7 maggio 2015 - Strumenti di finanza sociale a supporto dell’economia locale: prospettive di applicazione in Italia

Boris Popov e Luigi Scarola – Area Economia Sociale
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Si stimano in circa 18 miliardi di euro i tagli che le Amministrazioni comunali hanno dovuto sopportare tra il 2010 ed il 2014, a cui si sommano le sanzioni per lo sforamento del Patto di stabilità, il provvedimento di riduzione di spesa corrente stabilito per le Città Metropolitane nella Legge di stabilità 2015, il fondo IMU-TASI, ecc.
È una situazione complessa che rischia di compromettere la tenuta di un delicato equilibrio che ha visto, negli ultimi anni, gli Enti Locali rivestire il ruolo di argine di fronte ad una recessione che ha colpito duramente le parti più deboli ed esposte delle comunità.
Attraverso l’applicazione del principio della sussidiarietà, si è assistito, infatti, ad una crescente delega delle competenze a livello locale per i Comuni, i quali sono stati chiamati ad attuare politiche attive in ambiti complessi che vanno dal welfare allo sviluppo economico, superando ampiamente il confine meramente ‘amministrativo-regolatorio’ a cui i sindaci erano chiamati sino a qualche anno prima. Basti pensare che gli Enti locali sono, ad oggi, i principali finanziatori degli interventi di ambito sociale, contribuendo con risorse proprie per circa i 2/3 della spesa.
Al governo delle città viene chiesto, in maniera pressante, di rispondere alle urgenze che la crisi ha messo a nudo. A titolo esemplificativo del disagio sociale, che contraddistingue gran parte della comunità, si consideri che in soli tre anni (2011-2013) la quota di famiglie incapaci di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza è aumentata di oltre 60 punti percentuali, con un tasso di disoccupazione totale che nello stesso periodo è aumentato di circa il 50%. A fronte di tali dinamiche la spesa per interventi e servizi sociali di fonte comunale ha invece, come sottolineato, registrato una brusca riduzione.


Figura 1 – Italia: alla crescita dei bisogni sociali corrisponde una riduzione della spesa pubblica per interventi di assistenza
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Il perdurare della fase recessiva sta, pertanto, amplificando i fenomeni di segregazione sociale e territoriale, rischiando di rallentare repentinamente la relazione tra crescita economica, occupazione e progresso sociale.
Ma se le città sono tradizionalmente i luoghi dove, più che altrove, si accumulano e risaltano i problemi, sono anche i luoghi dove gli stessi problemi spesso trovano le soluzioni più innovative. La vicinanza con i cittadini costituisce il reale punto di forza per un’Amministrazione che dovrà sempre più interpretare, in chiave moderna, il complesso governo del territorio.

Ecco quindi che emerge l’esigenza di interrogarsi se possano esistere strumenti ‘innovativi’ in grado di fornire risposte a bisogni sempre più complessi, in uno scenario che impone precise scelte di allocazione della spesa.

Così, mentre il mondo della finanza iniziava a guardare con crescente attenzione ai temi sociali, i policy maker, proprio sulla spinta della crisi delle finanza pubblica, iniziavano a riflettere su strumenti e modelli in grado di integrare l’ingegneria finanziaria con le esigenze di collettività. Questo processo ha portato, principalmente nei paesi di matrice anglosassone, alla sperimentazione di strumenti finanziari, sia sotto forma di debito che di equity.

È del 2010, sulla scia del lavoro del Prime Minister's Council on Social Action, l’introduzione in Gran Bretagna del primo Social Impact Bond (SIB), uno strumento finanziario che, attraverso un innovativo concetto di partnership pubblico-privata, porta all’erogazione di servizi sociali tramite raccolta di finanziamenti privati.

L’idea su cui si fonda la struttura di un SIB risiede nella potenziale riduzione della spesa pubblica e la contestuale ottimizzazione del risultato sociale a fronte di un programma di intervento gestito generalmente da organizzazioni non profit (ONP). Si tratta, quindi, di uno strumento complesso che lega la remunerazione del capitale privato - generalmente raccolto da un istituto bancario in accordo con la PA - all’effettivo contenimento dei costi e all’esito del programma sociale, certificato da un ente valutatore indipendente.

La teoria suggerisce un vantaggio per tutti gli attori coinvolti:

  • l’ente pubblico favorisce l’innovazione sociale sul proprio territorio, stimola l’occupazione, ottimizza l’utilizzo di risorse pubbliche;
  • l’attività delle ONP viene promossa tramite flussi di capitali privati;
  • gli investitori privati hanno un’opportunità di diversificazione del portafoglio finanziando attività ad elevato impatto sociale e la possibilità di ricevere un elevato ritorno economico;
  • i cittadini vedono aumentare l’offerta di servizi sociali per la comunità, beneficiando di un’azione concreta di miglioramento del tessuto economico locale.

Nell’ottica di un investitore privato, vi è d’altra parte la possibilità di conoscere a priori e con esattezza i risultati attesi in termini sociali dell’intervento che si va a finanziare e allo stesso tempo la garanzia che tale risultato possa essere misurato in maniera puntuale ex-post.

Si tratta, quindi, di uno strumento sofisticato, più simile a un contratto strutturato del tipo “Pay for Success”, che a un tradizionale titolo obbligazionario quale il Social Bond, per cui la restituzione del prestito non è in alcun modo garantita e dipende esclusivamente dal raggiungimento dell’obiettivo sociale sottinteso dall’intervento (laddove in caso di successo il ritorno economico può essere anche molto remunerativo).

A differenza dei Social Bond, concepiti per finanziare iniziative sociali il cui impatto viene evidenziato in maniera generica, l’ideazione del SIB fornisce una risposta alla dirimente questione della misurabilità dell’impatto rendendo trasparente, tracciabile e chiaramente identificabile il raggiungimento di un predeterminato target sociale nella popolazione sottoposta ad intervento (ad esempio, il contenimento del tasso di disoccupazione a un dato livello a seguito di un programma di reinserimento lavorativo, o di un tasso di recidiva a seguito di un programma di reinserimento sociale).

Tuttavia, se da una parte la creazione di questo strumento ha il merito di colmare uno dei limiti dell’Impact Investing e cioè quello legato alla valutazione dell’impatto sociale, dall’altra incorpora un livello di rischio relativamente elevato, più adeguato al profilo di un investitore qualificato che a quello di un risparmiatore privato e ciò costituisce un limite intrinseco allo strumento. L’idea di economia sociale ha una profonda radice nel concetto di partecipazione attiva della collettività e al tempo stesso di prossimità, ovvero un virtuoso incontro tra la sfera pubblica e la sfera privata. Si ritiene pertanto che strumenti di incentivazione sociale per avere successo, in termini di diffusione, debbano mirare ad una raccolta di collettività.

Proprio su questa linea si muove un’interessante iniziativa nata recentemente nel nostro Paese, nel quartiere Scampia di Napoli. Si tratta di un progetto legato alla creazione di un impianto di compostaggio per la valorizzazione dei rifiuti grazie all’utilizzo di tecnologie avanzate, finanziato interamente da uno strumento innovativo realizzato da Banca Prossima. Denominato TRIS (Titolo di Riduzione di Spesa Pubblica), questo nuovo titolo “obbligazionario” si sostanzia in una evoluzione del modello di funzionamento del SIB, prevedendo la garanzia del capitale sottoscritto e, in caso di effettivo risparmio di spesa pubblica a seguito del progetto , un rendimento per i sottoscrittori in linea con quelli dei titoli di Stato di pari durata del progetto.

Il progetto di finanziamento assume ancor più valore se si considera il contesto di particolare rilevanza sociale e il fatto che il Comune aveva lanciato nei due anni precedenti un bando di gara relativo alla valorizzazione dei rifiuti senza trovare alcun riscontro dal mercato privato.

Come nel caso dei SIB, nella formula che si intende mettere a punto a Scampia, la forza dello strumento sta nell’allineamento di interessi che si viene a creare tra le parti coinvolte, laddove l’outcome finale atteso (riduzione della spesa pubblica) diventa fonte di potenziale guadagno per tutti gli attori coinvolti. Tuttavia, a differenza dei SIB, c’è un istituto di credito che si fa proponente dell’iniziativa, emette un titolo obbligazionario e garantisce interamente la quota capitale dell’investimento.

Il corretto funzionamento dello strumento si poggia dunque sul ruolo centrale rivestito dall’istituto di credito promotore, il quale agisce sia come raccordo tra le parti che come garante finanziario dell’iniziativa, scaricando gran parte dell’onere del rischio dalle spalle degli investitori. A seguito di ciò lo strumento dovrebbe promuovere una partecipazione diffusa dei cittadini che potrebbero coincidere in larga misura con i finanziatori dell’iniziativa.

Il sistema bancario appare quindi in questa concezione innovativa, come un possibile motore propulsivo del mercato degli investimenti a impatto sociale e dell’imprenditorialità sociale.

In ciò si intravede una potenziale via italiana alla finanza innovativa, anche alla luce di un sistema di intermediazione creditizia consolidato, capillarmente diffuso sul territorio e una modalità di finanziamento e ricerca di capitali delle imprese tipicamente banco-centrica. Ancor più se si considera che le banche, insieme al sistema postale, rappresentano in Italia la principale forma di canalizzazione del risparmio privato e, pertanto costituiscono il principale veicolo di indirizzo, di distribuzione e di collocamento alla clientela privata di prodotti finanziari.

Il nostro Paese possiede tutte le caratteristiche strutturali e storiche affinché possano svilupparsi esperienze virtuose di integrazione finanziaria e sociale: una massa critica (mercato potenziale) di considerevoli dimensioni, una socialità di prossimità evoluta, un’elevata resilienza alle situazioni di difficoltà.

In questo senso, nel Rapporto Italiano della Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8 si delinea il quadro di riferimento dell’impact investing in Italia e viene parimenti fornita una stima prudenziale di quella che potrebbe essere la dimensione del mercato nel futuro. Tenendo in considerazione le aree in cui sarà maggiormente necessario sviluppare servizi per rispondere ai crescenti bisogni sociali (l’Istat individua cinque aree di fragilità preminenti: salute, disabilità, famiglia, housing, esclusione sociale), il panorama dell’imprenditoria sociale attuale e potenziale, nonché l’ammontare di finanziamenti che vengono utilizzati a sostegno dell’economia sociale, viene ipotizzato che nel 2020 almeno l’1% degli attivi gestiti sul mercato dei capitali possa essere collegato all’investimento d’impatto, per un mercato potenziale del valore di circa 28,9 miliardi di euro.

Figura 2 – Italia: il mercato potenziale dell’impact investing
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Fonte: elaborazioni Nomisma su fonti varie

Proprio la robusta rete dell’associazionismo e del terzo settore, fortemente radicati sul territorio, ha generato durante la crisi una sorta di stanza di compensazione che ha consentito una tenuta del sistema ed una attenuazione degli impatti. Ma se la rete sociale è stata efficiente ed in grado di fornire un reale supporto, il tema diviene, quindi, come rendere tali interventi strutturali, incentivarli e far si che generino oltre ad una risposta alle urgenze, un modo moderno ed innovativo di interpretare il territorio, in una fase di tagli alla spesa pubblica.

Se il territorio di appartenenza, anche nella sua declinazione più ampia, diviene il luogo ideale dell’interpretazione di socialità, questo si riflette in maniera rilevante nelle scelte di investimento. Il cittadino è maggiormente incline alla partecipazione quando ha il riscontro tangibile dei risultati delle proprie azioni: “rinuncio ad una remunerazione più alta, ma voglio che il progetto contribuisca ad un miglioramento sociale che sono in grado di percepire e controllare”. Non è un caso, forse, che il nostro Paese sia stato relativamente refrattario al proliferare di piattaforme Web a supporto di iniziative di crowdfunding, strumenti che scontano da un lato un non adeguato livello di trasparenza rendendo difficile la valutazione dell’impatto sociale generato, dall’altro una reticenza da parte dei cittadini nel considerare gli strumenti Web come la via più affidabile per incanalare un investimento.

Perché il mercato dell’Impact Investing si sviluppi con successo è necessario, accanto alla creazione di un ecosistema favorevole in termini di regolamentazione, che sussistano due condizioni portanti:

  1. La presenza di un ente sponsor e garante dell’iniziativa (non necessariamente istituti di credito, ma anche fondi pensione, fondazione bancarie o intermediari assicurativi);
  2. La misurabilità dell’impatto sociale, identificando gli ambiti di intervento che più si prestano a generare un risparmio di spesa pubblica.

Se da un lato la restituzione del capitale e la sua eventuale contenuta remunerazione sono compatibili con le finalità sociali delle progettazioni, dall’altro la valutazione ex-ante, il controllo in itinere e la valutazione ex-post divengono fattori imprescindibili nelle scelte di investimento consapevoli.

Seguendo questo approccio Nomisma sta sviluppando una serie di riflessioni sull’applicabilità di strumenti di ‘finanza innovativa’ in ambiti che non intercettano l’interesse degli operatori privati, ma che offrono prospettive di importanti ricadute sotto il profilo sociale e che potenzialmente sono in grado di stimolare un indotto economico di territorio. È su questa linea che si sta avviando una collaborazione anche con il Comune di Modena che alla luce della consolidata cultura sociale e di comunità può rappresentare un valido banco di prova delle potenzialità dello strumento.

DOWNLOAD

Bibliografia

2WEL, “Primo rapporto sul secondo welfare in Italia” (2013)
A.Vecci, “La finanza per il sociale: bolla o rivoluzione?”, Mensile Valori (2014) http://www.valori.it/dal-mensile/la-finanza-sociale-bolla-o-rivoluzione-7885.html
Comitato SIB Italia, “I Bond ad impatto sociale una proposta per l’Italia” (2013)
Fondazione Cariplo, “La finanza al servizio dell’innovazione sociale?“, Collana “Quaderni dell’Osservatorio” n. 11 Anno (2013)
Fondazione Sodalitas, Quaderno “Introduzione alla finanza sociale” (2015)
ISTAT, “Documento di economia e finanza 2015 – La finanza delle amministrazioni locali” (2015)
OECD, “Social Impact Investment: building the evidence base” (2015)
Provincia Autonoma di Trento – Direzione Generale, “Il finanziamento collettivo come opportunità: il crowdfunding” (2015)
Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8, “La finanza che include: gli investimenti ad impatto sociale per una nuova economia”, Rapporto Italiano (2015)
Unicredit Foundation, “Ricerca sul valore economico del Terzo Settore in Italia” (2012)

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