Mercoledì, 10 Settembre 2014 13:15

10 settembre 2014 - Tutti vogliono mangiare bio

Silvia Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare 
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Il modello di consumo alimentare è in bilico tra ricerca di convenienza, qualità e benessere.

IL CONTESTO - Il 2014 era atteso come l’anno dell’inversione di tendenza, dopo i timidi segnali di ripresa registrati nel primo trimestre. Ma il 2014, ormai è certo, non sarà l’anno di inizio di un nuovo corso.

La crisi sta lasciando segni profondi con pesanti effetti sull’economia e sugli equilibri sociali.

Vi sono dati che più di altri raccontano ciò che è accaduto nel nostro paese dalla fine del 2007, anno di inizio della crisi: il PIL è caduto di oltre 200 miliardi di euro, in gran parte a causa del crollo della domanda interna. Ma vi sono altri indicatori che con spietata evidenza mostrano le ripercussioni sulla situazione economica delle famiglie: 10 milioni di persone in povertà relativa, tasso di disoccupazione giovanile al 43%, 24% dei giovani è Neet (non ha né cerca un impiego né frequenta una scuola né un corso di formazione), 43% delle famiglie non è in grado di sostenere spese impreviste. Tutti indicatori che spiegano la perdita di 2700 euro pro capite di reddito disponibile rispetto al 2007.

L’Italia è quindi un paese profondamente impoverito in cui si sono enfatizzate le diseguaglianze, con un’ulteriore drammatica spaccatura tra i decili ad alto reddito e quelli a basso reddito (il 47% della ricchezza è nelle mani del 10% della popolazione). La ripresa dei consumi è condizione essenziale per la ripartenza dell’intera economia del nostro Paese.

L’ADATTAMENTO DEL MODELLO DI CONSUMO DELLE FAMIGLIE - In questo clima a tinte fosche gli italiani provano a guardare avanti, adeguando lo stile di consumo alle proprie capacità di reddito. Tutto questo con una capacità di adattamento in alcuni casi sorprendente e con il ricorso a strategie innovative per gestire il ridotto potere di acquisto. Si rinuncia al superfluo ma allo stesso tempo si mettono in campo energie nuove: fai da te dalla casa alla tavola, re-commerce e baratto, nuovi canali di acquisto (dai gruppi di acquisto solidale all’e-commerce), abiti rinnovati, coltivazione di un orto, si sfrutta la rete per trovare un passaggio in auto, vacanze con case scambiate con host trovati su internet. Si mettono in pratica attività che consentono di recuperare potere di acquisto da usare per ciò che ciascuno ritiene irrinunciabile.

La riconfigurazione degli stili di consumo riguarda anche il cibo (16% sul totale della spesa): si risparmia a tavola (-0,7% le vendite tendenziali di prodotti alimentari nel primo semestre 2014, che si aggiunge al -1,1% segnato nel 2013) ma non si rinuncia a tutto, poiché il cibo è comunque un attributo che ha grande centralità nella tradizione del nostro paese. Gli italiani hanno speso meno per cibi e bevande ma hanno messo in campo energie per salvaguardare il proprio benessere a tavola: la Consumer Survey sul Panel Nomisma indica che la crisi ha portato le famiglie a realizzare in casa ciò che prima si comprava molto più spesso al supermercato: 6 milioni di famiglie fanno pane, pizza, marmellate e conserve a casa. Non a caso, nell’ultimo anno, le vendite di farine sono cresciute in valore dell’8%. Tra le esternalità “positive” dell’austerità vi è la riduzione degli sprechi alimentari: il 62% delle famiglie dichiara di buttare meno cibi nella spazzatura, dato confermato anche dalla riduzione dei rifiuti (in termini pro-capite sono calati del -10% rispetto ai volumi pre-crisi). Tra le nuove strategie di economia domestica, si segnala la verifica del volantino delle promozioni prima di scegliere il punto vendita (35% le famiglie confrontano gli sconti prima di fare la spesa). Non a caso la quota di venduto in promozione continua a crescere: oggi è pari al 30%, quando nel 2000 era ferma al 18%. Anche le referenze vendute in promozione dalla grande distribuzione hanno fatto un balzo significativo: passando nello stesso periodo dal 7% al 13%. L’importanza della leva promozionale è chiara anche considerando la continua innovazione delle insegne nel trovare formule nuove, che lasciano libertà di scelta delle referenze su cui beneficiare dello sconto (molto usata la formula “scegli tu il tuo sconto”).

NON SOLO PREZZO MA ANCHE INTERESSE PER QUALITÀ E BENESSERE… MA COME E’ POSSIBILE? - Il prezzo non è però l’unico faro che guida gli acquisti, anzi. La spesa alimentare è diventata più selettiva ma non si rinuncia per questo alla qualità. I criteri di scelta per i prodotti alimentari privilegiano, accanto al prezzo, la ricerca di prodotti di chiara origine italiana: un italiano su tre sceglie cercando prima di tutto prodotti Made in Italy. Ma a tavola si salvaguarda soprattutto il benessere, innanzitutto attraverso comportamenti virtuosi: sono 4 milioni gli italiani coinvolti nella coltivazione di un orto o un terreno per passione. Alla base di tale tendenza vi è soprattutto la possibilità di consumare alimenti sani e genuini (motivazione indicata dal 60%), oltre che la possibilità di rilassarsi eliminando lo stress della vita quotidiana.

Tra le altre passioni esplose in tempo di crisi c’è sicuramente la cucina: negli ultimi 2-3 anni, il 67% degli italiani passa più tempo ai fornelli, sicuramente stimolati dalla food mania che dilaga su internet, nei blog e in tv. La testimonianza di questa passione per il cibo può essere misurata anche dalla diffusione dei tutorial presenti su internet, dove non solo è possibile trovare ricette, ma si impara anche a fare food design. L’importanza visiva in tempo di crisi è fondamentale: il cibo deve essere bello da vedere. Internet si trasforma così da strumento di comunicazione, conoscenza, socialità per touchscreener a luogo di apprendimento per nuovi appassionati del cibo.

L’alimentazione rimane quindi una delle leve fondamentali del “saper vivere”: nonostante i vincoli di bilancio si cerca comunque di mangiare bene. E’ alta l’attenzione per la salvaguardia del benessere a tavola, sensibilità accresciuta anche per il concomitante incremento della prevalenza di problemi di salute connessi con il cibo. La crescita a doppia cifra delle vendite di prodotti senza glutine (+32% nell’ultimo anno) e delle bevande vegetali (+29%) definisce in modo chiaro come intolleranze ed allergie rappresentino disturbi in grande ascesa.

LE SPIEGAZIONI DEL BIO BOOM - Ma la categoria di prodotto che più di altri è una esemplificazione della ricerca di benessere a tavola è il biologico. Non più segmento di nicchia, ma modello produttivo di grande successo: mentre l’economia italiana arranca, il bio vola. Dal 2005 è cresciuto in modo costante il valore delle vendite in iper e super di prodotti con marchio bio a peso imposto: in nemmeno un decennio il valore del bio è cresciuto del 220%.

Gli ultimi dati disponibili parlano chiaro: le vendite nella grande distribuzione nei primi 5 mesi del 2014 segnano un sorprendente +17%. Aumentano soprattutto le seguenti categorie: pasta, riso e sostituti del pane (+73%), “zucchero, caffè, bevande” (+37%), aceti (+23,5%), omogeneizzati (+21%), miele (+19%), ma non smettono di crescere neanche le categorie di prodotto più tradizionali - ortofrutta fresca (+11%), biscotti dolciumi e snack (+15%). Eclatante è il caso del miele: è biologico il 15% del miele che è stato venduto nella GDO nel 2013; ottimo risulta lo share anche delle uova bio (il 12% delle vendite della categoria), che pesano per l’8% del paniere bio complessivo. Vi sono poi categorie dove il bio è leader indiscusso: sono prevalentemente biologiche le composte di frutta e le gallette di riso, con quote superiori all’80%.

La GDO non è però il principale canale per il biologico: dei 2,3 miliardi di vendite interne realizzate nel 2013, copre “solo” il 27% del venduto in valore. I negozi specializzati (1.277 punti vendita in Italia, prevalentemente localizzati al centro-nord) sono il primo canale per il biologico, con vendite che nel 2013 ammontavano a poco più di 1 miliardo di euro (46% del totale). I negozi specializzati hanno compiuto un ulteriore balzo in avanti, facendo registrare un netto +12%. Non cresce solo il giro d’affari: ad aumentare è anche il numero di famiglie acquirenti. Il tasso di penetrazione, cioè la quota di famiglie che negli ultimi 12 mesi ha acquistato in almeno 1 occasione un prodotto alimentare a marchio bio, è salita dal 53% del 2012 al 59%. Questo significa che in corso d’anno 6 famiglie italiane su 10 (poco meno di 15 milioni di nuclei) hanno acquistato almeno 1 volta un prodotto biologico. In soli 2 anni, 1,7 milioni di nuclei familiari in più si sono avvicinati a tali prodotti e oggi il bio incide sul totale della spesa alimentare per oltre il 2% (solo 10 anni fa la quota era di qualche centesimo di punto percentuale).

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Assobio, Ismea e AC Nielsen.

L’Osservatorio SANA, curato per il terzo anno consecutivo da Nomisma, certifica che il biologico è un prodotto ormai di “largo consumo”, confermando che, anche in Italia, si va diffondendo un modello di consumo più attento al benessere individuale (sicurezza del cibo e dieta salutistica) e sostenibile per l’ambiente (ricorso a risorse rinnovabili e lotta al cambiamento climatico).

Il trend positivo è certamente favorito dall’offerta di prodotti bio. Gli assortimenti abbracciano ormai tutte le merceologie di prodotto: gli scaffali della distribuzione specializzata propongono mediamente 3/4.000 referenze bio; la GDO offre accanto alle grandi marche anche la propria private label bio a prezzi competitivi (300-400 referenze bio in ogni punto vendita, anche in funzione dell’insegna).

Ma come si spiega tutto questo successo per il bio?

Tanti sono i fattori. Certamente le caratteristiche del target di consumatori che attrae favoriscono la continua crescita. La propensione all’acquisto di prodotti a marchio biologico ha connotazioni chiare rispetto a molteplici fattori socio-economici e culturali. E’ più alto nelle famiglie con un reddito mensile familiare elevato (la propensione all’acquisto sale al 69%) e dove il responsabile degli acquisti ha un titolo di studio elevato (68%). Non vi sono solo fattori socio-economici ma anche alcuni stili di vita, come l’abitudine all’esercizio fisico (63%) e la pratica abituale della raccolta differenziata dei rifiuti (63%). Ma sono soprattutto gli stili alimentari a rappresentare una forte discriminante: vegetariani o vegani (78%), intolleranze ed allergie (63%) o, in generale, la presenza disturbi che impongono grande attenzione alla dieta (68%) sono fenomeni che esaltano l’interesse verso il bio.

Il successo del bio non si esaurisce nell’identikit del consumatore: la motivazione di acquisto è un’altra determinante che spinge in alto i consumi. La volontà di proporre cibi sicuri accresce l’interesse, soprattutto se in famiglia c’è un figlio in età pre-scolare (68%).

Tra i fattori di successo vi è certamente l’apprezzamento per le garanzie aggiuntive offerte dal marchio, nonché la qualità percepita rispetto al prodotto convenzionale. Se la motivazione che induce al primo acquisto è certamente la curiosità di provare un prodotto diverso (determinante prevalente per il 25% degli acquirenti), il ri-acquisto e la fedeltà al bio sono giustificati dalla garanzia di avere prodotti più sicuri per la salute, poiché privi di chimica di sintesi e pesticidi (motivazione d’acquisto più rilevante per il 70% degli acquirenti italiani). Ciò che assicura l’interesse è il giudizio sulla qualità: il 70% ritiene che i prodotti bio abbiano una qualità più elevata rispetto ai prodotti convenzionali. Il bio è quindi a pieno titolo una delle espressioni del Made in Italy di qualità.

SI FA PRESTO A DIRE CONSUMATORE BIO…. - Ricondurre il bio-consumatore ad un gruppo omogeneo di acquirenti è però riduttivo. I quasi 15 milioni di famiglie che acquistano bio possono essere segmentate in 3 target distinti.

Innanzitutto vi sono i “fedeli” al bio (27% degli acquirenti totali, 4 milioni di famiglie). Questo gruppo comprende gli appassionati dell’agricoltura biologica il cui il primo acquisto va collocato lontano nel tempo. I “fedeli” non acquistano bio spinti dalla moda ma perché consapevoli che il cibo è un fattore attivo per la protezione della salute. I “fedeli” sono consumatori frequenti (tutti i giorni o quasi portano prodotti bio in tavola) e quando possono mangiano bio anche fuori casa (oltre il 67% del target ha avuto una occasione di consumo away from home). Per la spesa scelgono soprattutto negozi specializzati perché offrono tutte le categorie di prodotto che cercano: il carrello bio è composto da referenze appartenenti a più di 10 categorie. I “fedeli” hanno stili di vita sostenibili: fanno sempre raccolta differenziata dei rifiuti e acquistano spesso direttamente dal produttore. Sono perlopiù famiglie giovani, tra i 30-40 anni, con figli piccoli in età pre-scolare, dove la quota di vegetariani o vegani è più alta della media (16% a fronte del 7% nella popolazione). 

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Fonte: Nomisma per Osservatorio SANA 2014.

Accanto agli appassionati, vi sono consumatori che si sono avvicinati al bio da meno tempo. Due sono i segmenti, attratti dal bio di recente, seppure per motivi diversi.

Il gruppo più ampio, le “new entry”, sono stati attratti dalle promozioni. Vedere sugli scaffali prodotti bio scontati ha scatenato la loro curiosità; le “new entry” infatti acquistano soprattutto in iper e super e concentrano l’interesse su un paniere di prodotti più limitato. Sono interessati soprattutto a succhi di frutta, miele, uova, marmellate. Il consumo è ancora poco frequente (2/3 volte al mese). Tale target è di grande interesse per consistenza: quasi 8 milioni di famiglie che hanno grande reattività alle promozioni.

Sempre tra i novizi del bio (acquistano da solo 2-3 anni) c’è il target degli “etici”. Si differenziano in modo profondo dal gruppo delle new entry, sia nella motivazione che per i canali di acquisto. Gli “etici” acquistano poiché il sistema produttivo che sta a monte al prodotto bio assicura il rispetto dell’ambiente. I comportamenti sostenibili del gruppo si riflettono anche nella scelta del canale: acquistano nei negozi specializzati ma non disdegnano gli acquisti diretti dal produttore, in mercatini o tramite gruppi di acquisto solidale. Il loro paniere di prodotti bio è vario, con grande interesse per olio di oliva, ortofrutta, pasta, bevande vegetali. Gli “etici” hanno un profilo ben definito: single, senza figli, giovani.

NUOVE PROSPETTIVE PER IL BIO - Quali trend è possibile attendersi per il bio nei prossimi anni? La sola segmentazione dei bio-consumatori rende evidente come il comparto abbia ancora ampi margini di crescita. Le previsioni di spesa delle famiglie acquirenti hanno un saldo tendenziale decisamente positivo e a questo si aggiunge la capacità di attrazione di nuovi consumatori. Il 32% di chi oggi non acquista è propenso alla sperimentazione, soprattutto nel caso di presenza di prodotto bio negli assortimenti dei negozi abituali o tra le marche preferite.

Tra i fattori di espansione anche l’away from home. L’interesse per il bio non si ferma, infatti solo al consumo domestico: la possibilità di consumare un pasto sano al di fuori delle mura di casa è uno stimolo alla nascita di una nuova offerta mirata per la ristorazione.

Se tra i fattori di ottimismo si inserisce il fatto che l’intera filiera biologica italiana gode di ottima salute, paiono davvero poche le nubi all’orizzonte . Superfici, produttori, punti vendita della distribuzione al dettaglio e della ristorazione mostrano tutti indicatori in crescita. Creare un’offerta distributiva uniforme su tutto il territorio è certamente un fattore a sostegno dell’ulteriore espansione.

Fondamentale sarà soprattutto l’esito del confronto sul nuovo Regolamento europeo del biologico (in vigore dal 2017); il quadro immaginato ha oggi sia luci che ombre, per cui è necessario introdurre modifiche che lo rendano uno strumento più concreto a sostegno della crescita reale del settore. Come altrettanto determinante sarà la capacità di sfruttare l’occasione di EXPO2015 per promuovere il bio Made in Italy nel mondo.

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I dati dell’Osservatorio SANA a cura di Nomisma e presentazione dei dati di SINAB e ISMEA

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Trento,  Palazzo Roccabruna, ore 16.30 - Nell'ambito del progetto Wine Monitor, in collaborazione con Nomisma, l’Osservatorio delle produzioni trentine della Camera di Commercio I.A.A. di Trento organizza un seminario per la presentazione di dati di mercato sul comparto enologico trentino.

Interventi a cura di Denis Pantini e Silvia Zucconi di Nomisma.

Programma

 

 

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Silvia Zucconi , Coordinatore Area Agroalimentare, partecipa al convegno “Alimenti che si prendono cura di noi la tradizione del biologico, l’innovazione nell’ortofrutta” che si terrà a Roma nel Salone dei Piceni presso il Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro (ore 17.00) con un intervento dal titolo “Numeri chiave della filiera biologica: dalla produzione al consumatore: Il ruolo dell’ortofrutta”.

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Bologna- Nell’ambito del convegno "Ambiti di occupazione in Medicina Veterinaria" organizzato dalla Federazione Nazionale Ordini Veterinari Silvia Zucconi ed Evita Gandini presentano i risultati dello studio “La professione medico veterinaria: prospettive future”. Il convegno si terrà nell’ambito della Mostra Internazionale al servizio della sanità e dell’assistenza - ExpoSanità  dalle 9.30 alle 13.15 nella Sala Verdi - Centro Servizi (piano terra) – Fiera di Bologna.

Programma

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11-04-2014 – Bologna. Domani 12 aprile 2014 sarà presentata a Firenze, durante il Consiglio Nazionale FNOVI, la nuova pubblicazione, curata da Nomisma per la Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI) dal titolo: LA PROFESSIONE MEDICO VETERINARIA: PROSPETTIVE FUTURE.

Per la prima volta il percorso di studio analizza le esigenze dei soggetti datoriali che possono dare impiego al medico veterinario (libera professione, imprese, associazioni di produttori, consorzi, enti pubblici, ricerca) attraverso un approccio metodologico unico ed originale. Sono state realizzate due indagini: la prima sui medici veterinari liberi professionisti (1.691 interviste) e la seconda sulle altre categorie di employer (502 interviste telefoniche e 18 interviste in profondità).

Gli obiettivi dello studio di Nomisma sono molteplici: fotografare lo scenario attuale per la professione, tracciare le linee di sviluppo di medio-lungo periodo, delineare i possibili percorsi di cambiamento che il medico veterinario dovrà mettere in campo e soprattutto individuare l’identikit delle competenze formative e professionali necessarie per soddisfare le esigenze del mercato occupazionale.
Porre l’accento sui bisogni di chi offre lavoro ai medici veterinari significa anche individuare il profilo del medico veterinario richiesto dal mercato in un orizzonte temporale futuro, offrendo così le suggestioni utili per supportare la costruzione delle competenze più idonee già nella fase più cruciale del percorso formativo del medico veterinario, l’università.

PERCHÉ GUARDARE AL FUTURO E PERCHÉ COMPRENDERE I FABBISOGNI DEL MERCATO OCCUPAZIONALE?

Innanzitutto perché il numero dei medici veterinari in Italia è più che raddoppiato in nemmeno 20 anni: nel 1995 gli iscritti agli Ordini erano 13.340 mentre oggi sono 30.415 (+128%). Ma la crescita di per sé non spiega le sole trasformazioni demografiche della professione.

Ci sono altri fattori di analisi che devono entrare nel campo di osservazione per leggere le trasformazioni demografiche della professione:

•la quota di iscritte femmine (è passata dal 22% nel 1995 al 42% nel 2013);

•l’incidenza delle iscritte femmine nel 2013 raggiunge il 65% tra i medici veterinari iscritti agli Ordini da “meno di 5 anni” mentre è pari al 29% tra quelli iscritti “da più di 10 anni”;

•la concentrazione della crescita degli iscritti nella fascia dei più giovani (+135% dal 2009 al 2013 nella fascia di età 24-34 anni a fronte di un +5% nella fascia 35-50 e un +9% negli over 50);

•il rapporto tra numero di medici veterinari e popolazione (VET ratio) è il più alto d’Europa (+48% tra il 1999 e il 2013);  

•l’ambito di attività prevalente per il medico veterinario è la libera professione (77%); il 15% è dipendente delle Aziende sanitarie locali. Solo il 2% è occupato presso imprese (food, feed, farmaceutiche) o associazioni del mondo produttivo.

L’elemento che impone di guardare ai fabbisogni e alle trasformazioni future del mercato occupazionale emerge dalla motivazione della scelta della libera professione: per il 23% dei liberi professionisti tale ambito di carriera è una scelta obbligata; se si valuta l’opinione dei giovani medici veterinari (fino a 35 anni) tale quota sale fino a raggiungere il 40%. L’interpretazione di tale dato non può essere ricondotta solo al tasso di disoccupazione giovanile che sta caratterizzando gli anni della lunga crisi economica, ma va anche collegato allo scollamento complessivo della possibilità di competere negli ambiti professionali e alle aspirazioni a monte dell’accesso universitario, legate soprattutto agli animali d’affezione che vedono, di fatto, la libera professione come l’unica opportunità professionale. 

Le opportunità legate all’ambito della libera professione sono complessivamente stabili, se non negative, tanto che i medici veterinari segnalano:

•Decremento (36%), o nella migliore delle ipotesi stabilità (40%) del proprio giro d’affari nel 2030;

•Di non avere in previsione nessun coinvolgimento del numero di medici veterinari coinvolti nella propria attività professionale (lo segnala il 73%).

L’opinione del medici veterinari non è complessivamente negativa solo per la propria attività, ma riguarda l’intera categoria professionale tanto è vero che il 58% ritiene che tra 15 anni il numero di medici veterinari in Italia sarà inferiore rispetto a quanto accade oggi. 

QUALI SONO LE VALUTAZIONI ESPRESSE SULLA PROFESSIONE DALLE ALTRE CATEGORIE DI EMPLOYER (IMPRESE, ASSOCIAZIONI DI PRODUTTORI, CONSORZI, ENTI PUBBLICI, RICERCA)?

Le attese degli employer per il 2030 sono più positive: il 65% prevede che, rispetto ad oggi, il numero di medici veterinari impiegati stabilmente sarà stabile (40%) o in crescita (25%). Tale quota sale al 73% nel caso delle imprese (food, feed, farmaceutiche). 

Ma quali saranno le competenze più richieste dagli employer per la figura del medico veterinario? Igiene e sicurezza degli alimenti (segnalata dal 51% delle imprese), qualità degli alimenti (38%), ma anche clinica e chirurgia degli animali d’affezione (38%) e benessere e nutrizione animale (15%). Anche le competenze complementari alla medicina veterinaria sono determinanti, sia dal punto di vista degli employer che degli stessi medici veterinari: innanzitutto competenze manageriali, conoscenze delle lingue straniere, capacità di negoziazione e comunicazione.

Per intercettare tali opportunità future servono cambiamenti, a partire dalla necessità di innovazione nell’attuale percorso formativo proposto in ambito universitario: solo il 5% degli employer lo ritiene completamente adeguato rispetto a quelle che saranno le esigenze del mercato occupazionale dei prossimi 15 anni. Infatti il 35% dichiara che è necessario un cambiamento profondo dell’università e il 50% ritiene comunque necessarie alcune correzioni. E un giudizio severo proviene dagli stessi universitari (il 30% ritiene opportuni adeguamenti e il 20% preferisce non rispondere). Alla stessa domanda non risparmiano critiche nemmeno i medici veterinari: il 78% dei liberi professionisti segnalano la necessità di trasformazione del percorso universitario per soddisfare le esigenze future del mercato.

INDAGINE EMPLOYER - CONSIDERANDO LE CARATTERISTICHE DEL MERCATO OCCUPAZIONALE DEI PROSSIMI 15 ANNI, SECONDO LEI, L’ATTUALE FORMAZIONE UNIVERSITARIA SARÀ ADEGUATA?

Fonte: indagine EMPLOYER Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

 

QUALI SONO GLI AMBITI PROFESSIONALI DOVE SONO PREVISTE LE PRINCIPALI OPPORTUNITÀ PROFESSIONALI PER IL MEDICO VETERINARIO?

Sia i medici veterinari che gli employer sono d’accordo: sarà innanzitutto l’industria alimentare che maggiormente potrà incrementare il numero di medici veterinari impiegati stabilmente nel 2030.

In particolare gli employer dichiarano un incremento del numero nell’ambito dell’igiene e sicurezza degli alimenti (55%), qualità degli alimenti (52%), ma anche gestione degli allevamenti (30%). Un altro ambito d’interesse per la professione potrà essere quello della protezione ambientale (sicuramente in crescita per il 30%).

Ma vi sono alcuni importanti campanelli d’allarme da non trascurare.

Tra le motivazione della mancanza di coinvolgimento del medico veterinario da parte delle imprese food, feed, farmaceutiche non vi è solo la mancanza di necessità di tale profilo in senso generale (32%) o una esigenza solo occasionale (32%), ma, quel che più deve preoccupare, è la preferenza espressa dalle imprese verso altre figure (agronomi, biologi, tecnologi alimentari, …) con competenze ritenute più adeguate (20%) o con costi più bassi (4%).

QUALI SONO I MOTIVI PER CUI L’IMPRESA NON COINVOLGE MEDICI VETERINARI?

 

 Fonte: indagine Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

“Ciò che rende unico il percorso di studio realizzato da Nomisma per il nostro settore è lo sguardo degli altri. Qui si parla di noi, medici veterinari, ma per la prima volta a farlo sono anche gli altri” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “Ora il medico veterinario ha uno strumento per capire chi siamo per il “mondo del lavoro”, quanto ha bisogno della nostra professione e soprattutto quanto siamo preparati a rispondere o a stimolare la domanda di professionalità veterinarie.”

“Con questo studio FNOVI ha voluto porre al centro uno strumento innovativo che contribuisca a comprendere come il medico veterinario può restare competitivo e come può conquistare nuovi sbocchi occupazionali” continua Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI.

“Il più grave errore di cui la professione medico veterinaria deve urgentemente liberarsi” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “è di essersi cullata in una immagine di se stessa falsata da inquinamenti demagogici, indotti da una mitologia ingannevole cha ha creato un medico veterinario immaginario, che non serve, che nessuno cerca, che nessuno fa lavorare. Una ingannevole rappresentazione a danno di studenti, clienti/utenti della nostra Categoria. Idealizzare procura danni e i primi a subire i contraccolpi dell’idealizzazione sono i giovani iscritti, costretti a rinunciare di colpo al sogno, a cedere al ricatto di ribassare la propria professionalità fino a snaturarla e a sprofessionalizzarla, tanto nel pubblico come nel privato.”

“Questa pubblicazione e i suoi risultati devono divenire allora uno strumento attorno al quale decisori, politici, amministratori, operatori economici, media, opinione pubblica dovranno ragionare, con l’obiettivo di correggere lo strabismo che in tutti in questi anni ha fatto sì che i Medici Veterinari e “il resto del mondo” si guardassero con lenti sfuocate.”

       

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04-04-2014 – L’indagine Wine Trend Italia di Wine Monitor (condotta su 1200 consumatori) fa il punto sul consumo di vino per fascia d’età e individua le differenze nei comportamenti di consumo tra “nuove” e “vecchie” generazioni.

Nel 2013, 44 milioni di consumatori hanno avuto almeno una occasione di consumo di vino in casa e/o fuori casa (83% della popolazione italiana over 18 anni). Il tasso di penetrazione del vino nella popolazione italiana per fascia d’età è però molto diverso, così come cambia la frequenza di consumo di vino.

La fotografia scattata da Wine Monitor Nomisma è chiara: la quota di consumatori di vino è più alta nella fascia d’età 44-55 anni (nel 2013 l’88% ha consumato vino in almeno una occasione) mentre è più bassa tra i giovani (76% ha consumato vino in almeno 1 occasione).

In termini di frequenza, guidano invece gli over 55 anni: la quota di chi consuma vino “tutti i giorni o quasi” è pari al 41%. Il consumo giornaliero è molto più basso tra i giovani: tra i minori di 30 anni la quota di chi beve vino tutti i giorni si ferma al 16% mentre tra i 30-45 anni è di poco superiore al 20% (22,5%).

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Fonte: Wine trend Italia Survey - Winemonitor Nomisma

“L’età non è solo una chiave di lettura determinante per l’analisi dei comportamenti di consumo di vino” afferma Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor – “ ma anche per comprendere l’approccio al consumo. L’analisi evidenzia in modo chiaro che il consumo di vino nelle “vecchie” generazioni avviene soprattutto tra le mura domestiche (75% degli over 55 consuma soprattutto a casa a fronte di una quota pari al 40% tra i 18-30 anni) mentre tra i giovani il vino assume un ruolo più conviviale”. Il 35% dei giovani di età compresa tra 18 e 30 anni consuma vino soprattutto fuori casa, sia al ristorante (20%) che in wine bar/enoteche durante l’aperitivo (15%).

Alla luce di queste evidenze, appare sempre più chiaro come una “rivitalizzazione” del mercato italiano di vino (i cui consumi sono diminuiti di oltre 4 milioni di ettolitri in appena 5 anni) non può prescindere dalla puntuale comprensione di queste tendenze comportamentali.

“Il tracking delle determinanti della domanda delle nuove generazioni” continua Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor –“e, più in generale, di segmenti ancora “distanti” al vino è lo strumento fondamentale per capire come raccontare il vino e conquistare il pubblico”.

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Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
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Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, Wine Monitor Nomisma torna a presentare i numeri sul vino biologico. Crescita delle superfici investite (+81% tra il 2003 e il 2012), ottime performance nell’export, crescita dei consumi.

Bologna 01-04-2014 – Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, il vino biologico è in grande “fermento”. In Italia, nel 2012 (ultimo dato disponibile), l’8% degli ettari vitati è biologico (a fronte di una media mondiale del 4%); in valore assoluto l’Italia è al terzo posto in Europa: con poco più 57mila ettari vitati bio (+8,6% rispetto al 2011 e +81% rispetto al 2003), l’Italia è superata solo da Spagna (81 mila ettari, +394% rispetto al 2003) e Francia (65 mila ettari, +299%). A livello regionale guidano Sicilia (16.144 ettari), Puglia (10.173 ettari) e Toscana (5.887 ettari).
Anche le vendite di vino bio crescono: la GDO segna +4% a volume rispetto al 2012 (a fronte di -6,5% per il totale della categoria vino - fonte: IRI - www.iriworldwide.it). Ma la GDO non è il canale privilegiato per il bio e quindi il vero dato che rivela l’interesse per il vino bio è il tasso di penetrazione.
Wine Trend Italia, la survey di Wine Monitor Nomisma sul consumatore italiano, indica che nel 2013 l’11,6% degli italiani ha consumato vino bio in almeno in un’occasione (la precedente indagine Wine Monitor aveva segnalato che nel 2012 il tasso di penetrazione era pari al 2%). In particolare, il 6,4% ha acquistato una bottiglia di vino bio certificato nei negozi e il 5,2% lo ha consumato fuori casa in ristoranti ed enoteche.

In crescita il numero di consumatori di vino bio certificato
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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

La percezione sulla qualità del vino bio rispetto al vino convenzionale
La nuova normativa sul vino bio ha contribuito inoltre a cogliere un altro importante risultato, incrementando il potenziale di mercato di questo segmento.
Il 43% dei consumatori ritiene che il vino biologico certificato abbia qualità superiori rispetto agli altri vini convenzionali. Questa percentuale sale al 59% tra gli acquirenti di vino bio e al 49% tra chi ha consumato vino bio in enoteche/bar/ristoranti. Questo risultato evidenzia, non solo un grande apprezzamento della qualità del vino bio tra i consumatori, ma anche una percezione estremamente positiva tra chi non lo consuma.

Quali percorsi di crescita per il vino bio nel mercato interno?
Per i prossimi anni le strade per cogliere le opportunità del vino bio nel mercato italiano sono tante. Da un lato, occorre implementare strategie di comunicazione che sappiano in modo semplice valorizzare le virtù del vino bio e dall’altro occorre proseguire la strada del maggior presidio nella GDO e nei pdv specializzati per favorire il primo acquisto e superare le potenziali barriere d’accesso per il consumatore.
I numeri della Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor suggeriscono proprio questa strada. Il 18,8% dei consumatori, che nel 2013 hanno bevuto in almeno un’ occasione vini bio fuori casa, dichiara che, pur non essendo presenti i vini bio negli assortimenti dei negozi abitualmente frequentati, sarebbero interessati ad acquistarli. Ma le maggiori opportunità di allargamento della domanda arrivano proprio dagli attuali non consumatori (88,4% del totale): il 10% degli attuali non consumatori si dichiara disposto ad acquistare vini bio qualora le referenze fossero presenti nei punti vendita frequentati.

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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

 

Il vino biologico negli Stati Uniti
Il vino è il prodotto agroalimentare italiano più esportato nel mondo (5 miliardi di euro di export nel 2013, +7,3% rispetto al 2012). Uno dei più importanti mercati di destinazione del vino italiano sono gli Stati Uniti, dove l’import totale di vino dall’Italia ha raggiunto 1,1 miliardi di euro e dove rispetto a tale valore anche il vino biologico ha dato il suo contributo.
Nel 2013 gli Stati Uniti hanno importato vino biologico per complessivi 193 milioni di euro, un valore che rappresenta il 5,2% delle importazioni di vino imbottigliato degli Stati Uniti. Il 46,1% delle importazioni afferisce a vini rossi; un ulteriore 32,7% a quelli bianchi ed il restante 21,2% ai vini frizzanti.

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Fonte: Wine Monitor Nomisma.

L’analisi condotta per area geografica evidenzia come l’Italia (56 milioni di euro di vino bio) sia stata, dopo la Francia (65 milioni di euro), il più importante paese di provenienza dei vini biologici importati dagli Stati Uniti. In altri termini, il 33,7% dell’import in valore è riconducibile a vini francesi mentre la quota dell’Italia è di poco inferiore, pari al 29,3%. Tra gli altri competitors si segnalano, con quote molto più contenute, anche la Nuova Zelanda (7,6%) e la Spagna (7,5%). Infine poco più di un quinto delle importazioni (21,9%) si è ripartito tra un’altra trentina di paesi.

All’interno delle singole categorie di prodotto la Francia presidia saldamente (35,9% dell’import a valore) il segmento dei vini rossi, che è anche quello economicamente più rilevante (88,8 milioni di euro). Anche in questo segmento l’Italia è l’unico vero competitor del paese transalpino con il 26,2% dell’import di vino bio (gli USA importano 23 milioni di euro di vino rosso bio dall’Italia). Nel caso dei vini bianchi è invece il nostro paese a detenere la leadership delle importazioni (30,6%), davanti a Nuova Zelanda (21,7%) e Francia (17,5%).
La competizione tra Francia e Italia è particolarmente viva nella categoria dei vini frizzanti (che comprendono anche gli spumanti) dove il 54% dell’import di vino bio è riconducibile a vini francesi ed il 34,2% a quelli italiani. Congiuntamente i due paesi detengono l’88,2% delle importazioni, lasciando a pochi altri produttori le quote residuali dei flussi diretti verso gli Stati Uniti.
In prospettiva, le opportunità di sviluppo delle vendite oltreoceano di vini biologici sono molto positive. Negli Stati Uniti l’interesse nei confronti delle produzioni ottenute con metodi sostenibili, e di quelle biologiche in particolare, è in continua crescita e i vini italiani biologici hanno tutte le carte in regola per rafforzare la propria presenza in questo paese.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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