6 marzo 2014 - Il nuovo volto dell’Italia - Come l’immigrazione cambia l’approccio alla programmazione strategica - Nuovi paradigmi di interpretazione

A cura di Federico Fontolan, Economista Nomisma 
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I processi migratori hanno contribuito negli ultimi anni a modificare in maniera profonda il tessuto sociale ed economico del Paese, esercitando un profondo impatto su ambiti trasversali, dal mercato del lavoro alla conformazione delle città, dai consumi al sistema delle imprese e del credito, dai servizi sociali alle scuole. Non sempre, tuttavia, la rilevanza dei processi di cambiamento demografico legati in particolare all’immigrazione, è stata interiorizzata nei processi di analisi e di programmazione strategica dei territori.

Un esempio  è proprio legato a quel processo di svalutazione interna di cui si tratta nello scenario di questo numero della newsletter (clicca qui). Se in Europa la spinta attuale è infatti di ricorrere a questo meccanismo come unica valvola di sfogo per le imprese, si può osservare come negli anni passati una tendenza a cercare risparmi di costo attraverso un impiego più intensivo di immigrati, soprattutto nelle lavorazioni e mansioni meno qualificate,  abbia già in parte influenzato il mercato del lavoro nazionale. Tra 2008 e 2013 il numero di occupati stranieri è aumentato di circa 600.000 unità, a fronte di un calo di oltre 1.500.000 di lavoratori di cittadinanza italiana (tab. 1). Queste opposte tendenze non derivano esclusivamente da un effetto di sostituzione, ma anche da specifici andamenti settoriali, laddove alcuni settori in cui è più intenso l’utilizzo di manodopera straniera possono aver registrato andamenti più positivi rispetto ad altri settori.

Tab. 1 – Italia, sintesi condizione lavorativa italiani e stranieri
20140306-FS-Tabella1
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat e Fondazione Leone Moressa

Tuttavia, leggendo questi numeri insieme al dato sulla differenza salariale tra cittadini italiani e stranieri (fig. 1), è possibile pensare che la crescita dell’occupazione di cittadini stranieri non sia solo legata a una tendenza degli italiani ad evitare alcuni tipi di lavori, ma anche a scelte delle imprese che riducono, lì dove è tecnicamente possibile, i costi, ricorrendo a una manodopera più debole dal punto di vista contrattuale.

È chiaro che tendenze di questo tipo comportano una serie di effetti negativi a livello di sistema: salari più bassi significano maggiori disuguaglianze, riduzione della domanda interna, incremento della fragilità economica, rischi di contrapposizione tra gruppi sociali. Dal punto di vista delle imprese, inoltre, è difficile pensare a uno sviluppo di lungo termine e a un modello di crescita delle produzioni a maggior valore aggiunto attraverso il ricorso a scelte di abbattimento dei costi perseguite ricorrendo a un capitale umano sempre più dequalificato e sottopagato.

Fig. 1 – Italia, differenziale salariale(a) tra dipendenti  italiani e stranieri, IV trimestre 2011
20140306-FS-Figura1

(a)= differenza tra il salario netto medio di un lavoratore dipendente italiano e uno straniero
Fonte: Fondazione Leone Moressa su dati Istat

È guardando a questi elementi sistemici che l’analisi del cambiamento demografico e, nello specifico, dei processi migratori, può contribuire a orientare con più efficacia le politiche a livello nazionale e, soprattutto, locale. A livello dei singoli territori e delle competenze in capo a regioni e comuni, infatti, si esplicitano in maniera più evidente gli impatti dei fenomeni migratori, creando priorità e fabbisogni specifici di intervento che necessitano di essere valutati anche in funzione della strategia di lungo periodo che gli enti territoriali intendono perseguire.

L’avvio della programmazione 2014-2020 è fondante in questo senso: le strategie che i territori si sono dati necessitano di essere attuate ed è fondamentale che gli strumenti di attuazione agiscano sui fattori a maggiore impatto. In questo senso, se caliamo questa riflessione all’interno di alcuni casi specifici, la connessione tra effetti dell’immigrazione e programmazione risulta più chiara.

Un esempio evidente è legato alle strategie di sviluppo del capitale umano e sociale, che rappresenta una delle priorità fondamentali nei documenti di programmazione strategica di molte regioni. Il successo di un percorso di sviluppo del capitale umano che sostenga la crescita di competitività e attrattività dei territori risiede soprattutto nella capacità del sistema della formazione, inteso in maniera ampia, di trasmettere competenze, conoscenze e valori. Ma se si analizzano i numeri della scuola, questa sfida appare profondamente mutata rispetto a qualche anno fa, soprattutto con riferimento alle regioni a più elevata presenza straniera. Il peso degli alunni di cittadinanza straniera nell’anno scolastico 2012/2013 ha superato il 12% in Piemonte  e Veneto, il 13% in Lombardia e ha toccato il 15% in Emilia-Romagna, in tutti i casi quasi raddoppiando rispetto al 2004/2005. Si tratta peraltro di un trend destinato a proseguire, dato che le generazioni di futuri studenti che stanno nascendo in questi anni sono sempre più composte da bambini con background migratorio: nel 2012 un nato su cinque in Italia ha almeno un genitore straniero, ma questa percentuale sale a uno su quattro per Piemonte, Lombardia e Veneto, e quasi a uno su tre in Emilia-Romagna (tab. 2).

Tab. 2 – Indicatori di presenza di cittadini stranieri: alunni[1] e nascite
20140306-FS-Tabella2
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat e Miur

Questo significa che nei prossimi anni la pressione sul sistema scolastico sarà imponente, soprattutto se leggiamo i dati sui nati e gli alunni stranieri alla luce dei risultati sulle performance scolastiche degli studenti con background migratorio, derivate dalle indagini OCSE-PISA: a livello nazionale, il punteggio medio ottenuto dagli studenti immigrati è inferiore di 48 punti rispetto a quello degli studenti non immigrati. Anche controllando per lo status socioeconomico, il divario nei risultati è di 32 punti, superiore alla differenza media OCSE di 21 punti. Oltretutto, gli studenti con cittadinanza straniera mostrano tassi di abbandono e di ritardo scolastico molto più elevati rispetto agli studenti di cittadinanza italiana.

Le questioni cruciali appaiono evidenti: come è possibile per i territori che puntano a una crescita basata sull’innovazione e su un capitale umano qualificato raggiungere questi obiettivi a fronte di criticità così rilevanti nei processi di formazione di quello stesso capitale umano? Sono stati considerati gli effetti di questi trend sul sistema delle imprese? Esistono o sono stati avviati a funzionamento degli strumenti e processi adeguati a garantire il riallineamento tra esiti della formazione scolastica e capacità di un sistema imprenditoriale e sociale di raggiungere gli obiettivi definiti dalla programmazione strategica? 

Intorno a tali questioni è possibile rilanciare l’idea che per affrontare positivamente le sfide che i processi migratori comportano è necessario un cambiamento di paradigma nelle modalità di lettura e analisi degli effetti delle dinamiche migratorie. Se i principali effetti del cambiamento demografico sono ben noti e osservati da tempo (rallentamento dei processi di invecchiamento della popolazione, ripresa della crescita demografica alimentata da flussi migratori e da maggiori tassi di natalità degli stranieri residenti), è però mancante una valutazione di come i processi migratori impattino sulle dimensioni chiave dello sviluppo, e di quale tipo di strumenti e approcci siano più adeguati per assicurare un allineamento tra obiettivi programmatici e dinamiche strutturali di trasformazione sociale.

Il superamento dei paradigmi più semplificatori di interpretazione del fenomeno migratorio (sicurezza/accoglienza) è necessario non solo in quanto inadeguati a descrivere un cambiamento strutturale e ormai irreversibile, ma anche allo scopo di realizzare analisi strategiche costruite sulla misurazione ragionata degli effetti a lungo termine delle dinamiche migratorie sui fattori di sviluppo a livello locale e micro. Nel caso della programmazione strategica attuale, sono almeno quattro gli ambiti nei quali è rilevante secondo noi favorire una revisione di approccio:

  1. I processi di formazione del capitale umano: come si coniuga l’esigenza di puntare a un sistema economico sempre più basato sulla produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto con le criticità che il sistema scolastico e della formazione professionale si trovano ad affrontare?
  2. Il sistema delle imprese: la crescita del numero delle imprese di stranieri ha mantenuto anche durante la crisi un saldo debolmente positivo tra imprese avviate e cessate, ma qual è il grado di solidità di queste imprese e quanto queste riescono a contribuire all’avanzamento del grado di innovazione complessivo?
  3. La conformazione urbana: come possono incidere i processi di trasformazione urbana sulla configurazione dei quartieri e i rischi di frammentazione delle città? Quali strumenti è possibile attivare per evitare o contrastare fenomeni di segregazione urbana?
  4. I fabbisogni di servizi sociali: come si trasforma la domanda di servizi sociali, asili nido, assistenza sanitaria, a fronte di una ricomposizione demografica di questa portata?

La capacità di rispondere a queste domande è legata in maniera diretta alla capacità di interiorizzare un approccio programmatico basato su nuovi paradigmi interpretativi, in grado di leggere gli effetti del cambiamento demografico in chiave sia strategica che operativa.

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[1] Nel conteggio sono compresi gli alunni delle scuole dell’infanzia, primarie, secondarie di I grado e secondarie di II grado

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