Bologna, Sala Incontri Nomisma, ore 17:30 - Dopo lo storico voto del referendum, quali sono le prossime tappe del divorzio tra Regno Unito e Unione Europea? In cosa consiste l'ormai celebre articolo 50 del Trattato di Lisbona? Come si muoveranno le autorità di regolazione bancaria? Quali decisioni prenderà la Scozia? Che conseguenze per l’Italia?

Ne discutono con Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma, Justin Orlando Frosini, Professore di Diritto costituzionale dell’Università Bocconi e SAIS-JHU, Sergio Lugaresi, Membro del Banking Stakeholder Group dell’European Banking Authority, e Pietro Manzini, Professore Ordinario di Diritto dell’Unione Europea dell’Università di Bologna.

 

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Bologna, Sala Nomisma Incontri, ore 13:15 - L'Europa attraversa una fase difficilissima e il referendum britannico del 23 giugno rischia di aggravare ulteriormente la crisi. Quali sono i termini del dibattito oltremanica? Cosa dicono i sondaggi? Quali conseguenze politiche ed economiche avrebbe un voto contrario all'UE per il Regno Unito? E come cambierebbero gli equilibri in Europa se Londra abbandonasse l'UE?   

Ne discutono Christopher Prentice, Ambasciatore britannico in Italia, Fabrizio Coricelli della Paris School of Economics ed Erik Jones, Director of European and Eurasian Studies del SAIS Bologna.

Modera Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma.

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Bologna, Sala Incontri Nomisma, ore 17:00 - Maggio è il mese dell’Europa, di cui la Germania è sempre più il gigante, ma il Continente si interroga sulla volontà e capacità di Berlino di affrontare le sfide che stanno indebolendo il progetto comunitario.

Dubbi che affiorano anche in Italia, dove peraltro la conoscenza e comprensione del nostro principale partner economico rimane insufficiente.

Se ne discute con l’Ambasciatore Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera e autore di Berlino capitale, Francesco Cancellato, Direttore di Linkiesta.it e autore di Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione, Gabriele D'Ottavio, dell’Istituto storico italo-germanico di Trento, e Konrad Westrick, fondatore e CEO di Konrad Westrick s.r.l., esperto di cooperazioni aziendali Europa-Germania. Modera Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma.

Programma

 

 

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Martedì, 15 Marzo 2016 09:00

15 marzo 2016 – La proposta italiana

Bologna, Nomisma Incontri - In un momento di incertezza sul destino del progetto europeo, il governo italiano ha presentato la sua proposta.

Martedì 15 marzo alle 11h30 Fabrizio Pagani, Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dell’Economia e delle Finanze, e Federico Giammusso, Consigliere del Ministro, presenteranno la strategia che l’Italia promuove per lo sviluppo, la crescita e l’occupazione nell’Unione Europea.

Ne discuteranno Graziella Bertocchi, Professore di Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ed Erik Jones, Director of European and Eurasian Studies SAIS Bologna.

Modera il dibattito Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma.

 

Il documento italiano per l’Europa

l’intervento di Graziella Bertocchi

l’intervento di Erik Jones

Oxford Analytica Daily Brief by Erik Jones

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Bologna, Palazzo Magnani, sede UniCredit, ore 17.30 – Qual è il ruolo dell’Europa nel contesto dell’economia globale di questo XXI secolo?

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Giovedì, 17 Settembre 2015 00:00

17 settembre 2015 - European Architects Network

Milano, Torri Garibaldi, ore 11.00 - European Architects Network riunisce prestigiose realtà del mondo dell’architettura che hanno sede nelle principali capitali europee. Le componenti del network si incontrano con periodicità semestrale per coordinare le attività, definire le strategie e confrontarsi in merito alle opportunità offerte dalle diverse realtà locali.

Al meeting partecipa Marco Marcatili, economista Nomisma.

 

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Quali scenari per la Grecia dopo il referendum e il consiglio europeo straordinario? Nuovo piano, uscita graduale dall’Euro, o drammatico Grexit? E quali implicazioni per l'Europa e l'Italia?

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Roma, Auditorium Via Veneto, ore 9.00 –  Il tema della casa torna ad animare il dibattito pubblico, non solo in Italia, ma anche negli altri principali Paesi europei, specie con riferimento alle grandi aree urbane e alle difficoltà delle nuove generazioni. Il Censis e Nomisma hanno redatto per Sidief, il rapporto «Investire sulla casa» che vuole costituire uno spunto di riflessione sulle condizioni per un ritorno degli investimenti nel segmento della locazione residenziale privata. Sidief, controllata dal socio unico Banca d’Italia, è la maggior property company nazionale.

La ricerca viene è stata presentata oggi da Luca Dondi dall’Orologio, Direttore Generale di Nomisma, e da Giorgio De Rita, Segretario Generale del Censis, nell’ambito del convegno organizzato da Sidief.

Programma convegno

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Venerdì, 13 Marzo 2015 00:00

13 marzo 2015 - Ripresa con squilibri

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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L’Europa che si avvia alla ripresa appare ancora squilibrata al suo interno. Gli aggiustamenti nei paesi in deficit non si sono accompagnati a movimenti verso il riequilibrio in Germania, che ha anzi continuato sulla strada della svalutazione interna. Il rischio è che la prospettiva europea sia di business as usual, con il riproporsi degli sbilanci competitivi che hanno portato alla crisi dell’euro. Per evitarlo occorre che il Qe abbia successo, che (di conseguenza) la Germania si surriscaldi col procedere della ripresa e che la Bce resista alle richieste di normalizzazione monetaria (fine del Qe) che verranno da Berlino.

Ripresa e bilance commerciali.  L’Europa che si avvia alla ripresa economica è diversa da quella che quattro anni fa era caduta in recessione? Più precisamente, gli squilibri competitivi intra-area che avevano determinato la perdita di fiducia nell’euro – e la crisi dei debiti sovrani – hanno imboccato, dopo il salasso recessivo, la strada dell’aggiustamento? I saldi delle partite correnti dei paesi euro sono in miglioramento  ovunque. Nelle stime della Commissione europea, l’avanzo esterno dell’area della moneta unica raggiungerà quest’anno la cifra record di 330 miliardi di euro, pari al 3,5% del Pil. La parte del leone la farà ancora la Germania (con quasi 240 miliardi, 8% del Pil), ma aumenti degli attivi e riduzione dei passivi si avranno in tutti i paesi. Su queste dinamiche influiscono, però, energia e svalutazione dell’euro. Si tratta di fattori che – a meno di differenze nelle politiche di prezzo delle imprese, nelle elasticità delle esportazioni al cambio e nel grado di dipendenza petrolifera – incidono in modo comune sui conti con l’estero delle varie economie. E’, quindi, un miglioramento che poco può dire su come stanno realmente evolvendo i divari competitivi nell’area. Per avere indicazioni su questo aspetto è più informativo fermarsi al 2014 per eliminare l’impatto del greggio e del cambio e vedere cosa è avvenuto alla bilancia commerciale di due paesi come Italia e Spagna, entrambi in aggiustamento, ma interessati da fasi cicliche diverse. 

Fig. 1 – Italia e Spagna: bilancia commerciale e Pil
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Migliora chi non guadagna competitività? Come mostra la figura 1, il paese che è uscito per primo dalla recessione, la Spagna, ha sperimentato contemporaneamente alla ripresa un nuovo deterioramento nei conti con l’estero. Invece il paese rimasto in recessione, l’Italia, ha registrato ulteriori aumenti nell’attivo esterno. Ciò porta a sottolineare l’importanza del ciclo economico nell’influire sulle bilance commerciali delle economie in aggiustamento, ma solleva anche dubbi sull’entità dei miglioramenti competitivi conseguiti con i processi di svalutazione interna. La Spagna ha ridotto, dal 2009, il proprio costo del lavoro per unità di prodotto (clup) rispetto alla Germania; i  progressi dell’Italia su questo fronte sono stati, invece, molto meno significativi (fig. 2). Eppure è l’economia italiana, e non quella iberica, che giunge a registrare, nel 2013 e 2014 (e in prospettiva 2015), il terzo surplus commerciale in valore assoluto nell’area della moneta unica, dopo Germania e Olanda.

Fig. 2 – Costo del lavoro per unità di prodotto di Italia, Spagna e Germania in rapporto all’area euro (1999=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea.

In definitiva, sembrerebbe quasi che per i paesi indebitati dell’eurozona valga una legge punitiva che non premia i virtuosi: il miglioramento dei conti con l’estero è per chi persevera nella recessione (Italia), non per chi fa uno sforzo di svalutazione interna (Spagna) emulando il modello tedesco. Una constatazione che spinge a indagare più a fondo sulla reale portata degli aggiustamenti competitivi operati negli ultimi anni.

Modello tedesco e aggiustamento europeo. Ricordiamo le caratteristiche alla base del successo della Germania che i paesi indebitati (utilizziamo questo termine per indicare Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia) sono chiamati a contrastare attraverso un difficile processo di imitazione. Gli ingredienti di tale successo hanno preso a comporsi a partire dal 2002 dando luogo alla progressiva espansione dell’avanzo commerciale tedesco che ha raggiunto un culmine prima della crisi, nel 2007. Essi sono schematizzati nella tabella 1 e riassumibili come segue:

  • aumento della produttività sbilanciata nell’industria, settore pienamente esposto alla concorrenza internazionale (+4,4% all’anno tra il 2002 e il 2007 contro +0,6% negli altri settori); una crescita a favore del settore tradable più squilibrata di quella registrata nei paesi indebitati;
  • taglio dei salari nell’industria rispetto alla dinamica consentita dall’aumento della produttività (il real product wage industriale è sceso in rapporto alla produttività del 2,8% all’anno);
  • di conseguenza, neutralizzazione del meccanismo di riequilibrio settoriale interno che si sarebbe dovuto attivare col trasferimento degli incrementi salariali dall’industria al resto dell’economia dove non vi sono stati incrementi di produttività;
  • di conseguenza, prezzi relativi dei beni degli altri settori che, al contrario di quanto sarebbe dovuto avvenire per il riequilibrio, non sono aumentati in rapporto a quelli dell’industria e sono cresciuti meno che nelle altre economie (0,0 in Germania contro 1,9% all’anno nei paesi indebitati);
  • di conseguenza, inflazione al consumo che, al contrario di quanto si sarebbe dovuto verificare, è risultata di oltre un punto all’anno più bassa in Germania rispetto alle altre economie; per il riequilibrio avrebbe, invece, dovuto essere di oltre un punto all’anno più alta;
  • di conseguenza, in unione monetaria con assenza del tasso di cambio della moneta tedesca - che nelle condizioni descritte si sarebbe apprezzata - miglioramento di competitività della Germania.

 

Tab. 1 – Produttività e prezzi in Germania e nei paesi indebitati (variazioni % medie annue)
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1Paesi indebitati=Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia. 22009-2014.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea.

Imitatori inadeguati. Se questo era il meccanismo generatore degli squilibri intra-area prima dell’esplosione della crisi, è cambiato qualcosa in Europa a otto anni di distanza? Ciò che si può osservare è che dopo la caduta recessiva del 2008-09, comune a tutte le economie europee, ha preso avvio un lento riequilibrio nei paesi indebitati, tradottosi in forte compressione dell’assorbimento domestico (seconda recessione) e nel tentativo, non uniforme, di abbassare le dinamiche nazionali di costi e prezzi sotto quelle della Germania (svalutazione interna). Come mostra l’ultima colonna della tabella 1, i paesi indebitati hanno (in media) preso effettivamente a imitare il modello tedesco contenendo le dinamiche salariali nel settore esposto alla concorrenza internazionale rispetto a quelle della produttività (-0,5% all’anno nell’industria). E’ stato, però, un tentativo insufficiente, perché quel modello ha continuato a operare a pieno regime nel paese di origine. La Germania non ha infatti modificato i propri meccanismi propagatori di squilibri. La crescita tedesca ha continuato a basarsi sul taglio delle dinamiche salariali (-2,5% all’anno rispetto alla dinamica  della produttività) in un settore industriale sempre in espansione molto sbilanciata rispetto al resto dell’economia stagnante (il differenziale di produttività si è allargato del 5% all’anno). L’economia tedesca ha, in altri termini, continuato a fare svalutazione interna quando il riequilibrio europeo richiedeva esattamente l’opposto. Lo sforzo realizzato dai paesi indebitati è visibile nell’allineamento dell’inflazione al consumo nel periodo 2009-2014 a quella tedesca, con un abbassamento sotto quest’ultima e verso dinamiche nulle negli ultimi due anni. Ma imitare un modello che non sta fermo porta fatalmente a risultati inadeguati rispetto all’azione compiuta.

Bersaglio mobile. Una verifica della difficoltà di colmare il gap competitivo attraverso svalutazioni interne quando il benchmark continua a muoversi in senso contrario alle esigenze di riequilibrio può essere fatta  esaminando le parità di poteri d’acquisto[1]. In paesi che condividono la stessa moneta il rapporto tra le parità dei poteri d’acquisto si identifica col rapporto tra i livelli di prezzo di tali economie, altrimenti detto  tasso di cambio reale. La figura 3 rappresenta il livello di prezzo dei paesi indebitati rispetto al benchmark tedesco o, in altri termini, il loro cambio reale nei confronti della Germania. Secondo questa stima, le economie che dovevano recuperare competitività sono in effetti riuscite in varia misura, con l’eccezione della Francia, ad abbassare il livello dei loro prezzi nei confronti del livello tedesco, deprezzando così i rispettivi cambi reali. Tra il 2009 e il 2014 la contrazione più forte è stata realizzata da Grecia, Portogallo e Spagna con cali nell’arco del periodo del 10, del 6,5 e del 4% relativamente ai prezzi tedeschi. Un deprezzamento si è avuto, in minor misura, anche per l’Italia (-1,8%). La domanda che ci si pone è se queste variazioni dei cambi reali abbiano rappresentato effettivi recuperi di competitività.

Fig. 3 – Paesi euro indebitati: livello dei prezzi in rapporto alla Germania (livello prezzi Germania=1)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Per rispondere a questo interrogativo confrontiamo i deprezzamenti dei cambi reali descritti nella figura 3 con quelli “teorici” che si sarebbero dovuti realizzare in risposta alle modifiche dei fondamentali che guidano i movimenti di equilibrio dei prezzi relativi (o cambi reali). Quest’ultimi sono ricavati sulla base del cosiddetto effetto Balassa-Samuelson, secondo cui il paese più ricco - cioè quello che ha più elevato reddito pro-capite grazie a più elevata produttività nel settore traded - deve caratterizzarsi per un livello di prezzi più alto rispetto agli altri e ciò deve avvenire in misura crescente all’aumentare del divario di reddito con le economie più povere[2]. Trasponendo questa relazione statica in termini dinamici, ne consegue che gli andamenti relativi dei redditi pro-capite conducono a variazioni dei cambi reali teorici di equilibrio. Rispetto a quest’ultime le variazioni effettivamente osservate possono risultare più o meno allineate.

Tab. 2 Deprezzamento effettivo e di equilibrio del cambio bilaterale reale dei paesi indebitati rispetto alla Germania (variazioni logaritmiche in % nel periodo 2009-2014)
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1Si veda la nota 2 nel testo.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e Eurostat

Svalutare nei confronti di chi svaluta di più è rivalutare. La verifica di eventuali disallineamenti dei cambi reali dai valori di equilibrio viene condotta nella tabella 2. Da essa risulta che i deprezzamenti reali dei paesi impegnati nel recupero di competitività (colonna A della tabella 2) sono stati nel periodo dell’aggiustamento (2009-2014) inferiori a quelli che si sarebbero dovuti realizzare a seguito dei mutamenti dei fondamentali (crescita sbilanciata della produttività nell’industria in Germania e aumento del reddito pro-capite in tale paese) determinatisi in questo stesso arco di tempo (colonna B). Questo scostamento è da legare a quanto illustrato anche nella tabella 1. Nel periodo delle svalutazioni interne dei paesi indebitati (dal 2009), la Germania non è stata ferma, ma ha proseguito nel tipo di sviluppo degli anni precedenti incentrato proprio sulla svalutazione interna (taglio dei costi unitari rispetto alla produttività). Ne è conseguito che quelli che apparivano come deprezzamenti reali rispetto alla Germania erano in realtà degli apprezzamenti reali, perché inadeguati a colmare il gap nei confronti di un’economia che stava a sua volta svalutando, allontanandosi ancor più dal suo cambio reale di equilibrio. Secondo le stime della tabella 2, il cambio reale di Italia, Francia, Spagna e Grecia si è mosso dunque in direzione opposta a quella che sarebbe stata necessaria, con apprezzamenti reali sulla Germania (colonna C) intorno al 5% per le prime tre economie e di circa il 10% per la Grecia. Nel caso del Portogallo, il cambio reale è andato (marginalmente) nella direzione giusta, ma il guadagno competitivo nei confronti della Germania è stato notevolmente inferiore a quello indicato dal deprezzamento reale osservato.

Ancora squilibri. L’Europa che si avvia alla ripresa è dunque tanto squilibrata al suo interno quanto quella che era caduta nella recessione. In questi anni si sono avuti  sforzi di aggiustamento da parte dei paesi che erano in posizione deficitaria, come testimoniano le loro recessioni, l’ampliamento della disoccupazione, l’azzeramento delle inflazioni, il contenimento delle dinamiche dei costi unitari di produzione. Tuttavia, a ciò non ha corrisposto alcun movimento di accompagnamento da parte della Germania, che ha anzi perpetuato e accentuato il modello che aveva portato all’aprirsi dei grandi squilibri nell’area. Ne consegue che quella che sembra una sorta di legge punitiva (i paesi che guadagnano competitività vedono peggiorare i propri conti con l’estero, come nel caso della Spagna) non è in effetti tale: non vi sono stati veri recuperi di competitività e gli andamenti delle bilance commerciali rimangono affidati al ciclo economico. I faticosi processi di svalutazione interna compiuti soprattutto da Grecia, Portogallo e Spagna sono stati in gran parte vanificati dal fatto che il benchmark tedesco ha continuato a muoversi in senso opposto alle necessità del riequilibrio europeo: ha ancora svalutato. Per cui ciò che appare come un deprezzamento se si guarda all’abbassamento delle dinamiche di inflazione e clup di tali economie, è invece un apprezzamento, perché il cambio reale tedesco si è nel frattempo ulteriormente allontanato dal suo valore di equilibrio. Alla luce di queste considerazioni non deve sorprendere se il settore industriale delle economie in aggiustamento, che doveva beneficiare dei recuperi di competitività, non abbia mostrato segni di miglioramento, ma abbia anzi continuato a soffrire di perdite di capacità produttiva e che l’opposto sia avvenuto nell’economia tedesca.   

Prospettiva. Come incide la resilienza degli squilibri europei sulle prospettive della ripresa? Si può ipotizzare che una volta superati gli shock favorevoli (cambio e petrolio), permanendo la resistenza tedesca a modificare il proprio modello e attenuandosi per affaticamento lo sforzo delle altre economie, si torni al tipo di sviluppo dell’Europa pre-crisi, con il riaprirsi di sbilanci intra-area man mano che i paesi indebitati prendono a irrobustire le loro domande interne. In altri termini business as usual in Europa. E’, in nuce, quanto si è verificato nell’esperienza spagnola degli ultimi due anni. Si tratterebbe di un percorso a rischio. La crisi dell’euro è stata causata dall’allargarsi dei divari competitivi. La loro mancata correzione può determinare il riaprirsi di falle nella credibilità della moneta unica.

In alternativa e in modo più auspicabile, la ripresa europea potrebbe accompagnarsi a un surriscaldamento dell’economia tedesca che ne porti l’inflazione adeguatamente al di sopra delle altre economie. Possono aiutare ad andare in questa direzione l’introduzione del minimum wage in Germania e, soprattutto, una maggiore pressione salariale in un’economia che ha tassi di disoccupazione ai minimi storici. Ma perché simili cambiamenti sortiscano qualche effetto devono avvenire in un ambiente favorevole. Per questo è indispensabile che il Qe della Bce abbia successo, nel senso di riuscire a spingere le dinamiche di prezzi e costi in Germania durevolmente sopra il 2% e verso il 3%. Un successo che si dovrà poi misurare anche sulla capacità di resistere alle richieste di  normalizzazione monetaria – porre fine al Qe – che verranno avanzate da Berlino alle eventuali, prime avvisaglie di accelerazione (sopra il 2%) dell’inflazione interna.   

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[1]Le parità dei poteri d’acquisto (ppa) sono date dal rapporto tra i prezzi in due paesi per uno stesso paniere di beni e servizi. Le ppa sono utilizzate per effettuare confronti internazionali e convertire aggregati economici di diversi paesi (reddito, produttività, ecc.) in una stessa unità di misura standard. Tanto l’Eurostat quanto l’Oecd effettuano stime delle ppa (in rapporto a vari aggregati di paesi Ue nel primo caso, rispetto al dollaro nel secondo), fornendo valori che hanno dinamiche molto simili tra loro. In questa nota si utilizzano le stime di ppa di fonte Oecd.

[2] Il motivo è quello esposto a commento della performance tedesca descritta nella tabella 1. Il maggiore reddito pro-capite del paese ricco riflette una produttività relativamente più elevata nel settore esposto alla concorrenza internazionale (industria) che, in condizioni normali (non verificatesi in Germania), può dunque pagare salari più elevati. Le più alte retribuzioni del settore traded si diffondono agli altri settori meno produttivi dando luogo a prezzi più elevati nel comparto non-traded e, quindi, nell’intera economia rispetto a quanto si verifica nei paesi più poveri. L’esercizio illustrato nella tabella 2 è condotto considerando l’effetto Balassa-Samuelson in termini dinamici. In particolare, il differenziale di equilibrio tra la variazione dei prezzi nei paesi indebitati e quella dei prezzi tedeschi (colonna B della tabella 2) è dato da

variazione teorica % dei prezzi paese indebitato  – variazione teorica % dei prezzi tedeschi = b x (variazione % reddito pro capite paese indebitato – variazione % reddito pro capite tedesco)

Con b = 0,60. Per il valore del parametro b utilizziamo le stime sulla relazione Balassa-Samuelson dinamica condotte da Stahler e Subramanian su un panel di 140 paesi, prendendo in considerazione le ppa (e i connessi cambi reali) dell’ International Comparison Program. Si veda K. Stahler, A. Subramanian, “Verasailles Redux? Eurozone Competitiveness in a Dynamic Balassa-Samuelson-Penn Framework”, Working Paper Series, Peterson Institute for International Economics, November 2014. Questi autori conducono un esercizio sui paesi euro simile a quello proposto in questa nota giungendo ad analoghe valutazioni.   

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Roma, Scuola Nazionale dell’Amministrazione, ore 15.00 – Sergio De Nardis, capo economista Nomisma, presenta la relazione “Stagnazione e politica degli investimenti in Europa”.

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