Bologna, Aula Magna S. Lucia, ore 9.00 - Fondazione ANT e Associazione Amici di ANT promuovono il convegno “Impresa e famiglia tra prima e dopo. Il ruolo dei professionisti tra pianificazione impugnazione del passaggio generazionale della ricchezza” . Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma, partecipa con l’intervento “Il passaggio generazionale dell’impresa: la dimensione economica”.

Programma

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Civitanova Marche, Teatro Annibal Caro, ore 21.00 – Nell’ambito di Futura Festival, Marco Marcatili, economista Nomisma, partecipa al convegno “Famiglia, lavoro e impresa: resistere o cambiare?”

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Marco Marcatili, Economista Nomisma
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Di fronte ai continui segnali di miglioramento della fiducia delle famiglie italiane, per la prima volta vi sono “tracce reali”, ancorché deboli, di ripartenza degli hard data. Dopo un lustro, lo scorso anno la spesa reale per consumi delle famiglie è lievemente aumentata (+0,3%) e la sostanziale stabilizzazione del reddito disponibile si è accompagnata all’interruzione della contrazione della ricchezza delle famiglie italiane. Una maggiore stabilità sul fronte delle “dotazioni” può essere prodromica alla graduale ripresa della domanda di investimento.

Produrre riflessioni sulla famiglia, però, continua ad essere una missione ardua e complessa: a volte una retorica ormai logora rende impraticabile qualsiasi nuova forma di rappresentazione; in altre occasioni si rischia di rifugiarsi in visioni idealizzate che pongono la famiglia in format non più adeguati. In questo caso, viene presentata una classificazione delle famiglie italiane, incrociando le diverse caratteristiche finanziarie e patrimoniali in termini di capacità di generare risparmio, di presenza dell’abitazione in proprietà e di detenzione di strumenti finanziari. Seppure l’analisi non possa essere ridotta alla sola dimensione economica, ma debba necessariamente considerare le implicazioni sociali, culturali e morali, ci sembra di qualche utilità comprendere come le famiglie italiane stiano vivendo questa lunga e incerta “corsa ad ostacoli”, con diffusi tentativi di garantire protezione sociale “allargata”, prima ancora di ripristinare condizioni di normalità sotto il profilo economico e finanziario.

L’indagine 2015[2] restituisce una fotografia piuttosto complessa e variegata (tav. 1), in cui le famiglie continuano ad essere particolarmente provate dalla crisi economica e sociale, seppure con alcune differenze e qualche segnale incoraggiante. Se, da una parte, vi sono gruppi di famiglie caratterizzati da una ridotta propensione al risparmio e uno stock di ricchezza sempre più sbilanciato sul patrimonio rispetto alle disponibilità finanziarie, dall’altra, si assiste ad un aumento del numero delle famiglie che riescono a risparmiare (che si trovano nella categorie equipaggiate e tradizionaliste) o che provano a resistere nella necessità di sostenere alcune spese non più procrastinabili senza smobilizzare il proprio patrimonio accumulato (categoria di famiglie resilienti).
Nel 2015, infatti, si registra una crescita della quota di famiglie equipaggiate e tradizionaliste che passa da 6,8 a 9,2 milioni, in grado di esprimere una capacità di produrre flussi di risparmio, certamente di entità inferiore al passato ma comunque sufficienti a ripristinare gradualmente lo stock di ricchezza. Si tratta di due gruppi di famiglie che esprimono condizioni sociali diverse: le famiglie equipaggiate sono per lo più coppie giovani e mature con figli, con un buon livello di istruzione (diploma e laurea), un lavoro stabile (lavoratori dipendenti) ed un reddito familiare mensile medio-alto, mentre le famiglie tradizionaliste sono per lo più composte da pensionati, con un reddito netto familiare fino a 1.800 euro al mese.

Aumentano anche i resilienti (da 3,5 a 4,7 milioni) che, pur detenendo una casa di proprietà e uno stock di capitale, versano in uno stato di difficoltà tale comprometterne la capacità di risparmiare. Ciò può dipendere da diversi fattori che vanno dalla diminuzione del numero di percettori di reddito, all’aumento dei casi familiari di cui prendersi cura, in un periodo in cui la famiglia d’origine svolge un ruolo di “cuscinetto sociale”. Si tratta di una categoria composta per lo più da famiglie con tre componenti (coppie con figli), caratterizzato da un buon livello di istruzione, dove si concentrano lavoratori autonomi. Il livello di stipendio varia in relazione alla tipologia di lavoro svolto: il 39,3% delle famiglie vanta un reddito netto mensile familiare che varia tra 1.200 e 1.800 euro al mese, mentre un altro 20,7% dispone di un reddito netto tra 2.400 e 3.500 euro al mese.
Al contempo diminuiscono le famiglie che rientrano nella categoria degli illiquidi, che passano da 7 milioni nel 2014 a 4,6 milioni nel 2015. Al loro attivo hanno una casa di proprietà, ma non possono contare su uno stock di capitale e sulla capacità di risparmio. Sono nella maggioranza dei casi (54,8%) pensionati over 65 con un reddito familiare basso (fino a 1.200 euro al mese).
“Provare a farcela” sembra essere una delle cifre di questo tempo, come se per molte famiglie la trasformazione in corso non presenti necessariamente i caratteri della fatica, della sconfitta e della fine, quanto talvolta quelli del nuovo inizio. È una schiera di 10 milioni di famiglie (equipaggiate e resilienti), nuove e tradizionali, impegnate a conciliare le difficoltà del lavoro che manca o che cambia, con la necessità di dare una prospettiva ai propri figli o di sostenere i componenti della famiglia allargata.
Oltre il 10% delle famiglie italiane, tuttavia, si trova sul filo del rasoio (2,8 milioni di famiglie “equilibriste”), sprovvisto di qualsiasi ancora di salvezza se non la stabilità di un lavoro e la protezione della rete familiare (non possedendo beni patrimoniali e finanziari e con ridotte capacità di risparmio). Queste ultime sono soprattutto famiglie di 45-54enni che, anche a causa dello scarso livello di istruzione, riescono a spuntare sul mercato redditi bassi (fino a 1.200 euro netti al mese) e in molti casi risultano single (tav. 4.2).
Vi è poi la categoria dei “cassettisti” che raccoglie circa 500 mila famiglie, per lo più tra 45-54 anni, in possesso di strumenti finanziari, con una buona propensione al risparmio, ma privi di dotazione patrimoniale. Sono nel 65% dei casi lavoratori dipendenti.
Nella categoria dei “liquidi”, caratterizzati solo da una buona propensione al risparmio, ricadono circa 800 mila famiglie (400 mila in meno rispetto all’anno precedente), di cui il 24,7% giovani (18-34 anni). Sono per lo più dipendenti (54,8% dei casi), con un livello di istruzione basso e un reddito netto mensile familiare tra 1.200 e 1.800 euro.
Tra gli “anomali” rientrano 500 mila famiglie, nel 35,7% dei casi tra 35-44 anni, che dichiarano di detenere solo strumenti finanziari (fondi, ecc.).

Per comprendere fino in fondo gli impatti di questa lunga e incerta transizione sarà necessario connettere una logica centrata sull’“attualità”, su cui si fondano le analisi di questa indagine 2015, con una prospettiva di “tempi lunghi” tipica dell’approccio storico. Forti di questa consapevolezza e dei limiti degli analisti economici e sociali, nella lettura del fenomeno del “riequipaggiamento” di una parte considerevole delle famiglie italiane, riteniamo che una delle connessioni da tenere presente sia quella tra generazioni e tra i diversi sguardi che si muovono lungo l’asse del tempo. Non v’è dubbio, per contro, che la grande contrazione abbia significato per una parte non trascurabile di famiglie una trappola senza uscita dalla condizione di debolezza, in un contesto caratterizzato da mancanza di opportunità di lavoro, concentrazione della ricchezza e aumento delle disuguaglianze. Cogliere varchi e micro possibilità per rendere ancora praticabile un’opzione di futuro per questi gruppi di famiglie costituisce una priorità non solo se pensiamo alla famiglia come “luogo degli affetti”, ma soprattutto come soggetto generatore di capitale umano, sociale, relazionale, ossia degli input imprescindibili per sostenere uno sviluppo integrale del Paese.

Tab. 1 – Classificazione generale delle famiglie italiane in base alla principali caratteristiche finanziarie
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Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Le caratteristiche dei vari gruppi proposti risultano legate a differenti espressioni, sia sulle aspettative future che sulle scelte intenzionali.
In un quadro di incertezza e di prudenziale “preferenza per la liquidità”, i 10,5 milioni di famiglie che riflettono una capacità di risparmio (equipaggiati, tradizionalisti, cassettisti, liquidi) vantano una migliore valutazione delle prospettive future a prescindere dalla proprietà dell’abitazione e dalla detenzione di strumenti finanziari (si noti come questi gruppi di famiglie si posizionino sulla parte destra della fig. 1).
Per simmetria, i 12,6 milioni di famiglie che non hanno capacità di risparmio (resilienti, illiquidi, equilibristi) sono maggiormente esposti all’incertezza e mostrano evidenti segnali di preoccupazione per il futuro. In questo senso, allora, è opportuno sottolineare come la discriminante sulle aspettative future risulti essere la capacità di generare flussi reddituali, mitigata però dalla possibilità di miglioramento in molti casi intervenendo sugli stili di vita.

L’innalzamento degli indici di fiducia, seppure in un contesto di incertezza sulle aspettative personali e di forte polarizzazione tra le famiglie, ha avuto un effetto apprezzabile sulle scelte di consumo, ma non ancora su quelle di investimento. La smobilizzazione finanziaria, a supporto della ristrutturazione dei debiti delle famiglie o a sostegno di investimenti immobiliari diretti, resta ancora una necessità, laddove la selettività del sistema bancario induce ad un importante sforzo di cofinanziamento, mentre l’intenzione di acquisto di un’abitazione, oggi, non è tanto e solo legata al clima di fiducia generale, quanto piuttosto all’effettiva necessità di una prima abitazione o al soddisfacimento dell’esigenza abitativa all’interno del nucleo familiare allargato.
Si conferma, dunque, la tendenza degli ultimi anni secondo cui, nell’ambito di una mutata concezione del “bene casa”, sembra essere più netto il legame tra domanda potenziale e bisogno di una prima abitazione, anche come costo-opportunità rispetto alla necessità di intervenire su abitazioni non più adeguate, per caratteristiche interne e costo di esercizio, alle attuali esigenze familiari. È un’intenzione di acquisto che esprime domanda potenziale solo in un quadro di necessità e di possibilità, riducendo così notevolmente lo spettro della domanda potenziale, e che sembrerebbe spazzare via, specie per le giovani generazioni, il mito della casa come “bene rifugio”.

Ulteriori considerazioni possono essere effettuate analizzando gli spostamenti tra i gruppi avvenuti negli ultimi anni, in un orizzonte temporale di 4 anni (tab. 1).
Come si è già discusso, la categoria degli equipaggiati (risparmiano, possiedono un’abitazione e detengono strumenti finanziari) ha recuperato nell’ultimo anno la perdita registrata dal 2011 in poi.
Allo stesso modo, aumentano i tradizionalisti (risparmiano, possiedono un’abitazione ma non detengono strumenti finanziari), recuperando un milione di famiglie tra il 2011 e il 2015. Si tratta, in genere, di famiglie con componenti over 65 anni, per lo più pensionati.
Continua anche ad aumentare (+2,4 milioni rispetto al 2011) la schiera di nuove famiglie resilienti (hanno la casa di proprietà, detengono strumenti finanziari ma non risparmiano) che, pur provando a resistere, sono spesso costrette, a causa della minore capacità di rimborsare i debiti e dell’accresciuta selettività del credito, ad intaccare la ricchezza accumulata.
Un aspetto positivo si rileva nella diminuzione della categoria degli illiquidi (hanno la casa di proprietà, non risparmiano e non detengono strumenti finanziari), con una fuoriuscita di -2,9 milioni di famiglie avvenuta soprattutto nel 2014.
Al contempo, dal 2011 scivolano nella categoria degli equilibristi (non hanno la casa di proprietà, non risparmiano e non detengono strumenti finanziari) circa 800 mila famiglie.
Il profilarsi di una situazione di forte incertezza, specie sul fronte occupazionale, spinge le famiglie italiane ad un desiderio di maggiore liquidità e, dunque, di ripristino di un’adeguata quota di risparmio precauzionale in grado di mettere in sicurezza l’intero nucleo familiare di fronte ad eventuali difficoltà future. Tale consapevolezza fatica, però, a trasformarsi in comportamento effettivo di risparmio, se non di carattere micro: in primo luogo perché lo scivolamento delle famiglie in uno stato di difficoltà reddituale non consente più una reale capacità di accantonamento, anzi induce spesso a ricorrere al “tesoretto” di famiglia per far fronte all’ordinarietà; in secondo luogo perché, dopo anni di rinvii, iniziano ad emergere bisogni primari (beni durevoli, interventi strutturali sulla propria abitazione, importanti scelte formative, etc.), il cui appagamento risulta non più procrastinabile, non lasciando di fatto più spazio per il risparmio.

Accorciando, però, l’orizzonte temporale a un solo anno, si evidenziano importanti mutamenti nella rappresentazione dei gruppi familiari.
Dallo scorso anno, ben 2,8 milioni di famiglie non risultano più tra gli illiquidi, categoria che non riesce a risparmiare e ad accumulare capitale.
Allo stesso tempo, la volontà di ripristinare un risparmio precauzionale, anche solo minimo in rapporto al reddito disponibile, associata alla necessità di far fronte a investimenti primari, anche a costo di dover smobilizzare la ricchezza finanziaria accumulata, hanno favorito l’emergere di 2 milioni di nuove famiglie equipaggiate o tradizionaliste.
Al contempo si assiste all’aumento di un milioni di famiglie resilienti che, a causa delle difficoltà economiche, iniziano ad intaccare i propri risparmi pur di conciliare le difficoltà intercorse (mancanza di lavoro, casi familiari, protezione intergenerazionale, ecc.).

Fig. 1 – Classificazione delle famiglie italiane in base al sentiment generale e alle intenzioni di acquisto dell’abitazione e “spostamenti” dei gruppi familiari rispetto al 2014
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Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Ciò che si rileva nel 2015, in controtendenza rispetto all’indagine 2014, è che le migliorate aspettative di alcuni gruppi di famiglie iniziano a tradursi in un una timida ripresa della propensione alla domanda di consumo, ma non ancora di investimento (nonostante emergano segnali di aumento delle intenzioni all’acquisto di abitazioni, soprattutto come prima casa). Dalla figura 1 si può notare un generalizzato aumento tra le categorie delle intenzioni di acquisto di un’abitazione, con l’eccezione dei tradizionalisti e degli equipaggiati, caratterizzati già in partenza da una buona dotazione patrimoniale. Tuttavia, la concentrazione di questo dato tra le categorie degli anomali (generalmente indecisi tra detenere strumenti finanziari con bassi premi per il rischio e puntare sul mattone), degli equilibristi (in buona sostanza desiderosi di uscire dallo stato di povertà ripartendo dalla casa) e dei liquidi (hanno già una casa in proprietà), unita all’evidenziata necessità di tali categorie di dover comunque accendere un mutuo, lascia presagire che l’intenzionalità dell’acquisto abitativo sia destinata a rimanere più un desiderio che l’espressione di una concreta domanda potenziale.

Tab. 2 – Classificazione delle famiglie italiane in base al profilo reddito-ricchezza e alla capacità effettiva di investimento reale
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Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Nella tabella 2, costruita incrociando le caratteristiche risparmio-ricchezza con la domanda effettiva di investimento reale (acquisto e/o ristrutturazione di un’abitazione), sono rappresentati due ostacoli strutturali che condizionano le prospettive di investimento reale.

Il primo è rappresentato dal prevalere di un orientamento precauzionale. Del 59,8% di famiglie con un profilo adeguato (in termini di stock accumulato e flusso di risparmio generato) a manifestare una domanda di investimento, il 43,6% “blinda” le proprie risorse e non contribuisce all’iniezione di risorse nell’economia (in aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2014), mentre solo il 20% esprime una domanda di investimento.
Il secondo è costituito dall’assenza dei requisiti minimi. Oltre il 12% delle famiglie non può, infatti, esprimere una domanda di investimento reale (non potendo contare né sul flusso di risparmio e né sullo stock di capitale), a testimonianza del fatto che la vera diseguaglianza in Italia si sta spostando sull’asse della ricchezza e l’assenza di una “dotazione iniziale” comprime le capacità di investimento.

Rispetto al 2014, dove non si intravvedevano reali traiettorie di ripristino del profilo finanziario delle famiglie italiane, l’indagine 2015 evidenzia i primi segnali di recupero della capacità di risparmio (o almeno di alcuni gruppi considerevoli) e di miglioramento delle prospettive future, con effetti positivi sulla domanda di consumo. Occorrerà comprendere se i segnali di ripartenza – che per moltissime famiglie hanno al momento una natura meramente contestuale – riusciranno a diventare concreti al punto da influenzare anche la domanda di investimento e, soprattutto, allargare la platea di chi può costruire percorsi virtuosi per un nuovo inizio.

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[1] Alla stesura dell’articolo hanno collaborato Johnny Marzialetti e Barbara Da Rin, economisti Nomisma.
[2] La rilevazione Nomisma è stata realizzata nel mese di maggio su un campione rappresentativo delle famiglie italiane (703 unità con interviste rivolte a chi si occupa delle decisioni economico-finanziarie). Gli obiettivi conoscitivi dell’indagine hanno riguardato: indebitamento, risparmio e forme di impiego, con particolare riferimento al settore immobiliare.

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Silvia Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare Nomisma 
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Il progressivo calo dei consumi di frutta e verdura in Italia è un fenomeno in atto da oltre 10 anni e non può essere ricondotto esclusivamente all’effetto che la crisi ha avuto nella riconfigurazione del carrello della spesa degli italiani. I numeri parlano chiaro: dal 2000 ad oggi gli italiani hanno “rinunciato” a consumare quasi 1,7 milioni di tonnellate di frutta e verdura (-18%) che, in termini pro capite significa che si sono persi per strada 17 chili di consumi di frutta e verdura freschi, in media 1,5 kg in meno ogni anno, con un trend costante sia prima che dopo il 2008, anno in cui è scoppiata la crisi.

La fotografia relativa al 2014, che emerge dai dati elaborati da Nomisma, fa suonare un ulteriore campanello d’allarme: i consumi annui di prodotti ortofrutticoli freschi si sono fermati a 130,6 kg, che equivalgono a non più di 360 grammi al giorno (nel 2000 le quantità consumate quotidianamente erano superiori ai 400 grammi). La contrazione dei consumi pro capite ha riguardato soprattutto la frutta (calata del 15% rispetto al 2000), ma non ha risparmiato nemmeno gli ortaggi (-6%).

Fig. 1 – La composizione dei consumi di ortofrutta in Italia per canale e tipologia
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Fonte: Nomisma

Fig. 2 – Consumi pro capite di frutta e ortaggi freschi: uno sguardo all’Europa
(kg consumati in un anno, 2014)
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Fonte: Nomisma.

Si tratta di una tendenza “pericolosa”, sia per il comparto che per la salute, se si considera che secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità vi è fortissima correlazione in Occidente tra scarso consumo di frutta e verdura e malattie. Inoltre, i dati sul consumo quotidiano segnalano che ci si sta allontanando a passi veloci dalla razione giornaliera raccomandata (almeno 400 grammi al giorno). Ma soprattutto si è ancora molto distanti da un’altra delle importanti raccomandazioni sugli stili alimentari, che riguarda il numero di porzioni di frutta e verdura assunte ogni giorno: in Italia solo il 18% della popolazione di età superiore a 3 anni consuma quotidianamente almeno 4 porzioni di frutta e verdura. E che i consumi pro capite degli altri grandi paesi in Europa siano più bassi dei nostri non può di certo consolare: in Francia i consumi giornalieri si fermano a 223 grammi, nel Regno Unito a 273. Solo la Spagna, con un consumo medio di 490 grammi al giorno, ha consumi in linea con le raccomandazioni OMS.

Fig. 3 – Consumi pro capite di frutta e ortaggi freschi: il trend di lungo periodo (2000=100)
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Fonte: Nomisma.

Il trend di lungo periodo evidenzia come in Italia i consumi di ortofrutta fresca siano al palo più che altrove. Se è vero che i livelli assoluti segnalano un consumo più elevato rispetto agli altri paesi leader europei, l’Italia, nonostante la forte vocazione produttiva e le tradizioni di uno stile alimentare che si rifà alla dieta mediterranea, perde di gran lunga il confronto. Dal 2000, i consumi pro capite sono calati complessivamente del 14%, con una contrazione media dell’1% all’anno. Solo la Svizzera ha avuto cali tendenziali simili ai nostri. I consumi pro capite di Francia e Germania, seppur bassi, negli ultimi anni stanno, invece, recuperando terreno.

Quello appena delineato è un quadro allarmante, innanzitutto per la filiera ortofrutticola italiana che, con circa 450.000 aziende agricole e oltre 850.000 ettari dedicati, ricopre un ruolo di primo piano in ambito nazionale (oltre ¼ delle aziende agricole e circa il 7% della Superficie Agricola Utilizzata). Importanza confermata anche dai valori economici ed occupazionali, oltre che ambientali, paesaggistici e territoriali.

Il valore economico prodotto dalle imprese agricole ad orientamento ortofrutticolo rappresenta uno dei più elevati in ambito nazionale, con oltre il 22% della Produzione Lorda Vendibile riconducibile alla produzione di ortaggi, frutta e agrumi; oltre ad un significativo ruolo economico, il settore esprime anche una domanda di lavoro cruciale, in virtù di quelle che sono le caratteristiche peculiari del settore (legate ad esempio alle operazioni di raccolta manuale).

Oltre alle ripercussioni sulla filiera produttiva, il calo dei consumi ha implicazioni dirette sul benessere della popolazione: che il nesso tra stili alimentari sani e salute sia indissolubile è infatti ormai noto da tempo. Un numero su tutti mette in luce questa potente correlazione: nel mondo il numero di persone obese e in sovrappeso (1,5 miliardi) è quasi doppio rispetto al numero di persone mal nutrite (poco meno di 870 milioni). La lettura longitudinale degli ultimi 20 anni evidenzia, inoltre, la crescita dei decessi legati ai problemi di alimentazione. L’ipertensione è il primo fattore di rischio di mortalità (+27% dei decessi tra il 1990 e il 2010), seguita da patologie riconducibili alle diete povere di frutta (+29%) e ad un elevato indice di massa corporea (+82%). In Italia, soprattutto, ma anche negli altri paesi, è in crescita la quota di bambini sovrappeso (arrivata al 31,6%, a fronte del 35,5% degli Stati Uniti, del 24,7% del Regno Unito, del 25% della Germania e del 14% della Francia). Il tema dell’alimentazione non può quindi essere trascurato.

L’obesità è una condizione complessa dovuta sia a fattori genetici che ambientali. I geni determinano la propensione a diventare obesi, mentre la dieta e l’attività fisica influiscono sulla probabilità che questa propensione diventi realtà. In questo contesto, i comportamenti dei genitori diventano il principale vettore per influenzare direttamente e indirettamente le preferenze alimentari dei bambini e l’assunzione di calorie. La formazione delle preferenze alimentari si determina prevalentemente tra il periodo dello svezzamento e l’età pre-scolare (5-6 anni).

L’implementazione di campagne di informazione e sensibilizzazione, accanto a strumenti e politiche per i produttori, sono certamente una chiave determinante per sostenere i consumi ortofrutticoli. Si tratta di iniziative che non possono però essere unicamente volte ad intercettare esclusivamente i bambini e il mondo della scuola. Quando iniziano la scuola, molti bambini hanno già sviluppato le proprie preferenze alimentari, riducendo quindi le possibilità di riuscire ad influire in modo efficace. La famiglia è dunque l’ambito più idoneo per stabilire utili relazioni, in grado di incidere su comportamenti di consumo e stili alimentari delle future generazioni.

Il modello di apprendimento dei bambini passa soprattutto dall’emulazione: i bambini apprendono i comportamenti da chi li circonda. Il consumo di frutta e verdura nei genitori è così il primo fattore di previsione del consumo di frutta e verdura nei figli, come emerge da una survey condotta da Nomisma per valutare le abitudini di consumo di frutta e verdura. Nelle famiglie dove i genitori mangiano frutta e verdura ogni giorno in almeno 2 occasioni, anche i figli hanno una maggiore propensione al consumo (il 75% consuma frutta e verdura ogni giorno, a fronte del 54% dei bambini inseriti in nuclei familiari con genitori il cui consumo di frutta e verdura è sporadico o casuale). Tale dato non fa che confermare l’importanza del nucleo familiare: uno studio inglese realizzato dalla Scuola di Scienze degli Alimenti e della Nutrizione ha di recente evidenziato che i bambini le cui famiglie cenano assieme consumano 1,6 porzioni di frutta e verdura in più ogni giorno rispetto a chi, invece, non ha occasioni di convivialità comune a tavola con i propri genitori.

Fig. 4 - Il ruolo della famiglia: vettore attivo per la definizione delle preferenze dei bambini
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Fonte: Survey Panel Nomisma.

Che occorra agire presto e in maniera decisa sui comportamenti di consumo delle nuove generazioni è evidente: se nella popolazione il consumo di almeno 1 porzione di frutta riguarda il 75,1% degli individui, tra gli adolescenti tale quota si attesta al 60% (64% nella fascia 11-14 anni, 65% 15-17, 62,1% 18-19) e la situazione è speculare se si considerano gli ortaggi.

Fig. 5 - Confronto della frequenza di consumo di ortofrutta per fascia d’età
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Fonte: Nomisma su dati ISTAT.

Se la famiglia è il luogo fondamentale per poter impostare corrette abitudini alimentari sin dalla prima infanzia, anche la ristorazione scolastica gioca comunque un ruolo determinante. Secondo stime elaborate da Nomisma, sono infatti 2,3 milioni i pasti scolastici che vengono distribuiti ogni giorno (2 milioni per i bambini fino a 14 anni e 337 mila per i ragazzi con più di 15 anni).

La scuola diventa così un momento cruciale per rafforzare le buone abitudini dei bambini, per realizzare attività di educazione alimentare atte a correggere comportamenti potenzialmente pericolosi (nella dieta quotidiana la presenza di cibi sentinella di una alimentazione non corretta dei bambini è elevatissima – il 36% dei bambini 6-11 anni ha bevuto bibite gasate il giorno prima dell’intervista e il 30% ha mangiato patatine) e per favorire la diffusione di stili di vita sostenibili (riduzione degli sprechi alimentari, utilizzo di stoviglie lavabili e non di plastica, distribuzione di acqua del rubinetto, predisposizione di capitolati con prodotti da filiera corta, laddove possibile, per diminuire le emissioni di Co2).

Nell’età scolare riuscire a costruire un ponte informativo costante tra insegnanti-genitori-bambini rappresenta un pre-requisito determinante per il successo di tutte le iniziative di educazione alimentare. Più in generale, le campagne di sensibilizzazione devono trovare strumenti di comunicazione nuovi, in grado di trattare con immediatezza il tema dell’importanza del consumo di frutta e verdura.

Il grande proliferare di trasmissioni televisive sulla cucina può essere uno dei vettori più semplici da sfruttare. L’indagine Nomisma ne ha già segnalato l’efficacia in tema di alimentazione: chi segue spesso programmi TV e siti dedicati alla cucina ha un modello di consumo più sensibile ai valori del cibo: in media ha una maggiore propensione all’acquisto di prodotti a denominazione di origine e al biologico, è meno incline ad acquistare piatti pronti, quando acquista un prodotto è più interessato a verificarne l’origine.

L’altro elemento da non trascurare è la capacità di re-inventare i valori dell’ortofrutta per non vendere solo un prodotto ma un insieme di attributi, cercando di comunicare con più forza l’importanza nella dieta e le possibilità di consumo, costruendo cioè un piano di marketing e di comunicazione che faccia uscire questi prodotti dall’anonimato. Si tratta di prodotti fondamentali per la dieta del consumatore e per il pianeta, che devono trovare differenti e maggiori occasioni di consumo e a cui va riconosciuto un valore irrinunciabile, anche in un momento in cui il potere di acquisto delle famiglie è modesto.

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Roma, Palazzo Koch, ore 9.00 - Convegno Banca d'Italia - “Gli effetti della crisi sul potenziale produttivo e sulla spesa delle famiglie in Italia”. Sergio De Nardis, Chief Economist di Nomisma partecipa alla Tavola rotonda nella sessione pomeridiana.

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Mercoledì, 11 Giugno 2014 00:00

11 giugno 2014 - Famiglie: abbiamo un problema

Marco Marcatili, Economista Nomisma 
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Johnny Marzialetti, Economista Nomisma 
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Produrre riflessioni sulla famiglia risulta una missione oltremodo complessa: a volte una retorica ormai logora rende impraticabile qualsiasi nuova forma di rappresentazione; in altre occasioni si rischia di rifugiarsi in visioni idealizzate che pongono la famiglia in format non più adeguati.

L’indagine Nomisma 2014[1] contribuisce a delineare le trasformazioni in atto: seppure con qualche timido segnale di miglioramento, conferma pertanto il mancato rientro delle difficoltà contestuali. Vi sono indicazioni di un aumento della fiducia (“soft data”), ma una vera ripartenza sugli “hard data” stenta ad avviarsi: l’incertezza sulle prospettive occupazionali e reddituali continuerà a gravare su consumi (a fine 2013 distanti di un 8% dal 2007) e investimenti (-26% dal pre-crisi).

Come di consueto, viene proposta una classificazione delle famiglie italiane, incrociando le diverse caratteristiche finanziarie e patrimoniali in termini di capacità di generare risparmio, di presenza dell’abitazione in proprietà e di detenzione di strumenti finanziari.

La fotografia (tav. 1) restituisce l’immagine di un Paese in cui le famiglie risultano “sfiancate” dalla crisi, con una ridotta propensione al risparmio (storicamente elevata soprattutto se posta a confronto con le altre economie) e uno stock di ricchezza sempre più sbilanciato sul patrimonio che non sulla disponibilità finanziaria. Naturalmente è una fotografia che risente di una distribuzione eccessivamente diseguale della ricchezza, secondo cui la metà delle famiglie italiane detiene il 90% della ricchezza e l’altra metà il 10%. Tale distribuzione non solo ha “bloccato” nell’ultimo decennio il cosiddetto “ascensore sociale”, ma costituisce oggi uno dei principali ostacoli al potenziale di crescita del Paese.

Oltre 10 milioni di famiglie in Italia (illiquidi e resilienti) non sono ancora “in emergenza”, ma non riescono più ad avere la capacità reddituale necessaria a sostenere le spese e un più consono tenore di vita. A pesare è la diminuzione del numero di percettori di reddito e – proprio in un periodo storico in cui alcuni approfondimenti sociologici confermano come la famiglia si percepisca con confini più “larghi” rispetto a qualche anno fa – l’aumento dei casi familiari di cui prendersi cura. Sono le famiglie della cosiddetta “generazione intermedia”, che devono contestualmente dividersi tra la cura dei genitori anziani e il sostentamento dei figli non ancora autosufficienti, sentendosi immancabilmente oppresse e schiacciate sotto il peso di due generazioni.

Da sottolineare, però, come ci siano 6,8 milioni (equipaggiati e tradizionalisti) in grado di esprimere ancora una “resistenza attiva” grazie a una rinnovata capacità di produrre flussi di risparmio, seppure inferiori rispetto a quelli del passato, potendo poi contare su uno stock di ricchezza tutto sommato stabile nel tempo. Al contrario, 3,1 milioni di famiglie (equilibristi) si trovano sul filo del rasoio, sprovvisti di qualsiasi ancora di salvezza se non la stabilità di un lavoro e la protezione della rete familiare allargata. Queste ultime sono soprattutto famiglie di giovani adulti (35-44 anni), che anche a causa dello scarso livello di istruzione riescono a spuntare sul mercato redditi molto bassi (fino a 1.200 euro al mese), risultando in molti casi, anche monocomponente (tav. 2).

La resa sembra essere una delle cifre di questo tempo, quasi a sottolineare che per molte famiglie la trasformazione in corso non presenta tanto i caratteri di nuovo inizio quanto quelli della fatica, della sconfitta e della fine. Come se fossimo alle prese con una grande contrazione, che per qualcuno potrà avere insite le condizioni per un nuovo inizio, mentre ad altri riserverà una trappola senza uscita. La sensazione diffusa di sconfitta è legata a tre grandi questioni che pongono una forte ipoteca sulle possibilità di futuro: la mancanza di lavoro, la concentrazione della ricchezza e l’aumento delle disuguaglianze. Non si intende, con questo, irrobustire la retorica della crisi per cui è sufficiente disegnare un futuro senza speranza per sembrare più credibili rispetto a chi, invece, è impegnato a cogliere varchi e micro possibilità per rendere ancora praticabile un’opzione di futuro. Allo stesso tempo, questa analisi intende diffidare di chi, magari da una posizione di rendita, continua a descrivere questo come un tempo di straordinarie occasioni, lasciando ad altri tutta l’onere di costruire condizioni per cui nessuno resti solo e indietro in questa logorante prova.

Tavola 1 – Classificazione generale delle famiglie italiane in base alla principali caratteristiche finanziarie
20140611-FS-Tabella 1
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

 

Tavola 2 – Caratteristiche socio-economiche dei gruppi familiari proposti
20140611-FS-Tabella 2
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

Ulteriori considerazioni possono essere effettuate analizzando gli spostamenti tra i gruppi avvenuti negli ultimi anni (tav. 1).

In un orizzonte temporale medio (3 anni) le principali tendenze evidenziate dai Rapporti Nomisma risultano confermate. Dal 2011 ben 1,3 milioni famiglie sono fuoriuscite dalla categoria degli equipaggiati (risparmiano, possiedono un’abitazione, detengono strumenti finanziari) e, al contempo, 1,1 milioni di famiglie scivolano nella categoria degli equilibristi (non risparmiano, non possiedono un’abitazione, non detengono strumenti finanziari). Nel mezzo una schiera di nuove famiglie resilienti (1,3 milioni), che provano a resistere e che spesso, ingabbiati dalla minore capacità di rimborsare i debiti e dall’accresciuta selettività del credito, sono costrette ad intaccare la ricchezza accumulata.

Il profilarsi di una situazione di forte incertezza, specie sul fronte occupazionale, spingerebbe le famiglie italiane ad un desiderio di maggiore liquidità e, dunque, di ripristino di un’adeguata quota di risparmio precauzionale che consentirebbe di “blindare” l’intero nucleo familiare di fronte ad eventuali avversità future. Tale consapevolezza, però, fatica a trasformarsi in comportamento effettivo di risparmio, se non di carattere micro: in primo luogo perché lo scivolamento delle famiglie in uno stato di difficoltà reddituale non consente più una reale capacità di risparmio, anzi induce spesso al ricorso del “tesoretto” di famiglia per far fronte all’ordinarietà; in secondo luogo perché, dopo anni di rinvii, iniziano ad emergere esigenze strutturali primarie (beni durevoli, interventi strutturali sulla propria abitazione, importanti scelte formative, ecc.), il cui soddisfacimento risulta non più procrastinabile, non lasciando più spazio all’accantonamento di risparmi.

Accorciando, però, l’orizzonte temporale a un solo anno, si evidenziano importanti e sorprendenti mutamenti nella rappresentazione dei gruppi familiari.

Dallo scorso anno, ben 2,5 milioni di famiglie non risultano più nella categoria dei resilienti. Da un lato la volontà di ripristinare un risparmio precauzionale, anche solo minimo in rapporto al reddito disponibile, e dall’altro lato la necessità di far fronte a investimenti primari, in entrambi i casi anche a costo di dover smobilizzare la ricchezza finanziaria accumulata, hanno favorito l’emergere di 1,2 milioni di nuove famiglie equipaggiate o tradizionaliste.

Tale comportamento evidenzia una ormai usuale “forza reattiva” delle famiglie italiane nel far fronte ad imprevisti – non proprio funzionale alla necessità di un rilancio della domanda interna – controbilanciata, purtroppo, da quella “stanchezza” sopra accennata di 700 mila nuove famiglie che nel 2014 sono sprofondate nella categoria degli equilibristi, in una condizione di affanno in cui qualsiasi nuovo imprevisto potrebbe rapidamente portare al dissesto socio-economico.

Non v’è dubbio delle migliorate aspettative delle famiglie, seppure in maniera disomogenea rispetto alle  attuali condizioni finanziarie e patrimoniali (fig. 1), ma al contempo questa rinnovata “fiducia contestuale” fatica a permeare i comportamenti e quasi mai si trasforma in una propensione effettiva alla domanda di consumo e di investimento. È sempre dalla figura 1, infatti, che si può notare un diffuso calo delle intenzioni di acquisto di un’abitazione, che in ogni caso non supera mai il 10% delle famiglie ricadute in ciascun gruppo, ad eccezione degli equipaggiati (piuttosto impermeabili al contesto) e degli anomali (indecisi tra detenere strumenti finanziari con bassi premi per il rischio e scommettere in una nuova ripartenza dell’immobiliare).

Figura 1 – Classificazione delle famiglie italiane in base al sentiment generale e alle intenzioni di acquisto dell’abitazione e “spostamenti” dei gruppi familiari rispetto al 2013
20140611-FS-Grafico 1
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

 

Figura 2 – Classificazione delle famiglie italiane in base al profilo reddito-ricchezza e alla capacità effettiva di investimento reale
20140611-FS-Grafico 2
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

Nella figura 2, costruita incrociando le caratteristiche risparmio-ricchezza con la domanda effettiva di investimento reale (acquisto e/o ristrutturazione di un’abitazione), sono rappresentati altri due ostacoli strutturali che caratterizzano il nostro Paese. Il primo è che del 54,2% di famiglie con un profilo adeguato (in termini di stock accumulato e flusso di risparmio generato) a manifestare una domanda di investimento, il 39,3% “blinda” le proprie risorse e non contribuisce all’iniezione di risorse nell’economia; il secondo è che più di una famiglia su cinque (21,6%) non può esprimere una domanda di investimento reale (nel 9,6% dei casi anche potendo contare su un flusso di risparmio), a testimonianza del fatto che la vera diseguaglianza in Italia si sta spostando sull’asse della ricchezza e l’assenza di una “dotazione iniziale” comprime le capacità di investimento.

Seppure l’analisi di questo tempo di crisi non possa essere ridotta alla sola dimensione economica, essendo contemporaneamente sociale, culturale e morale, ci sembra di qualche utilità comprendere come le famiglie italiane stiano vivendo questa lunga e incerta “corsa ad ostacoli”, dove le barriere non solo sembrano via via aumentare di numero, ma al contempo crescere di altezza. Nonostante il tentativo, con questa proposta di analisi, di mettere in luce le cose buone, anche a rischio di sopravvalutarle, nel quadro tracciato non si intravvedono ancora reali traiettorie di ripristino del profilo finanziario delle famiglie italiane.

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[1] La rilevazione Nomisma 2014 è stata realizzata tra il 7 ed il 21 maggio 2014 su un campione rappresentativo delle famiglie italiane (728 unità con interviste rivolte a chi si occupa delle decisioni economico-finanziarie). Gli obiettivi conoscitivi dell’indagine hanno riguardato: indebitamento, risparmio e forme di impiego, con particolare riferimento al settore immobiliare. 

Pubblicato in Focus On Archivio
Venerdì, 06 Dicembre 2013 11:05

VI Rapporto sulla Finanza Immobiliare 2013

Il Rapporto sulla Finanza Immobiliare è arrivato alla sesta edizione. Si tratta di una pubblicazione realizzata per la prima volta nel 2008 che, dato l’interesse suscitato, da allora Nomisma ripropone con cadenza annuale.

La persistente debolezza dell’economia continua a penalizzare fortemente le dinamiche del settore immobiliare. La precarietà delle prospettive, associata al­la progressiva contrazione del reddito disponibile registrata negli ultimi anni, impongono, di fatto, il differimento delle scelte di investimento. Si tratta di dinamiche che trovano riscontro nei risultati dell’indagine campio­naria sulle famiglie italiane realizzata da Nomisma, da cui emerge una signifi­cativa contrazione dei nuclei familiari interessati all’acquisto di un’abitazione. In una fase in cui la difesa dei livelli di consumo impone molto spesso il ricorso alla componente di risparmio precedentemente accumulata, la disponibilità di risorse per l’acquisto di abitazioni appare prerogativa di una quota, tutto som­mato esigua, della potenziale domanda. Contemporaneamente, l’assorbimento dell’eccesso di offerta venutosi a crea­re passa inevitabilmente per un sostanziale ampliamento dell’accessibilità che, in assenza di un improbabile drastico ridimensionamento delle quotazioni di mercato (con le devastanti ricadute che uno scenario di questo tipo compor­terebbe sulla stabilità del sistema finanziario), non può prescindere dall’indi­viduazione di strategie mirate di sostegno creditizio, che nulla avrebbero a che vedere con la riproposizione di un modello di apertura indiscriminata, alla pro­va dei fatti, rivelatosi perdente. Occorre arrivare a questa consapevolezza in tempi brevi, evitando di confidare nella possibilità che il coinvolgimento di veicoli finanziari, in particolare fondi immobiliari, rappresenti una soluzione che consenta di prescindere da un so­stanziale ampliamento delle dimensioni del mercato. Il trasferimento di crediti deteriorati e attività immobilizzate all’interno di stru­menti dedicati se, da un lato, assicura una gestione professionale degli asset e la definizione di una strategia di valorizzazione, dall’altro, impone un accordo sui valori di conferimento, la disponibilità di capitale e una credibile prospetti­va di smaltimento, senza la quale è impensabile ipotizzare un apporto di equity da parte di un qualsivoglia investitore.

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