7 febbraio 2014 - Intervista a Giulio Santagata, Consigliere Delegato allo Sviluppo Strategico Nomisma

Secondo diversi osservatori il governo in carica sembra operativo solo per gli affari correnti. Lo stesso presidente Prodi nel corso di un'intervista a Corriere della Sera ha chiesto uno scatto in avanti. Cosa deve fare l'esecutivo per rilanciare la sua azione?
Questo esecutivo, nato in una situazione di emergenza, si trova a dover affrontare un momento contingente particolarmente complicato.  Anche se il governo ha dei vincoli molto stringenti dal punto di vista del bilancio, credo che debba individuare in maniera molto precisa una serie di priorità. Prima di tutto favorire l’occupazione e operare con più determinazione sul versante del costo del lavoro inteso come cuneo fiscale. In secondo luogo bisogna riportare soldi nelle tasche dei lavoratori italiani al fine di rilanciare i consumi interni e ridistribuire il reddito. Questi aspetti rappresentano i due importanti nodi che il governo dovrebbe affrontare.  

Il lavoro è ritornato al centro del dibattito politico. In particolare con il Job Act di Renzi: ritiene sostenibile questa proposta oppure occorrono miglioramenti?
Diciamo che ne condivido l’impianto. Il lavoro non si crea con le regole, ma si crea con l’economia alimentando un clima complessivo di crescita e cercando di sfruttare al meglio i potenziali e le risorse distintive del nostro paese. Sul versante delle norme condivido l’idea che occorra sfoltire la quantità di contratti dal momento che questa flessibilità ha finito col generare precarietà. Un’idea unica di contratto di inserimento mi sembra un’idea giusta da perseguire.

Sempre sul tema lavoro in questi giorni le pagine dei quotidiani si sono occupate dalla vicenda Electrolux e di altre trattative sindacali. Come fermare questa emorragia di posti di lavoro e fuga delle grandi imprese che sta vivendo l'Italia?
Abbiamo contemporaneamente due fenomeni: da una parte Electrolux e dall’altra Philip Morris che ha scelto l’Italia come base per un grosso investimento. C’è un’attenzione nuova di capitali internazionali per l’Italia e un nucleo di imprese che dimostrano che si può essere competitivi sul mercato mondiale stando in Italia. Siamo tra i primi esportatori al mondo per almeno 5-600 tipologie di prodotti, il punto è che bisogna fare bene impresa sfruttando al meglio innovazione e capacità degli impianti. Per far questo c’è bisogno che sistema e territori funzionino, in altre parole c’è bisogno di una forte politica industriale. Il vero modo per fermare “l’emorragia” non è abbassare ulteriormente i salari, bisogna piuttosto crescere la produttività complessiva del sistema. Alcune imprese dimostrano che questo è possibile; io sono abbastanza fiducioso.

A suo parere chi ci guadagna e chi perde da quanto annunciato da Marchionne?
A guadagnare sono sicuramente gli azionisti della Fiat che avevano in mano un’azienda molto vicina al default e si ritrovano ad essere azionisti del settimo gruppo automobilistico del mondo. Dal punto di vista industriale devo dire che l’operazione di Marchionne su Chrysler è stata senza dubbio brillante. A “rimetterci” è il sistema paese Italia. L’idea di perdere una delle poche grandi aziende che ci era rimasta è un problema. Non possiamo pensare di avere un sistema produttivo fatto tutto di medie e piccole imprese. Il sistema industriale ha bisogno di grandi aziende che trainino la ricerca di base e che aprano i grandi flussi sui mercati. Uscire dal mercato dell’auto, per l’Italia che è stata un grosso produttore con una capacità di innovazione e un indotto nella componentistica molto forte, sarebbe un problema. A oggi non so dire se Fiat intenda davvero abbandonare l’Italia o se arriveranno investimenti significativi, ma rimanere solo con Ferrari e Maserati mi sembrerebbe poco.

Bundesbank ha rilanciato la proposta di una patrimoniale per i paesi in sofferenza in Europa. Nomisma a fine dicembre aveva indicato la proposta della soluzione del 10% caduta in un imbarazzato silenzio. E’ questo lo strumento utile per dare una svolta in chiave redistributiva e di risanamento dei conti pubblici?
Arrivati a questo punto della crisi la patrimoniale non può essere uno strumento totalmente finalizzato ai conti pubblici e a sanare il debito. Capisco la proposta tedesca, sono anni che pensano che noi dobbiamo pagare le loro linee di sviluppo. La Germania mantiene un eccesso di attivo di bilancio commerciale che penalizza i paesi meno forti . Credo che una redistribuzione del reddito tra imprese e lavoro da una lato e rendite dall’altro serva per rilanciare l’economia. Siamo il paese europeo con maggiore avanzo primario ed è necessario rimettere in circolo soldi destinati a lavoratori e imprese, e invece abbiamo troppi soldi bloccati in patrimoni che hanno capacità veramente insufficiente di produrre reddito.

Il Wall Street Journal ha indicato in un recente articolo come la Germania rischi di essere il nuovo osservato speciale in Europa.  Con le continue prediche al rigore rivolte ai paesi sud Europa abbiamo la decisione della Grosse Koalition di abbassare l'età pensionabile da 67 a 63 anni. Decisione criticata tra l'altro dall'ex cancelliere Schroeder autore delle riforme in Germania che hanno rilanciato il Paese. Lei come la vede?
Io mi preoccupo della Germania non tanto dal lato dei conti pubblici come fa il WSJ; mi preoccupo perché il modello tedesco mostra oggettivi elementi di debolezza che somigliano molto ai nostri. Il mercato del lavoro tedesco funziona più del nostro perché ha 9milioni di  “mini jobs”, cioè lavori pagati 400 - 500 euro al mese e questo alla lunga si ripercuote sulla capacità di domanda interna. La Germania non può pensare di vivere solo di esportazioni; in rapporto alla popolazione è il più grande esportatore del mondo, ma se il mondo rallenta la Germania corre un grosso rischio. La soluzione  pensionistica può aiutare a generare posti di lavoro. In Italia abbiamo fatto il contrario alzando in maniera molto marcata l’età pensionistica. Siamo diventati così il paese europeo dove si va in pensione più tardi, ma l’effetto sull’occupazione giovanile si è visto immediatamente. Bisogna trovare un giusto equilibrio, bisogna che i conti stiano in pareggio e in ordine, ma non possiamo permetterci né  di andare in pensione troppo presto né di andarci troppo tardi.

Una forte preoccupazione viene dai paesi emergenti, in particolare dalla Cina. Si parla di rischio finanziario. Quali segnali coglie? Potrebbe essere questo il colpo mortale per la debole ripresa globale?
In generale i paesi Brics hanno goduto di un’inondazione di liquidità derivata dalla risposta che gli Stati Uniti e in parte l’Europa hanno dato alla crisi. Abbiamo inondato il mondo di dollari e un po’ meno di euro e questo ha in parte “drogato”  il modello economico di questi paesi. La Cina è in parte esente da questa dinamica pur avendo drenato risorse finanziarie enormi. La Cina ha prodotto un surplus commerciale che in qualche modo doveva equilibrare attraverso l’acquisto di titoli di debiti sovrani nei vari paesi. Oggi se l’America cresce dal punto di vista dell’economia reale cessando di alimentare la ripresa con la liquidità, questi paesi corrono un rischio.  La Cina ha ormai raggiunto un livello tale per cui la crescita al 9% - come ci ha abituato – non è più così scontata e deve comunque rallentare. Un rallentamento dell’economia cinese si riflette su tutti. Abbiamo sempre affermato che la dinamica economica cinese ci ha penalizzato in termini concorrenziali, ma nel breve e medio periodo un calo dell’economia cinese non può che preoccupare tutti quanti.

Lei intravede la ripresa a portata di mano?
Negli anni Novanta – quando ancora il nostro Paese segnava un po’ di crescita - avevamo più volte affermato che l’Italia aveva un problema strutturale a crescere di più. Viviamo una situazione demografica di invecchiamento, c’è difficoltà a far crescere le aree del mezzogiorno e sui giornali si legge quanto l’economia illegale pesi sulla nostra economia  reale. Con la crisi il PIL italiano è calato del 10% e quindi abbiamo un margine potenziale di recupero di risorse da investire nella crescita. Non possiamo dire che il PIL crescerà esattamente come prima e con le specializzazioni produttive di prima, ma abbiamo una potenzialità e delle risorse su cui investire. Il fatto che le nostre esportazioni abbiano tenuto e anzi siano cresciute evidenzia che come capacità tecnologica, come appeal dei nostri prodotti e come qualità della manodopera il Paese non è secondo a nessuno. Quindi potenzialmente se ci si libera dal giogo di uno stato che funziona male e da una burocrazia ipertrofica riuscendo a uscire dalla gabbia dell’illegalità del lavoro nero, penso che l’Italia possa ancora giocare un ruolo decisivo nell’economia mondiale. 

In uno studio Nomisma indica come dal 1958 che non si verificava il sorpasso dei turisti stranieri su quelli italiani nel nostro paese, cosa fare per non perdere il treno mondiale per questo settore in cui l'Italia potrebbe fare molto di più?
Il dato presenta una doppia lettura. Quella positiva evidenzia una ripresa dei flussi di turismo internazionale, quella negativa mostra invece un calo di domanda interna. Siamo tornati in classifica per le presenze, ma ci manteniamo a un basso livello nella classifica per gli arrivi. Questo dato mostra come l’Italia non abbia una struttura di trasporto internazionale all’altezza di un paese che vuole essere leader mondiale nel settore turistico. I turisti internazionali, penso a quelli asiatici e non solo, difficilmente hanno come primo punto di sbarco un aeroporto italiano. Arrivano a Parigi, a Francoforte, nei grandi hub ma non in Italia; questo costituisce un problema. Un’altra criticità è la mancanza di tour operator e alberghi visibili su scala internazionale. Dovremmo fare – come tutto il settore terziario del nostro paese – un salto di qualità significativo costruendo imprese di dimensioni adeguate. L’Italia rappresenta ancora un brand straordinario perché è ricca di risorse, ma non si ha la struttura adeguata per essere i numeri uno del turismo mondiale. Bisogna lavorare sulla struttura.  

A cura dell’Ufficio Stampa di Nomisma

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