Paolo De Castro è Relatore permanente per Expo2015 e per il negoziato di libero scambio Ue-Usa (Ttip) della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo, e autore di un nuovo libro sulle sfide che attendono i governi e le popolazioni sul rischio di una scarsità futura di cibo a livello mondiale.

Cibo. La sfida globale

 

Onorevole Professor De Castro, il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’accordo di libero scambio che Europa e Stati Uniti stanno trattando da mesi, rappresenta un’opportunità per l’export italiano ed europeo, o più il rischio della perdita di sovranità dei singoli stati nazionali e dell’Europa stessa?
Negli ultimi decenni, le politiche protezioniste dei diversi governi hanno subito rilevanti cambiamenti alla luce dei grandi sconvolgimenti che hanno interessato il mercato agroalimentare mondiale, tanto da arrivare ad applicare dazi all’export e non all’import. Questo è interessante, perché mai ci saremmo immaginati che i Paesi grandi esportatori, di fronte alle fiammate dei prezzi, potessero porre dazi non alle importazioni ma alle esportazioni. Prendiamo ad esempio il caso del blocco delle esportazioni di grano attuato in Russia nel 2008: il Paese, spaventato dalla scarsità di materie prime, decise di limitare la quantità di prodotti esportati per non rimanerne privo e soprattutto per timore di importare inflazione.
Nel nuovo equilibrio dei mercati agricoli c’è un’ulteriore spinta sui prezzi provocata dalle politiche di mitigazione delle esportazioni dai grandi Paesi esportatori. È una situazione singolare, perché il mondo è sempre stato preoccupato dalla concorrenza dei Paesi che producono a costi bassi; oggi invece i grandi Paesi esportatori sono preoccupati di rimanere a corto di prodotto. Gli Stati Uniti al contrario hanno la necessità di guardare a mercati più aperti, con meno dazi: dunque, la volontà di regolamentare con una maggiore apertura le frontiere americane è sicuramente una buona notizia, soprattutto per un’Europa che ha un saldo attivo nei confronti degli USA. L’Europa infatti esporta negli Stati Uniti più prodotti di quelli che importa. Quindi, una maggiore liberalizzazione e una maggiore facilità di accesso al mercato favoriscono maggiormente l’Europa rispetto ai prodotti americani.

Il tema richiama chiaramente il problema generale di un nuovo approccio della Politica Agricola Europea alle sfide del mercato globale. Nei giorni scorsi abbiamo letto sui giornali di aziende produttrici di lavorati del pomodoro che utilizzerebbero in maniera fraudolenta materia prima proveniente da Paesi lontani. Come possiamo conciliare le politiche anticontraffazione con l’esigenza di non vincolare il mercato e sfruttare i rapporti commerciali extra UE a beneficio del sistema produttivo italiano ed europeo?
Dobbiamo distinguere le politiche anticontraffazione che riguardano il mercato europeo e quelle di maggiore tutela che riguardano i mercati extraeuropei, perché seguono strategie diverse. In Europa si è lavorato molto su questo tema dal punto di vista normativo e oggi, in base al «pacchetto qualità», il quadro di norme che regola i prodotti Dop e Igp, l’Europa è maggiormente difesa e tutelata rispetto a quanto non lo fosse prima. Pensiamo ad esempio al caso relativo al San Daniele imitato nel Regno Unito, caso arginato proprio grazie a queste norme. Allo stesso modo si è intervenuti nel caso del pecorino contraffatto in Romania o dell’olio toscano in Spagna. Prima non era possibile intervenire. Oggi, invece, grazie al «pacchetto qualità» lo Stato membro è obbligato a ritirare il prodotto dal mercato quando si verifica l’uso improprio del nome. Fuori dal contesto europeo non ci sono norme se non quelle del copyright internazionale: le regole comunitarie non valgono fuori dall’Europa ed è quindi molto più complicato applicare strategie di tutela dei marchi di origine territoriale.

Expo2015 è appena iniziato. Una domanda sorge spontanea: quali ricadute sul comparto agroalimentare italiano e sull’indotto si possono stimare?
Expo2015 è un’occasione per fare luce sulle grandi sfide legate al cibo, ma anche un momento in cui proporre dibattiti sulle grandi tematiche agroalimentari per trovare soluzioni comuni e condivise. Nonostante sia difficile fare previsioni in merito all’impatto sul mercato, è evidente che avere 20 milioni di visitatori in Italia per 6 mesi rappresenta sicuramente una grande vetrina anche sotto il profilo commerciale, per far conoscere il nostro Paese ed i nostri prodotti nella speranza che i visitatori di tutto il mondo si portino a casa un “pezzo” d’Italia.

Un tema di stretta attualità è il decreto Martina che riguarda la determinazione del prezzo del latte. La fine del regime delle quote latte ha lasciato strascichi pesanti per il comparto. Su cosa dovrà fare leva la riorganizzazione della filiera per rilanciare un mercato così importante?
Il problema per le nostre imprese è soprattutto di natura organizzativa ed è importante che si lavori per rafforzare il potere contrattuale della fase produttiva rispetto a quella distributiva. Questo è l’elemento sul quale concentrarci, applicato anche nel «pacchetto latte» approvato durante la scorsa legislatura a Bruxelles. La strada non può che essere questa.

Verrebbe proprio da dire che il cibo rappresenta una sfida globale. Qualche anticipazione del suo nuovo libro?
Il libro nasce come continuazione di «Corsa alla terra» pubblicato nel 2011 da Donzelli e che ha venduto più di 20.000 copie. A fronte di tale successo la casa editrice ha proposto di riflettere, in occasione dell’Expo, su quello che è successo in campo agroalimentare negli ultimi 5 anni. Così è nato «CIBO. La sfida globale», un volume che si articola in quattro capitoli: il primo capitolo funge da collegamento con «Corsa alla terra» in cui viene aggiornata la visione data 5 anni fa sulle dinamiche dei mercati agricoli.
La situazione odierna è fortemente influenzata dalla crescita di domanda da parte dell’Asia di prodotti in passato poco presenti nella dieta orientale. Ad esempio, i consumi di carne e latte da parte di cinesi e indiani hanno provocato un cambiamento importante nella domanda alimentare, con impatti rilevanti soprattutto sulla domanda mondiale di cereali (in particolare di mais e soia), destinati principalmente all’alimentazione animale, tali da provocare forti crescite dei prezzi. Sulla base di questa riflessione si sviluppa tutta l’analisi della scarsità, già presente nel precedente libro e che questo primo capitolo va ad approfondire, mettendo in luce come in realtà la dinamica dei consumi continua ad essere forte, nonostante la crisi economica internazionale. Il tema della scarsità delle risorse si intreccia infatti inevitabilmente con l’attuale domanda crescente. Da una decina di anni, l’aumento dei consumi alimentari in Asia ha generato una crescita di domanda superiore all’offerta e questo squilibrio ha reso urgente trovare una risposta a una problematica: dove trovare le risorse necessarie a soddisfare l’aumento della domanda?
Nel secondo capitolo vengono sfatati alcuni luoghi comuni. L’obesità dilaga solo dove c’è ricchezza? L’obesità è presente anche nelle zone povere del pianeta, il paradigma del Nord del mondo “ricco e grasso” e del Sud “povero e affamato” è ormai saltato. Esiste un problema di corretta educazione alimentare e questo genera soprattutto nelle Economie Emergenti situazioni di problematiche alimentari dove l’obesità rappresenta uno dei principali risvolti di queste criticità. Ancora: sono i Paesi ricchi a sprecare più cibo? Si dice che i maggiori sprechi vengano dalle Economie Avanzate, ma questo non è vero: nel mondo gli sprechi alimentari avvengono in percentuali molto più alte nei Paesi poveri, per assenza della catena del freddo e di strutture di raccolta e conservazione dei prodotti.
Si affronta poi il grande tema della distribuzione. Spesso si pone l’accento solo sulla questione della redistribuzione delle risorse, mentre in realtà esiste proprio un problema di quantità. La FAO stima che da qui al 2050 sia necessario un aumento nella produzione di cibo pari al 70%. Il 2050 è alle porte: com’è possibile aumentare la produzione se le risorse sono scarse e quasi tutte utilizzate? È necessaria una politica globale che possa, in qualche modo, regolare l’accesso alla (poca) terra che si può ancora sfruttare nel mondo. Un’altra interessante questione è quella degli stock di derrate agricole: da questo punto di vista gli Stati Uniti sono stati i leader dal dopoguerra, ma da poco più di un decennio hanno lasciato il posto nello scacchiere mondiale a Cina, Brasile e altre grandi potenze agricole, le quali proprio in virtù delle preoccupazioni del futuro stanno significativamente aumentando le scorte. E questo pone tali Paesi in una posizione di forza nel mercato alimentare mondiale, poiché chi detiene gli stock influenza il prezzo dei prodotti.

Pubblicato in L'Intervista
Giovedì, 07 Maggio 2015 00:00

7 maggio 2015 – Cibo – La sfida globale

Bologna, Sala Incontri di Nomisma, ore 17.30 – Romano Prodi discute con Paolo De Castro, autore del volume “Cibo - La sfida globale”.

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Come possono la ristorazione e la cucina italiana valorizzare il sistema agroalimentare che, considerato nella sua accezione più ampia di filiera, arriva a pesare sul PIL e sull’occupazione per il 14%? Questo è quanto si sono chiesti Denis Pantini e Alessandra Moneti autori del libro Ci salveranno gli chef. Il contributo della cucina italiana alla crescita del sistema agroalimentare (Agra Editrice) presentato oggi a Bologna, con la partecipazione dello chef Marcello Leoni, di Massimo Bergami (direttore dell’Alma Graduate School) e Paolo De Castro (Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo).

L’economia italiana vede i consumi alimentari ridursi progressivamente, tanto da essere arrivati - in termini di spesa pro-capite attualizzata – agli stessi livelli degli anni ’60.

Per fortuna c’è l’estero, si dirà. E in effetti le stime Nomisma sull’export alimentare italiano vedono per il 2013 il raggiungimento dell’ennesimo record a 27,4 miliardi di euro (considerando anche i prodotti agricoli il valore supera i 34 miliardi), evidenziando una crescita in dieci anni di oltre l’80%.

Tuttavia, delle oltre 54.000 imprese alimentari italiane solamente il 12% esporta, per una propensione all’export pari al 20%, poca cosa se paragonato al 31% della Germania (per esportazioni superiori a 55 miliardi di euro) o al 25% della Francia. Le opportunità esistono, ma solo in pochi riescono a coglierle. Sono soprattutto le piccole imprese – che in Italia pesano per quasi il 90% sul totale del settore – ad avere difficoltà nel raggiungere i mercati esteri.

“Occorre una vera e propria politica economica dedicata all’agroalimentare – ha affermato Paolo De Castro – che supporti le nostre imprese nella conquista dei mercati esteri. La rilevanza socioeconomica del settore è talmente importante per il nostro Paese che non possiamo permetterci di non crescere all’estero, soprattutto in questo momento di crisi interna dei consumi. E’ importante quindi valorizzare le leve che possono fornire un supporto ai nostri produttori nello sviluppo dell’export e tra queste figura sicuramente la ristorazione italiana nel mondo”.

Perché la ristorazione italiana all’estero può dare una mano proprio alle piccole imprese? In primis perché per accedere al canale della ristorazione ci sono meno ostacoli rispetto a quello della GDO, ma più in generale perché è grazie ai ristoranti italiani se molti dei nostri prodotti alimentari sono oggi conosciuti, apprezzati e consumati tra le mura domestiche in oltre 150 paesi al mondo!

“L’effetto più rilevante e utile ai produttori italiani – ha dichiarato Denis Pantini - è proprio la capacità della ristorazione italiana di diffondere la conoscenza dei nostri prodotti nel mondo, arrivando – attraverso un processo di contaminazione – a farli inserire nelle abitudini alimentari dei consumatori locali. Basti citare, per tutti, il caso della Svezia: fino a metà degli anni ’90 in questo paese non si consumava pasta. Con la diffusione della cucina italiana – percepita come “buona” sia in termini salutistici che di gusto – oggi la Svezia rappresenta il quarto paese al mondo per consumi pro-capite di pasta.”

 "Ed è proprio l’offerta enogastronomica a motivare il viaggio in Italia – ha sottolineato Alessandra Moneti – per 730.000 turisti stranieri che ogni anno spendono su tutto il territorio nazionale 124 milioni di euro esclusivamente per vivere l’esperienza della vendemmia o degustare tartufi bianco e olio novello".

Il problema resta l’Italia e come “rivitalizzare” i consumi interni. In questo contesto, anche la ristorazione soffre, con cali nelle presenze e conseguenti chiusure di esercizi. Ciò che non sembra diminuire ma anzi aumentare è l’interesse verso la cucina italiana, considerata ormai un fenomeno mediatico dalle mille sfaccettature (editoriale, televisivo, radiofonico, dei social network), come ha messo in evidenza Moneti: "su Twitter si moltiplicano gli hashtag a tema wine and food, in una febbre che vede protagonisti gli stessi chef stellati, che anche attraverso chat e i social interagiscono sempre di più facendo finalmente squadra. Ma se il mestiere di cuoco è sempre più ambito dai giovani che dal 2004 al 2012 hanno decuplicato le iscrizioni all’Alberghiero, occorre ora rivalutare i mestieri del cameriere e del banconista nelle migliori gastronomie. E’ infatti con loro che si relaziona il viaggiatore o il consumatore foodies, ed è pertanto il personale di sala e il venditore in enoteca un ambasciatore importante del patrimonio enogastronomico nazionale, il nostro petrolio".

Se la ristorazione italiana nel mondo può rappresentare una leva formidabile per trainare le nostre esportazioni, può l’interesse degli italiani per la cucina rivitalizzare i consumi alimentari nel mercato domestico?

A questa domanda ha cercato di dare risposta l’indagine Nomisma presente nel libro e rivolta a 1.000 responsabili di acquisto di prodotti alimentari delle famiglie italiane. L’indagine evidenzia come la passione per la cucina porti 3 italiani su 4 a seguire trasmissioni televisive e a navigare su siti e blog di cucina. L’aspetto più interessante, emerso dalla stessa survey, è che per il 54% degli “appassionati l’interesse per la cucina si traduce anche in un cambiamento del comportamento d’acquisto o nelle modalità di consumo dei prodotti alimentari. Ma in che modo?

Andando a scavare in profondità si scopre che i cambiamenti nel comportamento di acquisto alimentare indotti dalle trasmissioni televisive o dai siti internet interessano maggiormente i responsabili di acquisto di famiglie con figli, di professione operai o impiegati, inseriti in una fascia di reddito familiare medio-bassa, di genere femminile e di età compresa tra 30 e 44 anni. In particolare, i cambiamenti più intensi hanno riguardato con maggior frequenza le famiglie dove negli ultimi 12 mesi uno o più componenti ha perso il lavoro o è stato messo in cassa integrazione. Stando a questi risultati si evince che i programmi dedicati alla cucina hanno avuto l’effetto di aiutare le famiglie italiane a risparmiare negli acquisti alimentari, magari sostituendo il consumo di piatti pronti con le preparazioni da realizzare direttamente in casa.

Dalla ricerca emerge inoltre che le persone che seguono costantemente i programmi televisivi sono più attenti alla qualità dei prodotti che acquistano e alla loro origine (in particolare aumenta la propensione all’acquisto di prodotti Dop e Igp), risultano più interessati al turismo enogastronomico e passano più tempo in cucina (81% degli “appassionati”), magari a scapito di un’uscita al ristorante. Il che può sembrare paradossale se si pensa che questo comportamento è spesso indotto dalle “prescrizioni” di uno chef.

In buona sostanza quindi questa “passione” per la cucina sembra tradursi in una riformulazione del paniere della spesa e degli stili di vita: gli italiani non rinunciano alla qualità di quello che mangiano cercando di risparmiare allo stesso tempo.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giulia Fabbri Tel. 3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Pubblicato in Comunicati Stampa

Bologna - Nomisma (Strada Maggiore 44 - sala Incontri - I piano) - ore 11,00 Denis Pantini, con la co-autrice Alessandra Moneti, presenta il libro "Ci salveranno gli chef - Il contributo della cucina italiana alla crescita del sistema agroalimentare" (Agra editrice).
Ci salveranno gli chef, un titolo spiazzante, ma che nasconde un’interessante realtà.
Gli chef, prima erano chiusi nelle loro cucine, considerate off limits per i non addetti ai lavori, ora si sono messi in mostra, attraverso le ampie vetrate che caratterizzano i nuovi concept di ristoranti.
Non solo: hanno invaso gli schermi televisivi e le pagine dei giornali, hanno iniziato a viaggiare per il mondo e soprattutto sono diventati gli ambasciatori della cucina e del buon cibo italiano.

Oltre agli autori, interverranno:
Paolo De Castro (Presidente Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo) Massimo Bergami (Direttore Alma Graduate School) Massimo Bottura (Chef) Marcello Leoni (Chef)

INVITO

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Martedì, 04 Febbraio 2014 01:00

4 Febbraio 2014 – Ci salveranno gli chef

Roma - Denis Pantini presenta il libro Ci salveranno gli chef con la co-autrice Alessandra Moneti.

Ci salveranno gli chef, un titolo spiazzante, ma che nasconde un’interessante realtà.

Gli chef, prima erano chiusi nelle loro cucine, considerate off limits per i non addetti ai lavori, ora si sono messi in mostra, attraverso le ampie vetrate che caratterizzano i nuovi concept di ristoranti.

Non solo: hanno invaso gli schermi televisivi e le pagine dei giornali, hanno iniziato a viaggiare per il mondo e soprattutto sono diventati gli ambasciatori della cucina e del buon cibo italiano.

Il contributo che gli chef italiani stanno dando all’affermazione del made in Italy agroalimentare è analizzato in questo libro dai due autori, Denis Pantini di Nomisma e Alessandra Moneti giornalista dell’Ansa. 

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