15 gennaio 2015 - Intervista a Giulio Santagata, Consigliere Delegato allo Sviluppo Strategico Nomisma

Nomisma ha stretto un accordo con Banca Prossima per un progetto comune: Giulio Santagata, può illustrarci cosa vi è all’origine di questa collaborazione?
L’accordo parte da una premessa: il Terzo Settore sta vivendo un’evoluzione che nasce dall’esigenza di accrescere la sua qualità di settore imprenditoriale tout court, ossia riuscire ad essere il più vicino possibile all’impresa: agire con le modalità e le logiche dell’impresa mantenendo però  la visione strategica della sua natura non profit.

Banca Prossima sta assistendo da vicino a quest’evoluzione e – anzi-  ne è parte perché veicola molti finanziamenti al Terzo Settore e ha studiato strumenti finanziari ad hoc, partecipando attivamente a questo primo tentativo di sviluppo. Noi di Nomisma ci siamo chiesti: perché non coinvolgere in questa fase di cambiamento anche quelle imprese profit che da tempo si dedicano a significative azioni di responsabilità sociale? Perché non cercare di incanalare le iniziative di queste realtà verso il Terzo Settore? Da qui nasce l’idea di mettere insieme le conoscenze di Nomisma riguardo le imprese e quella di Banca Prossima relative al Terzo Settore e agli strumenti finanziari ad esso dedicati; attorno a questo progetto abbiamo dato vita all’accordo, l’abbiamo presentato in diverse occasioni pubbliche e stiamo cercando faticosamente di farlo diventare un prodotto.

Questo vostro progetto s’inserisce nel solco di un’attenzione particolare che questo Governo – forse per la prima volta nella storia della Repubblica – sta dedicando al Terzo Settore. Tra un’annunciata normativa e prossimi finanziamenti, pare che il Premier abbia voluto porre l’accento sul TS. La vostra riflessione con Banca Prossima è partita sulla base di questo o si è mossa in autonomamente ?
Nomisma si è mossa autonomamente e l’accordo con Banca Prossima rappresenta solo una parte dell’iniziativa  che vede il Centro studi ritornare a occuparsi – in maniera attiva – di economia sociale, quindi di cooperazione, revisione  e riorganizzazione di sistemi di welfare e – ovviamente – anche di Terzo Settore.

Lo storico modello di  welfare tutto pubblico non regge più per ovvi motivi di bilancio: c’è bisogno di innovare l’offerta con una partecipazione anche privata, sia profit sia non profit. È chiaro che se a livello pubblico e in Europa si riconosce il Terzo Settore come l’unico elemento dinamico di tutta l’economia italiana, questo non può far altro che accrescere la nostra capacità d’intervento e il bacino di mercato.

Terzo Settore ma non solo… come si declina l’impegno di Nomisma in termini di economia sociale?
Siamo stati coinvolti in diversi progetti europei che hanno come riferimento il tema dell’assistenza agli anziani, occasione che ha richiesto una forte spinta innovativa ai modelli di assistenza, segnando il passaggio dall’assistenza tradizionale a forme più moderne che sfruttano anche le tecnologie informatiche. Come detto, abbiamo dato vita a  un progetto di valutazione di Banca Prossima, mettendo a disposizione il nostro know how di valutatori, riuscendo in tal modo a valutare l’impatto sociale della banca stessa.

Recentemente abbiamo intrapreso una collaborazione con Fondazione con il Sud , basata sulla valutazione di progetti finanziati dalla fondazione e sul loro impatto. Stiamo anche assistendo delle cooperative sociali aiutandole a migliorare la loro capacità progettuale: insomma, da questo punto di vista c’è molto fermento.

Diceva che siete entrati sul campo studiando e valutando alcune cooperative sociali. Questo è uno dei settori più dinamici. Si sa che alcune di queste sono cresciute in maniera vorticosa in termini di fatturato. Cosa manca a queste realtà per essere delle imprese sociali ma con vocazione d’impresa pari a quelle del mondo profit?
Il livello di management è generalmente basso:  le cooperative sono nate in mercati protetti, generati dalla domanda pubblica. Domanda che talvolta si è rivelata poco performante: spesso si è trattato di una semplice richiesta del ribasso dei costi senza guardare adeguatamente alla qualità e alla modalità d’offerta dei servizi . Con un indebolimento del peso di questo primo mercato e la crescente esigenza – da parte delle cooperative – si affermarsi sempre più, è evidente che il livello di capacità manageriale richiesto a queste organizzazioni è sempre più elevato: hanno bisogno di management, di finanza. Per loro natura sono soggetti senza patrimonio e quindi diventa complesso per loro accedere a finanziamenti bancari. Una panoramica di questo tipo sul mondo delle cooperative ha rappresentato la fortuna di alcuni soggetti come Banca Prossima e Banca Etica . In questo quadro s’inserisce anche lo sviluppo - a cui stiamo assistendo - di nuovi strumenti finanziari - come i social bond - dedicati a soggetti che hanno nella bontà di progettazione e nella loro reputazione – e non certo nel patrimonio -  i veri asset che possono mettere a garanzia.

A proposito di social bond, ma non solo, in Gran Bretagna si sta assistendo a una vera e propria rivoluzione del welfare tradizionale: in occasione del penultimo G8 – tenutosi in Inghilterra – l’attuale governo Cameron aveva espresso il desiderio di concepire – nel futuro più prossimo – la piazza di Londra non solo in termini di piazza finanziaria tout court, ma anche come nuova capitale della finanza sociale.
Gli Inglesi - come sempre - guidano l’innovazione finanziaria, ma non sono i soli, anzi, forse sono un passo indietro ai Canadesi. La differenza con la nostra realtà sta nel fatto che mentre in Italia il Terzo settore è storicamente presente e anche molto radicato nel territorio – parliamo di 750/800.000 dipendenti – in Inghilterra esiste una debolezza strutturale: gli Inglesi, come detto, sono più avanti negli strumenti finanziari, ma soffrono una carenza di soggetti. Noi italiani siamo più indietro nell’elaborazione degli strumenti, anche se questo non vuol dire che manchino esempi validi nel nostro Paese: crowdfunding suona bene, Terzo Valore suona meno bene ma – nomi a parte – è un sistema valido e capace di portare ad ottimi risultati.

Quando parlava di collaborazioni fra realtà profit e non profit viene in mente che in Italia esiste già un modello, un laboratorio: i cosiddetti “ibridi” avviati da alcuni consorzi cooperativi su partnership profit – non profit, come il progetto di Welfare Italia e altri. Questa potrebbe essere la via per rivoluzionare il welfare state tradizionale che solo pubblico non ha le capacità per reggere?
In mezzo a questi due soggetti io penso che tanto la finanza quanto realtà come Nomisma - cioè consulenza mirata ad aumentare la consapevolezza di entrambi i soggetti, pubblici e privati -  rappresentino il futuro. Il pubblico deve imparare a programmare e controllare, cioè saper gestire strumenti di valutazione dei progetti e dei soggetti. Deve avere la capacità di indire gare vere per i servizi pubblici, non più gare al massimo ribasso che rischiano di dare risultati non positivi dal punto di vista della qualità dei servizi. Non bisogna dimenticare che la domanda da parte dell’utenza si sta sempre più diversificando: diventa difficile strutturare delle domande standardizzate : il prodotto offerto dev’essere personalizzato, molto dinamico e flessibile.

Parlando della capacità del soggetto pubblico di controllare e valutare vengono in mente i recenti scandali di Roma in cui parte del mondo cooperativo è pesantemente coinvolta. Se quello è l’esempio da non ripetere, cosa ci può insegnare una situazione di quel tipo?
La Cooperativa 29giugno è la più grande esperienza mondiale di reinserimento lavorativo di ex detenuti, un fiore all’occhiello per tutti quelli che si occupano di nuovo welfare, un caso di studio. Perché la 29giugno evolve in questo modo sbagliato? È mancata la capacità di controllo e messa in atto di strumenti per la concorrenza, la cui assenza ha generato delle posizioni di rendita e quindi i problemi che tutti noi conosciamo: basti pensare che si è arrivati a reiterare la convenzioni senza una vera e propria gara.

Ma al di là dell’elemento di corruzione, è la qualità del procedimento che deve migliorare. Sono settori che devono essere gestiti e controllati con la stessa logica con cui si osservano gli altri settori: la concorrenza dev’essere un elemento di chiarezza, trasparenza ed efficienza per tutti. Realtà non profit incluse.

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