9 aprile 2014 - Rinascimento industriale

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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L’Europa vuole aumentare il peso della manifattura al 20% entro il 2020. Definisce un simile obiettivo rinascimento industriale. I leader dei paesi europei lo interpretano come riferito alle loro economie: Italia, Spagna, Francia dovrebbero salire, dal 10-15%, verso quel target, diventando come la Germania che, d’altra parte, non intende arretrare. E’ possibile che ciò avvenga? L’espansione della manifattura tedesca degli anni passati è stata, in buona misura, lo specchio dell’arretramento degli altri paesi. Perché i periferici si trasformino nella Germania, con grandi settori manifatturieri, occorrerebbe anche che l’economia tedesca avesse dei cambiamenti, con più inflazione, meno risparmio, più investimenti, meno surplus commerciale. Una prospettiva difficile, pur se non impossibile. Ma il focus esclusivo sulla manifattura solleva altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in beni trasformati, ma in servizi a bassa efficienza e non sostituibili con le importazioni. Trascurare il miglioramento di tali settori può entrare in collisione con la crescita del benessere dei cittadini europei.

L’UE si propone, nella strategia Europa 2020, di arrestare il declino della manifattura nell’area e di riportarne il peso dal 15 al 20% del PIL entro i prossimi sei anni. Le associazioni degli imprenditori delle due economie con più forte vocazione manifatturiera, Bdi e Confindustria, sottoscrivono un appello congiunto a sostegno di questo obiettivo, chiedendo politiche per la competitività dell’industria europea. I leader dei paesi UE mostrano, a parole, di condividere. La manifattura viene prospettata, a ogni piè sospinto, come il fulcro del rilancio economico e occupazionale dei paesi dell’Unione.

C’è, evidentemente, della retorica in tutto questo: c’è anche della sostanza?

Per rispondere all’interrogativo si deve partire dall’ovvia osservazione che non esiste “una” manifattura europea, intesa come un unico settore della trasformazione che condivide comuni condizioni di costo, macroeconomiche e istituzionali, indipendentemente dai confini nazionali. I sistemi produttivi dei paesi europei sono bensì interconnessi, ma anche in forte competizione reciproca. Quest’ultima si è acuita nell’area della moneta unica, col venire meno del tasso di cambio e l’emergere di meccanismi di divaricazione centro/periferia favoriti dalla più spinta integrazione economica.

Le tendenze delle industrie nazionali nel corso dell’ultimo quindicennio sono esplicative del perché non ha fondamento parlare di ”una” manifattura europea. Come mostra la figura 1, il declino del peso dell’industria è un fenomeno che ha riguardato solo determinati paesi, i cosiddetti periferici, includendo in tale definizione Italia e Francia. All’inizio dello scorso decennio la manifattura era al 20% nell’economia italiana, al 17-18% in quelle iberica e portoghese, al 15% in quella francese. Nel 2013, queste percentuali sono scese rispettivamente al 15,5% (Italia), 13-14% (Spagna e Portogallo), 10% (Francia). All’opposto, il peso dell’industria in Germania è rimasto praticamente inalterato in questo periodo: era al 22% nel 1999-2000, è ancora a questo stesso livello nel 2013.   

Si può immaginare per il futuro una distribuzione più omogenea della presenza della manifattura in Europa?

Date le dinamiche degli anni passati, l’obiettivo di un’industria europea al 20% del PIL implica che la risalita abbia luogo nei periferici. Questi devono portarsi al livello della Germania, che, da parte sua, è già al target UE. C’è, però, un problema. Non è ipotizzabile un omogeneo processo di crescita simultanea in tutte le economie, senza perdite di posizione da parte di qualche attore. Il motivo è che le tendenze naturali, legate a terziarizzazione e globalizzazione, spingono in senso contrario, verso una compressione del settore della trasformazione, sicché aumenti di peso dell’industria nelle economie avanzate possono solo avvenire  come risultato di guadagni di competitività; ma quest’ultimi si verificano, per definizione, gli uni nei confronti degli altri.   

Fig. 1 - Peso della manifattura in Germania e nei paesi periferici
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

L’esperienza della Germania nel conservare un ampio settore industriale, quando le forze naturali spingevano in una direzione opposta, è esemplificativa dei meccanismi competitivi in gioco. La presenza di una forte industria in questo paese non è altro che la conseguenza di una crescita settoriale interna squilibrata. Un marcato aumento di eccedenza manifatturiera, rispetto alle possibilità di assorbimento interno, che ha finito col riversarsi sull’estero, dando luogo all’ampio squilibrio commerciale. Quest’ultimo ha potuto formarsi e persistere nel tempo (6-7% del PIL negli ultimi sette anni), grazie a un cambio reale tedesco troppo deprezzato o, detto in altri termini, a un’eccessiva competitività. Il grande surplus tedesco è, dunque, strettamente legato all’ampia presenza dell’industria in quel paese; l’uno implica l’altra e viceversa.

Ma cosa si intende per crescita squilibrata tedesca?

Questa economia ha sperimentato, dal 2002, una accelerazione della produttività: un fatto virtuoso, ma esclusivamente concentrato nella manifattura. Il progresso tecnologico è risultato, invece, praticamente assente negli altri settori, dove si addensano le produzioni non esposte alla competizione internazionale (fig. 2a). Una divaricazione settoriale di questo tipo ha interessato anche i sistemi della cosiddetta periferia europea (fig. 2b), ma lo sbilanciamento in tal caso è stato molto meno accentuato: in Germania, la produttività del lavoro nella manifattura è salita, tra il 2002 e il 2013, del 25% rispetto a quella quasi stagnante degli altri settori; nei periferici il divario tra la dinamica della produttività nella manifattura e l’andamento (comunque crescente) degli altri settori è stato solo del 3,5%.[1].

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo squilibrio, settoriale e tra paesi, ha generato effetti destabilizzanti, analoghi a quelli verificatisi all’indomani dell’unificazione della Germania. Allora fu uno shock asimmetrico di domanda (di prodotti tedeschi) a mettere in crisi il meccanismo europeo di cambio; negli ultimi anni è stato uno shock asimmetrico d’offerta (di manufatti tedeschi) a mettere in tensione l’area della moneta unica. Oggi come allora il riequilibrio nell’area richiede un mutamento dei prezzi relativi tra paesi europei, che renda relativamente più care le produzioni tedesche. Questa correzione si determinò nel 1992 con una traumatica modifica dei rapporti di cambio e l’apprezzamento del marco rispetto alle altre monete. Oggi, con l’euro, il rafforzamento del cambio reale tedesco (e, simmetricamente, il deprezzamento reale dei periferici) deve realizzarsi attraverso la creazione di un adeguato differenziale d’inflazione tra Germania e paesi partner.

In condizioni normali, un meccanismo automatico di riequilibrio è, in effetti, insito nella stessa crescita squilibrata della produttività manifatturiera. L’espansione sbilanciata dell’industria conduce, infatti, a corrispondenti aumenti salariali in quel settore. Questi tendono a diffondersi anche agli altri comparti che non hanno sperimentato incrementi di produttività, determinando un’accelerazione dell’inflazione rispetto alle altre economie: il rialzo delle retribuzioni, attivato dal settore beneficiario del boom di produttività, è normalmente il motore del riequilibrio.

Questa correzione automatica non ha operato nell’esperienza tedesca. I salari industriali sono cresciuti molto meno della produttività: dal 2002, il valore aggiunto per occupato è aumentato del 30% nella manifattura tedesca, mentre i redditi del lavoro per addetto si sono incrementati in termini reali (in rapporto al deflatore del valore aggiunto industriale) di quasi la metà, del 18% (fig. 3).

Fig. 3 – Germania: produttività del lavoro e redditi per addetto reali nella manifattura (1995=100) 
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In assenza della spinta sui costi del lavoro, i prezzi tedeschi hanno finito col ridursi, anziché aumentare, rispetto ai partner: tra il 2002 e il 2013, l’inflazione della Germania è stata più bassa di 10 punti percentuali rispetto ai paesi periferici. Il riequilibrio avrebbe, invece, richiesto un’inflazione relativa tedesca quasi speculare a quella osservata (più alta del 13% rispetto ai periferici).[2] Ne è, dunque, derivata una deviazione di circa il 20% del cambio reale Germania/Periferia rispetto ai valori che avrebbero assicurato l’equilibrio macroeconomico dell’area (tab. 1). E’ il guadagno di competitività che ha consentito il formarsi e persistere dell’ampio surplus commerciale della Germania.  

Tab. 1 – Differenziale di inflazione Germania-Periferici nel periodo 2002-2013
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat e stime Nomisma

Il mancato funzionamento del riequilibrio interno tedesco ha spiegazioni che vengono da lontano. Esso ha origine negli sforzi della Germania, avviati nei primi anni novanta, per fronteggiare, da un lato, gli elevati costi della riunificazione e contrastare, dall’altro, le tendenze alla delocalizzazione nei vicini paesi dell’Est Europa, divenuti molto attrattivi dopo il crollo del comunismo. Le caratteristiche di flessibilità del sistema tedesco di relazioni industriali hanno consentito sin da quel periodo un significativo decentramento della contrattazione salariale a livello di impresa e favorito, per questa via, l’emergere di dinamiche retributive inferiori a quelle della produttività, con conseguente contenimento dei costi.[3] Tuttavia, lo sforzo di recupero competitivo ha prodotto risultati solo nello scorso decennio. E’ solamente allora, infatti, che si aggiungono i due ulteriori ingredienti che portano al successo tedesco: l’accelerazione sbilanciata della produttività nella manifattura e il venire meno del tasso di cambio nei rapporti con la vasta area dei partner commerciali che entrano a fare parte della moneta unica. La combinazione di questi tre elementi – boom di produttività nella sola manifattura, freno salariale, assenza del cambio – è andata a costituire una sorta di “impossibile trinità” che ha finito col trasformare uno sforzo di aggiustamento competitivo in un processo eccessivo, generatore di squilibri insostenibili nell’area dell’euro.

E’ in questa prospettiva che si definiscono, quindi, in modo più preciso per periferici i  contorni di ciò che viene definito rinascimento industriale: sono quelli di una partita competitiva.

In assenza di mutamenti nell’economia tedesca, i periferici devono realizzare un significativo recupero competitivo. Ciò comporta l’abbassamento della dinamica di costi e prezzi sotto quelli della Germania e l’emulazione di ques’ultima con l’espansione sbilanciata della manifattura (ecco il rinascimento) e il mantenimento delle dinamiche salariali sotto quelle della produttività in tale settore. Questa è la regola vigente per il riequilibrio europeo[4]. Essa risponde all’approccio mercantilista dominante nell’area ed è molto difficile che si riveli ugualmente di sucesso per tutti i protagonisti: le economie euro non possono avere tutte assieme grandi settori industriali e, quindi, forti surplus commerciali. Tale regola solleva, inoltre, altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in manufatti, ma si dirige, per un buon 60%, in servizi, distribuzione e public utilities, a bassa efficienza e non sostituibili con importazioni. Dalla produttività dei comparti non manifatturieri dipende, dunque, in misura decisiva la possibilità di migliorare il potere d’acquisto dei consumatori. Trascurare l’espansione e l’innalzamento di efficienza dei settori non manifatturieri, a favore di una corsa verso grandi industrie esportatrici, è una strada che non necessariamente coincide con quella della crescita di benessere dei cittadini europei.

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[1] I paesi periferici includono Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia; con riferimento alla suddivisione manifattura “altri settori”, in quest’ultimi sono inclusi tutti comparti non manifatturieri con l’esclusione della pubblica amministrazione.

[2] La stima del differenziale di inflazione tra il 2002 e il 2013 richiesto per il riequilibrio è ottenuta sulla base di un modello semplificato a due settori traded/non-traded (coincidenti approssimativamente con “manifattura” e “altri settori”) e due paesi (Germania/Periferia) che da luogo alla seguente relazione: inflazione tedesca - inflazione periferici = variazione cambio nominale Germania/Periferia (pari a zero, data la moneta unnica) + 0,60*[differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” in Germania (+25%) – differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” nella Periferia (+3,5%)]; 0,60 è il peso dei beni non manifatturieri nel paniere di spesa dei cittadini europei.

[3] Si veda Dustmann, C., Fitzenberger, B., Schönberg, U., Spitz-Oener, A. (2014): From Sick Man of Europe to Economic superstar: Germany’s Resurgent Economy. Journal of Economic Perspectives 28(1), pp. 167-188.

[4] Il percorso sarebbe facilitato se vi fossero dei cambiamenti nell’economia tedesca. L’introduzione, ad esempio, della legislazione sul salario minimo in Germania (8,5 euro l’ora) è un fattore che potrebbe contribuire a una migliore distribuzione degli sforzi di riequilibrio europeo. Occorrerebbe, però, che l’adozione di una norma sul salario minimo avvenisse limitando i casi di eccezione e le clausole di opt-out dalla legislazione nazionale. Quest’ultime sono state parte essenziale della prassi delle relazioni industriali tedesche negli ultimi anni.

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