Verona, Fondazione G. Toniolo, ore 15:00 - l’ASSCAT  (Associazione dei soci di Cattolica Assicurazioni) organizza un Convegno dal titolo “Etica e Diritto Controllo e Responsabilità nelle Società Cooperative quotate”. Parteciperà Luigi Scarola, Direttore Area Politica Industriale e Sviluppo Territoriale di Nomisma, con un intervento dal titolo “L'impresa cooperativa tra tenuta e rilancio”.

Programma e registrazione al convegno

 

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Francesco Capobianco, Economista Nomisma, dialoga con Sergio De Nardis (Chief Economist) e Giulio Santagata (Consigliere Delegato) 
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Francesco Capobianco
Dalla fine del mese scorso l’Istat, nell’ambito di una più ampia revisione dei conti nazionali a livello europeo, ha diffuso i nuovi Conti Economici  per l’Italia in base alla classificazione SEC 2010. Rispetto alle stime di marzo dello stesso istituto nazionale di statistica, prodotte sulla base della vecchia catalogazione SEC 95, sono emerse alcune differenze in relazione ai principali aggregati dell’economia. Il Pil nominale del 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%, non impattando sulla variazione annua a valori concatenati del Pil in volume (-1,9% per il 2013), interamente ascrivibile alle componenti della domanda nazionale al netto delle scorte.
Al di là delle implicazioni di queste revisioni sul rapporto tra indebitamento netto/Pil, passato da -3% a -2,8%, i dati che sembrano più interessanti hanno a che fare con uno dei punti focali dell’economia italiana: la produttività dell’industria.

Sergio De Nardis
La revisione dei conti nazionali ha portato qualche buona notizia su questo fronte confermando un sentore di un’industria migliore di come è stata molte volte dipinta: il settore industriale italiano è stato molto meno intensivo di lavoro e, quindi, più efficiente di quanto si pensasse. La consistente revisione al ribasso dell’input di lavoro ha determinato un sostanziale innalzamento del livello della produttività del lavoro come è statisticamente misurata: considerando la media del quadriennio 2009-2013, il valore aggiunto a prezzi correnti per addetto è più elevato,  rispetto alla precedente contabilità, del 14% nell'industria (comprensiva della produzione di energia) e dell'11,5% nella sola manifattura.
Anche nel periodo antecedente alla crisi tutt’ora in atto, si conferma un rapporto tra valore aggiunto (a prezzi correnti) e ULA (unità di lavoro dipendente equivalente a tempo pieno) più elevato rispetto a quello riscontrato con la precedente contabilità: +13,2% nell'industria e +11,8% nella manifattura.
E’ un cambio abbastanza radicale, un’altra industria.

Giulio Santagata
Questi calcoli rendono, di conseguenza, più agevole la risposta ad una domanda centrale per la comprensione della crisi in atto e, verosimilmente, di alcune dinamiche di lungo periodo dell’economia italiana:  come si concilia un costante incremento delle quote di mercato italiane in determinate produzioni con una produttività stagnante? 
Disponendo delle serie storiche a partire dal 2000, è ragionevole affermare che il manifatturiero italiano abbia avuto una buona risposta all’introduzione dell’euro, riorganizzando la produzione e usando profittevolmente la stabilità dei tassi di interesse, talchè la stessa invarianza, tra il 2000 e il 2013, della gerarchia settoriale manifatturiera dei vantaggi/svantaggi comparati italiani rispetto all’area euro è da leggere come rispondente a vantaggi effettivi di produttività, come mostra del resto lo scenario di questa newsletter.

Francesco Capobianco
Ma se il valore aggiunto per addetto è sensibilmente più elevato di quanto si pensasse, chi ha tratto “vantaggio” da questa maggiore produttività? dove è andato a finire questo più alto valore aggiunto?

Sergio De Nardis
Sono stati i profitti delle imprese a trarne maggiore vantaggio. Mediamente, nei cinque anni dal 2009 al 2013, la wage share, intesa come la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro, dipendente e indipendente, è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 5 punti percentuali nell'industria e di quasi 4 punti nella manifattura. Ciò è avvenuto anche negli anni pre-crisi: -4,3 punti percentuali nell'industria, -3,7 punti percentuali nella manifattura.

Francesco Capobianco
In altre parole, sono aumentate le quote di profitto a scapito dei salari. Ciò non avrebbe dovuto implicare degli investimenti da parte delle imprese?

Giulio Santagata
La percezione è che, nella fase di riorganizzazione post-euro, le imprese abbiano messo in campo delle risorse, ma poi non ve né stata più traccia, così come è avvenuto in altri contesti europei.  Un’altra delle possibili spiegazioni del calo della wage share è riscontrabile nei fenomeni di delocalizzazione delle produzioni più labour intensive e, in alcuni casi, dell’adozione di “tecnologia contro lavoro”. La quota di profitti più elevata, unita alla maggiore produttività, è, comunque, coerente con l’accresciuta competitività del nostro comparto industriale, specie in relazione alla dinamica dell’export nazionale, cresciuto, tra 2010 e 2013, come quello tedesco.

Francesco Capobianco
Finora abbiamo ragionato sui livelli, ma anche visionando i dati relativi alle dinamiche si notano alcuni miglioramenti: tra 2009 e 2013 il valore aggiunto in volume per addetto è aumentato dell'11,2%, anziché del 9,5% come indicato nella vecchia contabilità, il che si traduce in uno 0,4% in più all'anno, dato particolarmente positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di un quadriennio particolarmente difficile per il manifatturiero di casa nostra. Un’ulteriore conferma arriva anche dai recentissimi dati sul periodo 2000-2008, dove la dinamica della produttività in volume appare migliore di quella precedentemente contabilizzata dello 0,2%. Quanto sono significative queste differenze?

Sergio De Nardis
A mio avviso abbastanza. Non mi sono mai ritrovato nell’affermazione “sono quindici anni che la produttività industriale non cresce”. E’ errata. La crisi di produttività manifatturiera nello scorso decennio è tutta concentrata nei primi tre anni dell’euro, tra il 2000 e il 2003, poi fino al 2007 si è avuta un’accelerazione che ha riportato la dinamica ai ritmi degli anni 90. Ciò è stato frutto di quelle riorganizzazioni post-euro che Santagata ricordava prima. Successivamente si è avuta la doppia recessione che ha finito col compromettere quell’accelerazione. Ebbene, le correzioni della nuova contabilità nazionale precisano meglio questo quadro: la crisi di produttività del 2000-2003 è stata meno severa, l’accelerazione del 2003-2007 un po’ più forte, l’evoluzione nel corso delle due ultime recessioni più robusta di quanto si sapesse. 
Ma c’è un punto da tenere in conto: stiamo parlando di valori medi. Ora sappiamo che la distribuzione della produttività per imprese è, in Italia come in Germania e negli altri Paesi, estremamente difforme e asimmetrica: le imprese migliori sono relativamente poche, un 20% se consideriamo come imprese migliori quelle esportatrici, e poi ci sono le altre, a volte molto distanziate dalle prime della classe. Focalizzarsi, quindi, solo sulla media può essere fuorviante. Più che rafforzare la dinamica media occorrerebbe innalzare la mediana e, cioè, ridurre le distanze tra le imprese migliori e le altre, rimpolpando la popolazione delle imprese che possono fare il salto di qualità ovvero “accorciando” la lunga coda di quelle lontane da livelli adeguati di efficienza produttiva.

Francesco Capobianco
Rimane, tuttavia, sul terreno il problema occupazionale. Gli osservatori internazionali, così come le nostre indagini sui territori, confermano che un recupero dei livelli occupazionali  pre-crisi nel comparto industriale è un obiettivo difficilmente raggiungibile e, comunque, non ottenibile nel breve-medio periodo. Le possibili strade per un recupero più immediato a livello sistemico dovrebbero essere seguite sia a livello locale che a livello europeo. Da più parti si prospetta l’introduzione di mini-jobs alla tedesca: possono rappresentare una soluzione o si creerebbero gli stessi problemi che affliggono i parasubordinati e le partite iva italiane?

Giulio Santagata
La soluzione dei mini-jobs tedeschi non è applicabile al contesto italiano e, probabilmente, non è nemmeno sostenibile nel tempo per quello tedesco, dove circa il 25% dei dipendenti (ben otto milioni di persone), percepisce meno di cinquecento euro al mese. Questo tipo di soluzione impone una profonda riflessione sotto il profilo della sostenibilità previdenziale: come faranno questi lavoratori a percepire una pensione adeguata? Riuscirà il welfare a sostenere il peso di queste generazioni di mini-workers?
Piuttosto sarebbe il caso di puntare sul Welfare come bacino occupazionale fin da subito, prendendo ad esempio le esperienze di maggior successo, come le cooperative sociali che riescono a stare sul mercato offrendo salari adeguati e un servizio non delocalizzabile e ormai imprescindibile per i territori nei quali sono istallate. Oltre al Welfare, il riequilibrio della mancata occupazione industriale deve venire da settori come le imprese creative e culturali e da quelle turistiche, dove le risorse maggiormente qualificate possono trovare spazi di occupazione non ancora esplorati

Francesco Capobianco
Ovviamente queste occasioni di nuova occupazione non possono che rappresentare un complemento del più ampio bacino di opportunità rappresentato dalle imprese industriali che hanno saputo cogliere la sfida della competizione globale ovvero quelle imprese che, come De Nardis osserva nello Scenario odierno, facendo leva sulla specializzazione e sull’innovazione, hanno visto incrementare le proprie quote di mercato estero.

Giulio Santagata
In effetti, non è vero che le imprese italiane sono indietro sotto il profilo dell’innovazione. Innanzitutto, vi è una forte innovazione incrementale, dettata dalla velocità di adattamento delle imprese industriali italiane ai cambiamenti internazionali. A questo va aggiunta la leadership italiana in determinate produzioni intermedie e i progressi fatti nel campo dell’innovazione di processo. Quello che manca davvero è l’innovazione di prodotto tout court ed è su questo terreno che l’industria italiana è chiamata a giocare la  partita più difficile.

Sergio De Nardis
Chiaramente, in assenza di una politica monetaria nazionale e con la Germania determinata a mantenere l’inflazione intorno all’1%, il perseguimento del miglioramento competitivo in Europa spinge verso scenari stagnanti, tendenzialmente deflazionistici. E questo anche con un mercato del lavoro più efficiente di quello attuale. E’ un grosso problema. Le nuove stime dell’Istat sono, dunque, importanti non solo per tratteggiare i nuovi scenari previsionali, ma anche per definire in maniera più accurata la portata delle misure di politica economica volte al sostegno della competitività delle imprese e dell’occupazione.

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Roma, Regione Lazio, ore 14.30 – Sergio De Nardis, Capo Economista di Nomisma, e Concetta Rau, Economista Nomisma, partecipano al Convegno organizzato nell’ambito delle attività dell’Osservatorio Permanente Regionale sulla Formazione Continua, rispettivamente intervenendo su “La condizione dell’economia italiana: un quadro di previsione” e “I fabbisogni formativi e professionali e la propensione alla formazione delle imprese nel Lazio”.

Programma

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Martedì, 20 Maggio 2014 10:23

Corso Executive CUOA-NOMISMA

CUOA

Management delle aziende agroalimentari
1ª edizione, 27 giugno 2014 - 21 febbraio 2015
Corso executive part time

In partnership con Nomisma
In collaborazione con Federalimentare Servizi, Alleanza delle Cooperative Italiane - Agroalimentare, Confindustria Veneto Agroalimentare.

Contenuti
• Strategia e analisi dei risultati aziendali
• Marketing e commerciale
Organizzazione interna e strategie di sviluppo
• Modelli di distribuzione e logistica
• Innovazione di prodotto e analisi della sensibilità del consumatore
Sicurezza alimentare.

Destinatari
Imprenditori, manager, professionisti e funzionari di Associazioni ed Enti Pubblici.

Durata e impegno
• 6 mesi -144 ore di didattica strutturata
Frequenza part time:venerdì pomeriggio: dalle 14.00 alle 20.00 e sabato mattina: dalle 9.00 alle 13.00.

Il corso è stato progettato per la frequenza dell’intero percorso didattico.
È ammessa la partecipazione anche a singoli moduli didattici in funzione di specifiche esigenze.
Al termine del corso Fondazione CUOA rilascerà un attestato di partecipazione al corso executive.
Per maggiori dettagli, visita la pagina dedicata al corso >>>

Per informazioni
CUOA Executive Education
Sara Da Ros, tel. 0444 333702
Chiara Sposetti, tel. 0444 333852
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , www.cuoa.it

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Bologna- Nell’ambito del convegno "Ambiti di occupazione in Medicina Veterinaria" organizzato dalla Federazione Nazionale Ordini Veterinari Silvia Zucconi ed Evita Gandini presentano i risultati dello studio “La professione medico veterinaria: prospettive future”. Il convegno si terrà nell’ambito della Mostra Internazionale al servizio della sanità e dell’assistenza - ExpoSanità  dalle 9.30 alle 13.15 nella Sala Verdi - Centro Servizi (piano terra) – Fiera di Bologna.

Programma

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Parma – Cibus, saletta Workshop, Padiglione 4, zona Sala Stampa, Fiere di Parma, ore 10.00.

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11-04-2014 – Bologna. Domani 12 aprile 2014 sarà presentata a Firenze, durante il Consiglio Nazionale FNOVI, la nuova pubblicazione, curata da Nomisma per la Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI) dal titolo: LA PROFESSIONE MEDICO VETERINARIA: PROSPETTIVE FUTURE.

Per la prima volta il percorso di studio analizza le esigenze dei soggetti datoriali che possono dare impiego al medico veterinario (libera professione, imprese, associazioni di produttori, consorzi, enti pubblici, ricerca) attraverso un approccio metodologico unico ed originale. Sono state realizzate due indagini: la prima sui medici veterinari liberi professionisti (1.691 interviste) e la seconda sulle altre categorie di employer (502 interviste telefoniche e 18 interviste in profondità).

Gli obiettivi dello studio di Nomisma sono molteplici: fotografare lo scenario attuale per la professione, tracciare le linee di sviluppo di medio-lungo periodo, delineare i possibili percorsi di cambiamento che il medico veterinario dovrà mettere in campo e soprattutto individuare l’identikit delle competenze formative e professionali necessarie per soddisfare le esigenze del mercato occupazionale.
Porre l’accento sui bisogni di chi offre lavoro ai medici veterinari significa anche individuare il profilo del medico veterinario richiesto dal mercato in un orizzonte temporale futuro, offrendo così le suggestioni utili per supportare la costruzione delle competenze più idonee già nella fase più cruciale del percorso formativo del medico veterinario, l’università.

PERCHÉ GUARDARE AL FUTURO E PERCHÉ COMPRENDERE I FABBISOGNI DEL MERCATO OCCUPAZIONALE?

Innanzitutto perché il numero dei medici veterinari in Italia è più che raddoppiato in nemmeno 20 anni: nel 1995 gli iscritti agli Ordini erano 13.340 mentre oggi sono 30.415 (+128%). Ma la crescita di per sé non spiega le sole trasformazioni demografiche della professione.

Ci sono altri fattori di analisi che devono entrare nel campo di osservazione per leggere le trasformazioni demografiche della professione:

•la quota di iscritte femmine (è passata dal 22% nel 1995 al 42% nel 2013);

•l’incidenza delle iscritte femmine nel 2013 raggiunge il 65% tra i medici veterinari iscritti agli Ordini da “meno di 5 anni” mentre è pari al 29% tra quelli iscritti “da più di 10 anni”;

•la concentrazione della crescita degli iscritti nella fascia dei più giovani (+135% dal 2009 al 2013 nella fascia di età 24-34 anni a fronte di un +5% nella fascia 35-50 e un +9% negli over 50);

•il rapporto tra numero di medici veterinari e popolazione (VET ratio) è il più alto d’Europa (+48% tra il 1999 e il 2013);  

•l’ambito di attività prevalente per il medico veterinario è la libera professione (77%); il 15% è dipendente delle Aziende sanitarie locali. Solo il 2% è occupato presso imprese (food, feed, farmaceutiche) o associazioni del mondo produttivo.

L’elemento che impone di guardare ai fabbisogni e alle trasformazioni future del mercato occupazionale emerge dalla motivazione della scelta della libera professione: per il 23% dei liberi professionisti tale ambito di carriera è una scelta obbligata; se si valuta l’opinione dei giovani medici veterinari (fino a 35 anni) tale quota sale fino a raggiungere il 40%. L’interpretazione di tale dato non può essere ricondotta solo al tasso di disoccupazione giovanile che sta caratterizzando gli anni della lunga crisi economica, ma va anche collegato allo scollamento complessivo della possibilità di competere negli ambiti professionali e alle aspirazioni a monte dell’accesso universitario, legate soprattutto agli animali d’affezione che vedono, di fatto, la libera professione come l’unica opportunità professionale. 

Le opportunità legate all’ambito della libera professione sono complessivamente stabili, se non negative, tanto che i medici veterinari segnalano:

•Decremento (36%), o nella migliore delle ipotesi stabilità (40%) del proprio giro d’affari nel 2030;

•Di non avere in previsione nessun coinvolgimento del numero di medici veterinari coinvolti nella propria attività professionale (lo segnala il 73%).

L’opinione del medici veterinari non è complessivamente negativa solo per la propria attività, ma riguarda l’intera categoria professionale tanto è vero che il 58% ritiene che tra 15 anni il numero di medici veterinari in Italia sarà inferiore rispetto a quanto accade oggi. 

QUALI SONO LE VALUTAZIONI ESPRESSE SULLA PROFESSIONE DALLE ALTRE CATEGORIE DI EMPLOYER (IMPRESE, ASSOCIAZIONI DI PRODUTTORI, CONSORZI, ENTI PUBBLICI, RICERCA)?

Le attese degli employer per il 2030 sono più positive: il 65% prevede che, rispetto ad oggi, il numero di medici veterinari impiegati stabilmente sarà stabile (40%) o in crescita (25%). Tale quota sale al 73% nel caso delle imprese (food, feed, farmaceutiche). 

Ma quali saranno le competenze più richieste dagli employer per la figura del medico veterinario? Igiene e sicurezza degli alimenti (segnalata dal 51% delle imprese), qualità degli alimenti (38%), ma anche clinica e chirurgia degli animali d’affezione (38%) e benessere e nutrizione animale (15%). Anche le competenze complementari alla medicina veterinaria sono determinanti, sia dal punto di vista degli employer che degli stessi medici veterinari: innanzitutto competenze manageriali, conoscenze delle lingue straniere, capacità di negoziazione e comunicazione.

Per intercettare tali opportunità future servono cambiamenti, a partire dalla necessità di innovazione nell’attuale percorso formativo proposto in ambito universitario: solo il 5% degli employer lo ritiene completamente adeguato rispetto a quelle che saranno le esigenze del mercato occupazionale dei prossimi 15 anni. Infatti il 35% dichiara che è necessario un cambiamento profondo dell’università e il 50% ritiene comunque necessarie alcune correzioni. E un giudizio severo proviene dagli stessi universitari (il 30% ritiene opportuni adeguamenti e il 20% preferisce non rispondere). Alla stessa domanda non risparmiano critiche nemmeno i medici veterinari: il 78% dei liberi professionisti segnalano la necessità di trasformazione del percorso universitario per soddisfare le esigenze future del mercato.

INDAGINE EMPLOYER - CONSIDERANDO LE CARATTERISTICHE DEL MERCATO OCCUPAZIONALE DEI PROSSIMI 15 ANNI, SECONDO LEI, L’ATTUALE FORMAZIONE UNIVERSITARIA SARÀ ADEGUATA?

Fonte: indagine EMPLOYER Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

 

QUALI SONO GLI AMBITI PROFESSIONALI DOVE SONO PREVISTE LE PRINCIPALI OPPORTUNITÀ PROFESSIONALI PER IL MEDICO VETERINARIO?

Sia i medici veterinari che gli employer sono d’accordo: sarà innanzitutto l’industria alimentare che maggiormente potrà incrementare il numero di medici veterinari impiegati stabilmente nel 2030.

In particolare gli employer dichiarano un incremento del numero nell’ambito dell’igiene e sicurezza degli alimenti (55%), qualità degli alimenti (52%), ma anche gestione degli allevamenti (30%). Un altro ambito d’interesse per la professione potrà essere quello della protezione ambientale (sicuramente in crescita per il 30%).

Ma vi sono alcuni importanti campanelli d’allarme da non trascurare.

Tra le motivazione della mancanza di coinvolgimento del medico veterinario da parte delle imprese food, feed, farmaceutiche non vi è solo la mancanza di necessità di tale profilo in senso generale (32%) o una esigenza solo occasionale (32%), ma, quel che più deve preoccupare, è la preferenza espressa dalle imprese verso altre figure (agronomi, biologi, tecnologi alimentari, …) con competenze ritenute più adeguate (20%) o con costi più bassi (4%).

QUALI SONO I MOTIVI PER CUI L’IMPRESA NON COINVOLGE MEDICI VETERINARI?

 

 Fonte: indagine Nomisma-FNOVI - La professione veterinaria, 2014.

“Ciò che rende unico il percorso di studio realizzato da Nomisma per il nostro settore è lo sguardo degli altri. Qui si parla di noi, medici veterinari, ma per la prima volta a farlo sono anche gli altri” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “Ora il medico veterinario ha uno strumento per capire chi siamo per il “mondo del lavoro”, quanto ha bisogno della nostra professione e soprattutto quanto siamo preparati a rispondere o a stimolare la domanda di professionalità veterinarie.”

“Con questo studio FNOVI ha voluto porre al centro uno strumento innovativo che contribuisca a comprendere come il medico veterinario può restare competitivo e come può conquistare nuovi sbocchi occupazionali” continua Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI.

“Il più grave errore di cui la professione medico veterinaria deve urgentemente liberarsi” dichiara Gaetano Penocchio – Presidente FNOVI “è di essersi cullata in una immagine di se stessa falsata da inquinamenti demagogici, indotti da una mitologia ingannevole cha ha creato un medico veterinario immaginario, che non serve, che nessuno cerca, che nessuno fa lavorare. Una ingannevole rappresentazione a danno di studenti, clienti/utenti della nostra Categoria. Idealizzare procura danni e i primi a subire i contraccolpi dell’idealizzazione sono i giovani iscritti, costretti a rinunciare di colpo al sogno, a cedere al ricatto di ribassare la propria professionalità fino a snaturarla e a sprofessionalizzarla, tanto nel pubblico come nel privato.”

“Questa pubblicazione e i suoi risultati devono divenire allora uno strumento attorno al quale decisori, politici, amministratori, operatori economici, media, opinione pubblica dovranno ragionare, con l’obiettivo di correggere lo strabismo che in tutti in questi anni ha fatto sì che i Medici Veterinari e “il resto del mondo” si guardassero con lenti sfuocate.”

       

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Ufficio Stampa Nomisma
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Ersilia Di Tullio, Coordinatore Cooperazione Nomisma 
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A differenza dall’impresa capitalistica che persegue obiettivi di massimizzazione del capitale investito, la cooperativa ha un legame mutualistico con la propria base sociale e la sua mission consiste nella valorizzazione della remunerazione dell’apporto dei soci. Alla diversa natura dell’apporto (lavoro, acquisto di beni e servizi, conferimento di materia prima, ecc.) fanno fronte modelli organizzativi diversi, che consentono a questa forma di impresa di adattarsi ad ambiti territoriali e settoriali differenti.

Nonostante la diversa natura del beneficio ricercato, però, l’impresa cooperativa si muove sui medesimi binari dell’impresa di capitali nel perseguimento di obiettivi di efficienza e competitività e risente delle influenze del ciclo economico, particolarmente negativo nel corso degli ultimi anni. Quel che la mission mutualistica condiziona è la natura dei percorsi di sviluppo, adattamento e risposta individuati e intrapresi.

Un settore emblematico per l’analisi del comportamento delle imprese cooperative è certamente l’agroalimentare, nel quale questa forma di impresa riveste un ruolo nevralgico sia in termini di diffusione, che di valori economici generati. Le cooperative dell’agroalimentare incidono, infatti, per il 13% sul totale delle unità attive nel sistema cooperativo italiano (rappresentando il secondo settore dopo l’edilizia); inoltre contribuiscono con una quota pari al 24% al giro d’affari dell’industria alimentare.

La presenza di questa forma di impresa nel sistema agroalimentare ha profonde radici storiche ed ha portato alla creazione e sviluppo delle diverse tipologie di cooperativa, da quelle di lavoro, che si avvalgono in prevalenza delle prestazioni lavorative dei soci nello svolgimento della loro attività, a quelle di utenza, i cui soci sono acquirenti di beni e servizi offerti dalla cooperativa, ma soprattutto quelle di conferimento di materia prima da parte dei soci imprenditori agricoli. In quest’ultimo caso, infatti, la cooperazione è uno strumento che consente di rafforzare il profilo competitivo delle imprese agricole, pur salvaguardandone al tempo stesso l’autonomia operativa. L’impresa è intesa come una “proiezione a valle” degli stessi imprenditori agricoli per conto dei quali svolge le funzioni di concentrazione e aggregazione dell’offerta agricola, di trasformazione delle materie prime e di commercializzazione dei prodotti finali. Questo consente di recuperare valore aggiunto negli stadi a valle della filiera agroalimentare e di distribuirlo, secondo il principio mutualistico, ai soci agricoltori attraverso una più elevata remunerazione – rispetto al mercato – della materia prima conferita.

Un consolidato strumento di approfondimento ed analisi del fenomeno cooperativo nel sistema agroalimentare nazionale è l’Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana, promosso dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e dalle Organizzazioni di rappresentanza e tutela delle imprese cooperative dell’agroalimentare (Agci- Agrital, Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Unicoop).

Mancando fonti ufficiali di dati che descrivano le tendenze della cooperazione, l’Osservatorio produce elaborazioni originali, realizzando periodicamente rilevazioni dirette su campioni rappresentativi di imprese associate alle organizzazioni di rappresentanza della cooperazione. L’ultima indagine realizzata si è svolta tra fine febbraio e inizio marzo 2014, ha coinvolto 375 fra cooperative e imprese di capitali controllate da cooperative, che complessivamente esprimono un fatturato di oltre 9 miliardi di euro, pari a circa un quarto del giro d’affari dell’intera cooperazione agroalimentare associata. Pertanto le dinamiche che caratterizzano questo campione sono indicative delle tendenze generali, sebbene per le elevate dimensioni medie delle imprese (24,4 milioni di euro per impresa, poco più di 4 volte il valore medio nazionale) il campione costituisce una frangia “avanzata” della cooperazione agroalimentare.

Un primo dato strutturale che emerge con evidenza è che la cooperazione agroalimentare italiana conferma il forte legame con la propria base sociale. Questo legame è misurato attraverso il grado di mutualità che misura l’intensità dello scambio mutualistico e cioè l’attività svolta dall’impresa in favore dei propri soci (siano questi prestatori di lavoro, conferitori di beni o acquirenti di beni/servizi). Si tratta di un indicatore di estrema rilevanza poiché in relazione alla prevalenza dello scambio mutualistico (superiore al 50%) la cooperativa può accedere ai benefici fiscali previsti dalla legge.

Il grado di mutualità si attesta su valori elevati, pari all’83% (fig. 1); questo dato è in linea con i valori riscontrati dall’Osservatorio nei precedenti lavori, mantenendosi quindi costante nel tempo. Il fatto che si mantenga su percentuali elevate anche nelle cooperative di grandi dimensioni (78%) conferma che, anche nelle imprese più avanzate, il rapporto con il socio resta solido.

Fig. 1 – Mutualità nelle cooperative agroalimentari per dimensione di impresa
20140409-FS-Grafico1
Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese).

Questo dato offre una prima evidenza della diversità dell’impresa cooperativa rispetto ad un’impresa di capitali. Nel corso della crisi si è assistito nel nostro paese ad un calo dei consumi alimentari sia in valore che in volume. Per i comparti che non percorrono la via alternativa dell’esportazione, questo comporta una contrazione delle dimensioni del mercato e quindi la necessità di adeguare gli approvvigionamenti ed i livelli produttivi alle richieste della domanda. In queste condizioni un’impresa di capitali opta per la riduzione degli acquisti presso i propri fornitori di materia prima. Le cooperative viceversa, dato il rapporto mutualistico che le lega ai propri soci, non possono usare questa leva, ma ritirano tutta la materia prima che l’imprenditore agricolo conferisce. La collocazione certa della propria produzione, anche in tempi di crisi, è una garanzia di grande rilievo per il socio, ma allo steso tempo comporta una minore flessibilità del ciclo produttivo della cooperativa rispetto all’impresa di capitali.

L’analisi di alcuni altre variabili offre, inoltre, indicazioni sulle recenti tendenze delle cooperative agroalimentari (fig. 2). Le stime del preconsuntivo indicano un incremento del 2,4% del fatturato nel 2013 rispetto all’anno precedente, proseguendo la crescita del +4,5% registrato nel 2012/11. Se si esaminano le sole vendite sui mercati esteri (pari al 12% del fatturato nel 2013) il trend è più dinamico. Le esportazioni crescono del 7,4% nel 2013/12 e segnano un ulteriore miglioramento rispetto al già positivo andamento dell’ anno precedente. Si conferma quindi, come in gran parte dei settori, la maggiore vivacità della domanda estera rispetto a quella interna.

Se il fatturato registra un minore slancio rispetto agli anni precedenti, l’occupazione mostra una netta controtendenza, registrando un calo pari all’1,8% nel 2013/12, rispetto alla crescita dell’1,2% nel 2012/11.

Fig. 2 – Trend di fatturato, export ed occupazione
20140409-FS-Grafico2
Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

Questi dati mostrano come la lunga crisi economica stia indebolendo anche la cooperazione agroalimentare, che pure si avvantaggia di una doppia componente anticiclica.

La prima è legata alle tendenze dell’industria alimentare, che nel corso degli ultimi anni ha tenuto meglio rispetto ad altri settori manifatturieri, come indicano i dati di produzione industriale Istat elaborati da Federalimentare (-0,7% nel 2013/12 e -0,9% nel 2012/11 per l’alimentare rispetto a -2,9% e -6,5% per il manifatturiero negli stessi periodi). Il secondo elemento anticiclico è caratteristico, invece, dell’impresa cooperativa ed è legato alla sua propensione al presidio dei livelli produttivi e, quindi, alla salvaguardia dell’occupazione. La fuoriuscita di addetti dalle imprese del sistema cooperativo rappresenta, infatti, un fenomeno nuovo, mentre i dati generali relativi sia all’agricoltura che all’industria alimentare evidenziavano un trend di flessione già nell’annualità precedente (i dati grezzi dell’occupazione indicano un calo del 2,9% per l’agricoltura e dello 0,5% per l’industria alimentare nel 2013/12 e rispettivamente del 2,7% e del 0,6% nel 2012/11).

Concentrando, infine, l’attenzione sulle performance (fig. 3), le imprese del sistema cooperativo agroalimentare mostrano una sostanziale tenuta nel 2013. Pur registrandosi, infatti, un deterioramento dei margini operativi su una quota maggiore di imprese rispetto a quelle che dichiarano un miglioramento, le indicazioni di stabilità sono prevalenti. Inoltre esiste una capacità delle imprese di reggere l’erosione dei margini operativi, poiché una quota nettamente inferiore (pari al 17%) andrà incontro ad una perdita il bilancio, mentre prevale l’incidenza di quelle che chiuderanno in pareggio o in utile (rispettivamente 46% e 36%). In uno scenario di perdurante crisi, le cooperative non solo garantiscono ai propri soci il ritiro della materia prima agricola, ma sono in grado di mantenerne un’adeguata remunerazione. Fra le cooperative di conferimento, in un terzo dei casi si registra un incremento e nel 40% la stabilità dei prezzi di liquidazione della materia prima conferita dai soci, contro un 23% di cooperative che segnala contrazioni.

Nonostante i segnali di ripresa del ciclo economico inducano a guardare con maggiore ottimismo lo scenario futuro, le prospettive si confermano piuttosto deboli, anche per le imprese del sistema cooperativo italiano che non esprimono indicazioni di inversione del trend attuale. Il 51% delle imprese prevede, infatti, che il proprio fatturato resti stabile nel 2014, mentre le altre si distribuiscono omogeneamente fra chi prevede un calo ed un incremento, con una leggera prevalenza di queste ultime.

Fig. 3 – Cooperative agroalimentari: performance 2013 e previsioni del fatturato per il 2014

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*Risposte relative alle 238 cooperative di conferimento del campione di 375 imprese.
Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

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Mercoledì, 09 Aprile 2014 00:00

9 aprile 2014 - Rinascimento industriale

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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L’Europa vuole aumentare il peso della manifattura al 20% entro il 2020. Definisce un simile obiettivo rinascimento industriale. I leader dei paesi europei lo interpretano come riferito alle loro economie: Italia, Spagna, Francia dovrebbero salire, dal 10-15%, verso quel target, diventando come la Germania che, d’altra parte, non intende arretrare. E’ possibile che ciò avvenga? L’espansione della manifattura tedesca degli anni passati è stata, in buona misura, lo specchio dell’arretramento degli altri paesi. Perché i periferici si trasformino nella Germania, con grandi settori manifatturieri, occorrerebbe anche che l’economia tedesca avesse dei cambiamenti, con più inflazione, meno risparmio, più investimenti, meno surplus commerciale. Una prospettiva difficile, pur se non impossibile. Ma il focus esclusivo sulla manifattura solleva altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in beni trasformati, ma in servizi a bassa efficienza e non sostituibili con le importazioni. Trascurare il miglioramento di tali settori può entrare in collisione con la crescita del benessere dei cittadini europei.

L’UE si propone, nella strategia Europa 2020, di arrestare il declino della manifattura nell’area e di riportarne il peso dal 15 al 20% del PIL entro i prossimi sei anni. Le associazioni degli imprenditori delle due economie con più forte vocazione manifatturiera, Bdi e Confindustria, sottoscrivono un appello congiunto a sostegno di questo obiettivo, chiedendo politiche per la competitività dell’industria europea. I leader dei paesi UE mostrano, a parole, di condividere. La manifattura viene prospettata, a ogni piè sospinto, come il fulcro del rilancio economico e occupazionale dei paesi dell’Unione.

C’è, evidentemente, della retorica in tutto questo: c’è anche della sostanza?

Per rispondere all’interrogativo si deve partire dall’ovvia osservazione che non esiste “una” manifattura europea, intesa come un unico settore della trasformazione che condivide comuni condizioni di costo, macroeconomiche e istituzionali, indipendentemente dai confini nazionali. I sistemi produttivi dei paesi europei sono bensì interconnessi, ma anche in forte competizione reciproca. Quest’ultima si è acuita nell’area della moneta unica, col venire meno del tasso di cambio e l’emergere di meccanismi di divaricazione centro/periferia favoriti dalla più spinta integrazione economica.

Le tendenze delle industrie nazionali nel corso dell’ultimo quindicennio sono esplicative del perché non ha fondamento parlare di ”una” manifattura europea. Come mostra la figura 1, il declino del peso dell’industria è un fenomeno che ha riguardato solo determinati paesi, i cosiddetti periferici, includendo in tale definizione Italia e Francia. All’inizio dello scorso decennio la manifattura era al 20% nell’economia italiana, al 17-18% in quelle iberica e portoghese, al 15% in quella francese. Nel 2013, queste percentuali sono scese rispettivamente al 15,5% (Italia), 13-14% (Spagna e Portogallo), 10% (Francia). All’opposto, il peso dell’industria in Germania è rimasto praticamente inalterato in questo periodo: era al 22% nel 1999-2000, è ancora a questo stesso livello nel 2013.   

Si può immaginare per il futuro una distribuzione più omogenea della presenza della manifattura in Europa?

Date le dinamiche degli anni passati, l’obiettivo di un’industria europea al 20% del PIL implica che la risalita abbia luogo nei periferici. Questi devono portarsi al livello della Germania, che, da parte sua, è già al target UE. C’è, però, un problema. Non è ipotizzabile un omogeneo processo di crescita simultanea in tutte le economie, senza perdite di posizione da parte di qualche attore. Il motivo è che le tendenze naturali, legate a terziarizzazione e globalizzazione, spingono in senso contrario, verso una compressione del settore della trasformazione, sicché aumenti di peso dell’industria nelle economie avanzate possono solo avvenire  come risultato di guadagni di competitività; ma quest’ultimi si verificano, per definizione, gli uni nei confronti degli altri.   

Fig. 1 - Peso della manifattura in Germania e nei paesi periferici
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

L’esperienza della Germania nel conservare un ampio settore industriale, quando le forze naturali spingevano in una direzione opposta, è esemplificativa dei meccanismi competitivi in gioco. La presenza di una forte industria in questo paese non è altro che la conseguenza di una crescita settoriale interna squilibrata. Un marcato aumento di eccedenza manifatturiera, rispetto alle possibilità di assorbimento interno, che ha finito col riversarsi sull’estero, dando luogo all’ampio squilibrio commerciale. Quest’ultimo ha potuto formarsi e persistere nel tempo (6-7% del PIL negli ultimi sette anni), grazie a un cambio reale tedesco troppo deprezzato o, detto in altri termini, a un’eccessiva competitività. Il grande surplus tedesco è, dunque, strettamente legato all’ampia presenza dell’industria in quel paese; l’uno implica l’altra e viceversa.

Ma cosa si intende per crescita squilibrata tedesca?

Questa economia ha sperimentato, dal 2002, una accelerazione della produttività: un fatto virtuoso, ma esclusivamente concentrato nella manifattura. Il progresso tecnologico è risultato, invece, praticamente assente negli altri settori, dove si addensano le produzioni non esposte alla competizione internazionale (fig. 2a). Una divaricazione settoriale di questo tipo ha interessato anche i sistemi della cosiddetta periferia europea (fig. 2b), ma lo sbilanciamento in tal caso è stato molto meno accentuato: in Germania, la produttività del lavoro nella manifattura è salita, tra il 2002 e il 2013, del 25% rispetto a quella quasi stagnante degli altri settori; nei periferici il divario tra la dinamica della produttività nella manifattura e l’andamento (comunque crescente) degli altri settori è stato solo del 3,5%.[1].

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo squilibrio, settoriale e tra paesi, ha generato effetti destabilizzanti, analoghi a quelli verificatisi all’indomani dell’unificazione della Germania. Allora fu uno shock asimmetrico di domanda (di prodotti tedeschi) a mettere in crisi il meccanismo europeo di cambio; negli ultimi anni è stato uno shock asimmetrico d’offerta (di manufatti tedeschi) a mettere in tensione l’area della moneta unica. Oggi come allora il riequilibrio nell’area richiede un mutamento dei prezzi relativi tra paesi europei, che renda relativamente più care le produzioni tedesche. Questa correzione si determinò nel 1992 con una traumatica modifica dei rapporti di cambio e l’apprezzamento del marco rispetto alle altre monete. Oggi, con l’euro, il rafforzamento del cambio reale tedesco (e, simmetricamente, il deprezzamento reale dei periferici) deve realizzarsi attraverso la creazione di un adeguato differenziale d’inflazione tra Germania e paesi partner.

In condizioni normali, un meccanismo automatico di riequilibrio è, in effetti, insito nella stessa crescita squilibrata della produttività manifatturiera. L’espansione sbilanciata dell’industria conduce, infatti, a corrispondenti aumenti salariali in quel settore. Questi tendono a diffondersi anche agli altri comparti che non hanno sperimentato incrementi di produttività, determinando un’accelerazione dell’inflazione rispetto alle altre economie: il rialzo delle retribuzioni, attivato dal settore beneficiario del boom di produttività, è normalmente il motore del riequilibrio.

Questa correzione automatica non ha operato nell’esperienza tedesca. I salari industriali sono cresciuti molto meno della produttività: dal 2002, il valore aggiunto per occupato è aumentato del 30% nella manifattura tedesca, mentre i redditi del lavoro per addetto si sono incrementati in termini reali (in rapporto al deflatore del valore aggiunto industriale) di quasi la metà, del 18% (fig. 3).

Fig. 3 – Germania: produttività del lavoro e redditi per addetto reali nella manifattura (1995=100) 
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In assenza della spinta sui costi del lavoro, i prezzi tedeschi hanno finito col ridursi, anziché aumentare, rispetto ai partner: tra il 2002 e il 2013, l’inflazione della Germania è stata più bassa di 10 punti percentuali rispetto ai paesi periferici. Il riequilibrio avrebbe, invece, richiesto un’inflazione relativa tedesca quasi speculare a quella osservata (più alta del 13% rispetto ai periferici).[2] Ne è, dunque, derivata una deviazione di circa il 20% del cambio reale Germania/Periferia rispetto ai valori che avrebbero assicurato l’equilibrio macroeconomico dell’area (tab. 1). E’ il guadagno di competitività che ha consentito il formarsi e persistere dell’ampio surplus commerciale della Germania.  

Tab. 1 – Differenziale di inflazione Germania-Periferici nel periodo 2002-2013
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat e stime Nomisma

Il mancato funzionamento del riequilibrio interno tedesco ha spiegazioni che vengono da lontano. Esso ha origine negli sforzi della Germania, avviati nei primi anni novanta, per fronteggiare, da un lato, gli elevati costi della riunificazione e contrastare, dall’altro, le tendenze alla delocalizzazione nei vicini paesi dell’Est Europa, divenuti molto attrattivi dopo il crollo del comunismo. Le caratteristiche di flessibilità del sistema tedesco di relazioni industriali hanno consentito sin da quel periodo un significativo decentramento della contrattazione salariale a livello di impresa e favorito, per questa via, l’emergere di dinamiche retributive inferiori a quelle della produttività, con conseguente contenimento dei costi.[3] Tuttavia, lo sforzo di recupero competitivo ha prodotto risultati solo nello scorso decennio. E’ solamente allora, infatti, che si aggiungono i due ulteriori ingredienti che portano al successo tedesco: l’accelerazione sbilanciata della produttività nella manifattura e il venire meno del tasso di cambio nei rapporti con la vasta area dei partner commerciali che entrano a fare parte della moneta unica. La combinazione di questi tre elementi – boom di produttività nella sola manifattura, freno salariale, assenza del cambio – è andata a costituire una sorta di “impossibile trinità” che ha finito col trasformare uno sforzo di aggiustamento competitivo in un processo eccessivo, generatore di squilibri insostenibili nell’area dell’euro.

E’ in questa prospettiva che si definiscono, quindi, in modo più preciso per periferici i  contorni di ciò che viene definito rinascimento industriale: sono quelli di una partita competitiva.

In assenza di mutamenti nell’economia tedesca, i periferici devono realizzare un significativo recupero competitivo. Ciò comporta l’abbassamento della dinamica di costi e prezzi sotto quelli della Germania e l’emulazione di ques’ultima con l’espansione sbilanciata della manifattura (ecco il rinascimento) e il mantenimento delle dinamiche salariali sotto quelle della produttività in tale settore. Questa è la regola vigente per il riequilibrio europeo[4]. Essa risponde all’approccio mercantilista dominante nell’area ed è molto difficile che si riveli ugualmente di sucesso per tutti i protagonisti: le economie euro non possono avere tutte assieme grandi settori industriali e, quindi, forti surplus commerciali. Tale regola solleva, inoltre, altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in manufatti, ma si dirige, per un buon 60%, in servizi, distribuzione e public utilities, a bassa efficienza e non sostituibili con importazioni. Dalla produttività dei comparti non manifatturieri dipende, dunque, in misura decisiva la possibilità di migliorare il potere d’acquisto dei consumatori. Trascurare l’espansione e l’innalzamento di efficienza dei settori non manifatturieri, a favore di una corsa verso grandi industrie esportatrici, è una strada che non necessariamente coincide con quella della crescita di benessere dei cittadini europei.

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[1] I paesi periferici includono Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia; con riferimento alla suddivisione manifattura “altri settori”, in quest’ultimi sono inclusi tutti comparti non manifatturieri con l’esclusione della pubblica amministrazione.

[2] La stima del differenziale di inflazione tra il 2002 e il 2013 richiesto per il riequilibrio è ottenuta sulla base di un modello semplificato a due settori traded/non-traded (coincidenti approssimativamente con “manifattura” e “altri settori”) e due paesi (Germania/Periferia) che da luogo alla seguente relazione: inflazione tedesca - inflazione periferici = variazione cambio nominale Germania/Periferia (pari a zero, data la moneta unnica) + 0,60*[differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” in Germania (+25%) – differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” nella Periferia (+3,5%)]; 0,60 è il peso dei beni non manifatturieri nel paniere di spesa dei cittadini europei.

[3] Si veda Dustmann, C., Fitzenberger, B., Schönberg, U., Spitz-Oener, A. (2014): From Sick Man of Europe to Economic superstar: Germany’s Resurgent Economy. Journal of Economic Perspectives 28(1), pp. 167-188.

[4] Il percorso sarebbe facilitato se vi fossero dei cambiamenti nell’economia tedesca. L’introduzione, ad esempio, della legislazione sul salario minimo in Germania (8,5 euro l’ora) è un fattore che potrebbe contribuire a una migliore distribuzione degli sforzi di riequilibrio europeo. Occorrerebbe, però, che l’adozione di una norma sul salario minimo avvenisse limitando i casi di eccezione e le clausole di opt-out dalla legislazione nazionale. Quest’ultime sono state parte essenziale della prassi delle relazioni industriali tedesche negli ultimi anni.

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