9 ottobre 2014 - Un’ “altra” produttività per l’industria italiana.

Francesco Capobianco, Economista Nomisma, dialoga con Sergio De Nardis (Chief Economist) e Giulio Santagata (Consigliere Delegato) 
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Francesco Capobianco
Dalla fine del mese scorso l’Istat, nell’ambito di una più ampia revisione dei conti nazionali a livello europeo, ha diffuso i nuovi Conti Economici  per l’Italia in base alla classificazione SEC 2010. Rispetto alle stime di marzo dello stesso istituto nazionale di statistica, prodotte sulla base della vecchia catalogazione SEC 95, sono emerse alcune differenze in relazione ai principali aggregati dell’economia. Il Pil nominale del 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%, non impattando sulla variazione annua a valori concatenati del Pil in volume (-1,9% per il 2013), interamente ascrivibile alle componenti della domanda nazionale al netto delle scorte.
Al di là delle implicazioni di queste revisioni sul rapporto tra indebitamento netto/Pil, passato da -3% a -2,8%, i dati che sembrano più interessanti hanno a che fare con uno dei punti focali dell’economia italiana: la produttività dell’industria.

Sergio De Nardis
La revisione dei conti nazionali ha portato qualche buona notizia su questo fronte confermando un sentore di un’industria migliore di come è stata molte volte dipinta: il settore industriale italiano è stato molto meno intensivo di lavoro e, quindi, più efficiente di quanto si pensasse. La consistente revisione al ribasso dell’input di lavoro ha determinato un sostanziale innalzamento del livello della produttività del lavoro come è statisticamente misurata: considerando la media del quadriennio 2009-2013, il valore aggiunto a prezzi correnti per addetto è più elevato,  rispetto alla precedente contabilità, del 14% nell'industria (comprensiva della produzione di energia) e dell'11,5% nella sola manifattura.
Anche nel periodo antecedente alla crisi tutt’ora in atto, si conferma un rapporto tra valore aggiunto (a prezzi correnti) e ULA (unità di lavoro dipendente equivalente a tempo pieno) più elevato rispetto a quello riscontrato con la precedente contabilità: +13,2% nell'industria e +11,8% nella manifattura.
E’ un cambio abbastanza radicale, un’altra industria.

Giulio Santagata
Questi calcoli rendono, di conseguenza, più agevole la risposta ad una domanda centrale per la comprensione della crisi in atto e, verosimilmente, di alcune dinamiche di lungo periodo dell’economia italiana:  come si concilia un costante incremento delle quote di mercato italiane in determinate produzioni con una produttività stagnante? 
Disponendo delle serie storiche a partire dal 2000, è ragionevole affermare che il manifatturiero italiano abbia avuto una buona risposta all’introduzione dell’euro, riorganizzando la produzione e usando profittevolmente la stabilità dei tassi di interesse, talchè la stessa invarianza, tra il 2000 e il 2013, della gerarchia settoriale manifatturiera dei vantaggi/svantaggi comparati italiani rispetto all’area euro è da leggere come rispondente a vantaggi effettivi di produttività, come mostra del resto lo scenario di questa newsletter.

Francesco Capobianco
Ma se il valore aggiunto per addetto è sensibilmente più elevato di quanto si pensasse, chi ha tratto “vantaggio” da questa maggiore produttività? dove è andato a finire questo più alto valore aggiunto?

Sergio De Nardis
Sono stati i profitti delle imprese a trarne maggiore vantaggio. Mediamente, nei cinque anni dal 2009 al 2013, la wage share, intesa come la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro, dipendente e indipendente, è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 5 punti percentuali nell'industria e di quasi 4 punti nella manifattura. Ciò è avvenuto anche negli anni pre-crisi: -4,3 punti percentuali nell'industria, -3,7 punti percentuali nella manifattura.

Francesco Capobianco
In altre parole, sono aumentate le quote di profitto a scapito dei salari. Ciò non avrebbe dovuto implicare degli investimenti da parte delle imprese?

Giulio Santagata
La percezione è che, nella fase di riorganizzazione post-euro, le imprese abbiano messo in campo delle risorse, ma poi non ve né stata più traccia, così come è avvenuto in altri contesti europei.  Un’altra delle possibili spiegazioni del calo della wage share è riscontrabile nei fenomeni di delocalizzazione delle produzioni più labour intensive e, in alcuni casi, dell’adozione di “tecnologia contro lavoro”. La quota di profitti più elevata, unita alla maggiore produttività, è, comunque, coerente con l’accresciuta competitività del nostro comparto industriale, specie in relazione alla dinamica dell’export nazionale, cresciuto, tra 2010 e 2013, come quello tedesco.

Francesco Capobianco
Finora abbiamo ragionato sui livelli, ma anche visionando i dati relativi alle dinamiche si notano alcuni miglioramenti: tra 2009 e 2013 il valore aggiunto in volume per addetto è aumentato dell'11,2%, anziché del 9,5% come indicato nella vecchia contabilità, il che si traduce in uno 0,4% in più all'anno, dato particolarmente positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di un quadriennio particolarmente difficile per il manifatturiero di casa nostra. Un’ulteriore conferma arriva anche dai recentissimi dati sul periodo 2000-2008, dove la dinamica della produttività in volume appare migliore di quella precedentemente contabilizzata dello 0,2%. Quanto sono significative queste differenze?

Sergio De Nardis
A mio avviso abbastanza. Non mi sono mai ritrovato nell’affermazione “sono quindici anni che la produttività industriale non cresce”. E’ errata. La crisi di produttività manifatturiera nello scorso decennio è tutta concentrata nei primi tre anni dell’euro, tra il 2000 e il 2003, poi fino al 2007 si è avuta un’accelerazione che ha riportato la dinamica ai ritmi degli anni 90. Ciò è stato frutto di quelle riorganizzazioni post-euro che Santagata ricordava prima. Successivamente si è avuta la doppia recessione che ha finito col compromettere quell’accelerazione. Ebbene, le correzioni della nuova contabilità nazionale precisano meglio questo quadro: la crisi di produttività del 2000-2003 è stata meno severa, l’accelerazione del 2003-2007 un po’ più forte, l’evoluzione nel corso delle due ultime recessioni più robusta di quanto si sapesse. 
Ma c’è un punto da tenere in conto: stiamo parlando di valori medi. Ora sappiamo che la distribuzione della produttività per imprese è, in Italia come in Germania e negli altri Paesi, estremamente difforme e asimmetrica: le imprese migliori sono relativamente poche, un 20% se consideriamo come imprese migliori quelle esportatrici, e poi ci sono le altre, a volte molto distanziate dalle prime della classe. Focalizzarsi, quindi, solo sulla media può essere fuorviante. Più che rafforzare la dinamica media occorrerebbe innalzare la mediana e, cioè, ridurre le distanze tra le imprese migliori e le altre, rimpolpando la popolazione delle imprese che possono fare il salto di qualità ovvero “accorciando” la lunga coda di quelle lontane da livelli adeguati di efficienza produttiva.

Francesco Capobianco
Rimane, tuttavia, sul terreno il problema occupazionale. Gli osservatori internazionali, così come le nostre indagini sui territori, confermano che un recupero dei livelli occupazionali  pre-crisi nel comparto industriale è un obiettivo difficilmente raggiungibile e, comunque, non ottenibile nel breve-medio periodo. Le possibili strade per un recupero più immediato a livello sistemico dovrebbero essere seguite sia a livello locale che a livello europeo. Da più parti si prospetta l’introduzione di mini-jobs alla tedesca: possono rappresentare una soluzione o si creerebbero gli stessi problemi che affliggono i parasubordinati e le partite iva italiane?

Giulio Santagata
La soluzione dei mini-jobs tedeschi non è applicabile al contesto italiano e, probabilmente, non è nemmeno sostenibile nel tempo per quello tedesco, dove circa il 25% dei dipendenti (ben otto milioni di persone), percepisce meno di cinquecento euro al mese. Questo tipo di soluzione impone una profonda riflessione sotto il profilo della sostenibilità previdenziale: come faranno questi lavoratori a percepire una pensione adeguata? Riuscirà il welfare a sostenere il peso di queste generazioni di mini-workers?
Piuttosto sarebbe il caso di puntare sul Welfare come bacino occupazionale fin da subito, prendendo ad esempio le esperienze di maggior successo, come le cooperative sociali che riescono a stare sul mercato offrendo salari adeguati e un servizio non delocalizzabile e ormai imprescindibile per i territori nei quali sono istallate. Oltre al Welfare, il riequilibrio della mancata occupazione industriale deve venire da settori come le imprese creative e culturali e da quelle turistiche, dove le risorse maggiormente qualificate possono trovare spazi di occupazione non ancora esplorati

Francesco Capobianco
Ovviamente queste occasioni di nuova occupazione non possono che rappresentare un complemento del più ampio bacino di opportunità rappresentato dalle imprese industriali che hanno saputo cogliere la sfida della competizione globale ovvero quelle imprese che, come De Nardis osserva nello Scenario odierno, facendo leva sulla specializzazione e sull’innovazione, hanno visto incrementare le proprie quote di mercato estero.

Giulio Santagata
In effetti, non è vero che le imprese italiane sono indietro sotto il profilo dell’innovazione. Innanzitutto, vi è una forte innovazione incrementale, dettata dalla velocità di adattamento delle imprese industriali italiane ai cambiamenti internazionali. A questo va aggiunta la leadership italiana in determinate produzioni intermedie e i progressi fatti nel campo dell’innovazione di processo. Quello che manca davvero è l’innovazione di prodotto tout court ed è su questo terreno che l’industria italiana è chiamata a giocare la  partita più difficile.

Sergio De Nardis
Chiaramente, in assenza di una politica monetaria nazionale e con la Germania determinata a mantenere l’inflazione intorno all’1%, il perseguimento del miglioramento competitivo in Europa spinge verso scenari stagnanti, tendenzialmente deflazionistici. E questo anche con un mercato del lavoro più efficiente di quello attuale. E’ un grosso problema. Le nuove stime dell’Istat sono, dunque, importanti non solo per tratteggiare i nuovi scenari previsionali, ma anche per definire in maniera più accurata la portata delle misure di politica economica volte al sostegno della competitività delle imprese e dell’occupazione.

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