6 novembre 2014 - Intervista a Patrizio Bianchi, Professore ordinario di Economia applicata presso l’Università degli Studi di Ferrara e Assessore a Educazione, Ricerca e Lavoro della Regione Emilia Romagna.

Globalizzazione, crisi e riorganizzazione industriale, una crisi lungamente preparata.

 

Nella premessa del suo libro – Globalizzazione, crisi e riorganizzazione industriale - Lei parla di una “crisi lungamente preparata”: a cosa si deve questa descrizione?
La crisi che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo non è soltanto una crisi finanziaria: si tratta di una lunga caduta iniziata quando l’occidente si è allontanato dalla manifattura e dalla produzione; caduta che ha lasciato il settore della manifattura in mano ai paesi emergenti, provocando – per il nostro paese - una vera e propria perdita della cultura della produzione. In questo senso l’industria è da percepire non più come residuo del passato ma come vera e unica base di sviluppo per il futuro: considerare la manifattura significa dare importanza alla cultura della manifattura e all’economia reale.

Questo significa che all’Italia è rimasta soltanto un’economia di carta?
Il prevalere dell’economia di carta ha portato con sé una lettura degli avvenimenti orientata tutta sul brevissimo periodo.

Periodo da cui non siamo ancora usciti, non riuscendo a vedere un obiettivo.
Dal punto di vista culturale siamo ancora molto lontani; per questo credo che una riflessione su questo argomento sarebbe molto importante per la stessa Nomisma. Non dimentichiamoci che quando Nomisma venne fondata persino nel nome si decise di porre l’enfasi sull’economia reale, enfasi che oggi è più necessaria che mai.

Guardando ad un orizzonte europeo, si può dire che l’attenzione e la riscoperta della vocazione industriale dell’Italia – e, più in grande, del nostro continente – non sia stata ancora ben compresa?
C’è stata una prima riflessione sulla necessità di un ritorno alla manifattura, obiettivo nemmeno così ambizioso e comunque alla portata dell’Italia: che il 20% del PIL debba tornare ad essere prodotto da attività industriali è un obiettivo lontanissimo e quasi irraggiungibile per alcuni paesi, ma non per noi che rimaniamo – assieme alla Germania – il paese con la più alta specializzazione manifatturiera. Purtroppo non basta darsi un obiettivo importante, seppur non così straordinariamente ambizioso: il problema è tornare a ragionare sul valore centrale della produzione in ambito industriale. Questa è  un’operazione che aspetta ancora di essere messa in atto: io vedo ancora – da parte di alcuni economisti - una grandissima enfasi sull’economia finanziaria a discapito di quella reale.

Al netto di quelle che potremmo descrivere come delle dimenticanze da parte degli economisti che non si dedicano abbastanza a quest’analisi, quali crede siano gli ostacoli reali volti ad impedire questo cambio paradigmatico? Su quali temi si potrebbe concentrare una riflessione più costruttiva?
Innanzitutto occorre riflettere sul concetto di nuova industria: l’industria che noi eravamo abituati a conoscere in passato aveva delle barriere di scala soprattutto legate alla dimensione della produzione. Oggi la nuova economia ha delle barriere di scala legate a due fattori: da una parte ricerca e risorse umane, dall’altra parte il mercato. In passato si è data molta importanza al prodotto che oggi si realizza con una serie di tecnologie che consentono una produzione molto personalizzata. Se, da un lato, questo implica la necessità di una grande sensibilità verso il cambiamento e l’evoluzione dei bisogni delle persone, dall’altro mette a disposizione la capacità operativa per soddisfarli. Un altro tema su cui occorre maggiormente riflettere è l’idea di una politica della creatività: come si fa a rilanciare in Italia una politica che stimoli la creatività? Non mi riferisco a una creatività individuale - e quindi isolata -,ma a una creatività di sistema.

Quindi  quella creatività che ha sempre reso protagonista il mondo industriale italiano dovrebbe essere ripresa e portata anche in altri ambiti.
Andrebbe anche proporzionata al nuovo mercato mondiale e alla nuova dimensione mondiale della cultura.

Un altro aspetto che ha colpito del suo libro è l’invito al rilancio di un più ampio coinvolgimento dei cittadini: ci può dire in che modo l’educazione e la formazione possono considerarsi delle chiavi di volta per una partecipazione comune?
Abbiamo rischiato in questi anni – e continuiamo a farlo – di ridurre drasticamente il numero di cittadini che sono in grado di produrre; abbiamo progressivamente ridotto il gusto della partecipazione e le condizioni perché si verifichi. Si pensi alla quantità di giovani – anche con alti livelli di preparazione – che si sentono esclusi e non vogliono partecipare. Lo stesso vale per le persone mature e anziane.  L’idea di ampliare la base partecipativa torna a essere elemento cruciale: parlo di base partecipativa non solo per eventi politici che – con un’affluenza alle urne sempre più scarsa - rappresentano il segnale più forte di questa non partecipazione, ma un’idea più generale: occorre ampliare la base di coloro che ritengono di poter prendere parte al processo di rigenerazione del Paese.

Lei ha accennato al discorso della politica e del distacco dei cittadini che si manifesta nell’astensione al voto: potremmo parlare di un distacco sociale, di un abbandono sempre più condiviso da parte dei cittadini?
È proprio quanto sta accadendo e influenza parecchio una produzione che nasce dal basso: la nuova industria si deve basare sulla partecipazione. La gente deve essere messa in condizione di partecipare e di nutrire speranze.

Al tempo stesso però – accanto al venire meno della partecipazione – si è avuto un incremento della presenza di operatori del terzo settore e della cooperazione sociale che pare in evoluzione. C’è un distacco in termini generali ma certe nicchie – nemmeno poi tanto piccole – sembrano aver retto molto bene a questo momento di difficoltà non solo economica.
Senz’altro, ma credo siano necessari dei “salti” più significativi e di carattere industriale: chiamando industriale la capacità di organizzazione – su grande dimensione - che è esattamente quella che oggi ci viene richiesta. Io credo che il rischio più grosso a cui andiamo incontro sia quello dato dal continuare a considerarci come un Paese di straordinari artigiani, che però non potrà mai arrivare al mercato finale. Credo quindi che occorra un salto dimensionale - che nasce innanzitutto come salto di natura culturale – ma che ci sia anche un ampio margine per recuperare la guida intellettuale in tal senso.

Una realtà come Nomisma che apporto può dare – secondo Lei – a questo mondo produttivo italiano che necessita di questo salto per raggiungere l’obiettivo da Lei indicato?
Credo che Nomisma possa vivere una nuova stagione se riesce a recuperare questo stacco e capire che c’è un nuovo bisogno di manifattura; ma la manifattura attuale è molto diversa da quella del passato: oggi si ha bisogno di stimolare la creatività non solo nella produzione, ma anche nell’organizzazione. E’ importante che si ritrovi quella condizione di stimolo, di rigenerazione di gruppi, di laboratori che hanno portato alla nascita di Nomisma.  Anni fa questo era un tema su cui gravava molta confusione nel panorama italiano e a quell’epoca la presenza di Nomisma contribuì non poco a garantire uno stimolo alla riflessione sull’economia reale e sulle sue politiche.

Come descriverebbe, ad oggi, le politiche industriali in rapporto con l’auspicato ritorno a una partecipazione più ampia?
Oggi c’è un grande dibattito sulle politiche industriali che non si configurano più soltanto come specifiche azioni relative a produzione in senso stretto, ma sono il concorrere di politiche di welfare per aumentare al massimo il numero di partecipazioni attive nel mercato del lavoro. Sono politiche educative, se guardiamo alla ricerca e all’innovazione e politiche di organizzazione del territorio. L’idea di una visione complessa e integrata della politica, secondo me dev’essere materia di stimolo per una grande istituzione: è una funzione di ricerca e di esplorazione di nuovi mercati che – secondo me- implica anche una lettura fortemente innovativa delle politiche per realizzarli. È importante chiedersi dove si collochi l’Italia in tutto questo: le politiche di industrializzazione sono anche politiche di credibilità territoriale. 

In un certo senso il ritorno a una programmazione strategica degli enti locali sarebbe anche un’operazione di chiarezza rispetto al tema di compiti e funzioni di enti locali e statali.
Credo sia uno dei punti più delicati.

Un altro punto che Lei tratta nel suo libro è quello del cammino verso una “Good Economy”: il più grosso strascico ereditato da questa crisi è quello di un’economia attuale in cui non c’è spazio per l’etica; secondo Lei, come si può arrivare a questa “Good Economy”?
Innanzitutto dovremmo porcelo come obiettivo; il dibattito sulla Good Economy è molto forte soprattutto negli Stati Uniti: non si tratta di una riflessione locale. La  Good Economy è un’economia in cui si hanno delle responsabilità e la possibilità di individuare la capacità dei singoli di rimettersi in gioco. Non è un’idea astratta. Ci sono degli ottimi economisti che hanno ripreso a ragionare su questo argomento: è la dimensione su cui si sta giocando il tema nuove imprese-nuova industria, ma implica anche che si dimostri una forte credibilità come Paese. Si torna a quella capacità indicata spesso da Nino Andreatta che nelle sue lezioni ci diceva “ricordatevi che il primo strumento di politica economica è la moral suasion” ossia la capacità di dimostrare che si è in grado di realizzare ciò che si promette e che questo fa parte di una visione.  Io credo che sia al livello delle istituzioni centrali, sia regionali, questo torni a essere un punto cruciale: una politica in cui tu non hai uno Stato che fa, ma uno Stato che crea le condizioni migliori per la propria produzione.

Visto che i lavori della Commissione Europea si stanno per avviare e occorre guardare all’Europa, forse anche questa Good Economy dovrebbe trovare una sua proiezione in un’ottica più comunitaria.
Esatto. Credo che si possa lavorare molto su questo argomento. Ed è una ricchezza che ci siano più soggetti disposti a condividere lo stesso interesse.  Tornare a ragionare sull’economia reale e a fare politiche per l’economia reale è oggi un elemento cruciale e fortemente identitario per Nomisma.

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