Venerdì, 23 Ottobre 2015 00:00

23 ottobre 2015 – Ravenna Future Lessons

Ravenna, Palazzo dei Congressi - Ravenna Future Lessons è un’occasione di apprendimento, scambio, scoperta e approfondimento finalizzata a coinvolgere i giovani dai 18 ai 35 anni che studiano, cercano occupazione o già lavorano, intendono migliorarsi, vogliono fare impresa, hanno un’idea-progetto e cercano supporti, esperienze e investitori per fare start-up.

Ogni anno un filo conduttore guida gli interventi di professionisti, imprenditori di successo, giovani talentuosi, professori universitari o giornalisti che offrono gratuitamente lezioni al pubblico sulla materia di loro competenza.

Questa sesta edizione avrà per tema “Change & Choose- Educazione per lo sviluppo”.

Marco Marcatili di Nomisma parteciperà alle Lesson del mattino su “Innovazione, design e sviluppo”.

Programma

 

Pubblicato in News

Milano Marittima (RA) – INU Emilia Romagna organizza la Summer School sugli “Strumenti finanziari per i progetti di trasformazione urbana e di sviluppo locale: contenuti e modalità operative”.

L’obiettivo della Summer School è quello di fornire ai partecipanti competenze tecnico-operative utili a progettare e gestire interventi complessi di rigenerazione e riqualificazione urbana, utilizzando idonei strumenti organizzativi e finanziari.

Marco Marcatili di Nomisma parteciperà come relatore nel corso della prima giornata.

Programma

Pubblicato in News
Giovedì, 17 Settembre 2015 00:00

17 settembre 2015 - European Architects Network

Milano, Torri Garibaldi, ore 11.00 - European Architects Network riunisce prestigiose realtà del mondo dell’architettura che hanno sede nelle principali capitali europee. Le componenti del network si incontrano con periodicità semestrale per coordinare le attività, definire le strategie e confrontarsi in merito alle opportunità offerte dalle diverse realtà locali.

Al meeting partecipa Marco Marcatili, economista Nomisma.

 

Pubblicato in News
Mercoledì, 14 Ottobre 2015 00:00

14-16 ottobre 2015 - Re-Use, Re-Start, SAIE 2015

Bologna, al padiglione 21 di  SAIE Smart House 2015 l’iniziativa Nomisma “Re-Use, Re-Start” in collaborazione con Nomisma Energia.

Pubblicato in News

Civitanova Marche, Teatro Annibal Caro, ore 21.00 – Nell’ambito di Futura Festival, Marco Marcatili, economista Nomisma, partecipa al convegno “Famiglia, lavoro e impresa: resistere o cambiare?”

Pubblicato in News
Sabato, 11 Luglio 2015 00:00

11 luglio 2015 - EXPOntaneo 1°

Tirli (GR), ore 19:00 - Marco Marcatili di Nomisma partecipa alla conferenza “Maremma: La Provincia è morta, lunga vita alla provincia” nell’ambito della tre giorni EXPOntaneo organizzata da Maremma.TV.

Pubblicato in News
Lunedì, 29 Giugno 2015 15:53

29 giugno 2015 – Abitare il futuro

All’interno di Expo 2015, Marco Marcatili di Nomisma presenta il lavoro svolto per Bologna Fiere ed in particolare per la manifestazione SAIE, che si terrà tra il 14 e il 17 ottobre 2015.

I temi affrontati sono quelli legati alle politiche europee sul riuso urbano e sugli interventi di rinnovamento del patrimonio esistente nonché sulle soluzioni per una nuova offerta abitativa.

Programma

 

Pubblicato in News

Marco Marcatili, Economista Nomisma
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  [1]

Di fronte ai continui segnali di miglioramento della fiducia delle famiglie italiane, per la prima volta vi sono “tracce reali”, ancorché deboli, di ripartenza degli hard data. Dopo un lustro, lo scorso anno la spesa reale per consumi delle famiglie è lievemente aumentata (+0,3%) e la sostanziale stabilizzazione del reddito disponibile si è accompagnata all’interruzione della contrazione della ricchezza delle famiglie italiane. Una maggiore stabilità sul fronte delle “dotazioni” può essere prodromica alla graduale ripresa della domanda di investimento.

Produrre riflessioni sulla famiglia, però, continua ad essere una missione ardua e complessa: a volte una retorica ormai logora rende impraticabile qualsiasi nuova forma di rappresentazione; in altre occasioni si rischia di rifugiarsi in visioni idealizzate che pongono la famiglia in format non più adeguati. In questo caso, viene presentata una classificazione delle famiglie italiane, incrociando le diverse caratteristiche finanziarie e patrimoniali in termini di capacità di generare risparmio, di presenza dell’abitazione in proprietà e di detenzione di strumenti finanziari. Seppure l’analisi non possa essere ridotta alla sola dimensione economica, ma debba necessariamente considerare le implicazioni sociali, culturali e morali, ci sembra di qualche utilità comprendere come le famiglie italiane stiano vivendo questa lunga e incerta “corsa ad ostacoli”, con diffusi tentativi di garantire protezione sociale “allargata”, prima ancora di ripristinare condizioni di normalità sotto il profilo economico e finanziario.

L’indagine 2015[2] restituisce una fotografia piuttosto complessa e variegata (tav. 1), in cui le famiglie continuano ad essere particolarmente provate dalla crisi economica e sociale, seppure con alcune differenze e qualche segnale incoraggiante. Se, da una parte, vi sono gruppi di famiglie caratterizzati da una ridotta propensione al risparmio e uno stock di ricchezza sempre più sbilanciato sul patrimonio rispetto alle disponibilità finanziarie, dall’altra, si assiste ad un aumento del numero delle famiglie che riescono a risparmiare (che si trovano nella categorie equipaggiate e tradizionaliste) o che provano a resistere nella necessità di sostenere alcune spese non più procrastinabili senza smobilizzare il proprio patrimonio accumulato (categoria di famiglie resilienti).
Nel 2015, infatti, si registra una crescita della quota di famiglie equipaggiate e tradizionaliste che passa da 6,8 a 9,2 milioni, in grado di esprimere una capacità di produrre flussi di risparmio, certamente di entità inferiore al passato ma comunque sufficienti a ripristinare gradualmente lo stock di ricchezza. Si tratta di due gruppi di famiglie che esprimono condizioni sociali diverse: le famiglie equipaggiate sono per lo più coppie giovani e mature con figli, con un buon livello di istruzione (diploma e laurea), un lavoro stabile (lavoratori dipendenti) ed un reddito familiare mensile medio-alto, mentre le famiglie tradizionaliste sono per lo più composte da pensionati, con un reddito netto familiare fino a 1.800 euro al mese.

Aumentano anche i resilienti (da 3,5 a 4,7 milioni) che, pur detenendo una casa di proprietà e uno stock di capitale, versano in uno stato di difficoltà tale comprometterne la capacità di risparmiare. Ciò può dipendere da diversi fattori che vanno dalla diminuzione del numero di percettori di reddito, all’aumento dei casi familiari di cui prendersi cura, in un periodo in cui la famiglia d’origine svolge un ruolo di “cuscinetto sociale”. Si tratta di una categoria composta per lo più da famiglie con tre componenti (coppie con figli), caratterizzato da un buon livello di istruzione, dove si concentrano lavoratori autonomi. Il livello di stipendio varia in relazione alla tipologia di lavoro svolto: il 39,3% delle famiglie vanta un reddito netto mensile familiare che varia tra 1.200 e 1.800 euro al mese, mentre un altro 20,7% dispone di un reddito netto tra 2.400 e 3.500 euro al mese.
Al contempo diminuiscono le famiglie che rientrano nella categoria degli illiquidi, che passano da 7 milioni nel 2014 a 4,6 milioni nel 2015. Al loro attivo hanno una casa di proprietà, ma non possono contare su uno stock di capitale e sulla capacità di risparmio. Sono nella maggioranza dei casi (54,8%) pensionati over 65 con un reddito familiare basso (fino a 1.200 euro al mese).
“Provare a farcela” sembra essere una delle cifre di questo tempo, come se per molte famiglie la trasformazione in corso non presenti necessariamente i caratteri della fatica, della sconfitta e della fine, quanto talvolta quelli del nuovo inizio. È una schiera di 10 milioni di famiglie (equipaggiate e resilienti), nuove e tradizionali, impegnate a conciliare le difficoltà del lavoro che manca o che cambia, con la necessità di dare una prospettiva ai propri figli o di sostenere i componenti della famiglia allargata.
Oltre il 10% delle famiglie italiane, tuttavia, si trova sul filo del rasoio (2,8 milioni di famiglie “equilibriste”), sprovvisto di qualsiasi ancora di salvezza se non la stabilità di un lavoro e la protezione della rete familiare (non possedendo beni patrimoniali e finanziari e con ridotte capacità di risparmio). Queste ultime sono soprattutto famiglie di 45-54enni che, anche a causa dello scarso livello di istruzione, riescono a spuntare sul mercato redditi bassi (fino a 1.200 euro netti al mese) e in molti casi risultano single (tav. 4.2).
Vi è poi la categoria dei “cassettisti” che raccoglie circa 500 mila famiglie, per lo più tra 45-54 anni, in possesso di strumenti finanziari, con una buona propensione al risparmio, ma privi di dotazione patrimoniale. Sono nel 65% dei casi lavoratori dipendenti.
Nella categoria dei “liquidi”, caratterizzati solo da una buona propensione al risparmio, ricadono circa 800 mila famiglie (400 mila in meno rispetto all’anno precedente), di cui il 24,7% giovani (18-34 anni). Sono per lo più dipendenti (54,8% dei casi), con un livello di istruzione basso e un reddito netto mensile familiare tra 1.200 e 1.800 euro.
Tra gli “anomali” rientrano 500 mila famiglie, nel 35,7% dei casi tra 35-44 anni, che dichiarano di detenere solo strumenti finanziari (fondi, ecc.).

Per comprendere fino in fondo gli impatti di questa lunga e incerta transizione sarà necessario connettere una logica centrata sull’“attualità”, su cui si fondano le analisi di questa indagine 2015, con una prospettiva di “tempi lunghi” tipica dell’approccio storico. Forti di questa consapevolezza e dei limiti degli analisti economici e sociali, nella lettura del fenomeno del “riequipaggiamento” di una parte considerevole delle famiglie italiane, riteniamo che una delle connessioni da tenere presente sia quella tra generazioni e tra i diversi sguardi che si muovono lungo l’asse del tempo. Non v’è dubbio, per contro, che la grande contrazione abbia significato per una parte non trascurabile di famiglie una trappola senza uscita dalla condizione di debolezza, in un contesto caratterizzato da mancanza di opportunità di lavoro, concentrazione della ricchezza e aumento delle disuguaglianze. Cogliere varchi e micro possibilità per rendere ancora praticabile un’opzione di futuro per questi gruppi di famiglie costituisce una priorità non solo se pensiamo alla famiglia come “luogo degli affetti”, ma soprattutto come soggetto generatore di capitale umano, sociale, relazionale, ossia degli input imprescindibili per sostenere uno sviluppo integrale del Paese.

Tab. 1 – Classificazione generale delle famiglie italiane in base alla principali caratteristiche finanziarie
20150611 Grafica1 FS
Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Le caratteristiche dei vari gruppi proposti risultano legate a differenti espressioni, sia sulle aspettative future che sulle scelte intenzionali.
In un quadro di incertezza e di prudenziale “preferenza per la liquidità”, i 10,5 milioni di famiglie che riflettono una capacità di risparmio (equipaggiati, tradizionalisti, cassettisti, liquidi) vantano una migliore valutazione delle prospettive future a prescindere dalla proprietà dell’abitazione e dalla detenzione di strumenti finanziari (si noti come questi gruppi di famiglie si posizionino sulla parte destra della fig. 1).
Per simmetria, i 12,6 milioni di famiglie che non hanno capacità di risparmio (resilienti, illiquidi, equilibristi) sono maggiormente esposti all’incertezza e mostrano evidenti segnali di preoccupazione per il futuro. In questo senso, allora, è opportuno sottolineare come la discriminante sulle aspettative future risulti essere la capacità di generare flussi reddituali, mitigata però dalla possibilità di miglioramento in molti casi intervenendo sugli stili di vita.

L’innalzamento degli indici di fiducia, seppure in un contesto di incertezza sulle aspettative personali e di forte polarizzazione tra le famiglie, ha avuto un effetto apprezzabile sulle scelte di consumo, ma non ancora su quelle di investimento. La smobilizzazione finanziaria, a supporto della ristrutturazione dei debiti delle famiglie o a sostegno di investimenti immobiliari diretti, resta ancora una necessità, laddove la selettività del sistema bancario induce ad un importante sforzo di cofinanziamento, mentre l’intenzione di acquisto di un’abitazione, oggi, non è tanto e solo legata al clima di fiducia generale, quanto piuttosto all’effettiva necessità di una prima abitazione o al soddisfacimento dell’esigenza abitativa all’interno del nucleo familiare allargato.
Si conferma, dunque, la tendenza degli ultimi anni secondo cui, nell’ambito di una mutata concezione del “bene casa”, sembra essere più netto il legame tra domanda potenziale e bisogno di una prima abitazione, anche come costo-opportunità rispetto alla necessità di intervenire su abitazioni non più adeguate, per caratteristiche interne e costo di esercizio, alle attuali esigenze familiari. È un’intenzione di acquisto che esprime domanda potenziale solo in un quadro di necessità e di possibilità, riducendo così notevolmente lo spettro della domanda potenziale, e che sembrerebbe spazzare via, specie per le giovani generazioni, il mito della casa come “bene rifugio”.

Ulteriori considerazioni possono essere effettuate analizzando gli spostamenti tra i gruppi avvenuti negli ultimi anni, in un orizzonte temporale di 4 anni (tab. 1).
Come si è già discusso, la categoria degli equipaggiati (risparmiano, possiedono un’abitazione e detengono strumenti finanziari) ha recuperato nell’ultimo anno la perdita registrata dal 2011 in poi.
Allo stesso modo, aumentano i tradizionalisti (risparmiano, possiedono un’abitazione ma non detengono strumenti finanziari), recuperando un milione di famiglie tra il 2011 e il 2015. Si tratta, in genere, di famiglie con componenti over 65 anni, per lo più pensionati.
Continua anche ad aumentare (+2,4 milioni rispetto al 2011) la schiera di nuove famiglie resilienti (hanno la casa di proprietà, detengono strumenti finanziari ma non risparmiano) che, pur provando a resistere, sono spesso costrette, a causa della minore capacità di rimborsare i debiti e dell’accresciuta selettività del credito, ad intaccare la ricchezza accumulata.
Un aspetto positivo si rileva nella diminuzione della categoria degli illiquidi (hanno la casa di proprietà, non risparmiano e non detengono strumenti finanziari), con una fuoriuscita di -2,9 milioni di famiglie avvenuta soprattutto nel 2014.
Al contempo, dal 2011 scivolano nella categoria degli equilibristi (non hanno la casa di proprietà, non risparmiano e non detengono strumenti finanziari) circa 800 mila famiglie.
Il profilarsi di una situazione di forte incertezza, specie sul fronte occupazionale, spinge le famiglie italiane ad un desiderio di maggiore liquidità e, dunque, di ripristino di un’adeguata quota di risparmio precauzionale in grado di mettere in sicurezza l’intero nucleo familiare di fronte ad eventuali difficoltà future. Tale consapevolezza fatica, però, a trasformarsi in comportamento effettivo di risparmio, se non di carattere micro: in primo luogo perché lo scivolamento delle famiglie in uno stato di difficoltà reddituale non consente più una reale capacità di accantonamento, anzi induce spesso a ricorrere al “tesoretto” di famiglia per far fronte all’ordinarietà; in secondo luogo perché, dopo anni di rinvii, iniziano ad emergere bisogni primari (beni durevoli, interventi strutturali sulla propria abitazione, importanti scelte formative, etc.), il cui appagamento risulta non più procrastinabile, non lasciando di fatto più spazio per il risparmio.

Accorciando, però, l’orizzonte temporale a un solo anno, si evidenziano importanti mutamenti nella rappresentazione dei gruppi familiari.
Dallo scorso anno, ben 2,8 milioni di famiglie non risultano più tra gli illiquidi, categoria che non riesce a risparmiare e ad accumulare capitale.
Allo stesso tempo, la volontà di ripristinare un risparmio precauzionale, anche solo minimo in rapporto al reddito disponibile, associata alla necessità di far fronte a investimenti primari, anche a costo di dover smobilizzare la ricchezza finanziaria accumulata, hanno favorito l’emergere di 2 milioni di nuove famiglie equipaggiate o tradizionaliste.
Al contempo si assiste all’aumento di un milioni di famiglie resilienti che, a causa delle difficoltà economiche, iniziano ad intaccare i propri risparmi pur di conciliare le difficoltà intercorse (mancanza di lavoro, casi familiari, protezione intergenerazionale, ecc.).

Fig. 1 – Classificazione delle famiglie italiane in base al sentiment generale e alle intenzioni di acquisto dell’abitazione e “spostamenti” dei gruppi familiari rispetto al 2014
20150611 Grafica2 FS
Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Ciò che si rileva nel 2015, in controtendenza rispetto all’indagine 2014, è che le migliorate aspettative di alcuni gruppi di famiglie iniziano a tradursi in un una timida ripresa della propensione alla domanda di consumo, ma non ancora di investimento (nonostante emergano segnali di aumento delle intenzioni all’acquisto di abitazioni, soprattutto come prima casa). Dalla figura 1 si può notare un generalizzato aumento tra le categorie delle intenzioni di acquisto di un’abitazione, con l’eccezione dei tradizionalisti e degli equipaggiati, caratterizzati già in partenza da una buona dotazione patrimoniale. Tuttavia, la concentrazione di questo dato tra le categorie degli anomali (generalmente indecisi tra detenere strumenti finanziari con bassi premi per il rischio e puntare sul mattone), degli equilibristi (in buona sostanza desiderosi di uscire dallo stato di povertà ripartendo dalla casa) e dei liquidi (hanno già una casa in proprietà), unita all’evidenziata necessità di tali categorie di dover comunque accendere un mutuo, lascia presagire che l’intenzionalità dell’acquisto abitativo sia destinata a rimanere più un desiderio che l’espressione di una concreta domanda potenziale.

Tab. 2 – Classificazione delle famiglie italiane in base al profilo reddito-ricchezza e alla capacità effettiva di investimento reale
20150611 Grafica3 FS
Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Nella tabella 2, costruita incrociando le caratteristiche risparmio-ricchezza con la domanda effettiva di investimento reale (acquisto e/o ristrutturazione di un’abitazione), sono rappresentati due ostacoli strutturali che condizionano le prospettive di investimento reale.

Il primo è rappresentato dal prevalere di un orientamento precauzionale. Del 59,8% di famiglie con un profilo adeguato (in termini di stock accumulato e flusso di risparmio generato) a manifestare una domanda di investimento, il 43,6% “blinda” le proprie risorse e non contribuisce all’iniezione di risorse nell’economia (in aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2014), mentre solo il 20% esprime una domanda di investimento.
Il secondo è costituito dall’assenza dei requisiti minimi. Oltre il 12% delle famiglie non può, infatti, esprimere una domanda di investimento reale (non potendo contare né sul flusso di risparmio e né sullo stock di capitale), a testimonianza del fatto che la vera diseguaglianza in Italia si sta spostando sull’asse della ricchezza e l’assenza di una “dotazione iniziale” comprime le capacità di investimento.

Rispetto al 2014, dove non si intravvedevano reali traiettorie di ripristino del profilo finanziario delle famiglie italiane, l’indagine 2015 evidenzia i primi segnali di recupero della capacità di risparmio (o almeno di alcuni gruppi considerevoli) e di miglioramento delle prospettive future, con effetti positivi sulla domanda di consumo. Occorrerà comprendere se i segnali di ripartenza – che per moltissime famiglie hanno al momento una natura meramente contestuale – riusciranno a diventare concreti al punto da influenzare anche la domanda di investimento e, soprattutto, allargare la platea di chi può costruire percorsi virtuosi per un nuovo inizio.

DOWNLOAD


[1] Alla stesura dell’articolo hanno collaborato Johnny Marzialetti e Barbara Da Rin, economisti Nomisma.
[2] La rilevazione Nomisma è stata realizzata nel mese di maggio su un campione rappresentativo delle famiglie italiane (703 unità con interviste rivolte a chi si occupa delle decisioni economico-finanziarie). Gli obiettivi conoscitivi dell’indagine hanno riguardato: indebitamento, risparmio e forme di impiego, con particolare riferimento al settore immobiliare.

Pubblicato in Focus On Archivio

Parma, Camera di Commercio, ore 9.30 – Marco Marcatili di Nomisma interviene al Convegno promosso dal DAStU, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano con la relazione “Sviluppo locale: metodi e strumenti pattizi per la gestione ambientale dei territori”.

L’iniziativa vuole essere una occasione formativa e di confronto multidisciplinare su visioni e progetti per il paesaggio della valle del torrente Baganza dopo gli eventi calamitosi dell’ottobre 2014.

Programma  

Pubblicato in News

Salvatore Giordano, Esperto Nomisma 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

Marco Marcatili, Economista Nomisma  
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

Marco Stevanin, Esperto Nomisma 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

Dopo la tempesta, ripensare lo sviluppo, se non costituisce una priorità dell’agenda politica, rappresenta una urgenza della comunità. Nella consapevolezza che le traiettorie di crescita non saranno più “autostrade” comode e ben visibili, ma “sentieri” impervi, tortuosi e spesso non riconoscibili immediatamente, ci sembra utile recuperare due “lezioni” che possono aiutare a condividere una rinnovata visione di sviluppo locale.
La prima di Carlo Trigilia secondo cui, in una economia sempre più legata a fattori non di mercato, meno governabili con semplici relazioni contrattuali e più basati invece su condizioni di contesto che facilitano la cooperazione fra soggetti, lo sviluppo locale si realizza quando migliora la capacità di produrre beni collettivi locali che alimentano la competitività delle imprese e quando aumenta la capacità di valorizzare beni comuni come risorsa e componente di una migliore qualità sociale. In tale quadro, allora, il perseguimento dello sviluppo locale, in un contesto di economia relazionale, dipende soprattutto dalla capacità di costruzione sociale dell’innovazione e diventa determinante la capacità dei soggetti locali, individuali e collettivi, di cooperare attraverso accordi formali e informali per arricchire le economie esterne materiali e immateriali. In questo senso, risulta centrale la qualità della governance locale, come dimostrano gli esperimenti incentrati sullo sviluppo caratterizzati dalla capacità dei gruppi dirigenti pubblici e privati di collaborare ad un progetto condiviso.
Nella seconda lezione di Giacomo Becattini il corretto punto di partenza dell’analisi produttiva postula che ogni luogo, per come hanno contribuito a formarlo madre natura e le vicende della sua storia, ha in ogni dato momento un suo grado di “coralità produttiva”, che si articola in mille figure istituzionali (dalla famiglia tipica all’impresa rappresentativa, al governo locale, ai riti religiosi ecc.) e culturali (per esempio, le istituzioni para-produttive, l’assistenza sociale, gli sport praticati e preferiti ecc.) che costituiscono lo sfondo (in senso antropologico) da cui dipendono e su cui si proiettano le decisioni, anche economiche. Siamo di fronte ad un processo composito dove, al servizio della crescita umana agiscono, simultaneamente e alternativamente, forze che provengono sia dal con-vivere che del co-produrre: economie esterne di “vicinanza caratteriale” ed economie esterne di “vicinanza tecnico produttiva” miranti tutte a soddisfare al meglio un particolare nucleo di bisogni.
Dimensione sociale (C. Trigilia) e coralità produttiva (G. Becattini) costituiscono una visione rinnovata dello sviluppo locale, meno “illuministica” rispetto agli ultimi decenni ma più capace di “autosostenere” endogenamente nuove funzioni propulsive dei territori. In questo contributo si intende illustrare possibili approcci e strumenti utilizzati per la sperimentazione di sviluppo locale, nell’ambito di esperienze condotte su reti di Comuni e con un particolare sguardo ai temi ambientali.

Strumenti ambientali integrati: limiti attuali e alto potenziale futuro

I vecchi modelli continuano a puntare su schemi di sviluppo inadeguati che, peraltro, determinano esternalità negative legate al consumo indiscriminato di suolo, a trasformazioni del territorio inappropriate, all’incapacità di attrarre gli investimenti e, ancora, di ripensare correttamente la valorizzazione di paesaggi e ambiti costruiti e attualmente sottoutilizzati, inefficienti e “geriatrizzati”.
La stessa polverizzazione territoriale e strutturale dei Comuni rappresenta un ulteriore fattore limitante[1]. La conseguenza di questo quadro si traduce in una sempre maggiore debolezza dello scenario di sviluppo strategico territoriale condiviso che, dal punto di vista legislativo, si è cercato di controbilanciare con la nascita dei nuovi paradigmi aggregativi e organizzativi orientati verso un contesto di area vasta (Città Metropolitana, Unione dei Comuni, ecc.[2]) finalizzati a cogliere le opportunità legate all’economie di scala, alla perequazione territoriale e sociale, e ad una valorizzazione dei territori più coerente con le proprie vocazioni[3].
Su questo fronte, la mancanza di una visione strategica e lo scarso coraggio nello sperimentare approcci più adeguati inducono le Amministrazioni a “pensarsi” nell’ambito ristretto del proprio territorio, o al massimo come somma di unità distinte.
Un'altra spinta di possibile bilanciamento e riconversione verso modelli di sviluppo più efficienti arriva dall’Europa, che raccomanda sempre più l’adozione di strumenti capaci di favorire visioni più ampie, integrate e soprattutto partecipate.
A tal proposito è opportuno ricordare, a titolo di esempio, i Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES, ovvero patto dei sindaci per la riduzione della CO2), i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile (PUMS, finalizzati a valorizzare sempre di più la qualità ambientale e dei cittadini, attraverso un più ampio approccio al tema della mobilità e traffico), ma anche i Contratti di Fiume (CdF, attivi e prolifici in Europa e adesso in grande espansione anche in Italia), gli Osservatori del Paesaggio (avviati con la Convenzione europea del paesaggio del 2000) che, analogamente ai Contratti di Fiume, consentono di attivare, attraverso la creazione di tavoli di coordinamento degli stakeholders, nuove risorse economiche da convogliare in azioni e progetti condivisi e partecipati, di tutela e valorizzazione di fiumi e territori. Meritano una particolare menzione, inoltre, i Contratti di Sviluppo (CdS) come strumenti agevolativi, promossi dal Ministero dello Sviluppo economico e gestiti da Invitalia, diretti a sostenere sul territorio investimenti strategici e innovativi di grandi dimensioni (pari ad almeno 20 milioni di euro), il cui oggetto del contratto può essere relativo all’industria, al turismo o alla tutela ambientale.
Ricordiamo, infine, anche i Regolamenti energetico-ambientali che forniscono linee guida per progettare in maniera effettivamente sostenibile i territori (in realtà molti regolamenti, dichiarati come innovativi, hanno spesso il ruolo di colmare il gap normativo e di qualità edilizia rispetto allo standard imposto dall’Europa e sempre più disatteso con il pretesto della crisi economica).
Questi strumenti rappresentano reali opportunità per i territori e le Amministrazioni, in quanto si basano su una lettura integrata dei database ambientali che consentono di delineare una visione unitaria e concreta di sviluppo, nella definizione delle scelte strategiche future. Per fare tutto ciò tali strumenti devono però essere utilizzati nella loro accezione più ampia, ovvero di strumenti “pattizi” capaci di mettere a sintesi e coniugare correttamente le “coralità produttive” presenti. Seppure di grande interesse teorico e nonostante la forte carica di modernità, si tratta di approcci e strumenti che stentano tuttora a decollare.

Necessità di una cornice strategica per l’interoperabilità e la bancabilità degli strumenti

Il radicamento dei vecchi modelli di sviluppo, che influenza e limita il carattere innovativo degli strumenti sopra descritti, l’intensa proliferazione e, spesso, la sovrapposizione di protocolli simili (i PAES, ad esempio, hanno radici comuni ai Piani di Adattamento Climatico, ai Piani del Clima, all’Agenda XXI, ecc.), la necessità di contenere i costi delle Amministrazioni a scapito della qualità dei contenuti, portano molto frequentemente all’elaborazione di piani le cui azioni appaiono scarsamente “bancabili” e difficilmente in grado di attrarre investimenti reali, con riferimento sia alla programmazione europea sia alla possibilità di mobilitare interessi e interlocutori privati attraverso progetti di interesse collettivo. In tal senso, strumenti elaborati senza una visione strategica di riferimento soffrono sempre più frequentemente di uno sguardo parziale e troppo spesso “autoreferenziale” che genera un quadro stratificato di informazioni poco legate tra loro e all’origine di una complessità sempre meno gestibile da parte delle stesse Amministrazioni. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato anche dalla necessità di questi strumenti di colloquiare e integrarsi con i piani dei territori (gli ex piani regolatori) che – seppure estremamente approfonditi, dettagliati e influenzati positivamente da relativamente recenti aggiornamenti normativi (vedi ad esempio L.R RER 20/2000) – si sono dimostrati molto spesso inadeguati, troppo lenti e incapaci a riadattarsi alla repentina trasformazione di un mercato ancora oggi in evoluzione.
In un quadro di così grandi contraddizioni, caratterizzato da azioni di “agopuntura territoriale” per rispondere ad esigenze immediate e, al contempo, dalla necessità di una “pianificazione strategica” per costruire lo sviluppo locale con un orizzontamento di medio-lungo termine, l’unico antidoto diventa sapere riconoscersi e reinteprestarsi dentro una visione condivisa della realtà e delle potenzialità di sviluppo, oltre che accompagnare la comunità civile e imprenditoriale a identificarsi negli interessi collettivi. In questo senso, da un lato si può sostenere che senza visione l’agopuntura trasforma anche i territori più dinamici in inutili “progettifici”; è infatti solo in presenza di una visione strategica che l’agopuntura territoriale può diventare utile per rinnovare la stessa visione della realtà. Dall’altro lato, anche la pianificazione strategica, senza una visione condivisa e allargata ai soggetti reali dello sviluppo, diventa puro esercizio di stile.

20140409 FS Grafica1
Fonte: Nomisma

Non c’è un algoritmo risolutivo per costruire un disegno comune e condiviso dello sviluppo locale, ma suggeriamo la costituzione di un “coordinamento misto” (tecnico e politico, locale e sovra-locale) in grado di restituire, attraverso una fase ricognitiva e di sintesi, un “cruscotto a supporto delle decisioni” per agire nelle seguenti direzioni:

  • attivare un processo strategico e un percorso realmente integrato delle reti di Comuni interessate al rilancio dello sviluppo locale;
  • assistere le Amministrazioni nel coinvolgimento attivo dei diversi attori presenti sul territorio attivando processi e strumenti “pattizi” capaci di raccogliere e definire le attività in accordi di sviluppo coordinato e condiviso con tutti gli interlocutori;
  • catalizzare risorse economiche e percorsi di finanziabilità di azioni e progetti (dai fondi comunitari alla emissioni obbligazionarie di scopo tipo social bond, dalla costruzione di interessi locali al coinvolgimento di investitori sovra-locali).

Per il raggiungimento di questi obiettivi si ritiene imprescindibile l’attivazione di un percorso strutturato, con la capacità di inquadrare le tematiche in un contesto sovracomunale e allineato all’evoluzione nazionale ed europea, nonchè di cogliere e utilizzare al meglio la modernità degli strumenti pattizi.

Ambiente, salute, e reputazione come driver di sviluppo

Di fronte a queste sfide la prima tappa per le Amministrazioni è quella di costruire e comunicare una possibile visione di sviluppo dei propri territori affinando, attraverso un processo di “rigenerazione” complessiva e integrata, gli stessi strumenti ambientali e territoriali disponibili. In tal senso è molto importante una “regia mista”, in grado di definire ex ante un metodo di lavoro riconosciuto a livello europeo e di favorire dall’esterno una più efficace coralità produttiva. Difficilmente infatti, a causa della debolezza degli strumenti disponibili, le Amministrazioni si interrogano in maniera efficace sulle aspettative di un potenziale attore esterno (sia esso investitore, turista, fruitore). Senza questo elemento diventa impraticabile l’individuazione del valore reputazionale che condensa la capacità di un sistema territoriale (imprese, famiglie, amministrazioni, infrastrutture, cultura e tanto altro) di competere e, soprattutto, di essere credibile nelle linee di sviluppo prescelte o delle reti dei comuni partecipanti[4].
I temi legati al rapporto ambiente - salute, qualità della vita e sviluppo sostenibile sono fortemente interconnessi[5]. Il punto di partenza fondamentale per la costruzione attendibile di una visione strategica è rappresentato dalla corretta definizione del quadro ambientale, correlato agli aspetti sanitari e alle economie attivabili. La sottovalutazione dei temi ambientali e soprattutto sanitari, oltre che dei costi conseguenti, ha portato nel tempo a storture, che si stanno ora cercando faticosamente di correggere con imposizioni normative. Nell’ottica, ad esempio, di limitare le fragilità territoriali tipiche italiane quali gli effetti climatici, geomorfologici, di rischio geologico–idraulico, di erosione del territorio agricolo, si sta elaborando il disegno di legge “contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato" (2039).
Più strettamente legati ai temi dell’efficienza e al binomio ambiente e salute sono invece le situazioni urbane. Le città hanno bisogno di rinnovamento (l’80% delle abitazioni è stato costruito prima del 1981 con conseguenze sull’efficienza e quindi sui consumi). Inoltre, il problema dell’inquinamento indoor[6] rappresenta una criticità se si pensa che oltre l’80% della propria giornata viene trascorsa all’interno di edifici. Anche l’inquinamento urbano della pianura padana ha effetti sulla salute pubblica e sui costi conseguenti[7]. Sul fronte della tutela del territorio il rischio idraulico presenta i picchi di problematicità più elevati[8]. In questo caso la possibilità di intervenire in maniera preventiva dimostra che oltre a ridurre i costi, anche in termini di vite umane, è possibile attivare un’economia che genera 6 euro per ogni euro di investimento.
Da questa breve disamina risulta quindi evidente che per i territori non è più possibile agire secondo gli schemi classici; solo l’utilizzo razionale[9] degli strumenti di controllo e gestione (si è accennato a PAES, PUMS, CdF, ecc.) possono invece migliorare l’efficienza, attivare processi virtuosi e fattori moltiplicativi in termini di economia locale, attrattività degli investimenti/investitori e fondi europei 2014-2020.
A tale scopo appare risolutivo, quindi, avviare una raccolta ragionata delle informazioni territoriali disponibili da organizzare in un “cruscotto” di controllo e supporto delle decisioni. Questo dovrà essere organizzato per esprimere in maniera sintetica una rilettura trasversale del quadro della sostenibilità, sempre più affrontato secondo un approccio integrato degli aspetti ambientali, economico-sociali e sanitari. In contrapposizione alla mastodontica organizzazione dei piani è necessario individuare e lavorare sui fattori limitanti e, in quanto tali, capaci di garantire un valore incrementale dovuto alla reale integrazione con altri parametri.
Una mobilità sostenibile, ad esempio, non risolve solo questioni legate strettamente al traffico[10], ma riduce anche i costi sanitari, incrementa la produttività dei fattori e migliora il valore reputazionale di un territorio, dunque l’attrattività turistica e per nuove filiere produttive.
L’elaborazione e/o rivisitazione dei piani ambientali e di sostenibilità di matrice europea prima descritti, se affrontati in una chiave realmente integrata, rappresenta un passaggio fondamentale e soprattutto un’opportunità per le reti di comuni, in quanto capaci di attrarre risorse legate a finanziamenti nazionali ed europei, nonchè di soggetti privati che, nella chiarezza della visione di sviluppo locale, vedono una garanzia per i loro investimenti.

Alcune conclusioni

Qualità della vita, sostenibilità e felicità rappresentano le diverse declinazioni con cui molti Osservatori si spingono a classificare i nostri territori (Province, Città, Borghi) in termini di migliore vivibilità. Sono classifiche che sicuramente riflettono l’arbitrarietà della batteria di indicatori prescelta e, soprattutto, delle diverse concezioni culturali di benessere, ma hanno il pregio di restituire – alle amministrazioni e alle comunità locali che intendono reinterpretarsi in un diverso ruolo futuro – piste di lavoro e una possibile agenda politica. Da molti anni Il Sole 24 Ore si occupa di raccogliere un ricco patrimonio informativo che spieghi la qualità della vita a livello provinciale. Anche Forum PA, in occasione della sua annuale manifestazione bolognese Smart City Exhibition, divulga da qualche anno la classifica delle città italiane intelligenti italiane, secondo le sei dimensioni (economy, people, governance, mobility, environment, living) con cui l’Unione Europea declina l’intelligenza, la sostenibilità e l’inclusione urbana. Infine, il Centro Studi Sintesi si è cimentato recentemente nella selezione di 176 Comuni italiani (con più di 5.000 abitanti in montagna/collina/pianura) posizionandoli sulla base di 48 indicatori rappresentativi del grado di felicità pubblica, con riferimento alle indicazioni fornite alla Commissione Europea da parte del pool di economisti guidati da Stiglitz, Sen e Fitoussi.
In tutti i casi, sorprende l’invisibilità di molti territori non riconducibili immediatamente ad “aree amministrative”, al punto da creare problemi non solo sul piano della “rappresentanza”, ma anche su quello della “rappresentazione”.
Il percorso proposto in questo contributo, si concretizza in una attività di supporto e accompagnamento per le Amministrazioni, nell’ottica sia di accreditare i territori come “unità significativa di rilevazione” sia di attivare i territori verso una nuova visione corale e strategica, capace di riposizionare lo sviluppo locale, attrarre nuove economie e soggetti reali. Rispetto ai meritevoli sforzi di posizionamento di territori in una classifica, il percorso proposto si prefigge di superare il limite della successione fotografica e di ricomporre i vari fotogrammi in un'unica “proiezione”, finalizzata ad individuare un reale, credibile e condiviso scenario di sviluppo locale. Passare dalla “foto” al “film” – evitando paradigmi di “valorizzazione” troppo semplificati, effimeri e non ancorati ai fabbisogni reali del territorio – costituisce il metodo per un nuovo “deal di sviluppo” dei territori, ma la sfida – come altre – richiede un grande sforzo di intelligenza collettiva.

DOWNLOAD


[1] A gennaio 2014 il 70% dei comuni italiani è un Piccolo Comune: sono infatti 5.640 i comuni fino a 5.000 abitanti (Fonte: Dipartimento Economia Locale – Fondazione IFEL).

[2] Tra la fine di dicembre 2013 e febbraio 2014 sono ricorsi alla fusione 61 comuni, che a loro volta hanno dato vita a 26 nuove amministrazioni comunali, con una conseguente contrazione dell'universo dei comuni italiani, passato da 8.092 unità a 8.057 (Fonte Dipartimento Economia Locale – Fondazione IFEL).

[3] La forma più diffusa di valorizzazione del proprio territorio è quella di far parte di reti di Comuni, aggregati in forme di associazionismo.

[5] A healthy city is an active city: a physical activity planning guide, Who Europe (30).

[6] Secondo gli studi dell’EPA (Enviromental Protection Agency) statunitense, a causa dell’esposizione agli inquinanti biologici il numero di asmatici è cresciuto negli ultimi anni del 41% negli individui al di sotto dei 15 anni. In Italia si stima che fino al 20% della popolazione soffra di asma e di altri disturbi allergici causati da sostanze abitualmente presenti negli ambienti chiusi. A questo si aggiungono inquinanti interni come il fumo di tabacco, il radon, l’amianto e il benzene, che possono contribuire in maniera rilevante all’aumento di cancro nella popolazione.

[7] Ictus, infarti, tumori, asma, polmoniti, allergie e molte altre patologie. L’inquinamento uccide nel mondo 3,7 milioni di persone all’anno. La zona più inquinata d’Italia è la Pianura Padana: in Lombardia ogni anno muoiono 300 persone, l’80% delle quali (circa 230) nella sola Milano. Questo dato considera unicamente gli effetti acuti dell’inquinamento, e non prende in considerazione l’impatto maggiore dovuto all’esposizione cronica – fonte: convegno “I costi dell’inquinamento atmosferico: un problema dimenticato”, organizzato da Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano, IEFE – Università Bocconi e Associazione Peripato.

[8] Il 10% della superficie italiana è ad elevata criticità idrogeologica. I comuni interessati sono 6.633,circa l'81,9% del totale. Fonte: Conferenza nazionale sul rischio idrogeologico, febbraio 2013. Inoltre ci sono piu` di mille comuni italiani che vivono sotto la minaccia di alluvioni. Gli eventi di piena e i fenomeni franosi avvenuti negli ultimi 25 anni ci sono costati intorno a 25 miliardi di euro. Fonte: Soc. Geologica Italiana

[9] Per utilizzo razionale degli strumenti si intende la loro “rigenerazione” in chiave estremamente operativa e veloce (e quindi da effettuarsi nell’ambito del processo proposto). Si tratta in pratica di effettuare analisi incrociate in modo da far colloquiare tra loro strumenti diversificati, codificare e semplificare le azioni, individuare le linee propulsive comuni e più utili alla finanziabilità/sviluppo, di affinarle in chiave di azioni progettuali “bancabili”.

[10] In ambito europeo, dati 2010, l'Italia, con 606 autovetture ogni 1000 abitanti, si colloca al secondo posto, dopo il Lussemburgo (659). La media europea è di 476 autovetture su 1000 abitanti (Fonte: Istat).

Pubblicato in Focus On Archivio

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies