11 giugno 2014 - Famiglie: abbiamo un problema

Marco Marcatili, Economista Nomisma 
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Johnny Marzialetti, Economista Nomisma 
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Produrre riflessioni sulla famiglia risulta una missione oltremodo complessa: a volte una retorica ormai logora rende impraticabile qualsiasi nuova forma di rappresentazione; in altre occasioni si rischia di rifugiarsi in visioni idealizzate che pongono la famiglia in format non più adeguati.

L’indagine Nomisma 2014[1] contribuisce a delineare le trasformazioni in atto: seppure con qualche timido segnale di miglioramento, conferma pertanto il mancato rientro delle difficoltà contestuali. Vi sono indicazioni di un aumento della fiducia (“soft data”), ma una vera ripartenza sugli “hard data” stenta ad avviarsi: l’incertezza sulle prospettive occupazionali e reddituali continuerà a gravare su consumi (a fine 2013 distanti di un 8% dal 2007) e investimenti (-26% dal pre-crisi).

Come di consueto, viene proposta una classificazione delle famiglie italiane, incrociando le diverse caratteristiche finanziarie e patrimoniali in termini di capacità di generare risparmio, di presenza dell’abitazione in proprietà e di detenzione di strumenti finanziari.

La fotografia (tav. 1) restituisce l’immagine di un Paese in cui le famiglie risultano “sfiancate” dalla crisi, con una ridotta propensione al risparmio (storicamente elevata soprattutto se posta a confronto con le altre economie) e uno stock di ricchezza sempre più sbilanciato sul patrimonio che non sulla disponibilità finanziaria. Naturalmente è una fotografia che risente di una distribuzione eccessivamente diseguale della ricchezza, secondo cui la metà delle famiglie italiane detiene il 90% della ricchezza e l’altra metà il 10%. Tale distribuzione non solo ha “bloccato” nell’ultimo decennio il cosiddetto “ascensore sociale”, ma costituisce oggi uno dei principali ostacoli al potenziale di crescita del Paese.

Oltre 10 milioni di famiglie in Italia (illiquidi e resilienti) non sono ancora “in emergenza”, ma non riescono più ad avere la capacità reddituale necessaria a sostenere le spese e un più consono tenore di vita. A pesare è la diminuzione del numero di percettori di reddito e – proprio in un periodo storico in cui alcuni approfondimenti sociologici confermano come la famiglia si percepisca con confini più “larghi” rispetto a qualche anno fa – l’aumento dei casi familiari di cui prendersi cura. Sono le famiglie della cosiddetta “generazione intermedia”, che devono contestualmente dividersi tra la cura dei genitori anziani e il sostentamento dei figli non ancora autosufficienti, sentendosi immancabilmente oppresse e schiacciate sotto il peso di due generazioni.

Da sottolineare, però, come ci siano 6,8 milioni (equipaggiati e tradizionalisti) in grado di esprimere ancora una “resistenza attiva” grazie a una rinnovata capacità di produrre flussi di risparmio, seppure inferiori rispetto a quelli del passato, potendo poi contare su uno stock di ricchezza tutto sommato stabile nel tempo. Al contrario, 3,1 milioni di famiglie (equilibristi) si trovano sul filo del rasoio, sprovvisti di qualsiasi ancora di salvezza se non la stabilità di un lavoro e la protezione della rete familiare allargata. Queste ultime sono soprattutto famiglie di giovani adulti (35-44 anni), che anche a causa dello scarso livello di istruzione riescono a spuntare sul mercato redditi molto bassi (fino a 1.200 euro al mese), risultando in molti casi, anche monocomponente (tav. 2).

La resa sembra essere una delle cifre di questo tempo, quasi a sottolineare che per molte famiglie la trasformazione in corso non presenta tanto i caratteri di nuovo inizio quanto quelli della fatica, della sconfitta e della fine. Come se fossimo alle prese con una grande contrazione, che per qualcuno potrà avere insite le condizioni per un nuovo inizio, mentre ad altri riserverà una trappola senza uscita. La sensazione diffusa di sconfitta è legata a tre grandi questioni che pongono una forte ipoteca sulle possibilità di futuro: la mancanza di lavoro, la concentrazione della ricchezza e l’aumento delle disuguaglianze. Non si intende, con questo, irrobustire la retorica della crisi per cui è sufficiente disegnare un futuro senza speranza per sembrare più credibili rispetto a chi, invece, è impegnato a cogliere varchi e micro possibilità per rendere ancora praticabile un’opzione di futuro. Allo stesso tempo, questa analisi intende diffidare di chi, magari da una posizione di rendita, continua a descrivere questo come un tempo di straordinarie occasioni, lasciando ad altri tutta l’onere di costruire condizioni per cui nessuno resti solo e indietro in questa logorante prova.

Tavola 1 – Classificazione generale delle famiglie italiane in base alla principali caratteristiche finanziarie
20140611-FS-Tabella 1
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

 

Tavola 2 – Caratteristiche socio-economiche dei gruppi familiari proposti
20140611-FS-Tabella 2
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

Ulteriori considerazioni possono essere effettuate analizzando gli spostamenti tra i gruppi avvenuti negli ultimi anni (tav. 1).

In un orizzonte temporale medio (3 anni) le principali tendenze evidenziate dai Rapporti Nomisma risultano confermate. Dal 2011 ben 1,3 milioni famiglie sono fuoriuscite dalla categoria degli equipaggiati (risparmiano, possiedono un’abitazione, detengono strumenti finanziari) e, al contempo, 1,1 milioni di famiglie scivolano nella categoria degli equilibristi (non risparmiano, non possiedono un’abitazione, non detengono strumenti finanziari). Nel mezzo una schiera di nuove famiglie resilienti (1,3 milioni), che provano a resistere e che spesso, ingabbiati dalla minore capacità di rimborsare i debiti e dall’accresciuta selettività del credito, sono costrette ad intaccare la ricchezza accumulata.

Il profilarsi di una situazione di forte incertezza, specie sul fronte occupazionale, spingerebbe le famiglie italiane ad un desiderio di maggiore liquidità e, dunque, di ripristino di un’adeguata quota di risparmio precauzionale che consentirebbe di “blindare” l’intero nucleo familiare di fronte ad eventuali avversità future. Tale consapevolezza, però, fatica a trasformarsi in comportamento effettivo di risparmio, se non di carattere micro: in primo luogo perché lo scivolamento delle famiglie in uno stato di difficoltà reddituale non consente più una reale capacità di risparmio, anzi induce spesso al ricorso del “tesoretto” di famiglia per far fronte all’ordinarietà; in secondo luogo perché, dopo anni di rinvii, iniziano ad emergere esigenze strutturali primarie (beni durevoli, interventi strutturali sulla propria abitazione, importanti scelte formative, ecc.), il cui soddisfacimento risulta non più procrastinabile, non lasciando più spazio all’accantonamento di risparmi.

Accorciando, però, l’orizzonte temporale a un solo anno, si evidenziano importanti e sorprendenti mutamenti nella rappresentazione dei gruppi familiari.

Dallo scorso anno, ben 2,5 milioni di famiglie non risultano più nella categoria dei resilienti. Da un lato la volontà di ripristinare un risparmio precauzionale, anche solo minimo in rapporto al reddito disponibile, e dall’altro lato la necessità di far fronte a investimenti primari, in entrambi i casi anche a costo di dover smobilizzare la ricchezza finanziaria accumulata, hanno favorito l’emergere di 1,2 milioni di nuove famiglie equipaggiate o tradizionaliste.

Tale comportamento evidenzia una ormai usuale “forza reattiva” delle famiglie italiane nel far fronte ad imprevisti – non proprio funzionale alla necessità di un rilancio della domanda interna – controbilanciata, purtroppo, da quella “stanchezza” sopra accennata di 700 mila nuove famiglie che nel 2014 sono sprofondate nella categoria degli equilibristi, in una condizione di affanno in cui qualsiasi nuovo imprevisto potrebbe rapidamente portare al dissesto socio-economico.

Non v’è dubbio delle migliorate aspettative delle famiglie, seppure in maniera disomogenea rispetto alle  attuali condizioni finanziarie e patrimoniali (fig. 1), ma al contempo questa rinnovata “fiducia contestuale” fatica a permeare i comportamenti e quasi mai si trasforma in una propensione effettiva alla domanda di consumo e di investimento. È sempre dalla figura 1, infatti, che si può notare un diffuso calo delle intenzioni di acquisto di un’abitazione, che in ogni caso non supera mai il 10% delle famiglie ricadute in ciascun gruppo, ad eccezione degli equipaggiati (piuttosto impermeabili al contesto) e degli anomali (indecisi tra detenere strumenti finanziari con bassi premi per il rischio e scommettere in una nuova ripartenza dell’immobiliare).

Figura 1 – Classificazione delle famiglie italiane in base al sentiment generale e alle intenzioni di acquisto dell’abitazione e “spostamenti” dei gruppi familiari rispetto al 2013
20140611-FS-Grafico 1
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

 

Figura 2 – Classificazione delle famiglie italiane in base al profilo reddito-ricchezza e alla capacità effettiva di investimento reale
20140611-FS-Grafico 2
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

Nella figura 2, costruita incrociando le caratteristiche risparmio-ricchezza con la domanda effettiva di investimento reale (acquisto e/o ristrutturazione di un’abitazione), sono rappresentati altri due ostacoli strutturali che caratterizzano il nostro Paese. Il primo è che del 54,2% di famiglie con un profilo adeguato (in termini di stock accumulato e flusso di risparmio generato) a manifestare una domanda di investimento, il 39,3% “blinda” le proprie risorse e non contribuisce all’iniezione di risorse nell’economia; il secondo è che più di una famiglia su cinque (21,6%) non può esprimere una domanda di investimento reale (nel 9,6% dei casi anche potendo contare su un flusso di risparmio), a testimonianza del fatto che la vera diseguaglianza in Italia si sta spostando sull’asse della ricchezza e l’assenza di una “dotazione iniziale” comprime le capacità di investimento.

Seppure l’analisi di questo tempo di crisi non possa essere ridotta alla sola dimensione economica, essendo contemporaneamente sociale, culturale e morale, ci sembra di qualche utilità comprendere come le famiglie italiane stiano vivendo questa lunga e incerta “corsa ad ostacoli”, dove le barriere non solo sembrano via via aumentare di numero, ma al contempo crescere di altezza. Nonostante il tentativo, con questa proposta di analisi, di mettere in luce le cose buone, anche a rischio di sopravvalutarle, nel quadro tracciato non si intravvedono ancora reali traiettorie di ripristino del profilo finanziario delle famiglie italiane.

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[1] La rilevazione Nomisma 2014 è stata realizzata tra il 7 ed il 21 maggio 2014 su un campione rappresentativo delle famiglie italiane (728 unità con interviste rivolte a chi si occupa delle decisioni economico-finanziarie). Gli obiettivi conoscitivi dell’indagine hanno riguardato: indebitamento, risparmio e forme di impiego, con particolare riferimento al settore immobiliare. 

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