Mercoledì, 11 Febbraio 2015 00:00

11 febbraio 2015 - Potenziale manifatturiero

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Si annuncia una ripresa. Occorre che sia più rapida rispetto alle stime in circolazione per riparare i danni lasciati dalle recessioni. La manifattura è il settore maggiormente colpito, con  perdite di capacità  sia in estensione (numero di imprese) che in intensità (potenziale per impresa). E’ un ridimensionamento che non si è fermato agli operatori rivolti al mercato interno, ha riguardato anche gli esportatori. Non è da considerarsi per intero permanente, purché vi sia una ripresa adeguata con risveglio degli  investimenti.    

Una ripresa per la manifattura. Con un anno di ritardo rispetto alle previsioni, si affaccia una ripresa anche per l’Italia. Nelle prime stime è di intensità modesta (il Pil aumenterebbe nel 2015 dello 0,6% per la Commissione europea, marginalmente di più per gli istituti italiani). E’ insufficiente, ma è comunque un fatto positivo. Le due recessioni hanno indebolito la struttura della nostra economia e la scomparsa del segno meno davanti alla variazione dell’attività economica contribuisce almeno a frenare il deterioramento. Occorre una crescita più rapida. Secondo alcuni osservatori ciò è possibile, data la molteplicità di shock positivi che si sono succeduti negli ultimi tempi. Un auspicio che deve, però, fare i conti col fatto che la situazione economica italiana ed europea è anormalmente depressa e che alcuni di quegli shock hanno, in tali condizioni, effetti indesiderati (petrolio) ed esiti non garantiti (Qe). Se c’è un comparto che ha un assoluto bisogno di una forte ripresa della domanda aggregata è quello manifatturiero, il settore maggiormente danneggiato dalla lunga involuzione dell’economia. L’industria non ha conosciuto una fase di boom prima della crisi (come è stato, invece, per le costruzioni) e ha subito poi un ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della seconda guerra mondiale. Questo deterioramento è il lascito delle recessioni alla fase di ripresa. Esso va a definire la piattaforma ristretta da cui l’industria deve ripartire per un nuovo allargamento. La verifica di entità e caratteristiche del danno subito dalla struttura manifatturiera è propedeutica all’individuazione di una strada di rilancio produttivo[1].        

Perdita di capacità. Stimiamo che la produzione potenziale manifatturiera - ovvero quella ottenibile quando la capacità produttiva è pienamente utilizzata - si sia contratta del 18% tra il 2007 e il 2014 (tab. 1)[2]. I tre quarti di tale caduta (-13%) si sono realizzati nel corso della seconda e più lunga recessione. L’Italia non è sola nel ridimensionamento della base industriale: in Spagna la flessione è stata del 24% (-14% tra il 2010 e il 2014), in Grecia del 20% (-12%), in Portogallo del 6,5% (-2,5%), in Francia dell’11% (-6%). Questi paesi (con la parziale eccezione della Francia) condividono con l’Italia il fatto di avere sperimentato dal 2007 due  recessioni, un forte calo della domanda interna, uno sforzo più o meno intenso di recupero competitivo nei confronti della Germania e degli altri paesi core. In quest’ultime economie gli andamenti sono stati opposti. Il potenziale manifatturiero è cresciuto in Germania di quasi l’8% nel corso della crisi, con i tre quinti dell’incremento verificatisi tra il 2010 e il 2014 (+5%). Rialzi si sono avuti anche negli altri paesi del nord Europa, a eccezione della Finlandia che ha sperimentato una prolungata recessione.      

Tab. 1 – Produzione potenziale manifatturiera (variazioni %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat          

Una divergenza di andamenti tra le economie è, in realtà, osservabile sin dalle origini della moneta unica. La figura 1 mostra l’evoluzione del valore pro capite (a prezzi 2010) dell’output potenziale manifatturiero nell’area dei paesi del nord e in quella mediterranea (inclusiva della Francia) a partire dal 2000. Ne emerge una progressiva divaricazione, un processo di polarizzazione geografica centro-periferia che si è accompagnato alla più spinta integrazione. Nel 2000 si osservava una sostanziale equipartizione della capacità produttiva industriale in rapporto alla popolazione tra i due blocchi di economie. Questo iniziale equilibrio si è rotto nei primi anni dello scorso  decennio ed è stato sostituito da  una progressiva differenziazione tra le due aree; una dinamica che si è accentuata dal 2007. Prima della crisi, la divaricazione tra i due blocchi era principalmente alimentata dall’andamento crescente del potenziale pro-capite dei paesi euro del nord, mentre l’area mediterranea sperimentava una sostanziale stabilità rispetto ai valori di inizio decennio. Dopo il 2007 il divario si amplia perché i paesi mediterranei prendono a calare in modo significativo, a fronte di un trend sempre crescente di quelli del nord.

Considerando l’Italia nel confronto con la Germania (fig. 1, pannello di destra), si vede che il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera per abitante superiore all’economia tedesca. Secondo questa misura, dunque, l’Italia era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Tale vantaggio si è annullato a metà dello scorso decennio, per la sostanziale stabilità del potenziale italiano e l’aumento di quello tedesco. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è divenuto negativo, allargandosi sempre di più nel corso degli anni, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana. La capacità manifatturiera per abitante dell’Italia è nel 2014 1,5 volte più piccola rispetto alla Germania.

Fig. 1 – Polarizzazione nella manifattura: produzione potenziale pro-capite (milioni di euro 2010 per 1.000 abitanti)1
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1Paesi euro del nord = Germania, Olanda, Austria, Belgio, Finlandia; Paesi euro mediterranei = Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia.
Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Scende il numero di produttori. Sottostante al ridimensionamento del potenziale manifatturiero italiano vi è una diminuzione del numero dei produttori. A causa del cambio di classificazione (fino al 2007 Ateco 2002, successivamente Ateco 2007), che ha modificato il perimetro della manifattura, non è disponibile una serie storica omogenea del numero di imprese manifatturiere. Purtuttavia, anche tenendo conto del break statistico, emerge una tendenza di fondo all’erosione del numero di produttori, che ha avuto un’amplificazione negli anni della crisi (fig. 2). Tra il 2002 e il 2007 le imprese manifatturiere (nella classificazione Ateco 2002) si sono ridotte di 7.700 all’anno (-1,4%, tab. 2); tra il 2008 e il 2012 la contrazione (sulla base della classificazione Ateco 2007) è stata di 10.600 all’anno (-2,4%). Nel valutare queste dinamiche si deve tenere conto che nel 2013, anno per il quale non si dispone ancora di informazioni, vi è stata molto probabilmente una nuova riduzione delle imprese industriali che ha prolungato il trend in atto dal 2008[3].      

Fig. 2 – Italia: numero delle imprese manifatturiere
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Tab. 2 - Italia: numero imprese manifatturiere (variazioni assolute e percentuali medie annue)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Sotto il profilo dimensionale, la riduzione del numero di produttori ha interessato in termini assoluti principalmente la classe più popolosa, ovvero quella delle micro-imprese (sotto i 9 addetti) il cui ridimensionamento è stato molto simile nei due periodi: -7.200 in media all’anno (tab. 2). Tuttavia, la distribuzione per classi dimensionali non è mutata. Anzi, nel periodo della crisi (2008-2012) il peso delle micro-unità nella manifattura italiana è tornato ad ampliarsi (da 81 a 83% del totale), mentre la dimensione media di impresa nell’insieme della manifattura si è ridotta, passando da 9,6 a 9,2 addetti.

Estensione e intensità del potenziale. La caduta della capacità potenziale, a partire dal 2008, ha dunque riflesso un processo di riduzione nell’estensione della platea dei produttori, più forte di quello che aveva contrassegnato il periodo pre-crisi. Non si è trattato, però, solo di questo. Come mostrano le stime della tabella 3, si è avuto anche un ridimensionamento della produzione potenziale per impresa (-0,5% all’anno). Questo è un fenomeno del tutto specifico alla crisi e che segna una inversione rispetto alle tendenze del precedente periodo (+1,5%). La caduta del potenziale manifatturiero italiano negli ultimi anni ha, dunque, avuto una valenza tanto estensiva, con la diminuzione del numero di imprese operative, quanto intensiva, con il ridimensionamento in media della capacità produttiva di quelle che hanno continuato a operare[4].          

Tab. 3 – Italia: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue)
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Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Istat

Questa dinamica in contrazione su entrambi i fronti (numero e intensità) sembra contraddistinguere in modo specifico l’esperienza dell’industria italiana rispetto ai principali paesi euro (tab. 4). La Spagna - economia che ha subito tra il 2008 e il 2012 un calo di capacità superiore all’Italia - ha ridotto il potenziale solo attraverso una marcata flessione del numero di produttori; la capacità di produzione per impresa è, invece, variata in misura modesta. La Francia, d’altro canto, ha sperimentato una forte diminuzione del potenziale medio per impresa, mentre la numerosità dei produttori si è accresciuta. Infine, la Germania che al contrario delle precedenti economie ha visto un’ulteriore espansione di capacità di produzione, ha ottenuto questo risultato fondamentalmente incrementando il numero di produttori.

Tab. 4 – Paesi euro: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue, 2008-2012)
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Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Due letture. Nella misura in cui la produzione potenziale è un indicatore di quanto ottenibile con il pieno utilizzo della dotazione di capitale fisico delle unità produttive, tali evidenze possono suggerire una duplice lettura. La prima è relativamente benefica: la manifattura italiana ha subito una riduzione di potenziale “grazie” all’eliminazione dell’eccesso di capacità di produzione, realizzata riducendo i produttori e contraendo il capitale in eccesso nelle imprese rimaste operative. Una manifattura, quindi,  ripulita e resa più efficiente che sarebbe pronta a cavalcare la fase di ripresa non appena questa si verificasse. La seconda lettura, pur non escludendo questo effetto di selezione insito in ogni recessione, è meno positiva: la riduzione di potenziale, guidata dalla straordinaria contrazione del mercato interno e dalla rarefazione del credito, è stata molto forte ed è andata oltre il processo di pulizia dei segmenti inefficienti, finendo col coinvolgere un numero eccessivo di produttori e col colpire la capacità di produzione anche delle imprese in grado di rimanere operative. In questa visione la ripresa trova un’industria eccessivamente ridimensionata ed è, quindi, tanto più necessaria per cercare di ricostituire quella parte di potenziale produttivo che non meritava di essere eliminata e che può, in un ambiente in espansione, essere recuperata.

Meno esportatori. Un modo per verificare se la riduzione di potenziale abbia avuto un effetto solo selettivo o se vi sia stato anche uno sconfinamento verso attività produttive relativamente pregiate è quello di controllare cosa è avvenuto tra gli esportatori. Quest’ultimi costituiscono infatti il segmento più efficiente della popolazione delle imprese, quelle in grado di sostenere i maggiori costi insiti nel vendere all’estero restando profittevoli. In generale, i processi di selezione indotti da un aumento della competizione internazionale o da una contrazione della domanda dovrebbero portare al ridimensionamento degli operatori meno efficienti che si rivolgono al mercato domestico e all’espansione di quelli migliori, ovvero gli esportatori.            

Fig. 3 – Manifattura italiana: esportatori, incidenza sul totale delle imprese ed esportazioni per impresa1
(numero, valori in milioni di euro e valori %)
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1
I dati rappresentati in figura non costituiscono una serie omogenea; vi è una rottura tra il 2007 e il 2008 per il cambio di classificazione da Ateco 2002 ad Ateco 2007; v. la nota 5 nel testo. 
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat    

La figura 3 getta qualche dubbio sul fatto che negli ultimi anni si sia verificato un effetto univocamente virtuoso della selezione[5]. E’, infatti, vero che si è avuto un aumento dell’incidenza degli  esportatori (dal 19,9% nel 2008 al 21% nel 2012). Tuttavia, ciò è stato il risultato di una riduzione del numero di esportatori meno che proporzionale rispetto a quella del totale delle imprese. Tra il 2008 e il 2012 le imprese manifatturiere esportatrici sono diminuite di circa 4.000 unità (da 91.600 a 87.600, -4,4%). Il grosso di questa erosione si è verificata nel 2009, ovvero nel corso della prima recessione provocata dal collasso del commercio internazionale. Tuttavia tale processo non si è interrotto quando la domanda mondiale è ripartita. Si è, invece, avuto un nuovo ridimensionamento delle imprese esportatrici in occasione della seconda recessione (-1.400 unità tra il 2010 e il 2012), cioè in un periodo di drastica contrazione del mercato interno che non avrebbe dovuto dare luogo a perdite nella popolazione degli esportatori. Un segnale di difficoltà che ha presumibilmente riflesso l’impatto che la caduta della domanda domestica ha finito con l’avere anche sulle imprese esportatrici caratterizzate comunque da un ampia quota di fatturato venduta nel mercato nazionale (oltre il 60%) e soggette, quindi, a un significativo deterioramento degli indicatori di bilancio, con conseguente restrizione di credito operata da un sistema bancario sempre più avverso al rischio[6]. 

Nonostante la consistente flessione del numero di esportatori tra il 2008 e il 2012, le vendite all’estero della manifattura italiana sono comunque cresciute in tale periodo (+2,3%), grazie al deciso aumento dell’intensità di esportazione (export medio per impresa) delle unità rimaste operative nei mercati internazionali. Si tratta di una conferma della caratteristica estremamente intensiva, e non estensiva, dello sforzo di esportazione esercitato dall’Italia negli ultimi anni, evidenza osservabile anche sul lato dei prodotti e delle destinazioni estere servite.   

Tirando le somme: occorrono ripresa e investimenti. Le due recessioni succedutesi negli ultimi sette anni lasciano in eredità danni strutturali nell’industria manifatturiera. Si è avuta una forte caduta del potenziale (solo in Spagna e Grecia è andata peggio) che si è tradotta nel ridimensionamento tanto del numero dei produttori, quanto nell’intensità produttiva per impresa. Questa flessione lungo entrambi i  fronti dell’aggiustamento (numero e intensità) è stata una specificità (in negativo) della manifattura italiana. La contrazione nel numero dei produttori non ha riguardato in modo proporzionalmente maggiore gli operatori più piccoli (la distribuzione dimensionale delle aziende ha anzi sperimentato un leggero aumento relativo nella classe di addetti 1-9), né si è fermata al perimetro delle imprese meno produttive orientate al solo mercato interno. Essa ha riguardato anche il numero degli esportatori manifatturieri, che ha continuato a ridursi nel periodo più recente risentendo degli spillover negativi derivanti dalla compressione del mercato domestico. Tale erosione è stata, tuttavia, più che compensata dall’aumento dell’intensità di esportazione delle imprese rimaste presenti sui mercati esteri. Nell’insieme, l’effetto di distruzione (o pulizia) indotto dalle due recessioni sulla capacità produttiva sembra avere sopravanzato quello di creazione, conducendo a un ridimensionamento eccessivo per quantità e qualità delle produzioni eliminate. Tali perdite sono da considerarsi per intero permanenti? Non necessariamente, purché si superi la fase di stagnazione, parta un percorso di ripresa in grado di dare certezza di prospettive e, soprattutto,  si risveglino gli investimenti per ricostruire la base produttiva. In un normale ciclo economico sarebbero condizioni realizzabili. Diventano più difficili in un ambiente depresso e, per questo, richiedono un adeguato sostegno della politica economica.       

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[1]Per una quantificazione della caduta di potenziale  si veda anche lo Scenario di novembre 2013

[2]La produzione potenziale manifatturiera (PPM) è calcolata come rapporto tra l’indice della produzione del settore (IPM) e la quota di capacità utilizzata (CUM), cioè PPM=IPM/(CUM/100). Nella fig. 1 si riportano valori in milioni di euro ottenuti moltiplicando l’indice IPM con base 2010=100 per il valore della produzione manifatturiera del 2010, di fonte Eurostat, Structural Business Statistics. Per analoghe stime cfr. L. Monteforte e G. Zevi, An Inquiry on manufacturing capacity in Italy after the double-dip recession, mimeo Banca d’Italia, dicembre 2014.

[3]Un’accentuazione della dinamica nel 2013 è osservabile nei dati di fonte Cerved su chiusure, procedure e  fallimenti. Il numero complessivo delle imprese riflette, oltre ai movimenti in uscita, quelli in entrata. Tuttavia, le informazioni sulle imprese registrate presso le Camere di commercio indica che per la manifattura il saldo tra iscrizioni e cessazioni è stato nel 2013 ampiamente negativo e di dimensioni simili a quelle dell’anno precedente.  

[4]Nella tabella 3 si effettua un’approssimazione per il periodo 2002-2007, rapportando il potenziale produttivo basato sulla classificazione Ateco 2007 al numero delle imprese manifatturiere definite nella classificazione Ateco 2002. Una approssimazione da ritenere accettabile quando si considerano le dinamiche nel tempo di tali indicatori.  

[5]Nella figura 2 si riporta la serie storica delle imprese esportatrici ricostruita sulla base delle informazioni reperibili nell’archivio Istat coeweb. In tale fonte non è fornita una serie storica omogenea e alcuni dati annuali sono soggetti a un certa variabilità nel passaggio da una pubblicazione a quella successiva. Per la ricostruzione si è seguito il criterio di considerare come definitivo il dato annuale che appare nella pubblicazione più recente. La serie così ottenuta è soggetta alla rottura indotta dal cambio di classificazione Ateco del 2008. Un problema che dovrebbe incidere di meno sulla confrontabilità nel tempo degli indicatori ricavati da rapporti (incidenza degli esportatori e esportazioni per impresa).  

[6]L’emergere di una correlazione positiva tra fatturato interno ed estero nel corso dell’ultima recessione è evidenziata da Bugamelli, Gaiotti e Viviano (2014). Nelle valutazioni di questi autori, la caduta delle vendite nel mercato interno dopo il 2008 avrebbe ridotto, attraverso il canale della minore liquidità, la crescita delle esportazioni di 0,6 punti percentuali.

Pubblicato in Scenario
Giovedì, 06 Novembre 2014 00:00

6 novembre 2014 – Una manifattura diversa

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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I nuovi conti nazionali forniscono l’immagine di una manifattura in parte diversa rispetto a quanto era noto. Un settore più piccolo in rapporto all’insieme dell’economia, meno intensivo di lavoro e quindi più efficiente nell’impiego di questo fattore, più profittevole, ma anche maggiormente drenato di risorse nel corso del tempo dalla parte restante e meno efficiente dell’economia. Alla base del rialzo nel livello di produttività per lavoratore è il più elevato numero di ore lavorate per occupato rispetto alle precedenti stime. A ciò si accompagnano, inoltre, redditi orari di lavoro più bassi. Mentre il salto di livello della produttività è significativo, alcuni miglioramenti si osservano anche nella dinamica del valore aggiunto in volume per addetto, soprattutto nel periodo che precede la crisi. Nell’insieme scaturisce una manifattura contrassegnata da un livello competitivo migliore rispetto a quanto era implicito nelle vecchie stime. Resta, invece, confermata la fase di forte difficoltà attraversata dall’industria negli ultimi anni sotto l’impatto della duplice caduta recessiva, con stasi della produttività e crescente compressione della quota dei profitti. Una condizione da cui è difficile uscire senza una vera ripresa della domanda e, quindi, dell’attività produttiva.

Nuovi conti. La revisione della contabilità nazionale, con il passaggio del Sistema europeo dei conti (Sec) dalla versione 1995 a quella 2010, è stata l’occasione per l’Istat di operare significative innovazioni nelle metodologie di misurazione che si sono rese possibili anche per la disponibilità e possibilità di integrazione di nuove e più complete basi di dati, dando luogo a una struttura informativa molto differente da quella su cui erano costruite le precedenti stime. L’attenzione di gran parte degli osservatori, catalizzata dalla correzione del Pil e dalle connesse modifiche nei rapporti di finanza pubblica, non ha colto la rilevanza di questi cambiamenti. Essi sono pervasivi, interessando tutti i settori e in misura significativa l’apparato industriale: la manifattura che emerge dai nuovi conti appare diversa da quella che era nota sulla base delle precedenti valutazioni[1].     

Manifattura più piccola. L’industria manifatturiera del Sec 2010 è più piccola in rapporto all’economia, in termini di valore aggiunto e, soprattutto, di occupazione. Le figure 1a-1c mostrano che la dinamica della caduta del peso della manifattura non risulta sostanzialmente modificata nel passaggio dalla vecchia alla nuova contabilità nazionale: la tendenza e l’intensità del processo di deindustrializzazione nell’economia italiana rimangono quindi confermate nelle nuove stime. Ciò che si modifica è il livello, in misura più rilevante quando si considerano il valore aggiunto in volume e l’occupazione. Calcolando il peso manifatturiero in unità di lavoro, esso scende in rapporto all’intera economia dal 19,3% del 1995 al 14,9% del 2013; nel precedente schema contabile la contrazione era dal 21,3% (1995) al 16,9% (2013). Confrontando le due contabilità emerge dunque una riduzione del peso dell’occupazione industriale sull’intera economia di circa due punti percentuali, uno scalino in discesa sostanzialmente costante tra l’inizio e la fine del periodo. Tale ridimensionamento è il risultato tanto di una significativa revisione al ribasso dell’input di lavoro assorbito dalla manifattura (considerando il periodo più recente 2000-13, si tratta in media di 450.000 unità standard in meno, pari a -10% rispetto alle precedenti stime), quanto di una correzione al rialzo dell’input di lavoro impiegato nell’intera economia (116.000 unità in più, in media, nello stesso arco di tempo, +0,5%). Passando, quindi, dalla vecchia alla nuova contabilità, il lavoro si è ridistribuito dalla manifattura verso altre attività, soprattutto nei servizi (dove l’occupazione è più alta di 640.000 unità, +4%); oltre a ciò, è aumentato il numero complessivo di occupati nell’intera economia.

Ulteriori informazioni sono ricavabili dalla figura 1d che mostra l’andamento della ragione di scambio (rapporto tra deflatori) dell’industria manifatturiera rispetto al resto dell’economia. La tendenza calante, riscontrabile sia nella precedente che nella nuova contabilità, sta a indicare il processo di assorbimento di risorse reali che i settori meno produttivi operano nei confronti di quello più efficiente, ovvero la manifattura; processo derivante dal semplice fatto che i prezzi degli altri settori, a minor dinamica di produttività, crescono più di quelli manifatturieri, talché occorre “cedere” nel tempo più manufatti per ottenere in cambio un’unità di beni degli altri settori. Ebbene nelle nuove stime questa sottrazione di risorse nei confronti della manifattura appare più accentuata: tra il 2000 e il 2013, la flessione della ragione di scambio del manifatturiero in rapporto al resto dell’economia è stata dell’1,4% all’anno, tre decimi di perdita in più rispetto ai vecchi conti (-1,1%). Il Sec 2010 porta dunque alla luce più marcati divari nelle dinamiche di produttività e, di conseguenza, dei prezzi tra l’industria manifatturiera e gli altri settori, con un maggior drenaggio di risorse dei secondi nei confronti del primo.

20141106-SCN-Grafico1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Ma più produttiva e caratterizzata da maggior sforzo lavorativo. La forte revisione al ribasso del volume di occupazione industriale, in presenza di modifiche più contenute del valore aggiunto, comporta che nei nuovi conti la manifattura appaia notevolmente meno intensiva di lavoro e, quindi, più efficiente nell’utilizzo di questo fattore produttivo rispetto a quanto si conosceva sulla base dei vecchi conti. Considerando il periodo 2000-13, il valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro è, in media, più elevato dell’11,7% (tab. 1, quarta colonna). Un balzo che è fondamentalmente dovuto al maggior numero di ore lavorate in media da ogni occupato (dipendente e indipendente) a tempo pieno (+10,6%), a fronte di un rialzo assai più contenuto della produttività oraria (+1%). La manifattura è risultata, dunque, più efficiente non tanto perché si è prodotto di più per ogni ora di lavoro, ma perché si è lavorato per molte più ore pro-capite rispetto a quel che si sapeva: nella media del periodo vi sono state, rispetto alle precedenti stime, 190 ore in più all’anno per occupato a tempo pieno, che diventano 260 per i soli lavoratori dipendenti a tempo pieno. Prendendo a riferimento l’orario normale da contratto di una giornata di lavoro, ciò equivarrebbe a circa un mese e mezzo in più in media all’anno per unità di lavoro dipendente a tempo pieno. Se dunque l’affermazione di un minor sforzo lavorativo in termini di ore degli occupati italiani nel confronto con i partner europei appariva già discutibile secondo i vecchi dati, alla luce dei nuovi sembra ancor più priva di fondamento.

Tab. 1 -Industria manifatturiera: valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro e per ora lavorata e ore di lavoro per occupato a tempo pieno (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Il forte incremento di ore di lavoro per occupato a tempo pieno non si è riflesso in un aumento proporzionale dei redditi pro-capite, in quanto la nuova contabilità evidenzia anche un abbassamento del costo orario del lavoro rispetto alle precedenti stime. Considerando il lavoro dipendente, nel periodo 2000-2013 i redditi per unità standard di lavoro sono stati più elevati del 5,8% rispetto ai vecchi conti, a fronte però di un ridimensionamento dei redditi per ora di lavoro dell’8,2% (tab. 2, quarta colonna).

Tab. 2 -Industria manifatturiera: redditi da lavoro dipendente per occupato e ore di lavoro  (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Più profittevole, ma colpita dalle recessioni. A seguito di queste variazioni, ne consegue che la maggiore produttività rivelata dai nuovi conti è stata assorbita in gran parte dai profitti dell’industria manifatturiera. Mediamente nel periodo 2000-2013 il livello della wage share, ovvero la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro (dipendente e indipendente), è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 3,7 punti percentuali (fig. 2). A ciò ha simmetricamente corrisposto una quota di profitti sul valore aggiunto più elevata per un pari ammontare. Queste modifiche nelle quote distributive, in presenza di una maggiore produttività, vanno a disegnare un’industria manifatturiera con un livello competitivo migliore rispetto a quello che era implicito nei vecchi conti. Occorre, d’altra parte, osservare che la revisione contabile ha inciso in modo rilevante sui livelli di tali quote, ma relativamente poco sulla loro dinamica. In particolare ha comportato cambiamenti marginali nell’evoluzione della wage e della proft share negli ultimi anni, talché rimane confermato il crescente schiacciamento della porzione di valore aggiunto assorbita dai profitti a seguito della doppia recessione: tra il 2007 e il 2013, la quota dei profitti è calata di 11,1 punti percentuali (-11,8 nella vecchia contabilità). Tale compressione si è verificata nell’attesa, finora delusa, di miglioramenti della situazione economica ed ha svolto una funzione di cuscinetto nel contenere (col ricorso a riduzioni di orario tramite le varie forme di Cig, contratti di solidarietà, part-time) le ripercussioni dei cali di produzione sui livelli occupazionali.

Fig. 2 - Wage share nell'industria manifatturiera: redditi da lavoro (dipendenti e indipendenti) in rapporto al valore aggiunto (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Anche la dinamica della produttività è un po’ più robusta. La modifica nei livelli di produttività manifatturiera per lavoratore rappresenta un cambiamento importante che contribuisce a delineare, come detto, un’industria differente da quella che si conosceva. Cosa si può dire della dinamica della produttività, ovvero di quello che è considerato il punto di maggior debolezza della performance industriale nell’ultimo quindicennio? Anche sotto questo aspetto si riscontrano dei miglioramenti, pur se meno forti di quelli osservati negli scostamenti di livello. Tra il 2000 e il 2013, Il valore aggiunto manifatturiero per unità di lavoro è aumentato in volume di uno 0,2% in più all’anno rispetto alla precedente stima (fig. 3).

Fig. 3 - Dinamica della produttività del lavoro: Valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (1995=1)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Analizzando l’evoluzione per periodi (tab. 3), si vede che la maggiore crescita ha sotteso andamenti migliori di quelli in precedenza noti soprattutto nei primi anni del decennio scorso (0,6% in più all’anno tra il 2000 e il 2003). Inoltre, l’accelerazione della produttività nella successiva fase di ripresa (2003-2007) porta la relativa dinamica al 2,6% all’anno (0,2% in più rispetto alle precedenti valutazioni), rafforzando il giudizio circa il processo di riorganizzazione che la manifattura italiana ha realizzato in risposta all’aumento delle pressioni competitive di inizio millennio (moneta unica e Cina) e che le ha consentito, dal 2003, di rimettersi in marcia a un buon ritmo prima di essere pesantemente colpita dalle recessioni. Nell’insieme, dunque, le revisioni relative alla dinamica della produttività non sono così forti come quelle rilevate nei livelli, ma concorrono ad attenuare le valutazioni più pessimistiche sulle condizioni strutturali della nostra industria. Esse, peraltro, non modificano il quadro di forte difficoltà del settore manifatturiero degli ultimi anni come evidenziato dalla sostanziale stagnazione della produttività nella media del periodo 2007-2013. 

Tab. 3 -Industria manifatturiera: dinamica della produttività del lavoro - valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (var. % medie annue e differenze tra variazioni %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Queste valutazioni riguardano la manifattura nel suo complesso. Intorno ai valori medi del settore si rilevano, però, performance molto variegate delle industrie che lo vanno a comporre. Nella figura 4 si riportano i comparti manifatturieri in ordine decrescente di dinamica media della produttività (istogrammi scuri) nell’arco di tempo 2000-2011[2], secondo il nuovo schema di contabilità Sec 2010. In questo periodo il valore aggiunto in volume per unità di lavoro è aumentato dell’1% all’anno nell’intera manifattura. La figura evidenzia che nove comparti su venti hanno fatto meglio della media di settore. Essi sono nell’ordine i prodotti farmaceutici (+4,4% all’anno), gli articoli in gomma e materie plastiche (+2,4%), autoveicoli (+2,3%), la carta (+2%), le apparecchiature elettriche (+2%), i macchinari e attrezzature (+1,7%), il tessile e abbigliamento (+1,6%), la lavorazione di minerali non metalliferi (+1,3%), le attività metallurgiche (+1,3%). Si tratta di produzioni metalmeccaniche in cui l’Italia è già relativamente forte, di alcuni settori del made-in-Italy tradizionale presidio della nostra manifattura, ma anche di comparti di svantaggio comparato (farmaceutica, gomma-plastica, autoveicoli). E’ da rilevare anche che in alcune di queste attività le nuove stime di contabilità correggono al rialzo la dinamica della produttività rispetto alle precedenti valutazioni. In particolare, a fronte di una revisione media all’insù per l’intera manifattura pari a +0,3% all’anno in tale periodo, i maggiori beneficiari delle nuove stime sono, in ordine decrescente di correzione (istogrammi chiari), le attività metallurgiche (la cui dinamica della produttività è stata rivista in meglio dell’1,2% all’anno), macchinari e apparecchiature (+1,1%), carta e prodotti in carta (+1%), prodotti farmaceutici (+0,8%), autoveicoli (+0,7%), gomma e plastica (+0,6%), minerali non metalliferi (+0,5%).

All’opposto, cadute della produttività tra il 2000 e il 2011 si riscontrano (istogrammi scuri) nella raffinazione di prodotti petroliferi, negli altri mezzi di trasporto, negli alimentari-bevande, nei prodotti chimici, e nei mobili e altre industrie manifatturiere. In alcuni di questi comparti la revisione di contabilità (istogrammi chiari) ha implicato un ulteriore appesantimento della performance (è il caso della raffinazione, degli altri mezzi di trasporto, degli alimentari), in altri ha invece determinato un miglioramento (come nel caso della chimica, dei mobili e altre industrie manifatturiere) senza poter però ribaltare in positivo una dinamica già in partenza sfavorevole.

Fig. 4 - Industria manifatturiera: variazione media annua della produttività nello schema Sec 2010 e differenze rispetto allo schema Sec 95 (variazioni medie % 2000-2011)
20141106-SCN-Grafico7
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Quadro storico diverso, ma non cambiano le difficoltà di oggi. In sintesi, il nuovo schema contabile consegna una manifattura con caratteri diversi dal passato. Un settore relativamente più piccolo, ma con un peso nell’economia che rimane comunque rilevante se confrontato agli altri paesi europei (inferiore alla Germania, ma superiore a Francia e Spagna). Soprattutto un settore che si caratterizza per una minor intensità di input di lavoro e che, quindi, utilizza questo fattore produttivo con maggiore efficienza rispetto a quanto si sapeva. E’ un cambiamento che non dipende da modifiche nel peso delle varie industrie: il mix produttivo manifatturiero registra solo marginali modifiche nel passaggio da una contabilità all’altra. Il maggiore livello di produttività riflette un minor uso di lavoro a parità di comparti produttivi. Meno occupati, ma ciascuno contrassegnato in media da uno sforzo lavorativo maggiore in termini di ore. Da ciò discende il rialzo di efficienza: il livello della produttività oraria si incrementa solo in misura contenuta. E’ un settore anche più profittevole, con un relativo ridimensionamento della quota di valore aggiunto assorbita dal lavoro. Tutto questo concorre a disegnare una struttura industriale, in media, più competitiva rispetto a quanto implicavano le precedenti valutazioni. Una modifica che consente in parte di superare alcune contraddizioni interpretative del passato, quando era più difficile conciliare l’evidenza di un’ampia manifattura con quella di un suo basso livello medio di efficienza.   

Se il quadro storico cambia, non si modifica però la situazione dell’industria degli ultimi anni. Le due recessioni hanno colpito severamente l’apparato manifatturiero, la seconda più della prima. La drastica caduta della domanda interna, in atto dal 2011, ha investito tutte le imprese, anche quelle esportatrici che vendono, in realtà, la gran parte del loro fatturato nel mercato nazionale. Il danno è stato strutturale, nel senso che ha inciso molto probabilmente sulla capacità produttiva dell’industria, determinandone un ridimensionamento. La prospettiva di sostanziale stagnazione, che emerge dalla generalità delle previsioni, non è assolutamente adeguata per porre riparo a un simile danno. Senza una vera ripresa della domanda interna (italiana ed europea) anche le parti più competitive dell’apparato industriale sono a rischio di un duraturo arretramento.

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[1]In questa nota trattiamo delle conseguenze per la manifattura (industria al netto del settore estrattivo) delle revisioni metodologiche operate nella contabilità nazionale, sviluppando le considerazioni effettuate nel focus on della Newsletter di ottobre; non entriamo nel merito dei vari cambiamenti. Per la descrizione e spiegazione delle innovazioni metodologiche apportate nei nuovi conti si rinvia alle note informative dell’Istat, in particolare a I nuovi conti nazionali in Sec2010, 6 0ttobre 2014

[2]Ci si limita al 2011 per poter operare un confronto con la precedente contabilità nazionale che non contiene informazioni, nel dettaglio settoriale considerato, per gli anni 2012 e 2013. 

Pubblicato in Scenario

Francesco Capobianco, Economista Nomisma, dialoga con Sergio De Nardis (Chief Economist) e Giulio Santagata (Consigliere Delegato) 
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Francesco Capobianco
Dalla fine del mese scorso l’Istat, nell’ambito di una più ampia revisione dei conti nazionali a livello europeo, ha diffuso i nuovi Conti Economici  per l’Italia in base alla classificazione SEC 2010. Rispetto alle stime di marzo dello stesso istituto nazionale di statistica, prodotte sulla base della vecchia catalogazione SEC 95, sono emerse alcune differenze in relazione ai principali aggregati dell’economia. Il Pil nominale del 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%, non impattando sulla variazione annua a valori concatenati del Pil in volume (-1,9% per il 2013), interamente ascrivibile alle componenti della domanda nazionale al netto delle scorte.
Al di là delle implicazioni di queste revisioni sul rapporto tra indebitamento netto/Pil, passato da -3% a -2,8%, i dati che sembrano più interessanti hanno a che fare con uno dei punti focali dell’economia italiana: la produttività dell’industria.

Sergio De Nardis
La revisione dei conti nazionali ha portato qualche buona notizia su questo fronte confermando un sentore di un’industria migliore di come è stata molte volte dipinta: il settore industriale italiano è stato molto meno intensivo di lavoro e, quindi, più efficiente di quanto si pensasse. La consistente revisione al ribasso dell’input di lavoro ha determinato un sostanziale innalzamento del livello della produttività del lavoro come è statisticamente misurata: considerando la media del quadriennio 2009-2013, il valore aggiunto a prezzi correnti per addetto è più elevato,  rispetto alla precedente contabilità, del 14% nell'industria (comprensiva della produzione di energia) e dell'11,5% nella sola manifattura.
Anche nel periodo antecedente alla crisi tutt’ora in atto, si conferma un rapporto tra valore aggiunto (a prezzi correnti) e ULA (unità di lavoro dipendente equivalente a tempo pieno) più elevato rispetto a quello riscontrato con la precedente contabilità: +13,2% nell'industria e +11,8% nella manifattura.
E’ un cambio abbastanza radicale, un’altra industria.

Giulio Santagata
Questi calcoli rendono, di conseguenza, più agevole la risposta ad una domanda centrale per la comprensione della crisi in atto e, verosimilmente, di alcune dinamiche di lungo periodo dell’economia italiana:  come si concilia un costante incremento delle quote di mercato italiane in determinate produzioni con una produttività stagnante? 
Disponendo delle serie storiche a partire dal 2000, è ragionevole affermare che il manifatturiero italiano abbia avuto una buona risposta all’introduzione dell’euro, riorganizzando la produzione e usando profittevolmente la stabilità dei tassi di interesse, talchè la stessa invarianza, tra il 2000 e il 2013, della gerarchia settoriale manifatturiera dei vantaggi/svantaggi comparati italiani rispetto all’area euro è da leggere come rispondente a vantaggi effettivi di produttività, come mostra del resto lo scenario di questa newsletter.

Francesco Capobianco
Ma se il valore aggiunto per addetto è sensibilmente più elevato di quanto si pensasse, chi ha tratto “vantaggio” da questa maggiore produttività? dove è andato a finire questo più alto valore aggiunto?

Sergio De Nardis
Sono stati i profitti delle imprese a trarne maggiore vantaggio. Mediamente, nei cinque anni dal 2009 al 2013, la wage share, intesa come la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro, dipendente e indipendente, è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 5 punti percentuali nell'industria e di quasi 4 punti nella manifattura. Ciò è avvenuto anche negli anni pre-crisi: -4,3 punti percentuali nell'industria, -3,7 punti percentuali nella manifattura.

Francesco Capobianco
In altre parole, sono aumentate le quote di profitto a scapito dei salari. Ciò non avrebbe dovuto implicare degli investimenti da parte delle imprese?

Giulio Santagata
La percezione è che, nella fase di riorganizzazione post-euro, le imprese abbiano messo in campo delle risorse, ma poi non ve né stata più traccia, così come è avvenuto in altri contesti europei.  Un’altra delle possibili spiegazioni del calo della wage share è riscontrabile nei fenomeni di delocalizzazione delle produzioni più labour intensive e, in alcuni casi, dell’adozione di “tecnologia contro lavoro”. La quota di profitti più elevata, unita alla maggiore produttività, è, comunque, coerente con l’accresciuta competitività del nostro comparto industriale, specie in relazione alla dinamica dell’export nazionale, cresciuto, tra 2010 e 2013, come quello tedesco.

Francesco Capobianco
Finora abbiamo ragionato sui livelli, ma anche visionando i dati relativi alle dinamiche si notano alcuni miglioramenti: tra 2009 e 2013 il valore aggiunto in volume per addetto è aumentato dell'11,2%, anziché del 9,5% come indicato nella vecchia contabilità, il che si traduce in uno 0,4% in più all'anno, dato particolarmente positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di un quadriennio particolarmente difficile per il manifatturiero di casa nostra. Un’ulteriore conferma arriva anche dai recentissimi dati sul periodo 2000-2008, dove la dinamica della produttività in volume appare migliore di quella precedentemente contabilizzata dello 0,2%. Quanto sono significative queste differenze?

Sergio De Nardis
A mio avviso abbastanza. Non mi sono mai ritrovato nell’affermazione “sono quindici anni che la produttività industriale non cresce”. E’ errata. La crisi di produttività manifatturiera nello scorso decennio è tutta concentrata nei primi tre anni dell’euro, tra il 2000 e il 2003, poi fino al 2007 si è avuta un’accelerazione che ha riportato la dinamica ai ritmi degli anni 90. Ciò è stato frutto di quelle riorganizzazioni post-euro che Santagata ricordava prima. Successivamente si è avuta la doppia recessione che ha finito col compromettere quell’accelerazione. Ebbene, le correzioni della nuova contabilità nazionale precisano meglio questo quadro: la crisi di produttività del 2000-2003 è stata meno severa, l’accelerazione del 2003-2007 un po’ più forte, l’evoluzione nel corso delle due ultime recessioni più robusta di quanto si sapesse. 
Ma c’è un punto da tenere in conto: stiamo parlando di valori medi. Ora sappiamo che la distribuzione della produttività per imprese è, in Italia come in Germania e negli altri Paesi, estremamente difforme e asimmetrica: le imprese migliori sono relativamente poche, un 20% se consideriamo come imprese migliori quelle esportatrici, e poi ci sono le altre, a volte molto distanziate dalle prime della classe. Focalizzarsi, quindi, solo sulla media può essere fuorviante. Più che rafforzare la dinamica media occorrerebbe innalzare la mediana e, cioè, ridurre le distanze tra le imprese migliori e le altre, rimpolpando la popolazione delle imprese che possono fare il salto di qualità ovvero “accorciando” la lunga coda di quelle lontane da livelli adeguati di efficienza produttiva.

Francesco Capobianco
Rimane, tuttavia, sul terreno il problema occupazionale. Gli osservatori internazionali, così come le nostre indagini sui territori, confermano che un recupero dei livelli occupazionali  pre-crisi nel comparto industriale è un obiettivo difficilmente raggiungibile e, comunque, non ottenibile nel breve-medio periodo. Le possibili strade per un recupero più immediato a livello sistemico dovrebbero essere seguite sia a livello locale che a livello europeo. Da più parti si prospetta l’introduzione di mini-jobs alla tedesca: possono rappresentare una soluzione o si creerebbero gli stessi problemi che affliggono i parasubordinati e le partite iva italiane?

Giulio Santagata
La soluzione dei mini-jobs tedeschi non è applicabile al contesto italiano e, probabilmente, non è nemmeno sostenibile nel tempo per quello tedesco, dove circa il 25% dei dipendenti (ben otto milioni di persone), percepisce meno di cinquecento euro al mese. Questo tipo di soluzione impone una profonda riflessione sotto il profilo della sostenibilità previdenziale: come faranno questi lavoratori a percepire una pensione adeguata? Riuscirà il welfare a sostenere il peso di queste generazioni di mini-workers?
Piuttosto sarebbe il caso di puntare sul Welfare come bacino occupazionale fin da subito, prendendo ad esempio le esperienze di maggior successo, come le cooperative sociali che riescono a stare sul mercato offrendo salari adeguati e un servizio non delocalizzabile e ormai imprescindibile per i territori nei quali sono istallate. Oltre al Welfare, il riequilibrio della mancata occupazione industriale deve venire da settori come le imprese creative e culturali e da quelle turistiche, dove le risorse maggiormente qualificate possono trovare spazi di occupazione non ancora esplorati

Francesco Capobianco
Ovviamente queste occasioni di nuova occupazione non possono che rappresentare un complemento del più ampio bacino di opportunità rappresentato dalle imprese industriali che hanno saputo cogliere la sfida della competizione globale ovvero quelle imprese che, come De Nardis osserva nello Scenario odierno, facendo leva sulla specializzazione e sull’innovazione, hanno visto incrementare le proprie quote di mercato estero.

Giulio Santagata
In effetti, non è vero che le imprese italiane sono indietro sotto il profilo dell’innovazione. Innanzitutto, vi è una forte innovazione incrementale, dettata dalla velocità di adattamento delle imprese industriali italiane ai cambiamenti internazionali. A questo va aggiunta la leadership italiana in determinate produzioni intermedie e i progressi fatti nel campo dell’innovazione di processo. Quello che manca davvero è l’innovazione di prodotto tout court ed è su questo terreno che l’industria italiana è chiamata a giocare la  partita più difficile.

Sergio De Nardis
Chiaramente, in assenza di una politica monetaria nazionale e con la Germania determinata a mantenere l’inflazione intorno all’1%, il perseguimento del miglioramento competitivo in Europa spinge verso scenari stagnanti, tendenzialmente deflazionistici. E questo anche con un mercato del lavoro più efficiente di quello attuale. E’ un grosso problema. Le nuove stime dell’Istat sono, dunque, importanti non solo per tratteggiare i nuovi scenari previsionali, ma anche per definire in maniera più accurata la portata delle misure di politica economica volte al sostegno della competitività delle imprese e dell’occupazione.

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Pubblicato in Focus On Archivio
Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

11 luglio 2014 - Polvere e altare

Sergio De Nardis, Capo Economista
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Imprese italiane poco o iper-competitive: sembra che non ci sia via di mezzo nei giudizi. In realtà, le generalizzazioni sono tutte errate perché quello delle imprese è il mondo dell’eterogeneità: ve ne sono di più e meno competitive. Sta alla competizione internazionale selezionare le migliori. Ciò è quanto si è verificato in Italia prima che intervenisse la crisi: lo si vede nell’accelerazione della produttività manifatturiera, dopo la flessione di inizio decennio. Su questo mondo, capace di reazione, si è abbattuto nell’ultimo biennio il crollo della domanda interna e il credit crunch, con effetti distruttivi superiori a quelli creativi. Affinché si limitino i danni indotti dall’ultima recessione sulla capacità industriale occorre che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.

Imprese nella polvere o sull’altare? Quante volte si sentono valutazioni diametralmente opposte sulle imprese manifatturiere italiane: chi le descrive poco produttive, non innovative, penalizzate dalla taglia dimensionale, causa di declino economico nazionale; chi ne sottolinea, invece, l’abilità a esportare, la qualità dei prodotti, la forza competitiva che le rende punta di diamante di un’economia che arranca su tutti gli altri fronti. Come sono possibili simili divaricazioni dei punti di vista?

Un primo motivo deriva dalla non facile lettura dei dati che, a un esame superficiale, spingerebbero verso un giudizio di incapacità di cambiamento strutturale della nostra industria, apparentemente sempre uguale a se stessa. In realtà, la manifattura italiana ha sperimentato un importante aggiustamento nei primi anni duemila in risposta agli shock competitivi di quel periodo (euro e Cina, in primo luogo). Essi sono stati comuni alle economie europee, ma hanno avuto effetti specifici sul nostro sistema a causa della sua specializzazione (più esposta ai prodotti cinesi) e del ricorso frequente, nel passato, alla svalutazione come strumento di riequilibrio competitivo (non più praticabile con la moneta unica). Le riorganizzazioni produttive sono state significative, ma si è stentato a lungo a riconoscerne la loro portata. Ciò è avvenuto per problemi delle statistiche, che per diverso tempo hanno sottovalutato l’effettiva dinamica delle esportazioni (e quindi dell’output e della produttività della manifattura), e per l’apparente inerzia, scambiata per assenza di reattività, della struttura industriale sotto il profilo settoriale e dimensionale.

La presunta staticità è stata, tuttavia, ingannevole. Essa ha, infatti, sotteso importanti cambiamenti, dando forma a una ristrutturazione industriale a lungo misconosciuta. Ciò che si è verificato negli anni dei grandi shock competitivi è stata una riallocazione delle risorse all’interno dei settori, dalle imprese meno produttive a quelle più efficienti, e dentro le imprese, dalle linee di prodotto meno competitive a quelle a più elevato contenuto qualitativo. Questa mobilità non ha interessato i settori: non si è avuta, sotto i colpi dello spiazzamento operato dalla competizione cinese, la scomparsa del made-in-Italy tradizionale e la contemporanea ascesa di comparti high tech. Certamente, qualcosa si è mosso. La matrice dell’offerta italiana è cambiata, si sono ridimensionate le produzioni tradizionali (filiera moda-casa) e rafforzate quelle di beni di investimento e intermedi. Ma la gerarchia settoriale dei vantaggi comparati di esportazione rispetto ai partner europei è rimasta sostanzialmente inalterata.

La mobilità di risorse si è, invece, manifestata dentro le industrie sia di vantaggio che di svantaggio comparato: le spinte della competizione hanno attivato ovunque, nell’ambito di ogni settore, processi di selezione, con l’espansione delle produzioni migliori (imprese e linee di prodotto dentro le imprese) e l’involuzione di quelle meno adatte. Il risultato è consistito in una sostanziale accelerazione della produttività della manifattura, tornata a crescere - dopo la flessione del 2000-2003 e prima della crisi - a ritmi (2% all’anno, tra il 2003 e il 2007) simili a quelli dell’ultimo decennio degli anni novanta (tab. 1)[1].

Tab. 1 – Produttività totale dei fattori nell’industria manifatturiera (var. %, medie annuali)
20140711-SCN-Tabella1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Da queste considerazioni emerge un secondo motivo della divaricazione di giudizi sull’industria: ogni generalizzazione, sia in negativo che in positivo, conduce a una visione parziale, se non errata. Non è data in natura “l’impresa manifatturiera”, non c’è un soggetto imprenditoriale omogeneo a cui poter attribuire un unico voto. Esistono, invece, le singole realtà produttive, ognuna con specifiche caratteristiche di efficienza, management, organizzazione, capacità innovativa. Questa banale constatazione evidenzia l’assenza di  fondamento delle affermazioni apodittiche che si traducono, fatalmente, in visioni caricaturali (del tipo: imprenditori italiani che non sanno fare il loro mestiere, attardati su vecchi prodotti, inadatti all’innovazione) o, all’opposto, miracolistiche (del tipo: imprenditori vincenti e competitivi a dispetto di tutto). Non è così. Vi sono, invece, imprenditori di successo e di insuccesso, alcuni bravi e altri meno, alcuni fortunati e altri danneggiati dal caso: sia imprese nella polvere, sia imprese sull’altare.

Ma il riconoscimento di una ineliminabile eterogeneità delle imprese, che esclude generalizzazioni, conduce a due importanti implicazioni, queste sì, di carattere generale. La prima è che in un ambiente aperto alla concorrenza, come è il mercato globalizzato in cui operano le imprese manifatturiere, non può esservi assenza di cambiamento: esso è, infatti, determinato dalla “scrematura” delle aziende esposte alla competizione. La seconda implicazione è che questa selezione, in assenza di protezioni, di tipo darwiniano, si traduce in eliminazione dei peggiori e sopravvivenza dei migliori; non può, dunque, che contribuire, per un puro mutamento di composizione nella popolazione dei produttori, al miglioramento complessivo dei livelli di efficienza e competitività del sistema economico. E’ il processo di cambiamento sopra descritto a caratterizzare l’industria italiana: tanto movimento sotto la calma della superficie con  conseguenze visibili nel miglioramento della produttività complessiva.

Ora, questo mutamento si riscontra, nel nostro Paese, tanto all’interno dei settori, quanto nelle classi dimensionali. Le imprese piccole non sono tutte uguali tra loro, come non lo sono quelle grandi. In ogni fascia dimensionale ci sono imprese più e meno efficienti. Come distinguerle? La cartina di tornasole è costituita dalla verifica se sono impegnate o meno in attività di esportazione. Vendere sul mercato internazionale è, infatti, più difficile e costoso che produrre per quello interno; possono farlo in modo profittevole solo le aziende migliori. E la presenza di queste “imprese migliori” è individuabile in tutte le classi dimensionali. La tavola 2 mostra, per alcuni indicatori economici, le differenze che caratterizzano le imprese esportatrici rispetto alle non esportatrici. Come si vede, gli esportatori sono in media più grandi, più produttivi, pagano salari maggiori, fanno più investimenti, hanno margini di profitto più elevati dei non esportatori. Questa superiorità è un fatto noto. Ma l’aspetto rilevante è che tali “premi” per chi esporta si riscontrano sistematicamente in ciascuna fascia di dimensione. Non c’è, dunque, una netta linea di demarcazione della competitività tra piccoli e grandi, ma linee di demarcazione tra chi è più e meno competitivo che attraversano ogni classe dimensionale.

Tab. 2 - Imprese manifatturiere, peso degli esportatori e differenze rispetto ai non esportatori – anno 2011
20140711-SCN-Tabella2
*Differenza in punti percentuali tra i margini operativi in rapporto al valore aggiunto degli esportatori e dei non esportatori.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

E’ inoltre da rilevare che, analogamente a quanto osservato per la staticità settoriale, anche l’inerzia dimensionale ha sotteso fenomeni di cambiamento. Nell’ultimo decennio le risorse produttive si sono spostate verso gli esportatori in tutte le categorie dimensionali. Ciò è evidente per quanto riguarda tanto il numero relativo delle imprese esportatrici, quanto il valore aggiunto da esse prodotto (figure 1 e 2). Questa crescita del peso degli esportatori significa che in ogni classe dimensionale le risorse si sono mosse verso gli impieghi più produttivi, più profittevoli, con più alti salari, con maggiori investimenti e in imprese più grandi: anche da questa prospettiva si identificano, dunque, gli effetti virtuosi delle pressioni selettive su un ambiente caratterizzato da forte eterogeneità.


Fig. 1 - Esportatori: peso sul totale imprese manifatturiere (valori %)
20140711-SCN-Grafico1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Fig. 2 – Esportatori: peso sul valore aggiunto manifatturiero (valori %)
20140711-SCN-Grafico2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Queste argomentazioni conducono a una visione in positivo, ma non miracolistica, della capacità di adattamento delle nostre imprese esportatrici. Quante sono, infatti, queste aziende “migliori”? Quanto pesano nel sistema manifatturiero italiano? La tavola 3 evidenzia una verità che è, in effetti, comune a tutte le economie: vendere all’estero è un fenomeno relativamente raro, proprio perché non tutti sono nelle condizioni di farlo, non tutte le imprese possono sostenere i più elevati costi che si devono affrontare per impegnarsi in un’attività internazionale. In Italia solo 20 aziende manifatturiere su 100 esportano, in Germania 26 su 100, in Francia 12. Si tratta per l’Italia di circa 88.000 esportatori manifatturieri su un totale di 425.000 produttori. Un numero elevato in assoluto, superiore a quello di Germania (55.000) e Francia (26.000), ma che si ridimensiona in proporzione al complesso dei produttori per l’estrema diffusione di imprenditoria che caratterizza il nostro Paese (doppia per numero rispetto a Germania e Francia), prevalentemente rivolta però al mercato interno. Su questo fenomeno incide l’ampia popolazione di micro-imprese (sotto i 10 addetti), poco orientate, pur se non impossibilitate, all’export (solo il 12% esporta, tab. 1). Il gruppo degli esportatori diviene in Italia ampia maggioranza già sopra i 20 addetti. Inoltre, quel che più conta è che quegli 88.000 esportatori sono coloro che determinano l’andamento dell’intero settore manifatturiero, producendo oltre l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivo.

Tab. 3 – Manifattura: le imprese esportartici nei principali paesi europei, anno 2011
20140711-SCN-Tabella3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo segmento minoritario di produttori “migliori” ha subito, nell’ultimo biennio, gli effetti della drastica contrazione della domanda interna. Essi, infatti, sono certamente esportatori, ma vendono molto anche sul mercato nazionale: in media, oltre il 60% del loro fatturato viene realizzato in Italia e ciò si verifica tanto per le grandi che per le piccole imprese esportatrici. La loro competitività è stata, dunque, inevitabilmente penalizzata dalla caduta senza precedenti della domanda nazionale e dalla rarefazione del credito che ne è derivata: i nostri esportatori hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di imprese estere non zavorrate dalla recessione delle loro economie e, soprattutto, non penalizzate da un credito comparativamente più caro e scarsamente accessibile[2]. Il danno provocato dall’annichilimento del mercato domestico è stato, quindi, pervasivo e non è risultato circoscritto alle parti meno pregiate del potenziale produttivo: si sono avute chiusure di attività anche tra gli esportatori. La manifattura che esce dalla recessione è, quindi,  sensibilmente dimagrita, per numero di operatori e intensità produttiva. Resta da verificare se e in quale misura il processo di distruzione creativa, indotto dalla dura selezione, si chiuda con un saldo positivo in termini di efficienza complessiva e capacità di crescita del sistema industriale. E’ elevato il rischio che ciò non avvenga se persistono vincoli di finanziamento a un’adeguata espansione delle imprese migliori e alle  nuove iniziative capaci di maggiore crescita futura. Anche per questo motivo, per salvaguardare la capacità manifatturiera dell’economia italiana, è assolutamente necessario che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.        

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[1] La Relazione di Banca d’Italia, prendendo in considerazione il primo decennio degli anni duemila (1999-2011), sottolinea come la crescita della produttività aggregata dell’intera economia si stata in larga parte dovuta ai processi di riallocazione delle risorse verso le aziende più efficienti all’interno del medesimo settore, mentre sono stati molto meno rilevanti gli effetti delle riallocazioni intersettoriali. Per un’analisi delle caratteristiche dell’aggiustamento industriale italiano si vedano anche i lavori contenuti in S. De Nardis (a cura di), “Imprese italiane nella competizione internazionale”, FrancoAngeli, 2010 e I. Cipolletta e S. De Nardis, “L’Italia negli anni duemila: poca crescita, molta ristrutturazione”, Economia Italiana, n.1, 2012. 

[2] Sul collegamento tra contrazione del mercato interno, capacità di esportare e potenziale produttivo le note di scenario della newsletter si sono soffermate più volte, cfr. lo scenario della newsletter del 29 novembre 2013 “Nuova normalità italiana” e quella del 6 marzo 2014 “Svalutazione interna”. Su questo aspetto si veda anche “L’eredità della crisi”, in lavoce.info, 25 gennaio 2013. L’esistenza di un nesso, nell’ultima crisi, tra caduta della domanda interna ed esportazioni viene analizzato da M. Bugamelli, E. Gaiotti e E. Viviano (2014), “Domestic and Foreign Sales in Italy During the Global Crisis and Before: Complements or Substitutes”, lavoro presentato al convegno dell’Italian Trade Study Group organizzato da Crenos e Fondazione Masi a Cagliari, 3-4 luglio 2014.

Pubblicato in Scenario

Università degli studi di Salerno - Sergio De Nardis terrà un seminario presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali e il CELPE  dell’Università di Salerno nell’ambito delle “giornate di studio sullo sviluppo industriale”.

Il tema del seminario riguarderà le riorganizzazioni delle imprese manifatturiere italiane negli anni duemila e avrà come titolo "Eterogeneità dentro l'impresa: evidenze sulle imprese multi-prodotto italiane".

http://www.dises.unisa.it/seminari_eventi

 

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Mercoledì, 09 Aprile 2014 00:00

9 aprile 2014 - Rinascimento industriale

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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L’Europa vuole aumentare il peso della manifattura al 20% entro il 2020. Definisce un simile obiettivo rinascimento industriale. I leader dei paesi europei lo interpretano come riferito alle loro economie: Italia, Spagna, Francia dovrebbero salire, dal 10-15%, verso quel target, diventando come la Germania che, d’altra parte, non intende arretrare. E’ possibile che ciò avvenga? L’espansione della manifattura tedesca degli anni passati è stata, in buona misura, lo specchio dell’arretramento degli altri paesi. Perché i periferici si trasformino nella Germania, con grandi settori manifatturieri, occorrerebbe anche che l’economia tedesca avesse dei cambiamenti, con più inflazione, meno risparmio, più investimenti, meno surplus commerciale. Una prospettiva difficile, pur se non impossibile. Ma il focus esclusivo sulla manifattura solleva altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in beni trasformati, ma in servizi a bassa efficienza e non sostituibili con le importazioni. Trascurare il miglioramento di tali settori può entrare in collisione con la crescita del benessere dei cittadini europei.

L’UE si propone, nella strategia Europa 2020, di arrestare il declino della manifattura nell’area e di riportarne il peso dal 15 al 20% del PIL entro i prossimi sei anni. Le associazioni degli imprenditori delle due economie con più forte vocazione manifatturiera, Bdi e Confindustria, sottoscrivono un appello congiunto a sostegno di questo obiettivo, chiedendo politiche per la competitività dell’industria europea. I leader dei paesi UE mostrano, a parole, di condividere. La manifattura viene prospettata, a ogni piè sospinto, come il fulcro del rilancio economico e occupazionale dei paesi dell’Unione.

C’è, evidentemente, della retorica in tutto questo: c’è anche della sostanza?

Per rispondere all’interrogativo si deve partire dall’ovvia osservazione che non esiste “una” manifattura europea, intesa come un unico settore della trasformazione che condivide comuni condizioni di costo, macroeconomiche e istituzionali, indipendentemente dai confini nazionali. I sistemi produttivi dei paesi europei sono bensì interconnessi, ma anche in forte competizione reciproca. Quest’ultima si è acuita nell’area della moneta unica, col venire meno del tasso di cambio e l’emergere di meccanismi di divaricazione centro/periferia favoriti dalla più spinta integrazione economica.

Le tendenze delle industrie nazionali nel corso dell’ultimo quindicennio sono esplicative del perché non ha fondamento parlare di ”una” manifattura europea. Come mostra la figura 1, il declino del peso dell’industria è un fenomeno che ha riguardato solo determinati paesi, i cosiddetti periferici, includendo in tale definizione Italia e Francia. All’inizio dello scorso decennio la manifattura era al 20% nell’economia italiana, al 17-18% in quelle iberica e portoghese, al 15% in quella francese. Nel 2013, queste percentuali sono scese rispettivamente al 15,5% (Italia), 13-14% (Spagna e Portogallo), 10% (Francia). All’opposto, il peso dell’industria in Germania è rimasto praticamente inalterato in questo periodo: era al 22% nel 1999-2000, è ancora a questo stesso livello nel 2013.   

Si può immaginare per il futuro una distribuzione più omogenea della presenza della manifattura in Europa?

Date le dinamiche degli anni passati, l’obiettivo di un’industria europea al 20% del PIL implica che la risalita abbia luogo nei periferici. Questi devono portarsi al livello della Germania, che, da parte sua, è già al target UE. C’è, però, un problema. Non è ipotizzabile un omogeneo processo di crescita simultanea in tutte le economie, senza perdite di posizione da parte di qualche attore. Il motivo è che le tendenze naturali, legate a terziarizzazione e globalizzazione, spingono in senso contrario, verso una compressione del settore della trasformazione, sicché aumenti di peso dell’industria nelle economie avanzate possono solo avvenire  come risultato di guadagni di competitività; ma quest’ultimi si verificano, per definizione, gli uni nei confronti degli altri.   

Fig. 1 - Peso della manifattura in Germania e nei paesi periferici
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

L’esperienza della Germania nel conservare un ampio settore industriale, quando le forze naturali spingevano in una direzione opposta, è esemplificativa dei meccanismi competitivi in gioco. La presenza di una forte industria in questo paese non è altro che la conseguenza di una crescita settoriale interna squilibrata. Un marcato aumento di eccedenza manifatturiera, rispetto alle possibilità di assorbimento interno, che ha finito col riversarsi sull’estero, dando luogo all’ampio squilibrio commerciale. Quest’ultimo ha potuto formarsi e persistere nel tempo (6-7% del PIL negli ultimi sette anni), grazie a un cambio reale tedesco troppo deprezzato o, detto in altri termini, a un’eccessiva competitività. Il grande surplus tedesco è, dunque, strettamente legato all’ampia presenza dell’industria in quel paese; l’uno implica l’altra e viceversa.

Ma cosa si intende per crescita squilibrata tedesca?

Questa economia ha sperimentato, dal 2002, una accelerazione della produttività: un fatto virtuoso, ma esclusivamente concentrato nella manifattura. Il progresso tecnologico è risultato, invece, praticamente assente negli altri settori, dove si addensano le produzioni non esposte alla competizione internazionale (fig. 2a). Una divaricazione settoriale di questo tipo ha interessato anche i sistemi della cosiddetta periferia europea (fig. 2b), ma lo sbilanciamento in tal caso è stato molto meno accentuato: in Germania, la produttività del lavoro nella manifattura è salita, tra il 2002 e il 2013, del 25% rispetto a quella quasi stagnante degli altri settori; nei periferici il divario tra la dinamica della produttività nella manifattura e l’andamento (comunque crescente) degli altri settori è stato solo del 3,5%.[1].

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo squilibrio, settoriale e tra paesi, ha generato effetti destabilizzanti, analoghi a quelli verificatisi all’indomani dell’unificazione della Germania. Allora fu uno shock asimmetrico di domanda (di prodotti tedeschi) a mettere in crisi il meccanismo europeo di cambio; negli ultimi anni è stato uno shock asimmetrico d’offerta (di manufatti tedeschi) a mettere in tensione l’area della moneta unica. Oggi come allora il riequilibrio nell’area richiede un mutamento dei prezzi relativi tra paesi europei, che renda relativamente più care le produzioni tedesche. Questa correzione si determinò nel 1992 con una traumatica modifica dei rapporti di cambio e l’apprezzamento del marco rispetto alle altre monete. Oggi, con l’euro, il rafforzamento del cambio reale tedesco (e, simmetricamente, il deprezzamento reale dei periferici) deve realizzarsi attraverso la creazione di un adeguato differenziale d’inflazione tra Germania e paesi partner.

In condizioni normali, un meccanismo automatico di riequilibrio è, in effetti, insito nella stessa crescita squilibrata della produttività manifatturiera. L’espansione sbilanciata dell’industria conduce, infatti, a corrispondenti aumenti salariali in quel settore. Questi tendono a diffondersi anche agli altri comparti che non hanno sperimentato incrementi di produttività, determinando un’accelerazione dell’inflazione rispetto alle altre economie: il rialzo delle retribuzioni, attivato dal settore beneficiario del boom di produttività, è normalmente il motore del riequilibrio.

Questa correzione automatica non ha operato nell’esperienza tedesca. I salari industriali sono cresciuti molto meno della produttività: dal 2002, il valore aggiunto per occupato è aumentato del 30% nella manifattura tedesca, mentre i redditi del lavoro per addetto si sono incrementati in termini reali (in rapporto al deflatore del valore aggiunto industriale) di quasi la metà, del 18% (fig. 3).

Fig. 3 – Germania: produttività del lavoro e redditi per addetto reali nella manifattura (1995=100) 
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In assenza della spinta sui costi del lavoro, i prezzi tedeschi hanno finito col ridursi, anziché aumentare, rispetto ai partner: tra il 2002 e il 2013, l’inflazione della Germania è stata più bassa di 10 punti percentuali rispetto ai paesi periferici. Il riequilibrio avrebbe, invece, richiesto un’inflazione relativa tedesca quasi speculare a quella osservata (più alta del 13% rispetto ai periferici).[2] Ne è, dunque, derivata una deviazione di circa il 20% del cambio reale Germania/Periferia rispetto ai valori che avrebbero assicurato l’equilibrio macroeconomico dell’area (tab. 1). E’ il guadagno di competitività che ha consentito il formarsi e persistere dell’ampio surplus commerciale della Germania.  

Tab. 1 – Differenziale di inflazione Germania-Periferici nel periodo 2002-2013
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat e stime Nomisma

Il mancato funzionamento del riequilibrio interno tedesco ha spiegazioni che vengono da lontano. Esso ha origine negli sforzi della Germania, avviati nei primi anni novanta, per fronteggiare, da un lato, gli elevati costi della riunificazione e contrastare, dall’altro, le tendenze alla delocalizzazione nei vicini paesi dell’Est Europa, divenuti molto attrattivi dopo il crollo del comunismo. Le caratteristiche di flessibilità del sistema tedesco di relazioni industriali hanno consentito sin da quel periodo un significativo decentramento della contrattazione salariale a livello di impresa e favorito, per questa via, l’emergere di dinamiche retributive inferiori a quelle della produttività, con conseguente contenimento dei costi.[3] Tuttavia, lo sforzo di recupero competitivo ha prodotto risultati solo nello scorso decennio. E’ solamente allora, infatti, che si aggiungono i due ulteriori ingredienti che portano al successo tedesco: l’accelerazione sbilanciata della produttività nella manifattura e il venire meno del tasso di cambio nei rapporti con la vasta area dei partner commerciali che entrano a fare parte della moneta unica. La combinazione di questi tre elementi – boom di produttività nella sola manifattura, freno salariale, assenza del cambio – è andata a costituire una sorta di “impossibile trinità” che ha finito col trasformare uno sforzo di aggiustamento competitivo in un processo eccessivo, generatore di squilibri insostenibili nell’area dell’euro.

E’ in questa prospettiva che si definiscono, quindi, in modo più preciso per periferici i  contorni di ciò che viene definito rinascimento industriale: sono quelli di una partita competitiva.

In assenza di mutamenti nell’economia tedesca, i periferici devono realizzare un significativo recupero competitivo. Ciò comporta l’abbassamento della dinamica di costi e prezzi sotto quelli della Germania e l’emulazione di ques’ultima con l’espansione sbilanciata della manifattura (ecco il rinascimento) e il mantenimento delle dinamiche salariali sotto quelle della produttività in tale settore. Questa è la regola vigente per il riequilibrio europeo[4]. Essa risponde all’approccio mercantilista dominante nell’area ed è molto difficile che si riveli ugualmente di sucesso per tutti i protagonisti: le economie euro non possono avere tutte assieme grandi settori industriali e, quindi, forti surplus commerciali. Tale regola solleva, inoltre, altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in manufatti, ma si dirige, per un buon 60%, in servizi, distribuzione e public utilities, a bassa efficienza e non sostituibili con importazioni. Dalla produttività dei comparti non manifatturieri dipende, dunque, in misura decisiva la possibilità di migliorare il potere d’acquisto dei consumatori. Trascurare l’espansione e l’innalzamento di efficienza dei settori non manifatturieri, a favore di una corsa verso grandi industrie esportatrici, è una strada che non necessariamente coincide con quella della crescita di benessere dei cittadini europei.

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[1] I paesi periferici includono Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia; con riferimento alla suddivisione manifattura “altri settori”, in quest’ultimi sono inclusi tutti comparti non manifatturieri con l’esclusione della pubblica amministrazione.

[2] La stima del differenziale di inflazione tra il 2002 e il 2013 richiesto per il riequilibrio è ottenuta sulla base di un modello semplificato a due settori traded/non-traded (coincidenti approssimativamente con “manifattura” e “altri settori”) e due paesi (Germania/Periferia) che da luogo alla seguente relazione: inflazione tedesca - inflazione periferici = variazione cambio nominale Germania/Periferia (pari a zero, data la moneta unnica) + 0,60*[differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” in Germania (+25%) – differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” nella Periferia (+3,5%)]; 0,60 è il peso dei beni non manifatturieri nel paniere di spesa dei cittadini europei.

[3] Si veda Dustmann, C., Fitzenberger, B., Schönberg, U., Spitz-Oener, A. (2014): From Sick Man of Europe to Economic superstar: Germany’s Resurgent Economy. Journal of Economic Perspectives 28(1), pp. 167-188.

[4] Il percorso sarebbe facilitato se vi fossero dei cambiamenti nell’economia tedesca. L’introduzione, ad esempio, della legislazione sul salario minimo in Germania (8,5 euro l’ora) è un fattore che potrebbe contribuire a una migliore distribuzione degli sforzi di riequilibrio europeo. Occorrerebbe, però, che l’adozione di una norma sul salario minimo avvenisse limitando i casi di eccezione e le clausole di opt-out dalla legislazione nazionale. Quest’ultime sono state parte essenziale della prassi delle relazioni industriali tedesche negli ultimi anni.

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