Mercoledì, 10 Settembre 2014 13:15

10 settembre 2014 - Tutti vogliono mangiare bio

Silvia Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare 
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Il modello di consumo alimentare è in bilico tra ricerca di convenienza, qualità e benessere.

IL CONTESTO - Il 2014 era atteso come l’anno dell’inversione di tendenza, dopo i timidi segnali di ripresa registrati nel primo trimestre. Ma il 2014, ormai è certo, non sarà l’anno di inizio di un nuovo corso.

La crisi sta lasciando segni profondi con pesanti effetti sull’economia e sugli equilibri sociali.

Vi sono dati che più di altri raccontano ciò che è accaduto nel nostro paese dalla fine del 2007, anno di inizio della crisi: il PIL è caduto di oltre 200 miliardi di euro, in gran parte a causa del crollo della domanda interna. Ma vi sono altri indicatori che con spietata evidenza mostrano le ripercussioni sulla situazione economica delle famiglie: 10 milioni di persone in povertà relativa, tasso di disoccupazione giovanile al 43%, 24% dei giovani è Neet (non ha né cerca un impiego né frequenta una scuola né un corso di formazione), 43% delle famiglie non è in grado di sostenere spese impreviste. Tutti indicatori che spiegano la perdita di 2700 euro pro capite di reddito disponibile rispetto al 2007.

L’Italia è quindi un paese profondamente impoverito in cui si sono enfatizzate le diseguaglianze, con un’ulteriore drammatica spaccatura tra i decili ad alto reddito e quelli a basso reddito (il 47% della ricchezza è nelle mani del 10% della popolazione). La ripresa dei consumi è condizione essenziale per la ripartenza dell’intera economia del nostro Paese.

L’ADATTAMENTO DEL MODELLO DI CONSUMO DELLE FAMIGLIE - In questo clima a tinte fosche gli italiani provano a guardare avanti, adeguando lo stile di consumo alle proprie capacità di reddito. Tutto questo con una capacità di adattamento in alcuni casi sorprendente e con il ricorso a strategie innovative per gestire il ridotto potere di acquisto. Si rinuncia al superfluo ma allo stesso tempo si mettono in campo energie nuove: fai da te dalla casa alla tavola, re-commerce e baratto, nuovi canali di acquisto (dai gruppi di acquisto solidale all’e-commerce), abiti rinnovati, coltivazione di un orto, si sfrutta la rete per trovare un passaggio in auto, vacanze con case scambiate con host trovati su internet. Si mettono in pratica attività che consentono di recuperare potere di acquisto da usare per ciò che ciascuno ritiene irrinunciabile.

La riconfigurazione degli stili di consumo riguarda anche il cibo (16% sul totale della spesa): si risparmia a tavola (-0,7% le vendite tendenziali di prodotti alimentari nel primo semestre 2014, che si aggiunge al -1,1% segnato nel 2013) ma non si rinuncia a tutto, poiché il cibo è comunque un attributo che ha grande centralità nella tradizione del nostro paese. Gli italiani hanno speso meno per cibi e bevande ma hanno messo in campo energie per salvaguardare il proprio benessere a tavola: la Consumer Survey sul Panel Nomisma indica che la crisi ha portato le famiglie a realizzare in casa ciò che prima si comprava molto più spesso al supermercato: 6 milioni di famiglie fanno pane, pizza, marmellate e conserve a casa. Non a caso, nell’ultimo anno, le vendite di farine sono cresciute in valore dell’8%. Tra le esternalità “positive” dell’austerità vi è la riduzione degli sprechi alimentari: il 62% delle famiglie dichiara di buttare meno cibi nella spazzatura, dato confermato anche dalla riduzione dei rifiuti (in termini pro-capite sono calati del -10% rispetto ai volumi pre-crisi). Tra le nuove strategie di economia domestica, si segnala la verifica del volantino delle promozioni prima di scegliere il punto vendita (35% le famiglie confrontano gli sconti prima di fare la spesa). Non a caso la quota di venduto in promozione continua a crescere: oggi è pari al 30%, quando nel 2000 era ferma al 18%. Anche le referenze vendute in promozione dalla grande distribuzione hanno fatto un balzo significativo: passando nello stesso periodo dal 7% al 13%. L’importanza della leva promozionale è chiara anche considerando la continua innovazione delle insegne nel trovare formule nuove, che lasciano libertà di scelta delle referenze su cui beneficiare dello sconto (molto usata la formula “scegli tu il tuo sconto”).

NON SOLO PREZZO MA ANCHE INTERESSE PER QUALITÀ E BENESSERE… MA COME E’ POSSIBILE? - Il prezzo non è però l’unico faro che guida gli acquisti, anzi. La spesa alimentare è diventata più selettiva ma non si rinuncia per questo alla qualità. I criteri di scelta per i prodotti alimentari privilegiano, accanto al prezzo, la ricerca di prodotti di chiara origine italiana: un italiano su tre sceglie cercando prima di tutto prodotti Made in Italy. Ma a tavola si salvaguarda soprattutto il benessere, innanzitutto attraverso comportamenti virtuosi: sono 4 milioni gli italiani coinvolti nella coltivazione di un orto o un terreno per passione. Alla base di tale tendenza vi è soprattutto la possibilità di consumare alimenti sani e genuini (motivazione indicata dal 60%), oltre che la possibilità di rilassarsi eliminando lo stress della vita quotidiana.

Tra le altre passioni esplose in tempo di crisi c’è sicuramente la cucina: negli ultimi 2-3 anni, il 67% degli italiani passa più tempo ai fornelli, sicuramente stimolati dalla food mania che dilaga su internet, nei blog e in tv. La testimonianza di questa passione per il cibo può essere misurata anche dalla diffusione dei tutorial presenti su internet, dove non solo è possibile trovare ricette, ma si impara anche a fare food design. L’importanza visiva in tempo di crisi è fondamentale: il cibo deve essere bello da vedere. Internet si trasforma così da strumento di comunicazione, conoscenza, socialità per touchscreener a luogo di apprendimento per nuovi appassionati del cibo.

L’alimentazione rimane quindi una delle leve fondamentali del “saper vivere”: nonostante i vincoli di bilancio si cerca comunque di mangiare bene. E’ alta l’attenzione per la salvaguardia del benessere a tavola, sensibilità accresciuta anche per il concomitante incremento della prevalenza di problemi di salute connessi con il cibo. La crescita a doppia cifra delle vendite di prodotti senza glutine (+32% nell’ultimo anno) e delle bevande vegetali (+29%) definisce in modo chiaro come intolleranze ed allergie rappresentino disturbi in grande ascesa.

LE SPIEGAZIONI DEL BIO BOOM - Ma la categoria di prodotto che più di altri è una esemplificazione della ricerca di benessere a tavola è il biologico. Non più segmento di nicchia, ma modello produttivo di grande successo: mentre l’economia italiana arranca, il bio vola. Dal 2005 è cresciuto in modo costante il valore delle vendite in iper e super di prodotti con marchio bio a peso imposto: in nemmeno un decennio il valore del bio è cresciuto del 220%.

Gli ultimi dati disponibili parlano chiaro: le vendite nella grande distribuzione nei primi 5 mesi del 2014 segnano un sorprendente +17%. Aumentano soprattutto le seguenti categorie: pasta, riso e sostituti del pane (+73%), “zucchero, caffè, bevande” (+37%), aceti (+23,5%), omogeneizzati (+21%), miele (+19%), ma non smettono di crescere neanche le categorie di prodotto più tradizionali - ortofrutta fresca (+11%), biscotti dolciumi e snack (+15%). Eclatante è il caso del miele: è biologico il 15% del miele che è stato venduto nella GDO nel 2013; ottimo risulta lo share anche delle uova bio (il 12% delle vendite della categoria), che pesano per l’8% del paniere bio complessivo. Vi sono poi categorie dove il bio è leader indiscusso: sono prevalentemente biologiche le composte di frutta e le gallette di riso, con quote superiori all’80%.

La GDO non è però il principale canale per il biologico: dei 2,3 miliardi di vendite interne realizzate nel 2013, copre “solo” il 27% del venduto in valore. I negozi specializzati (1.277 punti vendita in Italia, prevalentemente localizzati al centro-nord) sono il primo canale per il biologico, con vendite che nel 2013 ammontavano a poco più di 1 miliardo di euro (46% del totale). I negozi specializzati hanno compiuto un ulteriore balzo in avanti, facendo registrare un netto +12%. Non cresce solo il giro d’affari: ad aumentare è anche il numero di famiglie acquirenti. Il tasso di penetrazione, cioè la quota di famiglie che negli ultimi 12 mesi ha acquistato in almeno 1 occasione un prodotto alimentare a marchio bio, è salita dal 53% del 2012 al 59%. Questo significa che in corso d’anno 6 famiglie italiane su 10 (poco meno di 15 milioni di nuclei) hanno acquistato almeno 1 volta un prodotto biologico. In soli 2 anni, 1,7 milioni di nuclei familiari in più si sono avvicinati a tali prodotti e oggi il bio incide sul totale della spesa alimentare per oltre il 2% (solo 10 anni fa la quota era di qualche centesimo di punto percentuale).

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Assobio, Ismea e AC Nielsen.

L’Osservatorio SANA, curato per il terzo anno consecutivo da Nomisma, certifica che il biologico è un prodotto ormai di “largo consumo”, confermando che, anche in Italia, si va diffondendo un modello di consumo più attento al benessere individuale (sicurezza del cibo e dieta salutistica) e sostenibile per l’ambiente (ricorso a risorse rinnovabili e lotta al cambiamento climatico).

Il trend positivo è certamente favorito dall’offerta di prodotti bio. Gli assortimenti abbracciano ormai tutte le merceologie di prodotto: gli scaffali della distribuzione specializzata propongono mediamente 3/4.000 referenze bio; la GDO offre accanto alle grandi marche anche la propria private label bio a prezzi competitivi (300-400 referenze bio in ogni punto vendita, anche in funzione dell’insegna).

Ma come si spiega tutto questo successo per il bio?

Tanti sono i fattori. Certamente le caratteristiche del target di consumatori che attrae favoriscono la continua crescita. La propensione all’acquisto di prodotti a marchio biologico ha connotazioni chiare rispetto a molteplici fattori socio-economici e culturali. E’ più alto nelle famiglie con un reddito mensile familiare elevato (la propensione all’acquisto sale al 69%) e dove il responsabile degli acquisti ha un titolo di studio elevato (68%). Non vi sono solo fattori socio-economici ma anche alcuni stili di vita, come l’abitudine all’esercizio fisico (63%) e la pratica abituale della raccolta differenziata dei rifiuti (63%). Ma sono soprattutto gli stili alimentari a rappresentare una forte discriminante: vegetariani o vegani (78%), intolleranze ed allergie (63%) o, in generale, la presenza disturbi che impongono grande attenzione alla dieta (68%) sono fenomeni che esaltano l’interesse verso il bio.

Il successo del bio non si esaurisce nell’identikit del consumatore: la motivazione di acquisto è un’altra determinante che spinge in alto i consumi. La volontà di proporre cibi sicuri accresce l’interesse, soprattutto se in famiglia c’è un figlio in età pre-scolare (68%).

Tra i fattori di successo vi è certamente l’apprezzamento per le garanzie aggiuntive offerte dal marchio, nonché la qualità percepita rispetto al prodotto convenzionale. Se la motivazione che induce al primo acquisto è certamente la curiosità di provare un prodotto diverso (determinante prevalente per il 25% degli acquirenti), il ri-acquisto e la fedeltà al bio sono giustificati dalla garanzia di avere prodotti più sicuri per la salute, poiché privi di chimica di sintesi e pesticidi (motivazione d’acquisto più rilevante per il 70% degli acquirenti italiani). Ciò che assicura l’interesse è il giudizio sulla qualità: il 70% ritiene che i prodotti bio abbiano una qualità più elevata rispetto ai prodotti convenzionali. Il bio è quindi a pieno titolo una delle espressioni del Made in Italy di qualità.

SI FA PRESTO A DIRE CONSUMATORE BIO…. - Ricondurre il bio-consumatore ad un gruppo omogeneo di acquirenti è però riduttivo. I quasi 15 milioni di famiglie che acquistano bio possono essere segmentate in 3 target distinti.

Innanzitutto vi sono i “fedeli” al bio (27% degli acquirenti totali, 4 milioni di famiglie). Questo gruppo comprende gli appassionati dell’agricoltura biologica il cui il primo acquisto va collocato lontano nel tempo. I “fedeli” non acquistano bio spinti dalla moda ma perché consapevoli che il cibo è un fattore attivo per la protezione della salute. I “fedeli” sono consumatori frequenti (tutti i giorni o quasi portano prodotti bio in tavola) e quando possono mangiano bio anche fuori casa (oltre il 67% del target ha avuto una occasione di consumo away from home). Per la spesa scelgono soprattutto negozi specializzati perché offrono tutte le categorie di prodotto che cercano: il carrello bio è composto da referenze appartenenti a più di 10 categorie. I “fedeli” hanno stili di vita sostenibili: fanno sempre raccolta differenziata dei rifiuti e acquistano spesso direttamente dal produttore. Sono perlopiù famiglie giovani, tra i 30-40 anni, con figli piccoli in età pre-scolare, dove la quota di vegetariani o vegani è più alta della media (16% a fronte del 7% nella popolazione). 

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Fonte: Nomisma per Osservatorio SANA 2014.

Accanto agli appassionati, vi sono consumatori che si sono avvicinati al bio da meno tempo. Due sono i segmenti, attratti dal bio di recente, seppure per motivi diversi.

Il gruppo più ampio, le “new entry”, sono stati attratti dalle promozioni. Vedere sugli scaffali prodotti bio scontati ha scatenato la loro curiosità; le “new entry” infatti acquistano soprattutto in iper e super e concentrano l’interesse su un paniere di prodotti più limitato. Sono interessati soprattutto a succhi di frutta, miele, uova, marmellate. Il consumo è ancora poco frequente (2/3 volte al mese). Tale target è di grande interesse per consistenza: quasi 8 milioni di famiglie che hanno grande reattività alle promozioni.

Sempre tra i novizi del bio (acquistano da solo 2-3 anni) c’è il target degli “etici”. Si differenziano in modo profondo dal gruppo delle new entry, sia nella motivazione che per i canali di acquisto. Gli “etici” acquistano poiché il sistema produttivo che sta a monte al prodotto bio assicura il rispetto dell’ambiente. I comportamenti sostenibili del gruppo si riflettono anche nella scelta del canale: acquistano nei negozi specializzati ma non disdegnano gli acquisti diretti dal produttore, in mercatini o tramite gruppi di acquisto solidale. Il loro paniere di prodotti bio è vario, con grande interesse per olio di oliva, ortofrutta, pasta, bevande vegetali. Gli “etici” hanno un profilo ben definito: single, senza figli, giovani.

NUOVE PROSPETTIVE PER IL BIO - Quali trend è possibile attendersi per il bio nei prossimi anni? La sola segmentazione dei bio-consumatori rende evidente come il comparto abbia ancora ampi margini di crescita. Le previsioni di spesa delle famiglie acquirenti hanno un saldo tendenziale decisamente positivo e a questo si aggiunge la capacità di attrazione di nuovi consumatori. Il 32% di chi oggi non acquista è propenso alla sperimentazione, soprattutto nel caso di presenza di prodotto bio negli assortimenti dei negozi abituali o tra le marche preferite.

Tra i fattori di espansione anche l’away from home. L’interesse per il bio non si ferma, infatti solo al consumo domestico: la possibilità di consumare un pasto sano al di fuori delle mura di casa è uno stimolo alla nascita di una nuova offerta mirata per la ristorazione.

Se tra i fattori di ottimismo si inserisce il fatto che l’intera filiera biologica italiana gode di ottima salute, paiono davvero poche le nubi all’orizzonte . Superfici, produttori, punti vendita della distribuzione al dettaglio e della ristorazione mostrano tutti indicatori in crescita. Creare un’offerta distributiva uniforme su tutto il territorio è certamente un fattore a sostegno dell’ulteriore espansione.

Fondamentale sarà soprattutto l’esito del confronto sul nuovo Regolamento europeo del biologico (in vigore dal 2017); il quadro immaginato ha oggi sia luci che ombre, per cui è necessario introdurre modifiche che lo rendano uno strumento più concreto a sostegno della crescita reale del settore. Come altrettanto determinante sarà la capacità di sfruttare l’occasione di EXPO2015 per promuovere il bio Made in Italy nel mondo.

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I dati dell’Osservatorio SANA a cura di Nomisma e presentazione dei dati di SINAB e ISMEA

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I primi dati Wine Monitor sull’import mondiale di vino a metà 2014 evidenziano rallentamenti rispetto ai tassi di crescita degli anni precedenti. Tra i principali mercati, Germania, Cina, e Canada accusano cali anche significativi, sia nei valori che nei volumi dei vini importati. L’Italia cerca di mantenere le posizioni, anche perché sul fronte interno i consumi continuano inesorabilmente a calare.

Alla metà del 2014, i primi dati Wine Monitor sulle importazioni mondiali di vino evidenziano un rallentamento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’analisi svolta sui top 20 mercati per import di vino – i cui acquisti pesano per circa l’85% del totale mondiale – evidenzia un cambio di passo rispetto alle dinamiche di crescita che hanno caratterizzato gli anni passati. Anche se è troppo presto per fare considerazioni sull’intero anno, le stime relative alla prima metà del 2014 mostrano un calo nei valori complessivi di vini importati del 3,9% (misurati in euro) a fronte di una stabilità dei volumi (-0,1%). Vale però la pena ricordare che nel 2013 le quantità di vino commercializzate a livello mondiale sono state le più basse dell’ultimo triennio e che i tassi di crescita al I semestre di ogni anno in questo arco di tempo sono passati dal +8,5% del 2011 al +0,4% del 2013. Insomma, una sorta di rallentamento che dopo le corse all’import degli anni passati sembra quasi fisiologico.
Guardando alle singole tipologie“ spiega Denis Pantini, Direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma e Project leader di Wine Monitor “i cali più rilevanti in questo primo semestre riguardano i vini sfusi e i fermi imbottigliati, mentre per gli spumanti e frizzanti la crescita non sembra essersi fermata”.
Ovviamente non si tratta di una tendenza generalizzata. I cali principali riguardano la Cina (-15% nei valori di import in euro), il Canada (-12%), la Svizzera (-9%) e la Germania (-8%). Per quanto riguarda gli Stati Uniti la variazione è ridotta, mentre Giappone, Norvegia e Brasile all’opposto mettono a segno crescite anche a doppia cifra. 
Anche se questa diversità di direzione che sembra riguardare i singoli mercati non permette di tracciare un’interpretazione univoca del fenomeno, appare comunque evidente come dopo svariati anni di crescita delle importazioni, gli stessi mercati sembrino oggi tirare il fiato. Una “riflessione” che interessa in parte anche i vini italiani. 
In particolare” continua PantiniGermania (-10% in valore) e Canada (-12%) segnano una riduzione delle importazioni di vino italiano, mentre tiene sostanzialmente l’import degli Stati Uniti. Sul fronte opposto, Regno Unito (+9%) e Giappone (+12%). Cresce inoltre il valore dell’import di vino italiano in Scandinavia, soprattutto in Norvegia (+15%) grazie alle ottime performance di spumanti e vini in bag in box”.
La tenuta delle posizioni dei vini italiani nei principali mercati mondiali è fondamentale per la sostenibilità dell’intera filiera vitivinicola nazionale, soprattutto alla luce dei continui cali che si registrano nei consumi di vino sul mercato interno. 
Un approfondimento realizzato da Wine Monitor sui bilanci delle imprese vinicole italiane degli ultimi cinque anni ha infatti messo in luce come la redditività del settore (misurata in termini di ROI) sia fortemente correlata alle esportazioni. Nel corso del quinquennio considerato, il ROI delle imprese è risultato in sensibile calo nel 2009, anno di avvio della crisi e di riduzione dell’export di vino italiano, mentre ha mostrato dinamiche di crescita negli anni successivi, in un contesto di sviluppo delle esportazioni a fronte di un calo dei consumi a livello nazionale. Ad ulteriore testimonianza di tale legame, si pensi che tale indice assume valori più elevati all’aumentare della dimensione delle imprese (in termini di vendite) e diventa di segno negativo nelle aziende con fatturato inferiore ai 2 milioni di euro, per le quali i mercati esteri risultano generalmente più difficili da raggiungere.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Wine Monitor Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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Trento,  Palazzo Roccabruna, ore 16.30 - Nell'ambito del progetto Wine Monitor, in collaborazione con Nomisma, l’Osservatorio delle produzioni trentine della Camera di Commercio I.A.A. di Trento organizza un seminario per la presentazione di dati di mercato sul comparto enologico trentino.

Interventi a cura di Denis Pantini e Silvia Zucconi di Nomisma.

Programma

 

 

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Silvia Zucconi , Coordinatore Area Agroalimentare, partecipa al convegno “Alimenti che si prendono cura di noi la tradizione del biologico, l’innovazione nell’ortofrutta” che si terrà a Roma nel Salone dei Piceni presso il Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro (ore 17.00) con un intervento dal titolo “Numeri chiave della filiera biologica: dalla produzione al consumatore: Il ruolo dell’ortofrutta”.

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Paolo Bono, Economista Nomisma 
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L’agroalimentare è un asset strategico del Paese. Il processo di produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari coinvolge una rilevante porzione dell’economia italiana, rappresentandone il 13,2% degli occupati (3,3 milioni di lavoratori) e l’8,7% del PIL (119 miliardi di euro). La centralità delle imprese che operano nella filiera è immediatamente percepibile anche in virtù dei 76 miliardi di euro di retribuzioni annualmente sostenute, dei 23 miliardi di euro di investimenti e di un contributo erariale che, al netto dei contributi ricevuti dalle imprese, supera i 20 miliardi di euro.

Tante e fortemente integrate sono le imprese che operano nei diversi anelli della filiera: aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio, operatori della ristorazione.

A tali soggetti si affianca poi un importante indotto di imprese esterne alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali come trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi tecnici e beni strumentali per l’agricoltura e l’industria alimentare, servizi di comunicazione e promozione.

Considerando anche l’indotto generato, l’agroalimentare arriva a rappresentare il 13,9% del PIL italiano, un peso tra l’altro in tendenziale crescita dal 2008 in poi (in corrispondenza degli anni di crisi economica).

Questi numeri chiariscono la rilevanza socio-economica dell’agroalimentare. Tuttavia, la sostenibilità di tale valenza è messa a rischio da ritardi strutturali, legati sia al tessuto imprenditoriale che alle inefficienze del “Sistema Paese”, che limitano la competitività della filiera e ne frenano l’ulteriore sviluppo, nonostante un ampio potenziale ancora inespresso.

Tra le criticità del tessuto produttivo c’è anzitutto la ridotta dimensione delle imprese, cui si affianca un grado di concentrazione della fase distributiva non ancora allineato a quanto avviene nei principali paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Ciò contribuisce a mantenere elevato il numero di passaggi nella filiera e a ridurre la possibilità di raggiungere economie di scala utili alla riduzione dei costi di produzione.

Allo stesso tempo, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, buona parte del made in Italy alimentare richiede l’approvvigionamento di importanti produzioni agricole di base (come cereali, soia, carni bovine e suine, latte) dall’estero; fattore questo che sposta una parte rilevante del valore delle vendite alimentari al di fuori dei confini nazionali.

A queste peculiarità, si aggiungono gli effetti che derivano dai deficit infrastrutturali e dagli elevati costi «di sistema»; a titolo esemplificativo, le imprese italiane, tra cui quelle dell’agroalimentare, sostengono:

  • un costo del trasporto su gomma delle merci (1,59 €/km) superiore del 32% rispetto alle imprese spagnole (1,21 €/km), del 20% rispetto a quelle francesi (1,32 €/km) e del 18% rispetto a quelle tedesche (1,35 €/km);
  • un costo dell’energia elettrica (0,22 €/kWh) superiore del 70% alla media comunitaria (0,13 €/kWh).

Queste criticità strutturali, di filiera e di sistema, provocano un aggravio di costi che si ripercuote sia sulla competitività delle imprese che sulla formazione dei prezzi alimentari al consumo.

Con riguardo al primo aspetto, basti pensare all’enorme potenziale non ancora sfruttato sul fronte dell’accesso ai mercati esteri. Nonostante i buoni risultati degli ultimi anni, le esportazioni alimentari italiane sono meno della metà di quelle tedesche (rispettivamente 27 e 57 miliardi di euro). Allo stesso tempo, la propensione all’export dell’Italia in questo settore è decisamente inferiore a quella di tutti i principali competitor europei (21% per l’Italia, 23% per la Spagna, 25% per la Francia e 31% per la Germania).

Le difficoltà dell’agroalimentare nazionale nello sfruttare appieno l’indiscussa immagine e riconoscibilità del food made in Italy nel mondo (asset su cui la gran parte dei concorrenti europei non può contare) scaturiscono dalle criticità strutturali di filiera e di “sistema Paese” che, impattando sui costi di produzione e conseguentemente sul livello dei prezzi, limitano la competitività delle imprese italiane.

D’altronde, le stesse motivazioni aiutano a spiegare perché la gran parte del valore della spesa alimentare degli italiani serva a sostenere i costi di produzione, mentre una parte davvero marginale si riferisce agli utili delle imprese che, a vario titolo, operano all’interno della filiera.

Nel quadriennio 2008-2011, gli italiani hanno speso mediamente ogni anno 216 miliardi di euro per alimenti e bevande (comprendendo sia i consumi domestici che i cosiddetti consumi “fuori casa”). Di tale valore, solo poco più di 7 miliardi sono stati trattenuti, a titolo di utili, dalle imprese che operano nelle diverse fasi della filiera (figura 1).

La produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari richiede una serie di processi che contribuiscono alla formazione dei prezzi al consumo.

Una prima importante porzione del valore della spesa alimentare – 73,5 miliardi di euro – è funzionale a sostenere l’acquisto, da parte delle imprese della filiera, di beni e servizi da aziende appartenenti ad altri settori economici: ci si riferisce ad esempio ai servizi di trasporto e logistica, promozionali o ancora all’acquisizione di mezzi tecnici o beni funzionali al packaging dei prodotti agroalimentari.

È poi da considerare come il reperimento dei capitali di debito (spesso di origine bancaria) necessari all’attività delle imprese della filiera abbia un costo di circa 10 miliardi di euro. A tale somma vanno poi aggiunti ben 7 miliardi di euro destinati ad imprese estere per ripagare le importazioni nette (saldo negativo della bilancia commerciale) di prodotti agroalimentari.

A contribuire alla formazione dei prezzi alimentari sono anche i costi relativi agli investimenti realizzati dalle imprese agroalimentari (ammortamenti) e le imposte pagate da queste ultime all’Erario; queste due voci assorbono rispettivamente 22,5 e 20 miliardi di euro.

Quasi 76 dei 216 miliardi di euro sostenuti dalle famiglie italiane per consumi alimentari servono poi a ripagare il costo delle retribuzioni degli occupati nei vari anelli della filiera.

Figura 1 – Distribuzione dei consumi alimentari (in mrd €): media 2008-2011
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Fonte: Nomisma

In sintesi, ciò che è più interessante notare è che solo una parte minoritaria del valore dei consumi alimentari ha come beneficiari finali imprese e addetti della filiera agroalimentare: dei complessivi 216 miliardi di euro annualmente spesi, meno della metà e precisamente 83 miliardi di euro remunerano imprenditori (7 miliardi di euro di utili) e lavoratori (76 miliardi di euro di retribuzioni), a cui si aggiungono altri 23 miliardi di euro che servono a finanziare il rinnovo del capitale aziendale (ammortamenti) delle imprese operanti nella filiera.

La maggior parte del valore della spesa alimentare (51%) è destinata invece ad attori esterni alla filiera: imprese di altri settori economici (73,5 miliardi di euro), Stato (20 miliardi di euro), sistema finanziario (10 miliardi di euro) e imprese estere (7 miliardi di euro).

Rapportando la distribuzione dei consumi alimentari su ogni 100 euro di spesa, la residualità degli utili diviene ancora più chiara (figura 2). Più in dettaglio, destinatari e beneficiari finali di tale somma sono, nell’ordine:

  • addetti ed occupati nelle imprese della filiera (agricole, industriali, distributive, commerciali e della ristorazione), per un valore di 35 euro;
  • imprese di altri settori che con la filiera agroalimentare intrattengono relazioni commerciali (imprese di trasporto, logistica, di fornitura energetica, di packaging, ecc.), per un valore di 34 euro;
  • imprese della filiera agroalimentare tramite il rinnovo del proprio capitale aziendale (ammortamenti), per un valore di 11 euro;
  • Stato, a titolo di imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA) incassate, per un valore di 9 euro;
  • sistema finanziario, tramite le rendite incassate sui capitali erogati in prestito, per un valore di 5 euro;
  • imprese estere, per le esportazioni nette (al netto delle importazioni) verso l’Italia, per un valore di 3 euro;
  • imprenditori, tramite gli utili conseguiti, per un valore di 3 euro.

Figura 2 – Distribuzione per ogni 100 € di spesa alimentare: dinamica
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Fonte: Nomisma

Riassumendo, del prezzo pagato dai consumatori italiani per beni alimentari ben il 97% serve a ripagare i costi di produzione, mentre la somma di tutti gli utili conseguiti dalle imprese dei diversi anelli della filiera raggiunge appena il 3%. Se tale quota si è mantenuta piuttosto stabile nel corso degli anni, ciò che invece è emerso è stato il progressivo spostamento di valore al di fuori della filiera.

Se agli inizi del decennio scorso il costo dei beni e servizi realizzati da imprese di altri settori economici assorbiva il 22% della spesa alimentare, tale quota è salita al 29% nel triennio 2004-2006 e al 34% nel quadriennio 2008-2011. Tale progressione è in buona imputabile alla crescita dei costi per utenze, energia, trasporto e logistica, vale a dire costi direttamente o indirettamente riconducibili a gap infrastrutturali del sistema Paese.

Specularmente, sul totale della spesa alimentare delle famiglie perde peso la quota di valore che resta all’interno della filiera, e in particolare quella funzionale a remunerare i lavoratori, passata dal 38% nel periodo 2004-2006 al 35% nel quadriennio 2008-2011.

In questo quadro, l’acceso dibattito che spesso domina l’attenzione mediatica su “chi” e “quanto” guadagna all’interno della filiera agroalimentare non sembra trovare grande fondamento. Al di là della diversa capacità di creare utile nelle varie fasi della filiera, il dato di fatto più significativo è la marginale importanza di utili e di presunte “azioni speculative” nella formazione dei prezzi finali.

Questo perché il livello e l’andamento dei prezzi al consumo sono quasi interamente legati a quanto avviene sul fronte dei costi di produzione.

È quindi la riduzione dei costi il tema su cui concentrare l’attenzione, per creare nuovi spazi di reddito senza procurare un aggravio sul prezzo pagato dai consumatori. Tutto ciò è possibile, a patto però di mettere finalmente mano in maniera risoluta ai deficit strutturali che ancora oggi contraddistinguono imprese e “sistema Paese”. 

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Parma – Cibus, saletta Workshop, Padiglione 4, zona Sala Stampa, Fiere di Parma, ore 10.00.

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Mercoledì, 16 Aprile 2014 14:58

16 aprile 2014 - Vino e nuova PAC: cosa cambia?

Intervista esclusiva di Nomisma Wine Monitor a Paolo De Castro, Presidente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, sulle novità della nuova Politica Agricola Comune per il settore vitivinicolo

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Ersilia Di Tullio, Coordinatore Cooperazione Nomisma 
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A differenza dall’impresa capitalistica che persegue obiettivi di massimizzazione del capitale investito, la cooperativa ha un legame mutualistico con la propria base sociale e la sua mission consiste nella valorizzazione della remunerazione dell’apporto dei soci. Alla diversa natura dell’apporto (lavoro, acquisto di beni e servizi, conferimento di materia prima, ecc.) fanno fronte modelli organizzativi diversi, che consentono a questa forma di impresa di adattarsi ad ambiti territoriali e settoriali differenti.

Nonostante la diversa natura del beneficio ricercato, però, l’impresa cooperativa si muove sui medesimi binari dell’impresa di capitali nel perseguimento di obiettivi di efficienza e competitività e risente delle influenze del ciclo economico, particolarmente negativo nel corso degli ultimi anni. Quel che la mission mutualistica condiziona è la natura dei percorsi di sviluppo, adattamento e risposta individuati e intrapresi.

Un settore emblematico per l’analisi del comportamento delle imprese cooperative è certamente l’agroalimentare, nel quale questa forma di impresa riveste un ruolo nevralgico sia in termini di diffusione, che di valori economici generati. Le cooperative dell’agroalimentare incidono, infatti, per il 13% sul totale delle unità attive nel sistema cooperativo italiano (rappresentando il secondo settore dopo l’edilizia); inoltre contribuiscono con una quota pari al 24% al giro d’affari dell’industria alimentare.

La presenza di questa forma di impresa nel sistema agroalimentare ha profonde radici storiche ed ha portato alla creazione e sviluppo delle diverse tipologie di cooperativa, da quelle di lavoro, che si avvalgono in prevalenza delle prestazioni lavorative dei soci nello svolgimento della loro attività, a quelle di utenza, i cui soci sono acquirenti di beni e servizi offerti dalla cooperativa, ma soprattutto quelle di conferimento di materia prima da parte dei soci imprenditori agricoli. In quest’ultimo caso, infatti, la cooperazione è uno strumento che consente di rafforzare il profilo competitivo delle imprese agricole, pur salvaguardandone al tempo stesso l’autonomia operativa. L’impresa è intesa come una “proiezione a valle” degli stessi imprenditori agricoli per conto dei quali svolge le funzioni di concentrazione e aggregazione dell’offerta agricola, di trasformazione delle materie prime e di commercializzazione dei prodotti finali. Questo consente di recuperare valore aggiunto negli stadi a valle della filiera agroalimentare e di distribuirlo, secondo il principio mutualistico, ai soci agricoltori attraverso una più elevata remunerazione – rispetto al mercato – della materia prima conferita.

Un consolidato strumento di approfondimento ed analisi del fenomeno cooperativo nel sistema agroalimentare nazionale è l’Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana, promosso dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e dalle Organizzazioni di rappresentanza e tutela delle imprese cooperative dell’agroalimentare (Agci- Agrital, Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Unicoop).

Mancando fonti ufficiali di dati che descrivano le tendenze della cooperazione, l’Osservatorio produce elaborazioni originali, realizzando periodicamente rilevazioni dirette su campioni rappresentativi di imprese associate alle organizzazioni di rappresentanza della cooperazione. L’ultima indagine realizzata si è svolta tra fine febbraio e inizio marzo 2014, ha coinvolto 375 fra cooperative e imprese di capitali controllate da cooperative, che complessivamente esprimono un fatturato di oltre 9 miliardi di euro, pari a circa un quarto del giro d’affari dell’intera cooperazione agroalimentare associata. Pertanto le dinamiche che caratterizzano questo campione sono indicative delle tendenze generali, sebbene per le elevate dimensioni medie delle imprese (24,4 milioni di euro per impresa, poco più di 4 volte il valore medio nazionale) il campione costituisce una frangia “avanzata” della cooperazione agroalimentare.

Un primo dato strutturale che emerge con evidenza è che la cooperazione agroalimentare italiana conferma il forte legame con la propria base sociale. Questo legame è misurato attraverso il grado di mutualità che misura l’intensità dello scambio mutualistico e cioè l’attività svolta dall’impresa in favore dei propri soci (siano questi prestatori di lavoro, conferitori di beni o acquirenti di beni/servizi). Si tratta di un indicatore di estrema rilevanza poiché in relazione alla prevalenza dello scambio mutualistico (superiore al 50%) la cooperativa può accedere ai benefici fiscali previsti dalla legge.

Il grado di mutualità si attesta su valori elevati, pari all’83% (fig. 1); questo dato è in linea con i valori riscontrati dall’Osservatorio nei precedenti lavori, mantenendosi quindi costante nel tempo. Il fatto che si mantenga su percentuali elevate anche nelle cooperative di grandi dimensioni (78%) conferma che, anche nelle imprese più avanzate, il rapporto con il socio resta solido.

Fig. 1 – Mutualità nelle cooperative agroalimentari per dimensione di impresa
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Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese).

Questo dato offre una prima evidenza della diversità dell’impresa cooperativa rispetto ad un’impresa di capitali. Nel corso della crisi si è assistito nel nostro paese ad un calo dei consumi alimentari sia in valore che in volume. Per i comparti che non percorrono la via alternativa dell’esportazione, questo comporta una contrazione delle dimensioni del mercato e quindi la necessità di adeguare gli approvvigionamenti ed i livelli produttivi alle richieste della domanda. In queste condizioni un’impresa di capitali opta per la riduzione degli acquisti presso i propri fornitori di materia prima. Le cooperative viceversa, dato il rapporto mutualistico che le lega ai propri soci, non possono usare questa leva, ma ritirano tutta la materia prima che l’imprenditore agricolo conferisce. La collocazione certa della propria produzione, anche in tempi di crisi, è una garanzia di grande rilievo per il socio, ma allo steso tempo comporta una minore flessibilità del ciclo produttivo della cooperativa rispetto all’impresa di capitali.

L’analisi di alcuni altre variabili offre, inoltre, indicazioni sulle recenti tendenze delle cooperative agroalimentari (fig. 2). Le stime del preconsuntivo indicano un incremento del 2,4% del fatturato nel 2013 rispetto all’anno precedente, proseguendo la crescita del +4,5% registrato nel 2012/11. Se si esaminano le sole vendite sui mercati esteri (pari al 12% del fatturato nel 2013) il trend è più dinamico. Le esportazioni crescono del 7,4% nel 2013/12 e segnano un ulteriore miglioramento rispetto al già positivo andamento dell’ anno precedente. Si conferma quindi, come in gran parte dei settori, la maggiore vivacità della domanda estera rispetto a quella interna.

Se il fatturato registra un minore slancio rispetto agli anni precedenti, l’occupazione mostra una netta controtendenza, registrando un calo pari all’1,8% nel 2013/12, rispetto alla crescita dell’1,2% nel 2012/11.

Fig. 2 – Trend di fatturato, export ed occupazione
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Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

Questi dati mostrano come la lunga crisi economica stia indebolendo anche la cooperazione agroalimentare, che pure si avvantaggia di una doppia componente anticiclica.

La prima è legata alle tendenze dell’industria alimentare, che nel corso degli ultimi anni ha tenuto meglio rispetto ad altri settori manifatturieri, come indicano i dati di produzione industriale Istat elaborati da Federalimentare (-0,7% nel 2013/12 e -0,9% nel 2012/11 per l’alimentare rispetto a -2,9% e -6,5% per il manifatturiero negli stessi periodi). Il secondo elemento anticiclico è caratteristico, invece, dell’impresa cooperativa ed è legato alla sua propensione al presidio dei livelli produttivi e, quindi, alla salvaguardia dell’occupazione. La fuoriuscita di addetti dalle imprese del sistema cooperativo rappresenta, infatti, un fenomeno nuovo, mentre i dati generali relativi sia all’agricoltura che all’industria alimentare evidenziavano un trend di flessione già nell’annualità precedente (i dati grezzi dell’occupazione indicano un calo del 2,9% per l’agricoltura e dello 0,5% per l’industria alimentare nel 2013/12 e rispettivamente del 2,7% e del 0,6% nel 2012/11).

Concentrando, infine, l’attenzione sulle performance (fig. 3), le imprese del sistema cooperativo agroalimentare mostrano una sostanziale tenuta nel 2013. Pur registrandosi, infatti, un deterioramento dei margini operativi su una quota maggiore di imprese rispetto a quelle che dichiarano un miglioramento, le indicazioni di stabilità sono prevalenti. Inoltre esiste una capacità delle imprese di reggere l’erosione dei margini operativi, poiché una quota nettamente inferiore (pari al 17%) andrà incontro ad una perdita il bilancio, mentre prevale l’incidenza di quelle che chiuderanno in pareggio o in utile (rispettivamente 46% e 36%). In uno scenario di perdurante crisi, le cooperative non solo garantiscono ai propri soci il ritiro della materia prima agricola, ma sono in grado di mantenerne un’adeguata remunerazione. Fra le cooperative di conferimento, in un terzo dei casi si registra un incremento e nel 40% la stabilità dei prezzi di liquidazione della materia prima conferita dai soci, contro un 23% di cooperative che segnala contrazioni.

Nonostante i segnali di ripresa del ciclo economico inducano a guardare con maggiore ottimismo lo scenario futuro, le prospettive si confermano piuttosto deboli, anche per le imprese del sistema cooperativo italiano che non esprimono indicazioni di inversione del trend attuale. Il 51% delle imprese prevede, infatti, che il proprio fatturato resti stabile nel 2014, mentre le altre si distribuiscono omogeneamente fra chi prevede un calo ed un incremento, con una leggera prevalenza di queste ultime.

Fig. 3 – Cooperative agroalimentari: performance 2013 e previsioni del fatturato per il 2014

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*Risposte relative alle 238 cooperative di conferimento del campione di 375 imprese.
Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

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Pubblicato in Focus On Archivio

04-04-2014 – L’indagine Wine Trend Italia di Wine Monitor (condotta su 1200 consumatori) fa il punto sul consumo di vino per fascia d’età e individua le differenze nei comportamenti di consumo tra “nuove” e “vecchie” generazioni.

Nel 2013, 44 milioni di consumatori hanno avuto almeno una occasione di consumo di vino in casa e/o fuori casa (83% della popolazione italiana over 18 anni). Il tasso di penetrazione del vino nella popolazione italiana per fascia d’età è però molto diverso, così come cambia la frequenza di consumo di vino.

La fotografia scattata da Wine Monitor Nomisma è chiara: la quota di consumatori di vino è più alta nella fascia d’età 44-55 anni (nel 2013 l’88% ha consumato vino in almeno una occasione) mentre è più bassa tra i giovani (76% ha consumato vino in almeno 1 occasione).

In termini di frequenza, guidano invece gli over 55 anni: la quota di chi consuma vino “tutti i giorni o quasi” è pari al 41%. Il consumo giornaliero è molto più basso tra i giovani: tra i minori di 30 anni la quota di chi beve vino tutti i giorni si ferma al 16% mentre tra i 30-45 anni è di poco superiore al 20% (22,5%).

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Fonte: Wine trend Italia Survey - Winemonitor Nomisma

“L’età non è solo una chiave di lettura determinante per l’analisi dei comportamenti di consumo di vino” afferma Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor – “ ma anche per comprendere l’approccio al consumo. L’analisi evidenzia in modo chiaro che il consumo di vino nelle “vecchie” generazioni avviene soprattutto tra le mura domestiche (75% degli over 55 consuma soprattutto a casa a fronte di una quota pari al 40% tra i 18-30 anni) mentre tra i giovani il vino assume un ruolo più conviviale”. Il 35% dei giovani di età compresa tra 18 e 30 anni consuma vino soprattutto fuori casa, sia al ristorante (20%) che in wine bar/enoteche durante l’aperitivo (15%).

Alla luce di queste evidenze, appare sempre più chiaro come una “rivitalizzazione” del mercato italiano di vino (i cui consumi sono diminuiti di oltre 4 milioni di ettolitri in appena 5 anni) non può prescindere dalla puntuale comprensione di queste tendenze comportamentali.

“Il tracking delle determinanti della domanda delle nuove generazioni” continua Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor –“e, più in generale, di segmenti ancora “distanti” al vino è lo strumento fondamentale per capire come raccontare il vino e conquistare il pubblico”.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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