Milano Marittima (RA) – INU Emilia Romagna organizza la Summer School sugli “Strumenti finanziari per i progetti di trasformazione urbana e di sviluppo locale: contenuti e modalità operative”.

L’obiettivo della Summer School è quello di fornire ai partecipanti competenze tecnico-operative utili a progettare e gestire interventi complessi di rigenerazione e riqualificazione urbana, utilizzando idonei strumenti organizzativi e finanziari.

Marco Marcatili di Nomisma parteciperà come relatore nel corso della prima giornata.

Programma

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Boris Popov e Luigi Scarola – Area Economia Sociale
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Si stimano in circa 18 miliardi di euro i tagli che le Amministrazioni comunali hanno dovuto sopportare tra il 2010 ed il 2014, a cui si sommano le sanzioni per lo sforamento del Patto di stabilità, il provvedimento di riduzione di spesa corrente stabilito per le Città Metropolitane nella Legge di stabilità 2015, il fondo IMU-TASI, ecc.
È una situazione complessa che rischia di compromettere la tenuta di un delicato equilibrio che ha visto, negli ultimi anni, gli Enti Locali rivestire il ruolo di argine di fronte ad una recessione che ha colpito duramente le parti più deboli ed esposte delle comunità.
Attraverso l’applicazione del principio della sussidiarietà, si è assistito, infatti, ad una crescente delega delle competenze a livello locale per i Comuni, i quali sono stati chiamati ad attuare politiche attive in ambiti complessi che vanno dal welfare allo sviluppo economico, superando ampiamente il confine meramente ‘amministrativo-regolatorio’ a cui i sindaci erano chiamati sino a qualche anno prima. Basti pensare che gli Enti locali sono, ad oggi, i principali finanziatori degli interventi di ambito sociale, contribuendo con risorse proprie per circa i 2/3 della spesa.
Al governo delle città viene chiesto, in maniera pressante, di rispondere alle urgenze che la crisi ha messo a nudo. A titolo esemplificativo del disagio sociale, che contraddistingue gran parte della comunità, si consideri che in soli tre anni (2011-2013) la quota di famiglie incapaci di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza è aumentata di oltre 60 punti percentuali, con un tasso di disoccupazione totale che nello stesso periodo è aumentato di circa il 50%. A fronte di tali dinamiche la spesa per interventi e servizi sociali di fonte comunale ha invece, come sottolineato, registrato una brusca riduzione.


Figura 1 – Italia: alla crescita dei bisogni sociali corrisponde una riduzione della spesa pubblica per interventi di assistenza
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Il perdurare della fase recessiva sta, pertanto, amplificando i fenomeni di segregazione sociale e territoriale, rischiando di rallentare repentinamente la relazione tra crescita economica, occupazione e progresso sociale.
Ma se le città sono tradizionalmente i luoghi dove, più che altrove, si accumulano e risaltano i problemi, sono anche i luoghi dove gli stessi problemi spesso trovano le soluzioni più innovative. La vicinanza con i cittadini costituisce il reale punto di forza per un’Amministrazione che dovrà sempre più interpretare, in chiave moderna, il complesso governo del territorio.

Ecco quindi che emerge l’esigenza di interrogarsi se possano esistere strumenti ‘innovativi’ in grado di fornire risposte a bisogni sempre più complessi, in uno scenario che impone precise scelte di allocazione della spesa.

Così, mentre il mondo della finanza iniziava a guardare con crescente attenzione ai temi sociali, i policy maker, proprio sulla spinta della crisi delle finanza pubblica, iniziavano a riflettere su strumenti e modelli in grado di integrare l’ingegneria finanziaria con le esigenze di collettività. Questo processo ha portato, principalmente nei paesi di matrice anglosassone, alla sperimentazione di strumenti finanziari, sia sotto forma di debito che di equity.

È del 2010, sulla scia del lavoro del Prime Minister's Council on Social Action, l’introduzione in Gran Bretagna del primo Social Impact Bond (SIB), uno strumento finanziario che, attraverso un innovativo concetto di partnership pubblico-privata, porta all’erogazione di servizi sociali tramite raccolta di finanziamenti privati.

L’idea su cui si fonda la struttura di un SIB risiede nella potenziale riduzione della spesa pubblica e la contestuale ottimizzazione del risultato sociale a fronte di un programma di intervento gestito generalmente da organizzazioni non profit (ONP). Si tratta, quindi, di uno strumento complesso che lega la remunerazione del capitale privato - generalmente raccolto da un istituto bancario in accordo con la PA - all’effettivo contenimento dei costi e all’esito del programma sociale, certificato da un ente valutatore indipendente.

La teoria suggerisce un vantaggio per tutti gli attori coinvolti:

  • l’ente pubblico favorisce l’innovazione sociale sul proprio territorio, stimola l’occupazione, ottimizza l’utilizzo di risorse pubbliche;
  • l’attività delle ONP viene promossa tramite flussi di capitali privati;
  • gli investitori privati hanno un’opportunità di diversificazione del portafoglio finanziando attività ad elevato impatto sociale e la possibilità di ricevere un elevato ritorno economico;
  • i cittadini vedono aumentare l’offerta di servizi sociali per la comunità, beneficiando di un’azione concreta di miglioramento del tessuto economico locale.

Nell’ottica di un investitore privato, vi è d’altra parte la possibilità di conoscere a priori e con esattezza i risultati attesi in termini sociali dell’intervento che si va a finanziare e allo stesso tempo la garanzia che tale risultato possa essere misurato in maniera puntuale ex-post.

Si tratta, quindi, di uno strumento sofisticato, più simile a un contratto strutturato del tipo “Pay for Success”, che a un tradizionale titolo obbligazionario quale il Social Bond, per cui la restituzione del prestito non è in alcun modo garantita e dipende esclusivamente dal raggiungimento dell’obiettivo sociale sottinteso dall’intervento (laddove in caso di successo il ritorno economico può essere anche molto remunerativo).

A differenza dei Social Bond, concepiti per finanziare iniziative sociali il cui impatto viene evidenziato in maniera generica, l’ideazione del SIB fornisce una risposta alla dirimente questione della misurabilità dell’impatto rendendo trasparente, tracciabile e chiaramente identificabile il raggiungimento di un predeterminato target sociale nella popolazione sottoposta ad intervento (ad esempio, il contenimento del tasso di disoccupazione a un dato livello a seguito di un programma di reinserimento lavorativo, o di un tasso di recidiva a seguito di un programma di reinserimento sociale).

Tuttavia, se da una parte la creazione di questo strumento ha il merito di colmare uno dei limiti dell’Impact Investing e cioè quello legato alla valutazione dell’impatto sociale, dall’altra incorpora un livello di rischio relativamente elevato, più adeguato al profilo di un investitore qualificato che a quello di un risparmiatore privato e ciò costituisce un limite intrinseco allo strumento. L’idea di economia sociale ha una profonda radice nel concetto di partecipazione attiva della collettività e al tempo stesso di prossimità, ovvero un virtuoso incontro tra la sfera pubblica e la sfera privata. Si ritiene pertanto che strumenti di incentivazione sociale per avere successo, in termini di diffusione, debbano mirare ad una raccolta di collettività.

Proprio su questa linea si muove un’interessante iniziativa nata recentemente nel nostro Paese, nel quartiere Scampia di Napoli. Si tratta di un progetto legato alla creazione di un impianto di compostaggio per la valorizzazione dei rifiuti grazie all’utilizzo di tecnologie avanzate, finanziato interamente da uno strumento innovativo realizzato da Banca Prossima. Denominato TRIS (Titolo di Riduzione di Spesa Pubblica), questo nuovo titolo “obbligazionario” si sostanzia in una evoluzione del modello di funzionamento del SIB, prevedendo la garanzia del capitale sottoscritto e, in caso di effettivo risparmio di spesa pubblica a seguito del progetto , un rendimento per i sottoscrittori in linea con quelli dei titoli di Stato di pari durata del progetto.

Il progetto di finanziamento assume ancor più valore se si considera il contesto di particolare rilevanza sociale e il fatto che il Comune aveva lanciato nei due anni precedenti un bando di gara relativo alla valorizzazione dei rifiuti senza trovare alcun riscontro dal mercato privato.

Come nel caso dei SIB, nella formula che si intende mettere a punto a Scampia, la forza dello strumento sta nell’allineamento di interessi che si viene a creare tra le parti coinvolte, laddove l’outcome finale atteso (riduzione della spesa pubblica) diventa fonte di potenziale guadagno per tutti gli attori coinvolti. Tuttavia, a differenza dei SIB, c’è un istituto di credito che si fa proponente dell’iniziativa, emette un titolo obbligazionario e garantisce interamente la quota capitale dell’investimento.

Il corretto funzionamento dello strumento si poggia dunque sul ruolo centrale rivestito dall’istituto di credito promotore, il quale agisce sia come raccordo tra le parti che come garante finanziario dell’iniziativa, scaricando gran parte dell’onere del rischio dalle spalle degli investitori. A seguito di ciò lo strumento dovrebbe promuovere una partecipazione diffusa dei cittadini che potrebbero coincidere in larga misura con i finanziatori dell’iniziativa.

Il sistema bancario appare quindi in questa concezione innovativa, come un possibile motore propulsivo del mercato degli investimenti a impatto sociale e dell’imprenditorialità sociale.

In ciò si intravede una potenziale via italiana alla finanza innovativa, anche alla luce di un sistema di intermediazione creditizia consolidato, capillarmente diffuso sul territorio e una modalità di finanziamento e ricerca di capitali delle imprese tipicamente banco-centrica. Ancor più se si considera che le banche, insieme al sistema postale, rappresentano in Italia la principale forma di canalizzazione del risparmio privato e, pertanto costituiscono il principale veicolo di indirizzo, di distribuzione e di collocamento alla clientela privata di prodotti finanziari.

Il nostro Paese possiede tutte le caratteristiche strutturali e storiche affinché possano svilupparsi esperienze virtuose di integrazione finanziaria e sociale: una massa critica (mercato potenziale) di considerevoli dimensioni, una socialità di prossimità evoluta, un’elevata resilienza alle situazioni di difficoltà.

In questo senso, nel Rapporto Italiano della Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8 si delinea il quadro di riferimento dell’impact investing in Italia e viene parimenti fornita una stima prudenziale di quella che potrebbe essere la dimensione del mercato nel futuro. Tenendo in considerazione le aree in cui sarà maggiormente necessario sviluppare servizi per rispondere ai crescenti bisogni sociali (l’Istat individua cinque aree di fragilità preminenti: salute, disabilità, famiglia, housing, esclusione sociale), il panorama dell’imprenditoria sociale attuale e potenziale, nonché l’ammontare di finanziamenti che vengono utilizzati a sostegno dell’economia sociale, viene ipotizzato che nel 2020 almeno l’1% degli attivi gestiti sul mercato dei capitali possa essere collegato all’investimento d’impatto, per un mercato potenziale del valore di circa 28,9 miliardi di euro.

Figura 2 – Italia: il mercato potenziale dell’impact investing
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Fonte: elaborazioni Nomisma su fonti varie

Proprio la robusta rete dell’associazionismo e del terzo settore, fortemente radicati sul territorio, ha generato durante la crisi una sorta di stanza di compensazione che ha consentito una tenuta del sistema ed una attenuazione degli impatti. Ma se la rete sociale è stata efficiente ed in grado di fornire un reale supporto, il tema diviene, quindi, come rendere tali interventi strutturali, incentivarli e far si che generino oltre ad una risposta alle urgenze, un modo moderno ed innovativo di interpretare il territorio, in una fase di tagli alla spesa pubblica.

Se il territorio di appartenenza, anche nella sua declinazione più ampia, diviene il luogo ideale dell’interpretazione di socialità, questo si riflette in maniera rilevante nelle scelte di investimento. Il cittadino è maggiormente incline alla partecipazione quando ha il riscontro tangibile dei risultati delle proprie azioni: “rinuncio ad una remunerazione più alta, ma voglio che il progetto contribuisca ad un miglioramento sociale che sono in grado di percepire e controllare”. Non è un caso, forse, che il nostro Paese sia stato relativamente refrattario al proliferare di piattaforme Web a supporto di iniziative di crowdfunding, strumenti che scontano da un lato un non adeguato livello di trasparenza rendendo difficile la valutazione dell’impatto sociale generato, dall’altro una reticenza da parte dei cittadini nel considerare gli strumenti Web come la via più affidabile per incanalare un investimento.

Perché il mercato dell’Impact Investing si sviluppi con successo è necessario, accanto alla creazione di un ecosistema favorevole in termini di regolamentazione, che sussistano due condizioni portanti:

  1. La presenza di un ente sponsor e garante dell’iniziativa (non necessariamente istituti di credito, ma anche fondi pensione, fondazione bancarie o intermediari assicurativi);
  2. La misurabilità dell’impatto sociale, identificando gli ambiti di intervento che più si prestano a generare un risparmio di spesa pubblica.

Se da un lato la restituzione del capitale e la sua eventuale contenuta remunerazione sono compatibili con le finalità sociali delle progettazioni, dall’altro la valutazione ex-ante, il controllo in itinere e la valutazione ex-post divengono fattori imprescindibili nelle scelte di investimento consapevoli.

Seguendo questo approccio Nomisma sta sviluppando una serie di riflessioni sull’applicabilità di strumenti di ‘finanza innovativa’ in ambiti che non intercettano l’interesse degli operatori privati, ma che offrono prospettive di importanti ricadute sotto il profilo sociale e che potenzialmente sono in grado di stimolare un indotto economico di territorio. È su questa linea che si sta avviando una collaborazione anche con il Comune di Modena che alla luce della consolidata cultura sociale e di comunità può rappresentare un valido banco di prova delle potenzialità dello strumento.

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Bibliografia

2WEL, “Primo rapporto sul secondo welfare in Italia” (2013)
A.Vecci, “La finanza per il sociale: bolla o rivoluzione?”, Mensile Valori (2014) http://www.valori.it/dal-mensile/la-finanza-sociale-bolla-o-rivoluzione-7885.html
Comitato SIB Italia, “I Bond ad impatto sociale una proposta per l’Italia” (2013)
Fondazione Cariplo, “La finanza al servizio dell’innovazione sociale?“, Collana “Quaderni dell’Osservatorio” n. 11 Anno (2013)
Fondazione Sodalitas, Quaderno “Introduzione alla finanza sociale” (2015)
ISTAT, “Documento di economia e finanza 2015 – La finanza delle amministrazioni locali” (2015)
OECD, “Social Impact Investment: building the evidence base” (2015)
Provincia Autonoma di Trento – Direzione Generale, “Il finanziamento collettivo come opportunità: il crowdfunding” (2015)
Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8, “La finanza che include: gli investimenti ad impatto sociale per una nuova economia”, Rapporto Italiano (2015)
Unicredit Foundation, “Ricerca sul valore economico del Terzo Settore in Italia” (2012)

Pubblicato in Focus On Archivio

Salvatore Giordano, Esperto Nomisma 
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Marco Marcatili, Economista Nomisma  
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Marco Stevanin, Esperto Nomisma 
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Dopo la tempesta, ripensare lo sviluppo, se non costituisce una priorità dell’agenda politica, rappresenta una urgenza della comunità. Nella consapevolezza che le traiettorie di crescita non saranno più “autostrade” comode e ben visibili, ma “sentieri” impervi, tortuosi e spesso non riconoscibili immediatamente, ci sembra utile recuperare due “lezioni” che possono aiutare a condividere una rinnovata visione di sviluppo locale.
La prima di Carlo Trigilia secondo cui, in una economia sempre più legata a fattori non di mercato, meno governabili con semplici relazioni contrattuali e più basati invece su condizioni di contesto che facilitano la cooperazione fra soggetti, lo sviluppo locale si realizza quando migliora la capacità di produrre beni collettivi locali che alimentano la competitività delle imprese e quando aumenta la capacità di valorizzare beni comuni come risorsa e componente di una migliore qualità sociale. In tale quadro, allora, il perseguimento dello sviluppo locale, in un contesto di economia relazionale, dipende soprattutto dalla capacità di costruzione sociale dell’innovazione e diventa determinante la capacità dei soggetti locali, individuali e collettivi, di cooperare attraverso accordi formali e informali per arricchire le economie esterne materiali e immateriali. In questo senso, risulta centrale la qualità della governance locale, come dimostrano gli esperimenti incentrati sullo sviluppo caratterizzati dalla capacità dei gruppi dirigenti pubblici e privati di collaborare ad un progetto condiviso.
Nella seconda lezione di Giacomo Becattini il corretto punto di partenza dell’analisi produttiva postula che ogni luogo, per come hanno contribuito a formarlo madre natura e le vicende della sua storia, ha in ogni dato momento un suo grado di “coralità produttiva”, che si articola in mille figure istituzionali (dalla famiglia tipica all’impresa rappresentativa, al governo locale, ai riti religiosi ecc.) e culturali (per esempio, le istituzioni para-produttive, l’assistenza sociale, gli sport praticati e preferiti ecc.) che costituiscono lo sfondo (in senso antropologico) da cui dipendono e su cui si proiettano le decisioni, anche economiche. Siamo di fronte ad un processo composito dove, al servizio della crescita umana agiscono, simultaneamente e alternativamente, forze che provengono sia dal con-vivere che del co-produrre: economie esterne di “vicinanza caratteriale” ed economie esterne di “vicinanza tecnico produttiva” miranti tutte a soddisfare al meglio un particolare nucleo di bisogni.
Dimensione sociale (C. Trigilia) e coralità produttiva (G. Becattini) costituiscono una visione rinnovata dello sviluppo locale, meno “illuministica” rispetto agli ultimi decenni ma più capace di “autosostenere” endogenamente nuove funzioni propulsive dei territori. In questo contributo si intende illustrare possibili approcci e strumenti utilizzati per la sperimentazione di sviluppo locale, nell’ambito di esperienze condotte su reti di Comuni e con un particolare sguardo ai temi ambientali.

Strumenti ambientali integrati: limiti attuali e alto potenziale futuro

I vecchi modelli continuano a puntare su schemi di sviluppo inadeguati che, peraltro, determinano esternalità negative legate al consumo indiscriminato di suolo, a trasformazioni del territorio inappropriate, all’incapacità di attrarre gli investimenti e, ancora, di ripensare correttamente la valorizzazione di paesaggi e ambiti costruiti e attualmente sottoutilizzati, inefficienti e “geriatrizzati”.
La stessa polverizzazione territoriale e strutturale dei Comuni rappresenta un ulteriore fattore limitante[1]. La conseguenza di questo quadro si traduce in una sempre maggiore debolezza dello scenario di sviluppo strategico territoriale condiviso che, dal punto di vista legislativo, si è cercato di controbilanciare con la nascita dei nuovi paradigmi aggregativi e organizzativi orientati verso un contesto di area vasta (Città Metropolitana, Unione dei Comuni, ecc.[2]) finalizzati a cogliere le opportunità legate all’economie di scala, alla perequazione territoriale e sociale, e ad una valorizzazione dei territori più coerente con le proprie vocazioni[3].
Su questo fronte, la mancanza di una visione strategica e lo scarso coraggio nello sperimentare approcci più adeguati inducono le Amministrazioni a “pensarsi” nell’ambito ristretto del proprio territorio, o al massimo come somma di unità distinte.
Un'altra spinta di possibile bilanciamento e riconversione verso modelli di sviluppo più efficienti arriva dall’Europa, che raccomanda sempre più l’adozione di strumenti capaci di favorire visioni più ampie, integrate e soprattutto partecipate.
A tal proposito è opportuno ricordare, a titolo di esempio, i Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES, ovvero patto dei sindaci per la riduzione della CO2), i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile (PUMS, finalizzati a valorizzare sempre di più la qualità ambientale e dei cittadini, attraverso un più ampio approccio al tema della mobilità e traffico), ma anche i Contratti di Fiume (CdF, attivi e prolifici in Europa e adesso in grande espansione anche in Italia), gli Osservatori del Paesaggio (avviati con la Convenzione europea del paesaggio del 2000) che, analogamente ai Contratti di Fiume, consentono di attivare, attraverso la creazione di tavoli di coordinamento degli stakeholders, nuove risorse economiche da convogliare in azioni e progetti condivisi e partecipati, di tutela e valorizzazione di fiumi e territori. Meritano una particolare menzione, inoltre, i Contratti di Sviluppo (CdS) come strumenti agevolativi, promossi dal Ministero dello Sviluppo economico e gestiti da Invitalia, diretti a sostenere sul territorio investimenti strategici e innovativi di grandi dimensioni (pari ad almeno 20 milioni di euro), il cui oggetto del contratto può essere relativo all’industria, al turismo o alla tutela ambientale.
Ricordiamo, infine, anche i Regolamenti energetico-ambientali che forniscono linee guida per progettare in maniera effettivamente sostenibile i territori (in realtà molti regolamenti, dichiarati come innovativi, hanno spesso il ruolo di colmare il gap normativo e di qualità edilizia rispetto allo standard imposto dall’Europa e sempre più disatteso con il pretesto della crisi economica).
Questi strumenti rappresentano reali opportunità per i territori e le Amministrazioni, in quanto si basano su una lettura integrata dei database ambientali che consentono di delineare una visione unitaria e concreta di sviluppo, nella definizione delle scelte strategiche future. Per fare tutto ciò tali strumenti devono però essere utilizzati nella loro accezione più ampia, ovvero di strumenti “pattizi” capaci di mettere a sintesi e coniugare correttamente le “coralità produttive” presenti. Seppure di grande interesse teorico e nonostante la forte carica di modernità, si tratta di approcci e strumenti che stentano tuttora a decollare.

Necessità di una cornice strategica per l’interoperabilità e la bancabilità degli strumenti

Il radicamento dei vecchi modelli di sviluppo, che influenza e limita il carattere innovativo degli strumenti sopra descritti, l’intensa proliferazione e, spesso, la sovrapposizione di protocolli simili (i PAES, ad esempio, hanno radici comuni ai Piani di Adattamento Climatico, ai Piani del Clima, all’Agenda XXI, ecc.), la necessità di contenere i costi delle Amministrazioni a scapito della qualità dei contenuti, portano molto frequentemente all’elaborazione di piani le cui azioni appaiono scarsamente “bancabili” e difficilmente in grado di attrarre investimenti reali, con riferimento sia alla programmazione europea sia alla possibilità di mobilitare interessi e interlocutori privati attraverso progetti di interesse collettivo. In tal senso, strumenti elaborati senza una visione strategica di riferimento soffrono sempre più frequentemente di uno sguardo parziale e troppo spesso “autoreferenziale” che genera un quadro stratificato di informazioni poco legate tra loro e all’origine di una complessità sempre meno gestibile da parte delle stesse Amministrazioni. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato anche dalla necessità di questi strumenti di colloquiare e integrarsi con i piani dei territori (gli ex piani regolatori) che – seppure estremamente approfonditi, dettagliati e influenzati positivamente da relativamente recenti aggiornamenti normativi (vedi ad esempio L.R RER 20/2000) – si sono dimostrati molto spesso inadeguati, troppo lenti e incapaci a riadattarsi alla repentina trasformazione di un mercato ancora oggi in evoluzione.
In un quadro di così grandi contraddizioni, caratterizzato da azioni di “agopuntura territoriale” per rispondere ad esigenze immediate e, al contempo, dalla necessità di una “pianificazione strategica” per costruire lo sviluppo locale con un orizzontamento di medio-lungo termine, l’unico antidoto diventa sapere riconoscersi e reinteprestarsi dentro una visione condivisa della realtà e delle potenzialità di sviluppo, oltre che accompagnare la comunità civile e imprenditoriale a identificarsi negli interessi collettivi. In questo senso, da un lato si può sostenere che senza visione l’agopuntura trasforma anche i territori più dinamici in inutili “progettifici”; è infatti solo in presenza di una visione strategica che l’agopuntura territoriale può diventare utile per rinnovare la stessa visione della realtà. Dall’altro lato, anche la pianificazione strategica, senza una visione condivisa e allargata ai soggetti reali dello sviluppo, diventa puro esercizio di stile.

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Fonte: Nomisma

Non c’è un algoritmo risolutivo per costruire un disegno comune e condiviso dello sviluppo locale, ma suggeriamo la costituzione di un “coordinamento misto” (tecnico e politico, locale e sovra-locale) in grado di restituire, attraverso una fase ricognitiva e di sintesi, un “cruscotto a supporto delle decisioni” per agire nelle seguenti direzioni:

  • attivare un processo strategico e un percorso realmente integrato delle reti di Comuni interessate al rilancio dello sviluppo locale;
  • assistere le Amministrazioni nel coinvolgimento attivo dei diversi attori presenti sul territorio attivando processi e strumenti “pattizi” capaci di raccogliere e definire le attività in accordi di sviluppo coordinato e condiviso con tutti gli interlocutori;
  • catalizzare risorse economiche e percorsi di finanziabilità di azioni e progetti (dai fondi comunitari alla emissioni obbligazionarie di scopo tipo social bond, dalla costruzione di interessi locali al coinvolgimento di investitori sovra-locali).

Per il raggiungimento di questi obiettivi si ritiene imprescindibile l’attivazione di un percorso strutturato, con la capacità di inquadrare le tematiche in un contesto sovracomunale e allineato all’evoluzione nazionale ed europea, nonchè di cogliere e utilizzare al meglio la modernità degli strumenti pattizi.

Ambiente, salute, e reputazione come driver di sviluppo

Di fronte a queste sfide la prima tappa per le Amministrazioni è quella di costruire e comunicare una possibile visione di sviluppo dei propri territori affinando, attraverso un processo di “rigenerazione” complessiva e integrata, gli stessi strumenti ambientali e territoriali disponibili. In tal senso è molto importante una “regia mista”, in grado di definire ex ante un metodo di lavoro riconosciuto a livello europeo e di favorire dall’esterno una più efficace coralità produttiva. Difficilmente infatti, a causa della debolezza degli strumenti disponibili, le Amministrazioni si interrogano in maniera efficace sulle aspettative di un potenziale attore esterno (sia esso investitore, turista, fruitore). Senza questo elemento diventa impraticabile l’individuazione del valore reputazionale che condensa la capacità di un sistema territoriale (imprese, famiglie, amministrazioni, infrastrutture, cultura e tanto altro) di competere e, soprattutto, di essere credibile nelle linee di sviluppo prescelte o delle reti dei comuni partecipanti[4].
I temi legati al rapporto ambiente - salute, qualità della vita e sviluppo sostenibile sono fortemente interconnessi[5]. Il punto di partenza fondamentale per la costruzione attendibile di una visione strategica è rappresentato dalla corretta definizione del quadro ambientale, correlato agli aspetti sanitari e alle economie attivabili. La sottovalutazione dei temi ambientali e soprattutto sanitari, oltre che dei costi conseguenti, ha portato nel tempo a storture, che si stanno ora cercando faticosamente di correggere con imposizioni normative. Nell’ottica, ad esempio, di limitare le fragilità territoriali tipiche italiane quali gli effetti climatici, geomorfologici, di rischio geologico–idraulico, di erosione del territorio agricolo, si sta elaborando il disegno di legge “contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato" (2039).
Più strettamente legati ai temi dell’efficienza e al binomio ambiente e salute sono invece le situazioni urbane. Le città hanno bisogno di rinnovamento (l’80% delle abitazioni è stato costruito prima del 1981 con conseguenze sull’efficienza e quindi sui consumi). Inoltre, il problema dell’inquinamento indoor[6] rappresenta una criticità se si pensa che oltre l’80% della propria giornata viene trascorsa all’interno di edifici. Anche l’inquinamento urbano della pianura padana ha effetti sulla salute pubblica e sui costi conseguenti[7]. Sul fronte della tutela del territorio il rischio idraulico presenta i picchi di problematicità più elevati[8]. In questo caso la possibilità di intervenire in maniera preventiva dimostra che oltre a ridurre i costi, anche in termini di vite umane, è possibile attivare un’economia che genera 6 euro per ogni euro di investimento.
Da questa breve disamina risulta quindi evidente che per i territori non è più possibile agire secondo gli schemi classici; solo l’utilizzo razionale[9] degli strumenti di controllo e gestione (si è accennato a PAES, PUMS, CdF, ecc.) possono invece migliorare l’efficienza, attivare processi virtuosi e fattori moltiplicativi in termini di economia locale, attrattività degli investimenti/investitori e fondi europei 2014-2020.
A tale scopo appare risolutivo, quindi, avviare una raccolta ragionata delle informazioni territoriali disponibili da organizzare in un “cruscotto” di controllo e supporto delle decisioni. Questo dovrà essere organizzato per esprimere in maniera sintetica una rilettura trasversale del quadro della sostenibilità, sempre più affrontato secondo un approccio integrato degli aspetti ambientali, economico-sociali e sanitari. In contrapposizione alla mastodontica organizzazione dei piani è necessario individuare e lavorare sui fattori limitanti e, in quanto tali, capaci di garantire un valore incrementale dovuto alla reale integrazione con altri parametri.
Una mobilità sostenibile, ad esempio, non risolve solo questioni legate strettamente al traffico[10], ma riduce anche i costi sanitari, incrementa la produttività dei fattori e migliora il valore reputazionale di un territorio, dunque l’attrattività turistica e per nuove filiere produttive.
L’elaborazione e/o rivisitazione dei piani ambientali e di sostenibilità di matrice europea prima descritti, se affrontati in una chiave realmente integrata, rappresenta un passaggio fondamentale e soprattutto un’opportunità per le reti di comuni, in quanto capaci di attrarre risorse legate a finanziamenti nazionali ed europei, nonchè di soggetti privati che, nella chiarezza della visione di sviluppo locale, vedono una garanzia per i loro investimenti.

Alcune conclusioni

Qualità della vita, sostenibilità e felicità rappresentano le diverse declinazioni con cui molti Osservatori si spingono a classificare i nostri territori (Province, Città, Borghi) in termini di migliore vivibilità. Sono classifiche che sicuramente riflettono l’arbitrarietà della batteria di indicatori prescelta e, soprattutto, delle diverse concezioni culturali di benessere, ma hanno il pregio di restituire – alle amministrazioni e alle comunità locali che intendono reinterpretarsi in un diverso ruolo futuro – piste di lavoro e una possibile agenda politica. Da molti anni Il Sole 24 Ore si occupa di raccogliere un ricco patrimonio informativo che spieghi la qualità della vita a livello provinciale. Anche Forum PA, in occasione della sua annuale manifestazione bolognese Smart City Exhibition, divulga da qualche anno la classifica delle città italiane intelligenti italiane, secondo le sei dimensioni (economy, people, governance, mobility, environment, living) con cui l’Unione Europea declina l’intelligenza, la sostenibilità e l’inclusione urbana. Infine, il Centro Studi Sintesi si è cimentato recentemente nella selezione di 176 Comuni italiani (con più di 5.000 abitanti in montagna/collina/pianura) posizionandoli sulla base di 48 indicatori rappresentativi del grado di felicità pubblica, con riferimento alle indicazioni fornite alla Commissione Europea da parte del pool di economisti guidati da Stiglitz, Sen e Fitoussi.
In tutti i casi, sorprende l’invisibilità di molti territori non riconducibili immediatamente ad “aree amministrative”, al punto da creare problemi non solo sul piano della “rappresentanza”, ma anche su quello della “rappresentazione”.
Il percorso proposto in questo contributo, si concretizza in una attività di supporto e accompagnamento per le Amministrazioni, nell’ottica sia di accreditare i territori come “unità significativa di rilevazione” sia di attivare i territori verso una nuova visione corale e strategica, capace di riposizionare lo sviluppo locale, attrarre nuove economie e soggetti reali. Rispetto ai meritevoli sforzi di posizionamento di territori in una classifica, il percorso proposto si prefigge di superare il limite della successione fotografica e di ricomporre i vari fotogrammi in un'unica “proiezione”, finalizzata ad individuare un reale, credibile e condiviso scenario di sviluppo locale. Passare dalla “foto” al “film” – evitando paradigmi di “valorizzazione” troppo semplificati, effimeri e non ancorati ai fabbisogni reali del territorio – costituisce il metodo per un nuovo “deal di sviluppo” dei territori, ma la sfida – come altre – richiede un grande sforzo di intelligenza collettiva.

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[1] A gennaio 2014 il 70% dei comuni italiani è un Piccolo Comune: sono infatti 5.640 i comuni fino a 5.000 abitanti (Fonte: Dipartimento Economia Locale – Fondazione IFEL).

[2] Tra la fine di dicembre 2013 e febbraio 2014 sono ricorsi alla fusione 61 comuni, che a loro volta hanno dato vita a 26 nuove amministrazioni comunali, con una conseguente contrazione dell'universo dei comuni italiani, passato da 8.092 unità a 8.057 (Fonte Dipartimento Economia Locale – Fondazione IFEL).

[3] La forma più diffusa di valorizzazione del proprio territorio è quella di far parte di reti di Comuni, aggregati in forme di associazionismo.

[5] A healthy city is an active city: a physical activity planning guide, Who Europe (30).

[6] Secondo gli studi dell’EPA (Enviromental Protection Agency) statunitense, a causa dell’esposizione agli inquinanti biologici il numero di asmatici è cresciuto negli ultimi anni del 41% negli individui al di sotto dei 15 anni. In Italia si stima che fino al 20% della popolazione soffra di asma e di altri disturbi allergici causati da sostanze abitualmente presenti negli ambienti chiusi. A questo si aggiungono inquinanti interni come il fumo di tabacco, il radon, l’amianto e il benzene, che possono contribuire in maniera rilevante all’aumento di cancro nella popolazione.

[7] Ictus, infarti, tumori, asma, polmoniti, allergie e molte altre patologie. L’inquinamento uccide nel mondo 3,7 milioni di persone all’anno. La zona più inquinata d’Italia è la Pianura Padana: in Lombardia ogni anno muoiono 300 persone, l’80% delle quali (circa 230) nella sola Milano. Questo dato considera unicamente gli effetti acuti dell’inquinamento, e non prende in considerazione l’impatto maggiore dovuto all’esposizione cronica – fonte: convegno “I costi dell’inquinamento atmosferico: un problema dimenticato”, organizzato da Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano, IEFE – Università Bocconi e Associazione Peripato.

[8] Il 10% della superficie italiana è ad elevata criticità idrogeologica. I comuni interessati sono 6.633,circa l'81,9% del totale. Fonte: Conferenza nazionale sul rischio idrogeologico, febbraio 2013. Inoltre ci sono piu` di mille comuni italiani che vivono sotto la minaccia di alluvioni. Gli eventi di piena e i fenomeni franosi avvenuti negli ultimi 25 anni ci sono costati intorno a 25 miliardi di euro. Fonte: Soc. Geologica Italiana

[9] Per utilizzo razionale degli strumenti si intende la loro “rigenerazione” in chiave estremamente operativa e veloce (e quindi da effettuarsi nell’ambito del processo proposto). Si tratta in pratica di effettuare analisi incrociate in modo da far colloquiare tra loro strumenti diversificati, codificare e semplificare le azioni, individuare le linee propulsive comuni e più utili alla finanziabilità/sviluppo, di affinarle in chiave di azioni progettuali “bancabili”.

[10] In ambito europeo, dati 2010, l'Italia, con 606 autovetture ogni 1000 abitanti, si colloca al secondo posto, dopo il Lussemburgo (659). La media europea è di 476 autovetture su 1000 abitanti (Fonte: Istat).

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Cremona, Camera di Commercio, ore 9.00 – Il Gal Oglio Po Terre d’Acqua, affiancato da  Nomisma nel percorso di definizione del Piano di Sviluppo Locale 2014-2020, organizza il convegno nazionale “Agricoltura Biologica e Agricoltura Blu nello Sviluppo Rurale”.

Programma

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Fermo, ore 15.30. Presso la sede della Camera di Commercio, Marco Marcatili introduce il workshop “La programmazione europea 2014-2020: gli interventi indiretti. Le risorse comunitarie per lo sviluppo del sistema produttivo e la crescita sostenibile del territorio”.

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