11 luglio 2014 - Intervista al Gen. Giuseppe Cucchi, Responsabile dell’Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza di Nomisma

Gas: il contratto trentennale tra Mosca e Pechino ha una portata geostrategica e delinea più chiaramente il concetto di Eurasia? Siamo davanti a un cambio di strategie e alleanze e a una nuova “ristrutturazione” della geografia politica?

No, non credo che quanto è avvenuto incida in qualche maniera sul concetto di Eurasia. Direi piuttosto che ci troviamo davanti ad un primo esempio di quanto potrebbe domani succedere. La firma del contratto fra Russia e Cina è avvenuta  in un momento del tutto particolare, allorché Putin aveva interesse a dimostrare all'Occidente - o a quanto ne resta - che non era obbligato a seguire le indicazioni che gli giungevano da Washington e Bruxelles poiché gli si apriva ancora davanti un ventaglio di alternative più favorevoli. Tra l'altro con la firma di questo colossale contratto con la Cina Putin ha anche contribuito ad attenuare considerevolmente ogni tensione che potesse ancora esistere tra i due paesi. Non che questo livello di tensione fosse più elevato come un tempo. Per convincersene basta osservare la calma con cui la Russia tollera oggi la silenziosa invasione cinese della Siberia, un continuo stillicidio di emigranti che ha progressivamente trasformato  Vladivostok in una metropoli cinese.

Lo shale gas statunitense potrà mai entrare in competizione rispetto al gas russo?

Forse si, ma certamente non nel corto e nel medio periodo. Per trasferire lo shale gas dagli USA ai potenziali utilizzatori europei occorre infatti liquefarlo, trasportarlo via mare e, una volta a destinazione, ritrasformarlo in gas in appositi impianti. Un complesso sistema di infrastrutture e mezzi che ora non esistono e che potrebbero essere approvvigionati in quantità sufficiente soltanto nel lungo periodo. Sempre poi che gli esagerati scrupoli ambientali e paesaggistici tipici di paesi come il nostro non finiscano col rallentare talmente il progetto da metterne in forse l'esecuzione. E' quanto sta succedendo oggi con il gas dell'Adriatico che noi non ci decidiamo ad estrarre facendo la felicità dei dirimpettai comproprietari croati che estraggono anche la nostra parte.

In Libia permane uno scenario complesso legato al post Gheddafi e alle recenti elezioni legislative. Quali scenari si prospettano? Questa area rappresenta un “buco nero”?

Nonostante tutti gli sforzi fatti sino ad ora per cercare di ristabilire nel paese una situazione di tranquillità e di equilibrio che consenta a un governo legittimo di esercitare il pieno controllo del territorio, siamo ancora ben lontani dal conseguire un tale risultato. La situazione sembra anzi aggravarsi di giorno in giorno e a nulla valgono né il tentativo egiziano di puntare sul supporto ad un uomo forte, né quello tunisino di rimettere in gioco le vecchie gerarchie tribali. Anche l'Italia si è spesa per Tripoli in più occasioni, prima ospitando una conferenza internazionale che non ha avuto il successo che si sperava, poi contribuendo con altri paesi all'addestramento di truppe che dovrebbero domani operare sotto il controllo del governo centrale. Il problema più immediato è infatti quello di fornire al potere legittimo i mezzi per opporsi con efficacia alle numerosissime milizie, ben armate e ben pagate, che si sono ritagliate ciascuna un proprio feudo in territorio libico.

Come giudica l’iniziativa anglo-francese per abbattere Gheddafi?

Nel peggiore dei modi possibile. La considero un atto motivato non da pulsioni morali, benché Gheddafi fosse in effetti persona effettivamente da condannare, ma da interessi economici, in particolare la speranza anglo/francese di sostituire Italia ed ENI in quella che almeno nel settore degli idrocarburi rimaneva una loro zona di quasi esclusiva influenza.  Quando le reali difficoltà e la insufficienza di  Francia ed Inghilterra sono divenute palesi, la  NATO è dovuta poi intervenire per evitare che il tutto si concludesse con uno stallo. A quel punto anche l'Italia si è accodata, con una decisione che reputo uno dei maggiori errori della nostra storia recente. Arrivare a fare la guerra a noi stessi? E’ follia pura.

Iraq: per la gestione di questa complessa crisi USA e Iran sono gli unici attori che potrebbero riportare l’ordine?

Il primo dei protagonisti che potrebbero iniziare il processo destinato a riportare l'ordine è probabilmente il governo iracheno stesso. Un rimpasto che eliminasse l'attuale premier, rivelatosi troppo settario, e inaugurasse una politica più aperta verso tutte le componenti del paese potrebbe infatti contribuire perlomeno al recupero delle milizie sunniti tribali. Resterebbe pur sempre in linea la parte più estremista del cosiddetto Califfato, ma una coalizione che comprendesse le milizie curde e sciite, eventualmente rinforzate da combattenti iraniani e libanesi sostenuti da fuoco, intelligence e logistica americani  avrebbe buone speranze di contrastarla efficacemente. Attenzione comunque al fatto che se una simile coalizione dovesse aver successo, al termine del conflitto ciascuna delle sue componenti presenterà il proprio conto all'incasso alla comunità internazionale.

Affrontando un dibattito che ha preso piede a suo parere è stata più colpa di Bush figlio invadere l’Iraq o più colpa di Obama abbandonare l’Iraq in questo momento?

Una domanda difficilissima. Di sicuro nessuno di loro ha agito con la prudenza di Bush padre e del Generale Shwarzkopf che nella prima campagna di Iraq mirarono a vincere la guerra senza destabilizzare completamente il paese. Tenderei comunque a colpevolizzare di più Bush figlio che ha avuto la possibilità di scegliere se agire e come agire, piuttosto che Obama che ha ereditato una situazione fallimentare ed una serie di guerre che gli USA non volevano più combattere. Che altro poteva fare a quel punto, se non andarsene?

Europa con, in prospettiva lontana, un allargamento anche alla Ucraina. Quali nuovi equilibri può favorire questa ulteriore apertura verso l'est?

Comporterà un ulteriore aggravio degli squilibri già esistenti fra un est europeo che negli ultimi venticinque anni è stato al centro dell’attenzione comunitaria rimanendo costantemente la prima delle priorità europee e un sud che viene costantemente negletto  e non è ascoltato neppure quando domanda ciò che gli spetterebbe di diritto. Un esempio terribile è il modo in cui l'Italia è lasciata sola di fronte al problema dei migranti. Un altro il costante disinteresse per ciò che succede nell'area araba, benché essa sia strettamente connessa alle altre componenti della realtà mediterranea. La colpa di questo stato di fatto è comunque in pari misura degli stati del nord e centro Europa, che fanno pesare in pieno nelle decisioni il loro numero e peso specifico, e di quelli del sud che non sanno imporsi con la grinta che a volte sarebbe indispensabile. Esiste un diritto di veto; avete mai visto l'Italia usarlo?

Come vede il futuro dell’Euro?

Bene, anzi benissimo, anche se ci sono dei momenti in cui mi piacerebbe che la nostra moneta non fosse così sopravalutata rispetto alle altre. Mi piacerebbe anche, col tempo vederla entrare in un paniere di monete forti che sostituisse il dollaro come riferimento mondiale... ma questi per il momento sono sogni. Per ora quindi mi accontento di essere grato all'euro per aver salvato noi paesi economicamente più deboli quando la crisi europea era al suo massimo.

Nomos & Khaos: qualche anticipazione sul prossimo numero?

E togliere così a chi lo leggerà tutto il gusto della scoperta? No, preferisco sottolinearvi soltanto un concetto già acquisito ma che ci accompagnerà comunque per tutto il nuovo volume, vale a dire l'idea che il cambiamento in atto sia di tale durata, portata ed intensità  da non potere essere più associato al concetto di crisi. Il cambiamento che stiamo vivendo, in alcuni momenti drammaticamente, non è così un fatto eccezionale con precisi confini di tempo. E' invece la normalità destinata ad accompagnarci, nel bene o nel male, per tutta la nostra vita.

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