1% segnato nel 2013) ma non si rinuncia a tutto, poiché il cibo è comunque un attributo che ha grande centralità nella tradizione del nostro paese. Gli italiani hanno speso meno per cibi e bevande ma hanno messo in campo energie per salvaguardare il proprio benessere a tavola: la Consumer Survey sul Panel Nomisma indica che la crisi ha portato le famiglie a realizzare in casa ciò che prima si comprava molto più spesso al supermercato: 6 milioni di famiglie fanno pane, pizza, marmellate e conserve a casa. Non a caso, nell’ultimo anno, le vendite di farine sono cresciute in valore dell’8%. Tra le esternalità “positive” dell’austerità vi è la riduzione degli sprechi alimentari: il 62% delle famiglie dichiara di buttare meno cibi nella spazzatura, dato confermato anche dalla riduzione dei rifiuti (in termini pro-capite sono calati del -10% rispetto ai volumi pre-crisi). Tra le nuove strategie di economia domestica, si segnala la verifica del volantino delle promozioni prima di scegliere il punto vendita (35% le famiglie confrontano gli sconti prima di fare la spesa). Non a caso la quota di venduto in promozione continua a crescere: oggi è pari al 30%, quando nel 2000 era ferma al 18%. Anche le referenze vendute in promozione dalla grande distribuzione hanno fatto un balzo significativo: passando nello stesso periodo dal 7% al 13%. L’importanza della leva promozionale è chiara anche considerando la continua innovazione delle insegne nel trovare formule nuove, che lasciano libertà di scelta delle referenze su cui beneficiare dello sconto (molto usata la formula “scegli tu il tuo sconto”).

NON SOLO PREZZO MA ANCHE INTERESSE PER QUALITÀ E BENESSERE… MA COME E’ POSSIBILE? - Il prezzo non è però l’unico faro che guida gli acquisti, anzi. La spesa alimentare è diventata più selettiva ma non si rinuncia per questo alla qualità. I criteri di scelta per i prodotti alimentari privilegiano, accanto al prezzo, la ricerca di prodotti di chiara origine italiana: un italiano su tre sceglie cercando prima di tutto prodotti Made in Italy. Ma a tavola si salvaguarda soprattutto il benessere, innanzitutto attraverso comportamenti virtuosi: sono 4 milioni gli italiani coinvolti nella coltivazione di un orto o un terreno per passione. Alla base di tale tendenza vi è soprattutto la possibilità di consumare alimenti sani e genuini (motivazione indicata dal 60%), oltre che la possibilità di rilassarsi eliminando lo stress della vita quotidiana.

Tra le altre passioni esplose in tempo di crisi c’è sicuramente la cucina: negli ultimi 2-3 anni, il 67% degli italiani passa più tempo ai fornelli, sicuramente stimolati dalla food mania che dilaga su internet, nei blog e in tv. La testimonianza di questa passione per il cibo può essere misurata anche dalla diffusione dei tutorial presenti su internet, dove non solo è possibile trovare ricette, ma si impara anche a fare food design. L’importanza visiva in tempo di crisi è fondamentale: il cibo deve essere bello da vedere. Internet si trasforma così da strumento di comunicazione, conoscenza, socialità per touchscreener a luogo di apprendimento per nuovi appassionati del cibo.

L’alimentazione rimane quindi una delle leve fondamentali del “saper vivere”: nonostante i vincoli di bilancio si cerca comunque di mangiare bene. E’ alta l’attenzione per la salvaguardia del benessere a tavola, sensibilità accresciuta anche per il concomitante incremento della prevalenza di problemi di salute connessi con il cibo. La crescita a doppia cifra delle vendite di prodotti senza glutine (+32% nell’ultimo anno) e delle bevande vegetali (+29%) definisce in modo chiaro come intolleranze ed allergie rappresentino disturbi in grande ascesa.

LE SPIEGAZIONI DEL BIO BOOM - Ma la categoria di prodotto che più di altri è una esemplificazione della ricerca di benessere a tavola è il biologico. Non più segmento di nicchia, ma modello produttivo di grande successo: mentre l’economia italiana arranca, il bio vola. Dal 2005 è cresciuto in modo costante il valore delle vendite in iper e super di prodotti con marchio bio a peso imposto: in nemmeno un decennio il valore del bio è cresciuto del 220%.

Gli ultimi dati disponibili parlano chiaro: le vendite nella grande distribuzione nei primi 5 mesi del 2014 segnano un sorprendente +17%. Aumentano soprattutto le seguenti categorie: pasta, riso e sostituti del pane (+73%), “zucchero, caffè, bevande” (+37%), aceti (+23,5%), omogeneizzati (+21%), miele (+19%), ma non smettono di crescere neanche le categorie di prodotto più tradizionali - ortofrutta fresca (+11%), biscotti dolciumi e snack (+15%). Eclatante è il caso del miele: è biologico il 15% del miele che è stato venduto nella GDO nel 2013; ottimo risulta lo share anche delle uova bio (il 12% delle vendite della categoria), che pesano per l’8% del paniere bio complessivo. Vi sono poi categorie dove il bio è leader indiscusso: sono prevalentemente biologiche le composte di frutta e le gallette di riso, con quote superiori all’80%.

La GDO non è però il principale canale per il biologico: dei 2,3 miliardi di vendite interne realizzate nel 2013, copre “solo” il 27% del venduto in valore. I negozi specializzati (1.277 punti vendita in Italia, prevalentemente localizzati al centro-nord) sono il primo canale per il biologico, con vendite che nel 2013 ammontavano a poco più di 1 miliardo di euro (46% del totale). I negozi specializzati hanno compiuto un ulteriore balzo in avanti, facendo registrare un netto +12%. Non cresce solo il giro d’affari: ad aumentare è anche il numero di famiglie acquirenti. Il tasso di penetrazione, cioè la quota di famiglie che negli ultimi 12 mesi ha acquistato in almeno 1 occasione un prodotto alimentare a marchio bio, è salita dal 53% del 2012 al 59%. Questo significa che in corso d’anno 6 famiglie italiane su 10 (poco meno di 15 milioni di nuclei) hanno acquistato almeno 1 volta un prodotto biologico. In soli 2 anni, 1,7 milioni di nuclei familiari in più si sono avvicinati a tali prodotti e oggi il bio incide sul totale della spesa alimentare per oltre il 2% (solo 10 anni fa la quota era di qualche centesimo di punto percentuale).

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Assobio, Ismea e AC Nielsen.

L’Osservatorio SANA, curato per il terzo anno consecutivo da Nomisma, certifica che il biologico è un prodotto ormai di “largo consumo”, confermando che, anche in Italia, si va diffondendo un modello di consumo più attento al benessere individuale (sicurezza del cibo e dieta salutistica) e sostenibile per l’ambiente (ricorso a risorse rinnovabili e lotta al cambiamento climatico).

Il trend positivo è certamente favorito dall’offerta di prodotti bio. Gli assortimenti abbracciano ormai tutte le merceologie di prodotto: gli scaffali della distribuzione specializzata propongono mediamente 3/4.000 referenze bio; la GDO offre accanto alle grandi marche anche la propria private label bio a prezzi competitivi (300-400 referenze bio in ogni punto vendita, anche in funzione dell’insegna).

Ma come si spiega tutto questo successo per il bio?

Tanti sono i fattori. Certamente le caratteristiche del target di consumatori che attrae favoriscono la continua crescita. La propensione all’acquisto di prodotti a marchio biologico ha connotazioni chiare rispetto a molteplici fattori socio-economici e culturali. E’ più alto nelle famiglie con un reddito mensile familiare elevato (la propensione all’acquisto sale al 69%) e dove il responsabile degli acquisti ha un titolo di studio elevato (68%). Non vi sono solo fattori socio-economici ma anche alcuni stili di vita, come l’abitudine all’esercizio fisico (63%) e la pratica abituale della raccolta differenziata dei rifiuti (63%). Ma sono soprattutto gli stili alimentari a rappresentare una forte discriminante: vegetariani o vegani (78%), intolleranze ed allergie (63%) o, in generale, la presenza disturbi che impongono grande attenzione alla dieta (68%) sono fenomeni che esaltano l’interesse verso il bio.

Il successo del bio non si esaurisce nell’identikit del consumatore: la motivazione di acquisto è un’altra determinante che spinge in alto i consumi. La volontà di proporre cibi sicuri accresce l’interesse, soprattutto se in famiglia c’è un figlio in età pre-scolare (68%).

Tra i fattori di successo vi è certamente l’apprezzamento per le garanzie aggiuntive offerte dal marchio, nonché la qualità percepita rispetto al prodotto convenzionale. Se la motivazione che induce al primo acquisto è certamente la curiosità di provare un prodotto diverso (determinante prevalente per il 25% degli acquirenti), il ri-acquisto e la fedeltà al bio sono giustificati dalla garanzia di avere prodotti più sicuri per la salute, poiché privi di chimica di sintesi e pesticidi (motivazione d’acquisto più rilevante per il 70% degli acquirenti italiani). Ciò che assicura l’interesse è il giudizio sulla qualità: il 70% ritiene che i prodotti bio abbiano una qualità più elevata rispetto ai prodotti convenzionali. Il bio è quindi a pieno titolo una delle espressioni del Made in Italy di qualità.

SI FA PRESTO A DIRE CONSUMATORE BIO…. - Ricondurre il bio-consumatore ad un gruppo omogeneo di acquirenti è però riduttivo. I quasi 15 milioni di famiglie che acquistano bio possono essere segmentate in 3 target distinti.

Innanzitutto vi sono i “fedeli” al bio (27% degli acquirenti totali, 4 milioni di famiglie). Questo gruppo comprende gli appassionati dell’agricoltura biologica il cui il primo acquisto va collocato lontano nel tempo. I “fedeli” non acquistano bio spinti dalla moda ma perché consapevoli che il cibo è un fattore attivo per la protezione della salute. I “fedeli” sono consumatori frequenti (tutti i giorni o quasi portano prodotti bio in tavola) e quando possono mangiano bio anche fuori casa (oltre il 67% del target ha avuto una occasione di consumo away from home). Per la spesa scelgono soprattutto negozi specializzati perché offrono tutte le categorie di prodotto che cercano: il carrello bio è composto da referenze appartenenti a più di 10 categorie. I “fedeli” hanno stili di vita sostenibili: fanno sempre raccolta differenziata dei rifiuti e acquistano spesso direttamente dal produttore. Sono perlopiù famiglie giovani, tra i 30-40 anni, con figli piccoli in età pre-scolare, dove la quota di vegetariani o vegani è più alta della media (16% a fronte del 7% nella popolazione). 

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Fonte: Nomisma per Osservatorio SANA 2014.

Accanto agli appassionati, vi sono consumatori che si sono avvicinati al bio da meno tempo. Due sono i segmenti, attratti dal bio di recente, seppure per motivi diversi.

Il gruppo più ampio, le “new entry”, sono stati attratti dalle promozioni. Vedere sugli scaffali prodotti bio scontati ha scatenato la loro curiosità; le “new entry” infatti acquistano soprattutto in iper e super e concentrano l’interesse su un paniere di prodotti più limitato. Sono interessati soprattutto a succhi di frutta, miele, uova, marmellate. Il consumo è ancora poco frequente (2/3 volte al mese). Tale target è di grande interesse per consistenza: quasi 8 milioni di famiglie che hanno grande reattività alle promozioni.

Sempre tra i novizi del bio (acquistano da solo 2-3 anni) c’è il target degli “etici”. Si differenziano in modo profondo dal gruppo delle new entry, sia nella motivazione che per i canali di acquisto. Gli “etici” acquistano poiché il sistema produttivo che sta a monte al prodotto bio assicura il rispetto dell’ambiente. I comportamenti sostenibili del gruppo si riflettono anche nella scelta del canale: acquistano nei negozi specializzati ma non disdegnano gli acquisti diretti dal produttore, in mercatini o tramite gruppi di acquisto solidale. Il loro paniere di prodotti bio è vario, con grande interesse per olio di oliva, ortofrutta, pasta, bevande vegetali. Gli “etici” hanno un profilo ben definito: single, senza figli, giovani.

NUOVE PROSPETTIVE PER IL BIO - Quali trend è possibile attendersi per il bio nei prossimi anni? La sola segmentazione dei bio-consumatori rende evidente come il comparto abbia ancora ampi margini di crescita. Le previsioni di spesa delle famiglie acquirenti hanno un saldo tendenziale decisamente positivo e a questo si aggiunge la capacità di attrazione di nuovi consumatori. Il 32% di chi oggi non acquista è propenso alla sperimentazione, soprattutto nel caso di presenza di prodotto bio negli assortimenti dei negozi abituali o tra le marche preferite.

Tra i fattori di espansione anche l’away from home. L’interesse per il bio non si ferma, infatti solo al consumo domestico: la possibilità di consumare un pasto sano al di fuori delle mura di casa è uno stimolo alla nascita di una nuova offerta mirata per la ristorazione.

Se tra i fattori di ottimismo si inserisce il fatto che l’intera filiera biologica italiana gode di ottima salute, paiono davvero poche le nubi all’orizzonte . Superfici, produttori, punti vendita della distribuzione al dettaglio e della ristorazione mostrano tutti indicatori in crescita. Creare un’offerta distributiva uniforme su tutto il territorio è certamente un fattore a sostegno dell’ulteriore espansione.

Fondamentale sarà soprattutto l’esito del confronto sul nuovo Regolamento europeo del biologico (in vigore dal 2017); il quadro immaginato ha oggi sia luci che ombre, per cui è necessario introdurre modifiche che lo rendano uno strumento più concreto a sostegno della crescita reale del settore. Come altrettanto determinante sarà la capacità di sfruttare l’occasione di EXPO2015 per promuovere il bio Made in Italy nel mondo.

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I dati dell’Osservatorio SANA a cura di Nomisma e presentazione dei dati di SINAB e ISMEA

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Trento,  Palazzo Roccabruna, ore 16.30 - Nell'ambito del progetto Wine Monitor, in collaborazione con Nomisma, l’Osservatorio delle produzioni trentine della Camera di Commercio I.A.A. di Trento organizza un seminario per la presentazione di dati di mercato sul comparto enologico trentino.

Interventi a cura di Denis Pantini e Silvia Zucconi di Nomisma.

Programma

 

 

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Silvia Zucconi , Coordinatore Area Agroalimentare, partecipa al convegno “Alimenti che si prendono cura di noi la tradizione del biologico, l’innovazione nell’ortofrutta” che si terrà a Roma nel Salone dei Piceni presso il Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro (ore 17.00) con un intervento dal titolo “Numeri chiave della filiera biologica: dalla produzione al consumatore: Il ruolo dell’ortofrutta”.

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Bologna- Nell’ambito del convegno "Ambiti di occupazione in Medicina Veterinaria" organizzato dalla Federazione Nazionale Ordini Veterinari Silvia Zucconi ed Evita Gandini presentano i risultati dello studio “La professione medico veterinaria: prospettive future”. Il convegno si terrà nell’ambito della Mostra Internazionale al servizio della sanità e dell’assistenza - ExpoSanità  dalle 9.30 alle 13.15 nella Sala Verdi - Centro Servizi (piano terra) – Fiera di Bologna.

Programma

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11-04-2014 – Bologna. Domani 12 aprile 2014 sarà presentata a Firenze, durante il Consiglio Nazionale FNOVI, la nuova pubblicazione, curata da Nomisma per la Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI) dal titolo: LA PROFESSIONE MEDICO VETERINARIA: PROSPETTIVE FUTURE.

Per la prima volta il percorso di studio analizza le esigenze dei soggetti datoriali che possono dare impiego al medico veterinario (libera professione, imprese, associazioni di produttori, consorzi, enti pubblici, ricerca) attraverso un approccio metodologico unico ed originale. Sono state realizzate due indagini: la prima sui medici veterinari liberi professionisti (1.691 interviste) e la seconda sulle altre categorie di employer (502 interviste telefoniche e 18 interviste in profondità).

Gli obiettivi dello studio di Nomisma sono molteplici: fotografare lo scenario attuale per la professione, tracciare le linee di sviluppo di medio-lungo periodo, delineare i possibili percorsi di cambiamento che il medico veterinario dovrà mettere in campo e soprattutto individuare l’identikit delle competenze formative e professionali necessarie per soddisfare le esigenze del mercato occupazionale.
Porre l’accento sui bisogni di chi offre lavoro ai medici veterinari significa anche individuare il profilo del medico veterinario richiesto dal mercato in un orizzonte temporale futuro, offrendo così le suggestioni utili per supportare la costruzione delle competenze più idonee già nella fase più cruciale del percorso formativo del medico veterinario, l’università.

PERCHÉ GUARDARE AL FUTURO E PERCHÉ COMPRENDERE I FABBISOGNI DEL MERCATO OCCUPAZIONALE?

Innanzitutto perché il numero dei medici veterinari in Italia è più che raddoppiato in nemmeno 20 anni: nel 1995 gli iscritti agli Ordini erano 13.340 mentre oggi sono 30.415 (+128%). Ma la crescita di per sé non spiega le sole trasformazioni demografiche della professione.

Ci sono altri fattori di analisi che devono entrare nel campo di osservazione per leggere le trasformazioni demografiche della professione:

•la quota di iscritte femmine (è passata dal 22% nel 1995 al 42% nel 2013);

•l’incidenza delle iscritte femmine nel 2013 raggiunge il 65% tra i medici veterinari iscritti agli Ordini da “meno di 5 anni” mentre è pari al 29% tra quelli iscritti “da più di 10 anni”;

•la concentrazione della crescita degli iscritti nella fascia dei più giovani (+135% dal 2009 al 2013 nella fascia di età 24-34 anni a fronte di un +5% nella fascia 35-50 e un +9% negli over 50);

•il rapporto tra numero di medici veterinari e popolazione (VET ratio) è il più alto d’Europa (+48% tra il 1999 e il 2013);  

•l’ambito di attività prevalente per il medico veterinario è la libera professione (77%); il 15% è dipendente delle Aziende sanitarie locali. Solo il 2% è occupato presso imprese (food, feed, farmaceutiche) o associazioni del mondo produttivo.

L’elemento che impone di guardare ai fabbisogni e alle trasformazioni future del mercato occupazionale emerge dalla motivazione della scelta della libera professione: per il 23% dei liberi professionisti tale ambito di carriera è una scelta obbligata; se si valuta l’opinione dei giovani medici veterinari (fino a 35 anni) tale quota sale fino a raggiungere il 40%. L’interpretazione di tale dato non può essere ricondotta solo al tasso di disoccupazione giovanile che sta caratterizzando gli anni della lunga crisi economica, ma va anche collegato allo scollamento complessivo della possibilità di competere negli ambiti professionali e alle aspirazioni a monte dell’accesso universitario, legate soprattutto agli animali d’affezione che vedono, di fatto, la libera professione come l’unica opportunità professionale. 

Le opportunità legate all’ambito della libera professione sono complessivamente stabili, se non negative, tanto che i medici veterinari segnalano:

•Decremento (36%), o nella migliore delle ipotesi stabilità (40%) del proprio giro d’affari nel 2030;

•Di non avere in previsione nessun coinvolgimento del numero di medici veterinari coinvolti nella propria attività professionale (lo segnala il 73%).

L’opinione del medici veterinari non è complessivamente negativa solo per la propria attività, ma riguarda l’intera categoria professionale tanto è vero che il 58% ritiene che tra 15 anni il numero di medici veterinari in Italia sarà inferiore rispetto a quanto accade oggi. 

QUALI SONO LE VALUTAZIONI ESPRESSE SULLA PROFESSIONE DALLE ALTRE CATEGORIE DI EMPLOYER (IMPRESE, ASSOCIAZIONI DI PRODUTTORI, CONSORZI, ENTI PUBBLICI, RICERCA)?

Le attese degli employer per il 2030 sono più positive: il 65% prevede che, rispetto ad oggi, il numero di medici veterinari impiegati stabilmente sarà stabile (40%) o in crescita (25%). Tale quota sale al 73% nel caso delle imprese (food, feed, farmaceutiche). 

Ma quali saranno le competenze più richieste dagli employer per la figura del medico veterinario? Igiene e sicurezza degli alimenti (segnalata dal 51% delle imprese), qualità degli alimenti (38%), ma anche clinica e chirurgia degli animali d’affezione (38%) e benessere e nutrizione animale (15%). Anche le competenze complementari alla medicina veterinaria sono determinanti, sia dal punto di vista degli employer che degli stessi medici veterinari: innanzitutto competenze manageriali, conoscenze delle lingue straniere, capacità di negoziazione e comunicazione.

Per intercettare tali opportunità future servono cambiamenti, a partire dalla necessità di innovazione nell’attuale percorso formativo proposto in ambito universitario: solo il 5% degli employer lo ritiene completamente adeguato rispetto a quelle che saranno le esigenze del mercato occupazionale dei prossimi 15 anni. Infatti il 35% dichiara che è necessario un cambiamento profondo dell’università e il 50% ritiene comunque necessarie alcune correzioni. E un giudizio severo proviene dagli stessi universitari (il 30% ritiene opportuni adeguamenti e il 20% preferisce non rispondere). Alla stessa domanda non risparmiano critiche nemmeno i medici veterinari: il 78% dei liberi professionisti segnalano la necessità di trasformazione del percorso universitario per soddisfare le esigenze future del mercato.

INDAGINE EMPLOYER - CONSIDERANDO LE CARATTERISTICHE DEL MERCATO OCCUPAZIONALE DEI PROSSIMI 15 ANNI, SECONDO LEI, L’ATTUALE FORMAZIONE UNIVERSITARIA SARÀ ADEGUATA?

Fonte: indagine EMPLOYER Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

 

QUALI SONO GLI AMBITI PROFESSIONALI DOVE SONO PREVISTE LE PRINCIPALI OPPORTUNITÀ PROFESSIONALI PER IL MEDICO VETERINARIO?

Sia i medici veterinari che gli employer sono d’accordo: sarà innanzitutto l’industria alimentare che maggiormente potrà incrementare il numero di medici veterinari impiegati stabilmente nel 2030.

In particolare gli employer dichiarano un incremento del numero nell’ambito dell’igiene e sicurezza degli alimenti (55%), qualità degli alimenti (52%), ma anche gestione degli allevamenti (30%). Un altro ambito d’interesse per la professione potrà essere quello della protezione ambientale (sicuramente in crescita per il 30%).

Ma vi sono alcuni importanti campanelli d’allarme da non trascurare.

Tra le motivazione della mancanza di coinvolgimento del medico veterinario da parte delle imprese food, feed, farmaceutiche non vi è solo la mancanza di necessità di tale profilo in senso generale (32%) o una esigenza solo occasionale (32%), ma, quel che più deve preoccupare, è la preferenza espressa dalle imprese verso altre figure (agronomi, biologi, tecnologi alimentari, …) con competenze ritenute più adeguate (20%) o con costi più bassi (4%).

QUALI SONO I MOTIVI PER CUI L’IMPRESA NON COINVOLGE MEDICI VETERINARI?

 

 Fonte: indagine Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

“Ciò che rende unico il percorso di studio realizzato da Nomisma per il nostro settore è lo sguardo degli altri. Qui si parla di noi, medici veterinari, ma per la prima volta a farlo sono anche gli altri” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “Ora il medico veterinario ha uno strumento per capire chi siamo per il “mondo del lavoro”, quanto ha bisogno della nostra professione e soprattutto quanto siamo preparati a rispondere o a stimolare la domanda di professionalità veterinarie.”

“Con questo studio FNOVI ha voluto porre al centro uno strumento innovativo che contribuisca a comprendere come il medico veterinario può restare competitivo e come può conquistare nuovi sbocchi occupazionali” continua Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI.

“Il più grave errore di cui la professione medico veterinaria deve urgentemente liberarsi” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “è di essersi cullata in una immagine di se stessa falsata da inquinamenti demagogici, indotti da una mitologia ingannevole cha ha creato un medico veterinario immaginario, che non serve, che nessuno cerca, che nessuno fa lavorare. Una ingannevole rappresentazione a danno di studenti, clienti/utenti della nostra Categoria. Idealizzare procura danni e i primi a subire i contraccolpi dell’idealizzazione sono i giovani iscritti, costretti a rinunciare di colpo al sogno, a cedere al ricatto di ribassare la propria professionalità fino a snaturarla e a sprofessionalizzarla, tanto nel pubblico come nel privato.”

“Questa pubblicazione e i suoi risultati devono divenire allora uno strumento attorno al quale decisori, politici, amministratori, operatori economici, media, opinione pubblica dovranno ragionare, con l’obiettivo di correggere lo strabismo che in tutti in questi anni ha fatto sì che i Medici Veterinari e “il resto del mondo” si guardassero con lenti sfuocate.”

       

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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