11 giugno 2014 - Intensi esportatori

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Federico Fontolan, Economista Nomisma 
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Come vanno le esportazioni italiane? E’ un fatto noto che la domanda estera netta (export meno import) è stata l’unica componente di spesa che nella recessione ha fornito un contributo a sostegno del PIL. Ciò è stato possibile anche per una performance delle vendite italiane nei mercati di sbocco migliore rispetto agli anni passati. La spinta è provenuta non tanto dall’estensione del menù di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export italiano, quanto da una sostanziale intensificazione dello sforzo di esportazione a parità di prodotti esportati e destinazioni servite. Mentre sul primo fronte (estensione) la performance dell’Italia è stata negativa rispetto ai partner, sul secondo (intensità) i risultati sono stati molto migliori.

La relazione di Banca d’Italia evidenzia che le esportazioni di beni a prezzi costanti sono aumentate nell’ultimo quadriennio (+22,9% tra il 2009 e il 2013) più di quanto sono cresciuti i mercati di sbocco delle merci italiane (+20,1%), determinando, dopo diverso tempo, un guadagno di quote in volume delle merci italiane. I mercati di destinazione del nostro Paese (per il 40% costituiti dalle economie appartenenti all’area euro) sono, però, cresciuti meno del commercio mondiale (+28%), talché la quota italiana in volume commisurata al totale dei traffici internazionali ha subito un’erosione (fig . 1).

Fig. 1 – Italia: esportazioni, mercati di sbocco e commercio mondiale (2009=100)
20140611-SC-Grafico 1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Banca d’Italia

Al netto, dunque, di un effetto mercato sfavorevole (l’Italia ha venduto di più lì dove le economie crescevano meno), la dinamica dell’export italiano negli anni recenti è stata complessivamente positiva, contribuendo a fornire un parziale sostegno al PIL nel corso dell’ultima recessione. Gli spazi disponibili per le nostre merci sembrano essere stati sfruttati, la competitività rivelata dalla performance effettiva delle vendite all’estero è migliorata. Certo, si poteva fare di più, sganciandosi maggiormente dall’Europa e puntando su mercati più distanti e dinamici. Ma le caratteristiche dimensionali e, soprattutto, di governance di molte nostre imprese esportatrici, nonché l’effetto di attrazione esercitato dall’essere pienamente integrati nell’area dell’euro (di fatto un mercato quasi domestico) costituiscono fattori condizionanti della geografia degli scambi di non facile superamento in un periodo di tempo limitato.   

Se questi sono i tratti essenziali dell’andamento complessivo dell’export italiano negli ultimi anni, un aspetto da indagare riguarda la performance nei confronti delle economie con cui l’Italia condivide la moneta unica e rispetto alle quali deve effettuare un processo di riequilibrio competitivo. La figura 2riporta la quota dell’export di merci italiane in rapporto alla Germania e al resto dell’area euro. Le esportazioni sono misurate in volume, adottando, come deflatori dei valori in euro correnti, i prezzi alla produzione dei prodotti industriali sui mercati esteri[1]. Come si vede, la forte perdita di quota rispetto all’economia tedesca, in atto dall’avvio dell’euro, si è interrotta nel 2010. A partire da quell’anno le esportazioni italiane sono cresciute in linea con quelle della Germania. Ciò implica, ovviamente, che in rapporto al commercio mondiale la quota delle esportazioni dei due paesi si è mossa, dal 2010, allo stesso modo. E’ un risultato da leggere positivamente, tenuto conto che il benchmark è costituito da imprese super-competitive, nei cui confronti gli esportatori italiani sono stati in grado di fermare la perdita di posizioni.


Rispetto agli altri paesi euro la performance del nostro Paese si caratterizza, dall’origine della moneta unica, per una tenuta migliore, a conferma che la crisi italiana di quote dello scorso decennio è stata principalmente nei confronti della Germania, ovvero del paese che ha guadagnato competitività in modo generalizzato nei confronti dei partner euro. Con riferimento all’ultimo periodo, si vede che, dopo una riduzione tra il 2008 e il 2009, le esportazioni dell’Italia hanno preso a crescere, anche in questo caso, in linea con gli altri partner euro.

Fig. 2 – Esportazioni italiane in volume rispetto alla Germania e agli altri paesi euro (2000=100)
20140611-SC-Grafico 2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Tra questi paesi ci sono, però, economie con performance molto diverse, quali la Francia, rispetto a cui l’Italia ha migliorato la propria posizione sin dall’inizio dell’euro, e i cosiddetti periferici (Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda) che, come l’Italia, si trovano impegnati in processi anche più severi di riequilibrio. Come si posiziona il nostro paese rispetto al loro sforzo di aggiustamento? La figura 3mostra il confronto con l’economia periferica più importante per dimensioni di export: la Spagna, portata a esempio negli ultimi tempi per avere cominciato a evidenziare i frutti di un miglioramento competitivo in termini di costi unitari di produzione. E, in effetti, la figura mostra come l’evoluzione delle esportazioni spagnole rispetto alla Germania sia stata superiore a quella dell’Italia e, di conseguenza, come le vendite sui mercati esteri di merci iberiche siano cresciute più di quelle italiane, sin dall’uscita dalla “prima” recessione, nel 2009; un andamento che si è accentuato lo scorso anno. 

Fig. 3 – Esportazioni spagnole in volume rispetto alla Germania e all’Italia (2000=100)
20140611-SC-Grafico 3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Un esame della composizione per prodotti e destinazioni delle esportazioni delle economie considerate consente di fare maggiore luce sugli elementi sottostanti alle differenze di performance. In generale, le esportazioni variano a seguito di modifiche nei fattori cosiddetti estensivo e intensivo. Col termine estensivo si intende il fatto che le esportazioni possono aumentare perchè se ne accresce l’estensione, vale a dire il numero di prodotti esportati e di destinazioni raggiunte. Col termine intensivo ci si riferisce, invece, al fatto che le esportazioni possono incrementarsi perché ne aumenta l’intensità, vale a dire cresce il valore dell’export a parità di combinazioni prodotto-destinazione[2].

La tabella 1 mostra i risultati di tale esercizio di scomposizione per le esportazioni in euro correnti dei quattro paesi esaminati. La prima riga conferma quanto già illustrato in precedenza per i dati in volume: le esportazioni italiane in valore corrente sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, come quelle della Germania, più della Francia, meno della Spagna. Tale performance per l’Italia ha sotteso una modesta dinamica del margine estensivo (seconda riga), inferiore a quella di tutti gli altri partner, e una forte crescita di quello intensivo, ovvero delle esportazioni per combinazione prodotto-destinazione (ultima riga). L’aumento dell’intensità dell’export italiano supera in modo sostanziale gli incrementi sperimentati, per lo stesso margine, dalle altre economie. La dinamica delle vendite all’estero dell’Italia si è, dunque, caratterizzata per un notevole sforzo di intensità, che ha compensato i limitati progressi conseguiti in termini di estensione di prodotti-destinazioni.

Tab. 1 - Esportazioni in valore: scomposizione della variazione 2010-13 nei fattori estensivo e intensivo (variazioni logaritmiche x 100)
20140611-SC-Tabella 1
1Numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
2Rapporto tra il numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni e il numero massimo di combinazioni possibili prodotti-destinazioni.
3Rapporto tra valore delle esportazioni e numero delle combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Queste dinamiche hanno dato luogo a un’opposta performance dell’Italia rispetto ai partner europei con riferimento ai due margini presi in considerazione: perdita relativa per quel concerne l’estensione, guadagno sostanziale per quanto riguarda l’intensità (fig. 4). Questa evidenza appare in qualche misura coerente con quella derivante dall’analisi dei dati aggregati, vale a dire di un effetto mercato negativo (gli esportatori non si sono spinti verso nuove destinazioni più dinamiche) e, per contro, di un positivo effetto prodotto/competitività (le merci italiane hanno guadagnato quote nei mercati di sbocco tradizionali).

Fig. 4 - Export performance dell'Italia rispetto ai partner euro sui fattori estensivo e intensivo
(differenze tra variazioni logaritmiche in %, 2010-13)
20140611-SC-Grafico 4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

La scomposizione della tabella 1 consente di evidenziare anche le peculiarità, diverse da quelle italiane, dell’aumento dell’export spagnolo. Esso ha sotteso una compressione del fattore intensivo, a cui si è contrapposta una più che proporzionale espansione di quello estensivo. In altri termini, le esportazioni della Spagna sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, più di quelle dei partner europei unicamente perché l’economia iberica è stata in grado di accrescere in modo significativo il numero di combinazioni di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export. Scomponendo ulteriormente il fattore estensivo (terza, quarta e quinta riga della tab. 1), è possibile evidenziare gli elementi che sono stati alla base del forte aumento. Esso non è attribuibile alle componenti singolarmente considerate del numero dei prodotti venduti all’estero (diminuiti, come per le altre economie) e del numero delle destinazioni (cresciute più che negli altri paesi, ma in misura contenuta). Ciò che ha guidato l’allargamento del fattore estensivo dell’export spagnolo è stato il marcato incremento della densità, ovvero il fatto di avere ampliato, nell’ambito delle combinazioni prodotto-destinazione disponibili per la Spagna, la penetrazione dei prodotti iberici in un numero sostanzialmente più grande di mercati[3].

In estrema sintesi, alla base dell’aumento delle esportazioni italiane tra 2010 e 2013, c’è l’aumento di volume delle esportazioni degli stessi prodotti verso le stesse destinazioni (combinazioni prodotti-destinazioni quasi inalterate), mentre per la Spagna l’incremento è dovuto alla capacità di trovare nuovi mercati di sbocco per gli stessi prodotti esportati nel 2010.

A quali elementi attribuire il diverso comportamento delle esportazioni italiane e spagnole? Non disponendo di informazioni su come è variato il terzo soggetto in cui si articola il fattore estensivo, ovvero il numero di imprese esportatrici, a questo livello di analisi non si può che rimandare ad ulteriori approfondimenti[4]. Una spiegazione si potrebbe forse trovare nelle differenti esperienze di recupero competitivo realizzate, nel periodo esaminato, da queste economie. Le dinamiche nei due paesi dei prezzi all’esportazione (in Italia cresciuti tra il 2010 e il 2013 meno che in Spagna) e dei costi unitari del lavoro (in Italia aumentati più che in Spagna) sembrano indicare che la redditività media dell’attività di esportazione sia migliorata nell’economia iberica più che in quella italiana. Ciò potrebbe essersi tradotto nel caso spagnolo in un ampliamento della profittabilità delle vendite dei prodotti esportati anche a destinazioni che prima non venivano raggiunte perché eccessivamente distanti e, quindi, costose, dando così luogo al sostanziale aumento dell’estensione dell’export. Nel caso italiano, l’insufficiente crescita della redditività delle esportazioni si sarebbe, invece, accompagnata a modeste variazioni del fattore estensivo e all’incremento di intensità dello sforzo di vendita dei prodotti nelle destinazioni che risultavano già inizialmente (nel 2010) profittevoli.

Se il risultato netto delle due “strategie” sembra premiare la Spagna (le cui vendite all’estero sono aumentate più di quelle dell’Italia), occorre anche tenere presente il diverso costo dello squilibrio competitivo da correggere nelle due economie. Secondo recenti stime che tengono conto delle differenti distribuzioni delle imprese per livelli di efficienza nei paesi euro[5], il deprezzamento del cambio reale spagnolo necessario per l’eliminazione del gap competitivo sarebbe di 2,5-4 volte più elevato di quello richiesto all’Italia. Tenendo conto che il grosso dell’aggiustamento deve essere realizzato attraverso una svalutazione interna (e, quindi, con un peggioramento del mercato del lavoro), la differenza nell’entità del richiesto riequilibrio competitivo trova un riflesso nella dimensione del deterioramento del tasso di disoccupazione: in Spagna, dall’inizio della crisi, la quota dei disoccupati sulle forze di lavoro è aumentata una volta e mezza in più rispetto a quanto si è verificato in Italia. Sotto questa prospettiva, la migliore performance delle esportazioni  della Spagna non è che l’altra faccia del peggiore andamento del suo mercato del lavoro.

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[1] La deflazione dei dati di commercio estero per ottenere indici di quantità viene effettuata dagli uffici statistici nazionali con i valori medi unitari (VMU). Quest’ultimi non corrispondono, però, a veri indici di prezzo, risentendo del mutamento di composizione del basket di beni esportati/importati. I metodi di costruzione dei VMU sono, inoltre, influenzati dai criteri di trattamento dei dati estremi. Per questo motivo si è scelto di adottare come deflatore delle esportazioni dei paesi euro un vero indice di prezzo. E’ da ricordare che l’Istat ha abbandonato da alcuni anni il riferimento ai VMU per il calcolo del deflatore delle esportazioni di beni della contabilità nazionale, basandosi invece sui prezzi dei prodotti industriali sui mercati esteri, vale a dire l’indicatore di prezzo qui utilizzato.

[2] Queste valutazioni sono state effettuate adottando come definizione di prodotto il massimo livello di disaggregazione, a 8 digit, della Nomenclatura Combinata. In tale classificazione, gli item a 8-digit sono circa 19.000. I prodotti a 8-digit esportati da ciascuno dei quattro paesi europei considerati sono circa 8.400. Si sono considerate come esportazioni valide nel calcolo del margine estensivo e intensivo tutte quelle che presentano nei paesi di destinazione valori, per quanto piccoli, positivi.

[3] La densità è data dal rapporto tra numero di combinazioni effettive prodotto-destinazione (margine estensivo osservato) e numero massimo di combinazioni possibili prodotto-destinazione (margine estensivo teorico). Ad esempio, un paese che esporta 3 prodotti e ha 3 mercati di destinazione dispone di un margine estensivo teorico pari a 9 combinazioni prodotto-destinazione; tale combinazione si realizza se il paese esporta tutti i prodotti in tutte le destinazioni. Il margine estensivo effettivo sarà, però, inferiore a quello teorico perché, di regola, un paese non esporta tutti i suoi prodotti in tutte le sue destinazioni.  

[4] Un ulteriore limitazione deriva dal fatto che si ragiona su valori medi. Quest’ultimi perdono, però, potere esplicativo in presenza di distribuzioni molto asimmetriche quali sono quelle delle imprese esportatrici e dei prodotti esportati nelle varie destinazioni (si veda http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter/scenario/item/375-6-marzo-2014-svalutazione-interna).

[5] Cfr. Di Mauro F. and F. Pappadà (2014), “Euro area external imbalances and the burden of adjustment”, ECB working paper 1681.  

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