Asolo (TV), Sala della Ragione, via Regina Cornaro, ore 09:15 -  Il prossimo 19 maggio, Nomisma e Maggioli terranno il  Secondo Workshop sui processi di Riorganizzazione Istituzionale degli Enti Locali. I processi di razionalizzazione dei livelli di amministrazione dei territori in atto stanno comportando profondi mutamenti organizzativi, specie per quanto riguarda le Amministrazioni Comunali. Per accompagnare gli Enti locali in questi processi, Nomisma e Maggioli proseguono il ciclo di Workshop con questo evento, aperto ad Amministratori e cittadinanza,  che rappresenta un’occasione di confronto ed approfondimento sui cambiamenti istituzionali in atto in materia di Fusioni di Comuni, specie nel contesto veneto. Per Nomisma, relazionerà Francesco Capobianco.

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Tonezza del Cimone (VI) – Presso il Comune di Tonezza del Cimone (Via Roma, 28), Francesco Capobianco (Project Manager - Nomisma) e Francesco Beccari (Consulente Senior di Direzione - Gruppo Maggioli) presentano alle popolazioni di Arsiero e Tonezza del Cimone i primi risultati dello Studio di Fattibilità a sostegno della riorganizzazione comunale volta alla fusione dei due Enti.

L’incontro rappresenta una tappa cruciale di informazione, condivisione e partecipazione nei processi di riorganizzazione degli Enti Comunali

 

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Bologna, Sala Incontri Nomisma, ore 10:00 - Il prossimo 7 aprile, Nomisma e Maggioli inaugurano un ciclo di incontri sui processi di riorganizzazione istituzionale degli Enti Locali. Questo primo Workshop rappresenta un’occasione di conoscenza e di confronto sui cambiamenti istituzionali in atto a livello locale, specie in materia di fusioni di Comuni.

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Genova, Palazzo S Giorgio - Sala delle Compere, ore 11:00 – L’Autorità Portuale di Genova e il Raggruppamento temporaneo di imprese Nomisma Spa, Prometeia Spa e Tema Srl, presentano lo Studio sull’ “Impatto Economico-Sociale del Porto di Genova”. L’evento rappresenta un importante momento di conoscenza e condivisione della rilevanza della filiera portuale per il tessuto economico e sociale della Città, della Liguria e delle regioni maggiormente influenzate dall’attività portuale genovese.

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Casalecchio di Reno, Bologna, Spazio Worklife – ore 9.30 – Nomisma presenta i risultati della ricerca sui mutamenti economici e immobiliari dell’area metropolitana bolognese.

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Francesco Capobianco, Economista Nomisma, dialoga con Sergio De Nardis (Chief Economist) e Giulio Santagata (Consigliere Delegato) 
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Francesco Capobianco
Dalla fine del mese scorso l’Istat, nell’ambito di una più ampia revisione dei conti nazionali a livello europeo, ha diffuso i nuovi Conti Economici  per l’Italia in base alla classificazione SEC 2010. Rispetto alle stime di marzo dello stesso istituto nazionale di statistica, prodotte sulla base della vecchia catalogazione SEC 95, sono emerse alcune differenze in relazione ai principali aggregati dell’economia. Il Pil nominale del 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%, non impattando sulla variazione annua a valori concatenati del Pil in volume (-1,9% per il 2013), interamente ascrivibile alle componenti della domanda nazionale al netto delle scorte.
Al di là delle implicazioni di queste revisioni sul rapporto tra indebitamento netto/Pil, passato da -3% a -2,8%, i dati che sembrano più interessanti hanno a che fare con uno dei punti focali dell’economia italiana: la produttività dell’industria.

Sergio De Nardis
La revisione dei conti nazionali ha portato qualche buona notizia su questo fronte confermando un sentore di un’industria migliore di come è stata molte volte dipinta: il settore industriale italiano è stato molto meno intensivo di lavoro e, quindi, più efficiente di quanto si pensasse. La consistente revisione al ribasso dell’input di lavoro ha determinato un sostanziale innalzamento del livello della produttività del lavoro come è statisticamente misurata: considerando la media del quadriennio 2009-2013, il valore aggiunto a prezzi correnti per addetto è più elevato,  rispetto alla precedente contabilità, del 14% nell'industria (comprensiva della produzione di energia) e dell'11,5% nella sola manifattura.
Anche nel periodo antecedente alla crisi tutt’ora in atto, si conferma un rapporto tra valore aggiunto (a prezzi correnti) e ULA (unità di lavoro dipendente equivalente a tempo pieno) più elevato rispetto a quello riscontrato con la precedente contabilità: +13,2% nell'industria e +11,8% nella manifattura.
E’ un cambio abbastanza radicale, un’altra industria.

Giulio Santagata
Questi calcoli rendono, di conseguenza, più agevole la risposta ad una domanda centrale per la comprensione della crisi in atto e, verosimilmente, di alcune dinamiche di lungo periodo dell’economia italiana:  come si concilia un costante incremento delle quote di mercato italiane in determinate produzioni con una produttività stagnante? 
Disponendo delle serie storiche a partire dal 2000, è ragionevole affermare che il manifatturiero italiano abbia avuto una buona risposta all’introduzione dell’euro, riorganizzando la produzione e usando profittevolmente la stabilità dei tassi di interesse, talchè la stessa invarianza, tra il 2000 e il 2013, della gerarchia settoriale manifatturiera dei vantaggi/svantaggi comparati italiani rispetto all’area euro è da leggere come rispondente a vantaggi effettivi di produttività, come mostra del resto lo scenario di questa newsletter.

Francesco Capobianco
Ma se il valore aggiunto per addetto è sensibilmente più elevato di quanto si pensasse, chi ha tratto “vantaggio” da questa maggiore produttività? dove è andato a finire questo più alto valore aggiunto?

Sergio De Nardis
Sono stati i profitti delle imprese a trarne maggiore vantaggio. Mediamente, nei cinque anni dal 2009 al 2013, la wage share, intesa come la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro, dipendente e indipendente, è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 5 punti percentuali nell'industria e di quasi 4 punti nella manifattura. Ciò è avvenuto anche negli anni pre-crisi: -4,3 punti percentuali nell'industria, -3,7 punti percentuali nella manifattura.

Francesco Capobianco
In altre parole, sono aumentate le quote di profitto a scapito dei salari. Ciò non avrebbe dovuto implicare degli investimenti da parte delle imprese?

Giulio Santagata
La percezione è che, nella fase di riorganizzazione post-euro, le imprese abbiano messo in campo delle risorse, ma poi non ve né stata più traccia, così come è avvenuto in altri contesti europei.  Un’altra delle possibili spiegazioni del calo della wage share è riscontrabile nei fenomeni di delocalizzazione delle produzioni più labour intensive e, in alcuni casi, dell’adozione di “tecnologia contro lavoro”. La quota di profitti più elevata, unita alla maggiore produttività, è, comunque, coerente con l’accresciuta competitività del nostro comparto industriale, specie in relazione alla dinamica dell’export nazionale, cresciuto, tra 2010 e 2013, come quello tedesco.

Francesco Capobianco
Finora abbiamo ragionato sui livelli, ma anche visionando i dati relativi alle dinamiche si notano alcuni miglioramenti: tra 2009 e 2013 il valore aggiunto in volume per addetto è aumentato dell'11,2%, anziché del 9,5% come indicato nella vecchia contabilità, il che si traduce in uno 0,4% in più all'anno, dato particolarmente positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di un quadriennio particolarmente difficile per il manifatturiero di casa nostra. Un’ulteriore conferma arriva anche dai recentissimi dati sul periodo 2000-2008, dove la dinamica della produttività in volume appare migliore di quella precedentemente contabilizzata dello 0,2%. Quanto sono significative queste differenze?

Sergio De Nardis
A mio avviso abbastanza. Non mi sono mai ritrovato nell’affermazione “sono quindici anni che la produttività industriale non cresce”. E’ errata. La crisi di produttività manifatturiera nello scorso decennio è tutta concentrata nei primi tre anni dell’euro, tra il 2000 e il 2003, poi fino al 2007 si è avuta un’accelerazione che ha riportato la dinamica ai ritmi degli anni 90. Ciò è stato frutto di quelle riorganizzazioni post-euro che Santagata ricordava prima. Successivamente si è avuta la doppia recessione che ha finito col compromettere quell’accelerazione. Ebbene, le correzioni della nuova contabilità nazionale precisano meglio questo quadro: la crisi di produttività del 2000-2003 è stata meno severa, l’accelerazione del 2003-2007 un po’ più forte, l’evoluzione nel corso delle due ultime recessioni più robusta di quanto si sapesse. 
Ma c’è un punto da tenere in conto: stiamo parlando di valori medi. Ora sappiamo che la distribuzione della produttività per imprese è, in Italia come in Germania e negli altri Paesi, estremamente difforme e asimmetrica: le imprese migliori sono relativamente poche, un 20% se consideriamo come imprese migliori quelle esportatrici, e poi ci sono le altre, a volte molto distanziate dalle prime della classe. Focalizzarsi, quindi, solo sulla media può essere fuorviante. Più che rafforzare la dinamica media occorrerebbe innalzare la mediana e, cioè, ridurre le distanze tra le imprese migliori e le altre, rimpolpando la popolazione delle imprese che possono fare il salto di qualità ovvero “accorciando” la lunga coda di quelle lontane da livelli adeguati di efficienza produttiva.

Francesco Capobianco
Rimane, tuttavia, sul terreno il problema occupazionale. Gli osservatori internazionali, così come le nostre indagini sui territori, confermano che un recupero dei livelli occupazionali  pre-crisi nel comparto industriale è un obiettivo difficilmente raggiungibile e, comunque, non ottenibile nel breve-medio periodo. Le possibili strade per un recupero più immediato a livello sistemico dovrebbero essere seguite sia a livello locale che a livello europeo. Da più parti si prospetta l’introduzione di mini-jobs alla tedesca: possono rappresentare una soluzione o si creerebbero gli stessi problemi che affliggono i parasubordinati e le partite iva italiane?

Giulio Santagata
La soluzione dei mini-jobs tedeschi non è applicabile al contesto italiano e, probabilmente, non è nemmeno sostenibile nel tempo per quello tedesco, dove circa il 25% dei dipendenti (ben otto milioni di persone), percepisce meno di cinquecento euro al mese. Questo tipo di soluzione impone una profonda riflessione sotto il profilo della sostenibilità previdenziale: come faranno questi lavoratori a percepire una pensione adeguata? Riuscirà il welfare a sostenere il peso di queste generazioni di mini-workers?
Piuttosto sarebbe il caso di puntare sul Welfare come bacino occupazionale fin da subito, prendendo ad esempio le esperienze di maggior successo, come le cooperative sociali che riescono a stare sul mercato offrendo salari adeguati e un servizio non delocalizzabile e ormai imprescindibile per i territori nei quali sono istallate. Oltre al Welfare, il riequilibrio della mancata occupazione industriale deve venire da settori come le imprese creative e culturali e da quelle turistiche, dove le risorse maggiormente qualificate possono trovare spazi di occupazione non ancora esplorati

Francesco Capobianco
Ovviamente queste occasioni di nuova occupazione non possono che rappresentare un complemento del più ampio bacino di opportunità rappresentato dalle imprese industriali che hanno saputo cogliere la sfida della competizione globale ovvero quelle imprese che, come De Nardis osserva nello Scenario odierno, facendo leva sulla specializzazione e sull’innovazione, hanno visto incrementare le proprie quote di mercato estero.

Giulio Santagata
In effetti, non è vero che le imprese italiane sono indietro sotto il profilo dell’innovazione. Innanzitutto, vi è una forte innovazione incrementale, dettata dalla velocità di adattamento delle imprese industriali italiane ai cambiamenti internazionali. A questo va aggiunta la leadership italiana in determinate produzioni intermedie e i progressi fatti nel campo dell’innovazione di processo. Quello che manca davvero è l’innovazione di prodotto tout court ed è su questo terreno che l’industria italiana è chiamata a giocare la  partita più difficile.

Sergio De Nardis
Chiaramente, in assenza di una politica monetaria nazionale e con la Germania determinata a mantenere l’inflazione intorno all’1%, il perseguimento del miglioramento competitivo in Europa spinge verso scenari stagnanti, tendenzialmente deflazionistici. E questo anche con un mercato del lavoro più efficiente di quello attuale. E’ un grosso problema. Le nuove stime dell’Istat sono, dunque, importanti non solo per tratteggiare i nuovi scenari previsionali, ma anche per definire in maniera più accurata la portata delle misure di politica economica volte al sostegno della competitività delle imprese e dell’occupazione.

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Grosseto – Presso la Sala delle Contrattazioni della Camera di Commercio alle ore 18:00 si terrà la 12° Giornata dell’Economia. L’evento sarà incentrato sul rapporto tra tradizione e modernità in Maremma.

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A cura di Francesco Capobianco – Economista Nomisma 
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Le attese degli operatori internazionali rispetto al quadro turistico mondiale non sono state tradite: il 2013 si è chiuso con 1.087 milioni di arrivi internazionali, confermando un incremento su base annua del 5% (Fonte: UNTWO, dati provvisori) e migliorando le già positive performance del 2011 (+4,9%) e del 2012 (+4%). 

Sembrano essere quindi superate con slancio le incertezze derivanti dalla crisi del 2009, ovvero il più intenso periodo di contrazione del movimento turistico internazionale degli ultimi 30 anni, durante il quale il mix di credit crunch, aumento dei prezzi delle commodities e dell’incertezza degli investitori avevano determinato un arretramento sensibile su scala mondiale degli arrivi e degli introiti da turismo (-3,9% tra 2008 e 2009).

I buoni risultati dell’ultimo biennio fatti segnare dal turismo europeo (+5,4%) e dell’economie avanzate nel complesso non devono, tuttavia, far distogliere l’attenzione dal trend di lungo periodo che segnala in ogni caso uno spostamento della domanda turistica verso nuove mete al di fuori dei confini europei, oggi sempre più accessibili anche a costi ridotti: nel 1995 gli arrivi turistici nelle economie emergenti erano il 37% di quelli totali, mentre i nuovi dati confermano una quota di poco superiore al 48%.

All’interno degli scenari globale ed europeo, l’Italia non sembra aver agganciato la ripresa: i dati ISTAT dei primi dieci mesi del 2013 evidenziano rispetto alllo stesso periodo dell’anno precedente un calo del 4,3% degli arrivi e del 4,4% delle presenze.

La cifra interpretativa di queste dinamiche è mutuata da quella del clima economico complessivo: è la domanda interna a segnare il passo e, come sta avvenendo in alcuni comparti manifatturieri, siamo di fronte ad una svolta storica.

E’ dal 1958, ovvero dal primo anno in cui sono disponibili le serie storiche dell’ISTAT anche per la componente extra-alberghiera, che non si verificava il “sorpasso” dei turisti stranieri su quelli domestici in Italia (fig. 1): nei primi dieci mesi del 2013 gli stranieri hanno contribuito al  50,4% degli arrivi e al 50,1% delle presenze totali, in quanto l’arretramento sostenuto della componente domestica (-8,3 per arrivi e presenze) è coinciso con una situazione pressoché stazionaria degli arrivi e delle presenze stranieri (-0,1% e -0,3%).

 

Figura 1 – Italia: Evoluzione delle quote percentuali di arrivi e presenze turistiche per nazionalità
Anni 1958-2013 (per il 2013 periodo gennaio-ottobre)

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Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat

E’ naturale che questa situazione potrà e dovrà essere senz’altro mitigata alla ripresa della spesa per consumi finali delle famiglie italiane, ovvero quando si allenteranno le tensioni macroeconomiche, specie nella loro componente occupazionale (clicca qui), tuttavia prendere atto di questa nuovo scenario è il primo tassello per ricomporre prima possibile il puzzle turistico italiano.

Il proseguimento della fase di incertezza economica produrrà un incremento dello spending divide tra i turisti con una crescente disponibilità di spesa e quelli più sensibili alla congiuntura economica. I primi – rigidi rispetto al prezzo – non fronteggeranno cambiamenti radicali per quanto concerne il comportamento turistico e, invece, richiederanno continui miglioramenti degli standard qualitativi offerti, specie in relazione all’ospitalità alberghiera. I secondi, invece, asseconderanno le tendenze in atto: lo short break diverrà più frequente, le destinazioni saranno a più corto raggio, il mezzo di trasporto sarà maggiormente condiviso e l’alloggio prescelto più accessibile. Il fattore “prezzo” assumerà sempre più importanza e gli acquisti last minute incrementeranno il loro peso rispetto alle modalità d’acquisto con relativo anticipo.

Senza tralasciare la rilevanza del turismo domestico, in questa fase l’enfasi sulla componente straniera pare necessaria sia in termini economici che strategici.  In una “lunga congiuntura negativa” per l’Italia, quinta destinazione del turismo internazionale alle spalle di Francia, Usa, Cina e Spagna, è imprescindibile focalizzare l’attenzione per migliorare l’attrattività dei new comers, senza, tuttavia, lasciare sullo sfondo i “clienti tradizionali” che costituiscono la fetta principale del turismo straniero in Italia (Germania, Stati Uniti, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito, Svizzera e Austria dal 2008 al 2012 hanno perso meno di un punto percentuale in termini di quote di turismo straniero in Italia, rappresentandone il 63,3% al 2012; mappa 1, principali Paesi). 

Mappa 1 –  Peso percentuale delle presenze turistiche straniere in Italia - Anno 2012

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Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat

D’altro canto, dal 2008 al 2012 le presenze straniere in Italia sono cresciute del 12%, ma tra i primi Paesi ordinati per tasso di variazione non compare nessun mercato tradizionale (mappa 2, principali Paesi): Cina (+104%), Argentina e Russia (+66%), India (+52%), Brasile (+51%), Israele (+33%), Turchia (+32%).

Mappa 2 –  Tassi di variazione percentuali delle presenze turistiche straniere in Italia - Anni 2012 su 2008

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Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat

I principali driver di queste tendenze, che verosimilmente proseguiranno nel prossimo decennio, sono l’innalzamento del potere d’acquisto e il miglioramento delle condizioni contrattuali della classe media (maggiore tempo libero, ferie pagate, …). Intercettare la “parte apicale” dei new comers diviene, quindi, uno degli obiettivi da perseguire, anche alla luce dei differenziali di spesa turistica tra i turisti “tradizionali” e i “nuovi turisti”: come testimoniano nostre recenti indagini su diversi territori, tali differenziali (per alberghi, ristoranti e bar, spese alimentari, trasporti locali, biglietti da spettacoli, spese per abbigliamento, souvenirs,..) sono superiori al 30%, a parità di categoria di alloggio prescelta (Fonte: Nomisma-Unindustria Bologna).

Come per accordi a carattere industriale ed infrastrutturale, anche sotto il profilo turistico l’Italia è in ritardo rispetto ai principali competitor europei, i quali si sono mossi con largo anticipo nel dialogo economico con le nuove potenze mondiali riuscendo ad assecondare in maniera più efficace le tendenze in atto.  Ma se il recupero della capacità industriale “sciupata” nei due shock recessivi del 2009 e del 2012-2013 sarà un processo lungo e dall’esito molto incerto (clicca qui), puntare sul turismo in maniera corale, ovvero sia a livello istituzionale che aziendale, rappresenta una leva attivabile in minor tempo e, probabilmente, con maggior possibilità di successo, ancorché non sostitutiva della manifattura, vera “spina dorsale”  del tessuto socio-economico italiano.

Operando su mercati internazionali di proporzioni via via crescenti è necessario limitare la  frammentazione della promozione all’estero, con interventi di coordinamento almeno per specifici target, come appunto quello dei new comers, considerando che, nella migliore delle ipotesi attuali, il nostro Paese rappresenta attualmente una tappa di un tour europeo. Il complemento di questo ragionamento è l’inadeguatezza delle risorse destinate all’Enit che difficilmente potranno supportare un “univoco brand Italia” su scala globale, il quale, per quanto in declino, è ancora molto forte, specie nelle  componenti storico-architettonica che enogastronomica. A questi fattori se ne possono aggiungere chiaramente molti altri, tra i quali le “storiche questioni” della difficoltà ad attrarre investimenti, elemento che abbraccia l’intero sistema Italia,  e dell’insufficienza infrastrutturale, specie delle regioni del Sud, dove siti dalle potenzialità quasi totalmente inesplorate sono preclusi alle grandi direttrici turistiche in quanto inaccessibili.

Quanto al livello aziendale, gli elementi sui quali ragionare, anch’essi non esaustivi, possono essere individuati in un fattore specifico incentrato sul turismo straniero e in un altro a carattere generale. Le strutture ricettive, fulcro del sistema turistico, presentano diversi elementi di inadeguatezza sotto il profilo qualitativo, specie se l’obiettivo è intercettare quella fetta di turismo straniero maggiormente esigente. Fatte le dovute eccezioni, che spesso coincidono con l’elemento di traino delle grandi catene alberghiere, l’up-grading di tale strutture è stato fortemente penalizzato dall’esposizione finanziaria degli albergatori e ha, successivamente, trovato nella crisi economica uno dei maggiori elementi di freno. A mero titolo esemplificativo, il grafico seguente descrive l’evoluzione dei ricavi delle vendite di un panel di 20.836 imprese (alloggio=5.147, trasporti=6.763, ristorazione=8.926) ed evidenzia come la parte più colpita dai due shock recessivi è proprio quella dell’alloggio (+1,5% di ricavi dal 2007 al 2012 vs +12,6% per i trasporti vs +16,9% per la ristorazione); questi elementi trovano conferma anche nelle non positive performance di redditività alberghiera, il che dovrebbe imporre una riflessione più approfondita sul dove indirizzare le risorse derivanti dall’imposta di soggiorno.

Figura 4 – Italia: Evoluzione dei ricavi delle vendite per settori selezionati  - Anni 2007-2012 (2007=100)

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Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Aida - Bureau van Dijk

Il miglioramento delle aziende turistiche, non soltanto quelle ricettive, dovrebbe essere  accompagnato non soltanto dal contenimento dei costi, specie attraverso l’adozione di applicativi e soluzioni ICT innovative, ma anche da una più attenta qualificazione delle risorse umane rispetto a quanto avvenuto in passato. Il “nuovo turista”, infatti, è divenuto portatore di specifici bisogni di “vacanza” che si traducono in una domanda di tipo personalizzato, della quale la ricerca di autenticità rappresenta il comune denominatore.  Le occasioni di informazione, conoscenza, interazione, esplorazione e confronto con il territorio rappresentano i nuovi stimoli della domanda e le nuove sfide per la differenziazione di un’offerta orientata alla “nicchia”. Per accompagnare questa tendenza i lavoratori del turismo, specie nella componente  leisure, necessitano di un bagaglio di conoscenze tecniche, linguistiche e non, e di una capacità di gestione di modalità turistiche che tengano conto di un contatto diretto con gli aspetti identitari dei territori visitati.

Le sfide che gli operatori economici e le amministrazioni pubbliche dovranno affrontare appaiono, dunque, di notevole portata. Non è solo il sostegno economico verso il comparto turistico ad assumere un ruolo particolare, ma anche – e soprattutto- una logica condivisa di sviluppo turistico del Paese, che passa anche dal rafforzamento di misure come la condivisione di best practices alle sinergie tra settore turistico e green economy, senza dimenticare il ruolo del turismo come vetrina delle produzioni nazionali nel Mondo.

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Convegno organizzato da Confesercenti Siena dal titolo “Lo scenario economico di Chianciano Terme: analisi e opportunità per superare la crisi” - Interviene Francesco Capobianco. Parco AcquaSanta delle Terme di Chianciano, ore 15.00.

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