Imola (BO), Palazzo Confesercenti, ore 20.00 – Presentazione della ricerca di Nomisma “Tendenze ed opinioni di imprese e famiglie del circondario imolese” nell’ambito del convegno organizzato da Confesercenti Imola.

Partecipano all’evento Paolo Bono, Economista Nomisma, e Silvia Zucconi, Commercio e Consumi Nomisma.

Programma

 

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Altavilla Vicentina (VI), ore 9.00 – Nell’ambito del seminario organizzato e ospitato da CUOA, Paolo Bono, Economista Nomisma, partecipa alla tavola rotonda “Fare rete per innovare nei prodotti e nel marketing con una vision internazionale”.

 

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Denis Pantini e Paolo Bono, Nomisma Wine Monitor 
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Nel 2014 il vino italiano ha ritoccato verso l’alto il proprio record in termini di esportazioni, attestandosi attorno ai 5,1 miliardi di euro. Si tratta di una crescita modesta (di poco superiore all’1%) rispetto a quanto registrato nell’anno precedente, che deriva sostanzialmente dalle conseguenze che l’arretramento nei valori di import di vino di alcuni grandi mercati internazionali (come la Germania o la Russia) ha avuto sull’export mondiale, diminuito di circa lo 0,5% rispetto al 2013. La ridotta performance dell’export italiano è principalmente attribuibile al vino sfuso (che incide ancora per circa il 30% sui volumi commercializzati all’estero), la cui riduzione nei valori (vicina al 20%) non è stata compensata né dall’importante crescita degli spumanti (+14%, ma le cui quantità pesano per appena il 10% del totale export), né dai vini fermi imbottigliati, che rappresentano la gran parte delle nostre esportazioni (60% dei volumi), la cui crescita è risultata appena superiore all’1%.

L’attenzione posta ai mercati esteri da parte delle imprese vinicole italiane sta diventando sempre più centrale, alla luce del lento ma inesorabile calo che stanno subendo i consumi di vino sul mercato nazionale. Appena un decennio fa, il rapporto tra i volumi esportati e quelli venduti internamente era pari a 0,5; oggi è diventato 1, nel senso che le quantità di vino commercializzate all’estero sono praticamente le stesse di quelle consumate sul mercato domestico (fig. 1).

Visti da un’altra angolazione, i consumi di vino sono scesi nello stesso periodo da 50 a 35 litri pro-capite, un livello ancora alto se confrontato con i principali mercati internazionali (in Francia sono 44 litri, in Germania 24, negli Stati Uniti meno di 10), ma purtroppo inserito in un trend di calo per motivi strutturali, comuni a quei paesi europei dove il vino vanta radici storiche di lungo corso nell’ambito delle proprie tradizioni alimentari. Tradizioni nelle quali il vino ha spesso assunto la funzione di elemento di base piuttosto che voluttuario e che oggi si trova a fare i conti con una riduzione fisiologica dei bevitori quotidiani (maggiormente diffusi nelle fasce della popolazione con più di 65 anni), non adeguatamente rimpiazzati da quelli occasionali, per lo meno sul fronte delle quantità consumate.

Fig. 1– Italia: trend dell’export e dei consumi interni di vino (Milioni di ettolitri)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor

In questo scenario di riduzione strutturale dei consumi di vino, la crisi economica non ha fatto altro che accentuare la tendenza in atto. Tale calo ha interessato sia le vendite sul canale off-trade (in particolare GDO, diminuite dal 2007 ad oggi del 15% in quantità, fig. 2), sia quelle sull’on-trade, dove ha inciso la riduzione della capacità di spesa che ha interessato gli italiani durante questo lungo periodo di recessione. Tanto che l’incidenza dell’on-trade sulle vendite nazionali di vino (in quantità) è scesa dal 40% al 35% nel corso degli ultimi cinque anni.

Fig. 2 – Vendite decennali di vino confezionato in GDO (2004 = 100)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati IRI

Di fronte a questo scenario di calo dei consumi sul mercato nazionale, i produttori italiani hanno spostato l’attenzione verso l’estero, con l’obiettivo di cogliere le opportunità derivanti dalla diffusione dei consumi di vino ai quattro angoli del pianeta: nel corso dell’ultimo decennio, il commercio internazionale di questo prodotto è infatti aumentato di quasi il 75%, passando da 15 a 26 miliardi di euro. Un tasso di crescita che, nello stesso periodo di tempo, è stato surclassato dall’export dei vini italiani (+88%), trainato da un lato dall’incremento delle esportazioni degli spumanti (+263%) e dall’altro da un allargamento delle vendite verso i mercati extra-Ue, dove i consumi di vino evidenziano dinamiche di crescita molto più rilevanti rispetto ai paesi europei.

Questa progressione non è stata semplice e soprattutto non ha interessato direttamente tutte le imprese vinicole italiane. Sebbene la propensione media all’export del settore sia vicina al 50%, i produttori che possono vantare un grado di internazionalizzazione più elevato sono generalmente quelli che esprimono anche “dimensioni competitive” maggiori: in particolare, la propensione all’export delle imprese vinicole risulta mediamente superiore al 60% nel caso delle aziende con oltre 50 milioni di fatturato che, nel quadro del tessuto produttivo italiano, sono meno di 30.

Le dimensioni aziendali favoriscono quindi il grado di internazionalizzazione delle imprese, un fattore che a sua volta appare legato alle performance economiche delle stesse.

La focalizzazione sul mercato estero sembra, infatti, favorire una maggiore redditività delle aziende vitivinicole, come emerge da un’analisi condotta su un campione di 46 imprese di capitali (S.r.l. e S.p.A.). Si tratta delle principali imprese non cooperative del settore (con valore dei ricavi superiore a 10 milioni di euro), che a livello cumulato rappresentano oltre 2 miliardi di euro di fatturato. Nel campione non sono state invece considerate le cooperative (nonostante l’importanza di queste realtà nel sistema vitivinicolo italiano), dato che le specificità contabili di questa forma d’impresa inficiano significativamente i risultati aziendali e settoriali in termini di marginalità e redditività[1].

Alla luce di tali premesse, dall’analisi del campione emerge come le aziende con maggiore propensione all’export siano quelle con la più elevata redditività del capitale (fig. 3); più in dettaglio, il rendimento del capitale proprio (ROE) si attesta mediamente al 2,2% tra le imprese che esportano fino al 50% (in valore) dei propri prodotti, sale al 4,4% tra le aziende che esportano dal 50% al 74% del proprio fatturato, fino a raggiungere il 10,9% tra le realtà che realizzano la quasi totalità delle vendite (oltre il 75%) all’estero.

Fig. 3 – Relazione tra redditività del capitale proprio (ROE) e propensione all’export (export/fatturato)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Se la focalizzazione commerciale sui mercati esteri favorisce la redditività delle imprese, considerazioni differenti possono essere fatte sulla marginalità dei prodotti, misurata tramite l’EBIT che definisce l’incidenza percentuale del risultato operativo della gestione caratteristica sul totale del fatturato (in altre parole la dimensione dei margini unitari medi dei prodotti commercializzati). A tale proposito, la figura 4 mostra come, a differenza di quanto visto per la redditività del capitale (ROE), all’interno del campione la marginalità non cresce proporzionalmente all’aumentare della propensione all’export delle imprese.

Fig. 4 – Relazione tra marginalità netta (EBIT) e propensione all’export delle imprese
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Per quale motivo gli effetti della propensione all’export sono diversi su redditività e marginalità?

Una risposta in tal senso discende dalle caratteristiche strutturali e organizzative delle imprese vitivinicole italiane fortemente orientate sui mercati internazionali, i cui connotati possono essere identificati attraverso il grado di integrazione verticale delle stesse, misurato come rapporto tra il valore degli acquisti di materie prime e valore della produzione. Tanto più tale indice risulta elevato tanto più è basso il livello di integrazione delle imprese. In altre parole, nei casi in cui tale indicatore risulta alto è verosimile che le imprese trasformino vino a partire da uve acquistate da terzi oppure selezionino e commercializzino vini prodotti da altre realtà.

Partendo da questo assunto, la figura 5 evidenzia in maniera chiara come nelle imprese vitivinicole che esportano quasi tutta la propria produzione (oltre il 75% del fatturato deriva da vendite oltre confine), tale indice assume valori mediamente molto più elevati rispetto a quelli riscontrabili nella restante parte del tessuto produttivo.

Fig. 5 – Proxy sul tipo di attività svolta (integrazione verticale) e propensione all’export delle imprese
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

In virtù di tali evidenze, le imprese fortemente export-oriented sembrano caratterizzarsi per una maggiore focalizzazione sulla fasi più a valle della filiera e parallelamente per una minore copertura della filiera nelle fasi più a monte (gestione dei vigneti e/o vinificazione). Sembrerebbe quasi che queste realtà (chi esporta oltre il 75% del fatturato), nel tempo abbiano accresciuto i loro ricavi all’estero soprattutto regolando e coordinando la filiera al fine di commercializzare prodotti finiti (bottiglie o vino sfuso successivamente imbottigliato nei propri stabilimenti) provenienti da legami di fornitura con altre realtà produttive, sia che si tratti di vino o di uva successivamente trasformata in azienda. A supporto di tale considerazione, si veda la tabella 1 dove, per i tre cluster di imprese considerate, sono state messe a confronto le bottiglie prodotte con quelle potenzialmente ottenibili dai vigneti gestiti (sia di proprietà che in affitto).

Tab. 1 – Produzione di vino commercializzato dai tre cluster di imprese rispetto al proprio potenziale produttivo (2013)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor.

Al netto della produzione di vino venduta sfusa, è interessante notare come per le imprese maggiormente export oriented, la produzione imbottigliata è quasi 4 volte superiore a quella potenzialmente ottenibile dai vigneti gestiti; un rapporto che diminuisce sensibilmente al calare della propensione all’export e che dimostra una volta di più come le imprese maggiormente focalizzate sui mercati esteri abbiano nel tempo rafforzato le relazioni di filiera piuttosto che incrementato l’investimento nei fattori di produzione.

Le peculiarità di questo gruppo di imprese ci aiutano a spiegare perché a una maggiore propensione all’export corrisponde una più elevata redditività ma non necessariamente una maggiore marginalità. Aziende di questo tipo (che esternalizzano una o più fasi del processo produttivo a terzi) hanno infatti minore necessità di capitale a parità di fatturato sviluppato. Allo stesso tempo, i costi unitari di produzione salgono dal momento che includono anche i margini relativi alle attività produttive (ad esempio la coltivazione dell’uva o la vinificazione) lasciate in capo a terzi.

D’altronde, le attività focalizzate sulle fasi più a valle della filiera (nell’ordine, trasformazione a partire da semilavorati, imbottigliamento, distribuzione e commercializzazione) risultano strutturalmente caratterizzate da marginalità unitarie inferiori rispetto a quelle realizzate da imprese che coprono l’intera filiera di produzione (dalla vigna alla vendita del vino) e, allo stesso tempo, redditività del capitale più elevata. A quest’ultimo proposito, la maggiore redditività deriva dal fatto che in tali contesti organizzativi diminuisce sensibilmente la quantità di capitale necessaria a sviluppare lo stesso fatturato. Sintetizzando, si può affermare che per questa tipologia di imprese, a parità di prodotti offerti, diminuiscono i margini unitari di prodotto ma aumentano più che proporzionalmente i volumi e i valori di vendita con lo stesso capitale investito. Tale circostanza, che si può definire come rotazione del capitale, favorisce in ultima istanza il conseguimento di utili più elevati grazie all’effetto moltiplicazione dei volumi sui margini unitari.

I risultati economici e la loro correlazione con l’organizzazione industriale e la focalizzazione delle imprese sui mercati esteri suggeriscono nuove riflessioni per la lettura delle buone performance registrate dal vino made in Italy negli ultimi anni.

Una parte rilevante del vino italiano viene oggi esportato da imprese che, nel focalizzare il proprio portafoglio clienti sui mercati esteri, hanno da un lato concentrato investimenti e competenze interne sulle ultime fasi del processo produttivo nonché sulle fasi distributive e commerciali; d’altro canto esse hanno assunto un ruolo di coordinamento e controllo delle fasi produttive a monte, delegando una parte rilevante dei processi più strettamente produttivi a imprese vitivinicole di minori dimensioni con difficoltà di accesso diretto al mercato (specie in un momento di profondo calo delle vendite interne sul canale on-trade).

All’interno della filiera vitivinicola italiana (o meglio nelle diverse filiere vitivinicole che a livello territoriale si concentrano su specifiche produzioni a denominazione di origine), quindi, le aziende export-focused spesso si sono poste al vertice dell’organizzazione di filiera veicolando oltre-confine il vino prodotto anche a partire da uve di tante piccole realtà che hanno potuto mantenere il proprio focus aziendale su qualità e processi produttivi.

In quest’ottica, l’intensificazione e il consolidamento dei rapporti di sub-fornitura tra le imprese della filiera potrebbe essere stato un fattore organizzativo determinante nel percorso di sviluppo dell’export italiano di vino. Ciò a maggior ragione per un settore fortemente caratterizzato dalla presenza e dalla forza d’immagine delle denominazioni di origine. La riconoscibilità dei vini made in Italy nel mondo è infatti spesso associata alle denominazioni di origine piuttosto che ai brand privati, una circostanza che favorisce i legami tra le imprese delle filiera a livello territoriale. In tal senso, il sistema delle denominazioni mantiene saldi i legami di fornitura a livello locale e garantisce che i vantaggi derivanti dall’internalizzazione commerciale delle imprese più grandi ricadano a cascata anche sul tessuto produttivo composto da piccoli produttori locali.

A dispetto però dei record ottenuti nell’export e della tenuta della viticoltura a livello territoriale, sono ancora tanti gli ambiti su cui intervenire per avvicinarsi sempre più all’obiettivo dei 7,5 miliardi di esportazioni ipotizzati dal Governo entro il 2020. Se, come visto, il sistema delle denominazioni costituisce un punto fermo per uno sviluppo armonico dell’intera filiera vitivinicola, diventa sempre più strategico - per i Consorzi di Tutela chiamati a gestire e programmare l’offerta produttiva - dotarsi di sistemi e strumenti utili al monitoraggio e alla previsione dei trend di mercato.

Allo stesso tempo, non si può pensare che tutta l’uva prodotta dalle migliaia di piccoli produttori possa essere interamente trasformata e veicolata sul mercato tramite quella parte del tessuto produttivo che ha ormai tutte le competenze e le risorse per accedere al meglio ai mercati internazionali. Le relazioni di filiera che abbiamo esaminato possono certamente aiutare la sostenibilità del tessuto produttivo ma prima o poi il vitivinicolo italiano dovrà fare i conti con quello che sembra un ineluttabile declino dei consumi interni, tra l’altro sempre più legati alla GDO e quindi ad un interlocutore commerciale spesso “inarrivabile” da parte dei piccoli produttori.

Può il vitivinicolo italiano fare a meno del mercato nazionale? Si può pensare di mantenere nel lungo termine un’offerta variegata e di qualità senza riuscire a stimolare una ripresa dei consumi interni? Le dinamiche degli ultimi decenni suggeriscono che si tratta di una sfida difficile. Ma forse è anche una sfida da cui non si può sfuggire. Per vincerla occorre intervenire contemporaneamente su diversi ambiti (dal rafforzamento delle competenze commerciali delle imprese allo sviluppo dell’enoturismo), anche se l’obiettivo prioritario resta quello di una conoscenza più approfondita degli stili e delle abitudini di consumo che caratterizzano le fasce più giovani della popolazione, chiamate a sostituire una generazione di consumatori “quotidiani” di vino che, nel tempo, va riducendosi. Inesorabilmente.

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[1] Nelle cooperative vitivinicole, la gran parte dei margini e degli utili aziendali viene distribuita ai soci tramite il riconoscimento di un sovra-prezzo sulla materia prima (uva da vino o vino sfuso) da essi conferita. La marginalità prodotta viene quindi in larga parte contabilizzata come un costo (tra i costi di acquisto per materie prime) e ciò ovviamente ha un impatto sui livelli di redditività che emergerebbero da una tradizionale analisi dei bilanci. In tale contesto, tutti gli indici di redditività delle imprese cooperative risultano ampiamente sottostimati così come gli indici eventualmente calcolati su campioni settoriali che coinvolgono anche realtà cooperative. 

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Paolo Bono, Economista Nomisma 
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L’agroalimentare è un asset strategico del Paese. Il processo di produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari coinvolge una rilevante porzione dell’economia italiana, rappresentandone il 13,2% degli occupati (3,3 milioni di lavoratori) e l’8,7% del PIL (119 miliardi di euro). La centralità delle imprese che operano nella filiera è immediatamente percepibile anche in virtù dei 76 miliardi di euro di retribuzioni annualmente sostenute, dei 23 miliardi di euro di investimenti e di un contributo erariale che, al netto dei contributi ricevuti dalle imprese, supera i 20 miliardi di euro.

Tante e fortemente integrate sono le imprese che operano nei diversi anelli della filiera: aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio, operatori della ristorazione.

A tali soggetti si affianca poi un importante indotto di imprese esterne alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali come trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi tecnici e beni strumentali per l’agricoltura e l’industria alimentare, servizi di comunicazione e promozione.

Considerando anche l’indotto generato, l’agroalimentare arriva a rappresentare il 13,9% del PIL italiano, un peso tra l’altro in tendenziale crescita dal 2008 in poi (in corrispondenza degli anni di crisi economica).

Questi numeri chiariscono la rilevanza socio-economica dell’agroalimentare. Tuttavia, la sostenibilità di tale valenza è messa a rischio da ritardi strutturali, legati sia al tessuto imprenditoriale che alle inefficienze del “Sistema Paese”, che limitano la competitività della filiera e ne frenano l’ulteriore sviluppo, nonostante un ampio potenziale ancora inespresso.

Tra le criticità del tessuto produttivo c’è anzitutto la ridotta dimensione delle imprese, cui si affianca un grado di concentrazione della fase distributiva non ancora allineato a quanto avviene nei principali paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Ciò contribuisce a mantenere elevato il numero di passaggi nella filiera e a ridurre la possibilità di raggiungere economie di scala utili alla riduzione dei costi di produzione.

Allo stesso tempo, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, buona parte del made in Italy alimentare richiede l’approvvigionamento di importanti produzioni agricole di base (come cereali, soia, carni bovine e suine, latte) dall’estero; fattore questo che sposta una parte rilevante del valore delle vendite alimentari al di fuori dei confini nazionali.

A queste peculiarità, si aggiungono gli effetti che derivano dai deficit infrastrutturali e dagli elevati costi «di sistema»; a titolo esemplificativo, le imprese italiane, tra cui quelle dell’agroalimentare, sostengono:

  • un costo del trasporto su gomma delle merci (1,59 €/km) superiore del 32% rispetto alle imprese spagnole (1,21 €/km), del 20% rispetto a quelle francesi (1,32 €/km) e del 18% rispetto a quelle tedesche (1,35 €/km);
  • un costo dell’energia elettrica (0,22 €/kWh) superiore del 70% alla media comunitaria (0,13 €/kWh).

Queste criticità strutturali, di filiera e di sistema, provocano un aggravio di costi che si ripercuote sia sulla competitività delle imprese che sulla formazione dei prezzi alimentari al consumo.

Con riguardo al primo aspetto, basti pensare all’enorme potenziale non ancora sfruttato sul fronte dell’accesso ai mercati esteri. Nonostante i buoni risultati degli ultimi anni, le esportazioni alimentari italiane sono meno della metà di quelle tedesche (rispettivamente 27 e 57 miliardi di euro). Allo stesso tempo, la propensione all’export dell’Italia in questo settore è decisamente inferiore a quella di tutti i principali competitor europei (21% per l’Italia, 23% per la Spagna, 25% per la Francia e 31% per la Germania).

Le difficoltà dell’agroalimentare nazionale nello sfruttare appieno l’indiscussa immagine e riconoscibilità del food made in Italy nel mondo (asset su cui la gran parte dei concorrenti europei non può contare) scaturiscono dalle criticità strutturali di filiera e di “sistema Paese” che, impattando sui costi di produzione e conseguentemente sul livello dei prezzi, limitano la competitività delle imprese italiane.

D’altronde, le stesse motivazioni aiutano a spiegare perché la gran parte del valore della spesa alimentare degli italiani serva a sostenere i costi di produzione, mentre una parte davvero marginale si riferisce agli utili delle imprese che, a vario titolo, operano all’interno della filiera.

Nel quadriennio 2008-2011, gli italiani hanno speso mediamente ogni anno 216 miliardi di euro per alimenti e bevande (comprendendo sia i consumi domestici che i cosiddetti consumi “fuori casa”). Di tale valore, solo poco più di 7 miliardi sono stati trattenuti, a titolo di utili, dalle imprese che operano nelle diverse fasi della filiera (figura 1).

La produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari richiede una serie di processi che contribuiscono alla formazione dei prezzi al consumo.

Una prima importante porzione del valore della spesa alimentare – 73,5 miliardi di euro – è funzionale a sostenere l’acquisto, da parte delle imprese della filiera, di beni e servizi da aziende appartenenti ad altri settori economici: ci si riferisce ad esempio ai servizi di trasporto e logistica, promozionali o ancora all’acquisizione di mezzi tecnici o beni funzionali al packaging dei prodotti agroalimentari.

È poi da considerare come il reperimento dei capitali di debito (spesso di origine bancaria) necessari all’attività delle imprese della filiera abbia un costo di circa 10 miliardi di euro. A tale somma vanno poi aggiunti ben 7 miliardi di euro destinati ad imprese estere per ripagare le importazioni nette (saldo negativo della bilancia commerciale) di prodotti agroalimentari.

A contribuire alla formazione dei prezzi alimentari sono anche i costi relativi agli investimenti realizzati dalle imprese agroalimentari (ammortamenti) e le imposte pagate da queste ultime all’Erario; queste due voci assorbono rispettivamente 22,5 e 20 miliardi di euro.

Quasi 76 dei 216 miliardi di euro sostenuti dalle famiglie italiane per consumi alimentari servono poi a ripagare il costo delle retribuzioni degli occupati nei vari anelli della filiera.

Figura 1 – Distribuzione dei consumi alimentari (in mrd €): media 2008-2011
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Fonte: Nomisma

In sintesi, ciò che è più interessante notare è che solo una parte minoritaria del valore dei consumi alimentari ha come beneficiari finali imprese e addetti della filiera agroalimentare: dei complessivi 216 miliardi di euro annualmente spesi, meno della metà e precisamente 83 miliardi di euro remunerano imprenditori (7 miliardi di euro di utili) e lavoratori (76 miliardi di euro di retribuzioni), a cui si aggiungono altri 23 miliardi di euro che servono a finanziare il rinnovo del capitale aziendale (ammortamenti) delle imprese operanti nella filiera.

La maggior parte del valore della spesa alimentare (51%) è destinata invece ad attori esterni alla filiera: imprese di altri settori economici (73,5 miliardi di euro), Stato (20 miliardi di euro), sistema finanziario (10 miliardi di euro) e imprese estere (7 miliardi di euro).

Rapportando la distribuzione dei consumi alimentari su ogni 100 euro di spesa, la residualità degli utili diviene ancora più chiara (figura 2). Più in dettaglio, destinatari e beneficiari finali di tale somma sono, nell’ordine:

  • addetti ed occupati nelle imprese della filiera (agricole, industriali, distributive, commerciali e della ristorazione), per un valore di 35 euro;
  • imprese di altri settori che con la filiera agroalimentare intrattengono relazioni commerciali (imprese di trasporto, logistica, di fornitura energetica, di packaging, ecc.), per un valore di 34 euro;
  • imprese della filiera agroalimentare tramite il rinnovo del proprio capitale aziendale (ammortamenti), per un valore di 11 euro;
  • Stato, a titolo di imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA) incassate, per un valore di 9 euro;
  • sistema finanziario, tramite le rendite incassate sui capitali erogati in prestito, per un valore di 5 euro;
  • imprese estere, per le esportazioni nette (al netto delle importazioni) verso l’Italia, per un valore di 3 euro;
  • imprenditori, tramite gli utili conseguiti, per un valore di 3 euro.

Figura 2 – Distribuzione per ogni 100 € di spesa alimentare: dinamica
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Fonte: Nomisma

Riassumendo, del prezzo pagato dai consumatori italiani per beni alimentari ben il 97% serve a ripagare i costi di produzione, mentre la somma di tutti gli utili conseguiti dalle imprese dei diversi anelli della filiera raggiunge appena il 3%. Se tale quota si è mantenuta piuttosto stabile nel corso degli anni, ciò che invece è emerso è stato il progressivo spostamento di valore al di fuori della filiera.

Se agli inizi del decennio scorso il costo dei beni e servizi realizzati da imprese di altri settori economici assorbiva il 22% della spesa alimentare, tale quota è salita al 29% nel triennio 2004-2006 e al 34% nel quadriennio 2008-2011. Tale progressione è in buona imputabile alla crescita dei costi per utenze, energia, trasporto e logistica, vale a dire costi direttamente o indirettamente riconducibili a gap infrastrutturali del sistema Paese.

Specularmente, sul totale della spesa alimentare delle famiglie perde peso la quota di valore che resta all’interno della filiera, e in particolare quella funzionale a remunerare i lavoratori, passata dal 38% nel periodo 2004-2006 al 35% nel quadriennio 2008-2011.

In questo quadro, l’acceso dibattito che spesso domina l’attenzione mediatica su “chi” e “quanto” guadagna all’interno della filiera agroalimentare non sembra trovare grande fondamento. Al di là della diversa capacità di creare utile nelle varie fasi della filiera, il dato di fatto più significativo è la marginale importanza di utili e di presunte “azioni speculative” nella formazione dei prezzi finali.

Questo perché il livello e l’andamento dei prezzi al consumo sono quasi interamente legati a quanto avviene sul fronte dei costi di produzione.

È quindi la riduzione dei costi il tema su cui concentrare l’attenzione, per creare nuovi spazi di reddito senza procurare un aggravio sul prezzo pagato dai consumatori. Tutto ciò è possibile, a patto però di mettere finalmente mano in maniera risoluta ai deficit strutturali che ancora oggi contraddistinguono imprese e “sistema Paese”. 

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Roma, Centro Congressi “Roma Eventi-Fontana di Trevi”, ore 10. Convegno ADM (Associazione Distribuzione Modena) - Agricoltura e moderna distribuzione: valore e valori.

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A cura di Paolo Bono, economista Nomisma 
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Mentre i consumi interni e i redditi degli italiani continuano a risentire della difficile congiuntura nazionale, a trainare il sistema industriale è l’export che anche negli ultimi anni conferma gli ottimi risultati già registrati nello scorso decennio.

Le vendite oltre confine di prodotti made in Italy sono aumentate in maniera significativa tra il 1999 e il 2012, passando da 218 a 381 miliardi di euro. Si tratta di una dinamica di lungo periodo, pressoché costante negli anni, dove fa eccezione la dura contrazione delle esportazioni tra il 2008 e il 2009 in concomitanza con la prima grande crisi internazionale che ha provocato una più generale brusca riduzione del commercio mondiale. Tuttavia, dopo questa frenata, l’export di prodotti italiani si è ripreso in maniera rapida e decisa nell’ultimo triennio tanto da superare ampiamente i livelli pre-crisi del 2008.

In questo contesto, uno dei comparti che fa registrare performance superiori alla media nazionale è quello relativo ai prodotti agricoli e alimentari, le cui esportazioni sono raddoppiate tra il 1999 e il 2012, passando da 16 a 32 miliardi di euro. La gran parte di tali valori si riferisce a prodotti trasformati (alimentari), certamente la componente di gran lunga preponderante e più dinamica dell’agroalimentare italiano.

Le ottime performance dell’agroalimentare sembrano tra l’altro accomunare sia i periodi di espansione economica – in corrispondenza dei quali si registrano tassi di crescita sostenuti sul fronte dell’export – che quelli, rari, di contrazione della domanda internazionale; in questi ultimi casi, infatti, le esportazioni agroalimentari hanno registrato una migliore tenuta rispetto a quanto avvenuto per il più complessivo made in Italy.

Figura 1 – Andamento delle esportazioni italiane: confronto tra totale dei beni esportati e settore agroindustriale (valori correnti in euro)

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Fonte: elaborazioni nomisma su dati ISTAT

L’exploit dell’export italiano, e dei suoi prodotti agroalimentari in particolare, certamente dimostra un diffuso apprezzamento del made in Italy a livello globale nonché la capacità di molte realtà imprenditoriali, spesso di media dimensione, di fronteggiare la concorrenza globale e collocare i propri prodotti sui mercati internazionali.

Allo stesso tempo, però, è doveroso contestualizzare lo sviluppo delle esportazioni italiane in un più ampio quadro caratterizzato dall’esplosione del commercio internazionale nel corso degli ultimi decenni. Grazie ad una progressiva e rapida apertura dei mercati, sono esponenzialmente cresciuti gli scambi tra le diverse aree del mondo e ciò ha favorito gli operatori orientati all’export, in primis quelli localizzati nelle economie emergenti.

Da questa più ampia prospettiva, la crescita delle esportazioni italiane sono state trainate anzitutto dai mutamenti di scenario e una lettura più critica dei dati sul commercio internazionale suggerisce un potenziale ancora inespresso del made in Italy sui mercati oltre-confine.

Infatti, pur riscontrando una crescita esponenziale dell’export, il sistema industriale italiano perde quote di mercato a livello internazionale (dal 4,1% del 1999 al 2,7% del 2012), al pari degli altri principali paesi europei (il peso della Germania nel frattempo è passato dal 9,5% al 7,6%). Ciò avviene perché la crescita dell’export italiano pur essendo significativa non riesce a tenere il passo del più complessivo trend delle esportazioni mondiali (+222% tra il 1999 e il 2012[1]), trainate soprattutto dalla rapida dei BRICS (in primis la Cina) sui mercati internazionali.

Figura 2 – Quote di mercato sulle esportazioni mondiali di prodotti/beni (quote calcolate sui valori – dollari USA)

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Fonte: elaborazioni nomisma su dati WTO

Tali dinamiche coinvolgono in maniera differente e in misura minore anche l’agroalimentare italiano. In tal caso, il peso dell’Italia sull’export mondiale si è mantenuto pressoché costante per l’intero decennio 1999-2009 attorno a una quota lievemente superiore al 3%, per poi ridursi nel triennio successivo fino al 2,6% del 2012 in corrispondenza della difficile congiuntura economica che ha colpito l’area Euro. D’altronde, anche la stessa Germania ha perso importanti quote di mercato tra il 2009 e il 2012 (dal 6,5% al 5,5%).

Queste recenti dinamiche possono essere motivate con la focalizzazione geografica dell’export agroalimentare di questi due Paesi all’interno dei confini comunitari, una circostanza che ha penalizzato le esportazioni nel momento in cui la recessione post-2009 ha colpito domanda e consumi europei in misura molto più intensa rispetto a quanto avvenuto nelle altre aree del mondo.

Accanto a queste analogie, tra l’export agroalimentare tedesco e quello italiano emergono anche importanti differenze. In primis relativamente alla dimensione economica delle vendite fuori confine: la quota di mercato della Germania sul commercio mondiale è più che doppia rispetto a quella detenuta dall’Italia e ciò a dispetto di un’indiscussa superiorità delle produzioni italiane in termini di immagine e riconoscibilità presso i consumatori internazionali. Allo stesso tempo, al netto delle dinamiche più recenti, nel decennio 1999-2009 mentre la Germania è riuscita a migliorare il proprio posizionamento negli scambi internazionali (a testimonianza di una crescita delle proprie esportazioni superiore alla media mondiale) l’Italia ha cercato di mantenere, con difficoltà, le posizioni commerciali precedentemente acquisite.

L’analisi complessiva delle performance italiane nel commercio internazionale di prodotti agroalimentari suggerisce come dietro l’importante aumento delle esportazioni made in Italy, si nascondano anche opportunità di mercato che non vengono colte da una buona parte del tessuto produttivo nazionale.

Troppe sono ancora le imprese italiane del settore che soffrono di deficit strutturali di competitività: ridotta dimensione media, inefficaci strumenti di accesso al capitale d’investimento, non adeguata propensione all’innovazione, governance e competenze manageriali troppo spesso confinate all’ambito “familiare”.

A tutto ciò si somma un ambiente istituzionale non adeguato a sostenere la competitività delle imprese stante l’incapacità di affrontare e risolvere alcuni nodi ormai storici della produttività italiana (tra i quali, solo per citarne alcuni,  dotazioni infrastrutturali inadeguate, costi energetici sensibilmente superiori ai competitor internazionali, elevata pressione fiscale, eccesso di oneri burocratici).

Risolvere, almeno in parte, questi vincoli d’impresa e ambientali, non potrà che spingere il made in Italy ben al di là dei buoni traguardi comunque raggiunti dal sistema agro-industriale nazionale sul mercato globale.

Figura 3 – Quote di mercato sulle esportazioni mondiali di prodotti agroalimentari (quote calcolate sui valori – dollari USA)

20140116-FS-Grafico3

Fonte: elaborazioni nomisma su dati WTO

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[1] Variazione calcolata sui valori esportati, espressi in dollari statunitensi. 

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Alle ore 10.30, presso l’Hotel HASSLER, piazza Trinità dei Monti, 6,  Relazione Nomisma (Paolo Bono) al convegno “Pollo tacchino e uova. Un valore e un primato italiano”, organizzato da UNAITALIA – UNIONE NAZIONALE FILIERE AGROALIMENTARI.
Nomisma presenta la ricerca realizzata per conto di UNAITALIA volta a definire il ruolo socio economico dalla filiera avicola, la competitività e le prospettive per le imprese del settore.

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