9 ottobre 2014 - Efficienza e specializzazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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La specializzazione settoriale dell’industria italiana è frutto della selezione operata dalla competizione globale: riflette veri vantaggi comparati di tipo tecnologico. Questa configurazione settoriale ha una limitata influenza sull’efficienza complessiva. Più determinante nell’incidere  sulla  produttività è il numero sproporzionato di micro-imprese: al netto di quest’ultime, il livello di efficienza dell’industria italiana non è molto distante dalla Germania. Ciò è confermato da un esercizio contabile di convergenza della produttività italiana a quella tedesca che mostra come il recupero del divario si avrebbe non tanto attraverso una identificazione del nostro mix produttivo con quello della Germania, ma con un avvicinamento della distribuzione degli addetti per classi dimensionali delle imprese a quella che caratterizza l’industria tedesca.     

Se si osserva il pattern italiano di specializzazione degli ultimi anni si rimane colpiti dalla sua stabilità. Ciò a dispetto dell’inasprimento delle pressioni competitive internazionali che avrebbero dovuto contribuire a smantellare i tradizionali presidi della nostra industria. L’adesione alla moneta unica, l’integrazione della Cina nel commercio mondiale, l’esaurimento delle protezioni fornite dall’accordo multifibre sono tutti fattori che, a vari livelli, hanno cambiato lo scenario competitivo per la nostra manifattura.

Essi hanno, in effetti, condotto a importanti modificazioni: si è compresso il peso delle industrie tradizionali di beni di consumo (filiera moda-casa), dove è molto aumentata la penetrazione delle importazioni dai paesi emergenti, e si sono al contempo rafforzate le produzioni di beni di investimento e intermedi. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati tali da incidere in modo sostanziale sul modello di specializzazione, rimasto pressoché invariato rispetto ai partner europei.

Nella figura 1 è rappresentato un indice di specializzazione delle esportazioni italiane rispetto ai paesi euro. Per facilitarne la lettura, i valori dell’indice sono distribuiti in senso decrescente dal settore col vantaggio più alto (articoli in pelle) a quello più basso (tabacco), sulla base della situazione di inizio periodo: come si vede, la gerarchia settoriale dei vantaggi e svantaggi comparati italiani risulta nel 2012-13 quasi la stessa dell’avvio della moneta unica[1].

Fig. 1 – Specializzazione delle esportazioni italiane per settori manifatturieri rispetto all’area euro
(indice > 0 = specializzazione; indice < 0 = despecializzazione)
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Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati del Rapporto Ice 2013-14

Questa specializzazione, che vede il persistere di un’allocazione di risorse relativamente elevata in settori tradizionali e ritardi nell’alta tecnologia, è stata di volta in volta definita sbagliata, obsoleta, penalizzante. E’ stata vista come sintomo di ritardo competitivo e, al contempo, causa di declino economico. Non siamo d’accordo con questa impostazione. Non solo perché la staticità del modello italiano è un fenomeno ingannevole che sottende in realtà intensi cambiamenti delle imprese dentro i settori e dei prodotti dentro le imprese. Ma più in generale perché in un ambiente altamente concorrenziale, come quello in cui è inserita la manifattura, non ha senso parlare di settori “buoni” in contrapposizione a settori “cattivi”. La specializzazione italiana ha questa configurazione come risultato dell’esposizione agli effetti selettivi della competizione globale. In tal senso è da considerare l’esito di un processo efficiente, date le condizioni istituzionali, tecnologiche e di dotazione fattoriale che caratterizzano l’economia. Se la si ritiene sbagliata si deve presumere il verificarsi di fallimenti di mercato che hanno condotto ad allocazioni delle risorse non in linea con i vantaggi comparati effettivi del paese.

Le figure 2-5 mostrano che non è così.  La specializzazione settoriale dell’Italia riflette vantaggi tecnologici “veri”: essa è tanto più forte nelle industrie in cui l’Italia è relativamente più produttiva; ciò è riscontrabile nei confronti sia dell’UE nel suo insieme (figura 2), sia della sola Germania (figura 4). Una naturale conseguenza è che le imprese si distribuiscono nei settori in funzione di tali specializzazioni: la popolazione relativa delle imprese italiane è, infatti, tanto più elevata nei settori, quanto più intensa ne è la specializzazione; anche in questo caso, ciò è verificabile rispetto sia all’UE (figura 3) che alla Germania (figura 5). Se si ritiene, dunque, che la specializzazione industriale dell’Italia sia nei settori sbagliati, per modificarla si deve intervenire sui vantaggi effettivi di produttività. Non è un percorso semplice, né di breve periodo. Esso è inoltre esposto a margini di errore, soprattutto se implica l’intervento di un policy maker illuminato che si presume sappia selezionare meglio di quanto faccia la concorrenza nel mercato globale la configurazione settoriale “giusta” per la nostra industria.

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1Si considerano circa 90 settori manifatturieri. La specializzazione settoriale è misurata sul valore aggiunto. Essa è data dal rapporto tra la percentuale di valore aggiunto settoriale sul totale dell’Italia è l’analoga percentuale calcolata per l’UE e la Germania. Il vantaggio comparato di produttività è dato dal rapporto tra valore aggiunto settoriale per addetto e valore aggiunto per addetto della manifattura dell’Italia diviso per l’analogo rapporto calcolato per l’UE e la Germania. Allo stesso modo viene calcolato il numero relativo di imprese. Tutti gli indicatori sono espressi in logaritmi naturali.Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Ma il riconoscimento che la specializzazione ha un fondamento nei vantaggi/svantaggi effettivi della nostra industria implica un rassegnarsi a livelli di efficienza complessivi permanentemente più bassi rispetto a quelli di paesi che hanno strutture diverse? Per rispondere a questa domanda effettuiamo un confronto con la Germania. Sulla base dei dati di bilancio delle imprese si stima (nell’anno  2011) un livello di produttività della manifattura italiana più basso di quello dell’industria tedesca del 20% circa[2]. Tale gap sottende, come visto nelle figure precedenti, specificità settoriali. Sono, però, presenti anche rilevanti eterogeneità dimensionali di cui si deve tenere conto. La figura 6 mostra le differenze di produttività, espresse in parità dei poteri d’acquisto, delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche per classi di dimensione nel periodo 2002-2011. Come si vede, lo svantaggio italiano è molto marcato nelle micro-imprese (sotto i 10 addetti) ed è presente, ma in misura più contenuta, in quelle di più grande dimensione (da 250 addetti in su). Al contrario la nostra industria presenta un vantaggio di produttività rispetto a quelle tedesche nella dimensione piccola (20-49 addetti) e, soprattutto, media (50-249 addetti); in quest’ultimo caso il gap favorevole all’Italia è consistente (le nostre imprese sono più produttive di quelle tedesche di un 25-30%) e tendenzialmente crescente nel tempo.      

Fig. 6 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche
(valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Date queste differenze, si può osservare che escludendo le micro-imprese dal computo della produttività complessiva la distanza di efficienza dell’industria italiana da quella tedesca, misurata in ppa, si riduce sensibilmente, da circa il 20% a poco sotto il 10% (figura 7).

Fig. 7 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche, totale ed escludendo le micro-imprese (valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Se si va poi a esaminare la distribuzione relativa delle imprese italiane per classi dimensionali si notano, al contrario di quanto osservato per la specializzazione settoriale, delle marcate distonie rispetto alla dislocazione dei vantaggi/svantaggi di produttività (figura 7). L’Italia presenta, infatti, la più elevata proporzione relativa di imprese proprio nella classe dimensionale caratterizzata dal più forte svantaggio competitivo, quella delle micro-imprese. All’opposto, nella fascia dimensionale più produttiva, quella tra i 50 e 249 addetti, la proporzione delle imprese italiane è relativamente bassa rispetto a quella riscontrabile nell’industria tedesca. In definitiva, questo confronto consente di qualificare in modo più preciso la nota evidenza di un numero sproporzionato in Italia di micro imprese, mettendola in relazione con i livelli di produttività dell’industria: il confronto con la Germania pone in luce che vi sono troppe imprese nella classe dimensionale che è di gran lunga la meno produttiva.

Fig. 8 – Italia-Germania: divari di produttività (in parità dei poteri d’acquisto) e numero relativo di imprese
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Sulla scorta di questa analisi effettuiamo un esercizio di convergenza del livello di produttività dell’industria italiana nei confronti di quella tedesca. Ci domandiamo cioè come si modificherebbe l’efficienza complessiva della nostra industria se, di volta in volta, questa assumesse la composizione settoriale di quella tedesca, oppure se a parità di struttura settoriale le imprese italiane avessero livelli medi di efficienza (nei settori e nelle classi dimensionali) uguali a quelli tedeschi o se, infine, a parità di mix settoriale e di livelli di produttività la distribuzione dimensionale delle imprese italiane (misurata dal peso degli addetti) fosse uguale a quella osservata in Germania. Si tratta di un esercizio puramente meccanico che separa contabilmente fenomeni (composizione settoriale, produttività media delle imprese, distribuzione degli addetti per classi dimensionali) che sono tra loro interconnessi, ma che risulta tuttavia utile per fornire una misura approssimativa dell’influenza che ciascuno di essi esercita sul divario complessivo di produttività della nostra industria nei confronti della Germania. La figura 9 mostra che l’assunzione della composizione per settori dell’industria tedesca avrebbe effetti limitati sulla produttività dell’industria italiana: il gap rispetto alla Germania si ridurrebbe dal 20 a circa il 15%. Il raggiungimento, nei settori e nelle classi dimensionali italiane, dei livelli di produttività media delle imprese tedesche avrebbe un effetto un po’ più consistente, ma comunque insufficiente a colmare il divario di produttività che passerebbe dal 20 al 10% circa. Il cambiamento che porterebbe ad annullare il divario produttivo riguarda, invece, l’aspetto dimensionale: se la distribuzione degli occupati italiani nelle varie classi dimensionali divenisse identica a quella che si osserva in Germania la produttività della nostra industria tenderebbe ad allinearsi completamente a quella tedesca.            

Fig. 9 – Gap nel livello di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche in varie ipotesi di convergenza strutturale, valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto (Germania=100)
20141009-SCN-Grafico6
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In conclusione, l’ottica settoriale nel guardare ai difetti della nostra industria è fuorviante. Le differenze tecnologiche dei settori certamente contano nel determinare i divari di efficienza tra paesi che hanno diversi mix produttivi, ma molto meno di quanto si potrebbe ritenere. Ciò perché sulla produttività complessiva influisce molto di più l’emergere delle imprese migliori qualunque sia il settore di appartenenza, sia esso di vantaggio o svantaggio comparato, nonché dei prodotti migliori all’interno delle imprese che riescono a riorganizzarsi. E per promuovere questo tipo di cambiamento non occorre l’azione di un policy maker, ma la piena esposizione di imprese e prodotti alle forze competitive globali, si chiamino esse Cina o catene globali del valore. Inoltre, non si dovrebbe mai dimenticare che il non disporre “in casa” della capacità di produrre, ad esempio, alta tecnologia non preclude la possibilità da parte delle imprese di utilizzarla al meglio, importandola, nei processi produttivi e da parte dei consumatori di farla entrare nei loro standard di vita: il commercio internazionale, lo ha spiegato Ricardo due secoli fa, è un modo di produrre indirettamente attraverso lo scambio ciò che è inefficiente realizzare all’interno. Le differenze tecnologiche sono il sale dello scambio internazionale e devono essere sfruttate per aumentare il nostro benessere. La radice  profonda del gap produttivo dell’Italia nei confronti di un paese benchmark come la Germania non è dunque nella specializzazione, ma altrove. Essa si trova nel forte squilibrio dimensionale che caratterizza la distribuzione delle imprese nelle due economie. E con questo non ci si riferisce solo alla scarsa presenza nel nostro paese di grandi imprese, mediamente meno efficienti che in Germania, ma soprattutto alla sproporzionata numerosità di micro-imprese molto poco produttive. Si tratta di un fenomeno che ha poco a che vedere con la specializzazione e molto con l’evoluzione della struttura socio-economica del Paese.

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[1]I dati della figura 1 sono tratti da Santomartino, “Il modello di specializzazione commerciale dell’economi italiana: evoluzione recente e confronto con gli altri paesi dell’area dell’euro”, Rapporto Ice 2013-14. In tale contributo si sottolinea come indicatori di specializzazione costruiti sui saldi commerciali, considerando quindi anche il lato delle importazioni, mostrino risultati diversi, di maggiore variabilità nel tempo. L’indicatore utilizzato nella figura 1, basato sulle sole esportazioni, è più consono a definire vantaggi e svantaggi comparati rivelatori dell’allocazione settoriale delle risorse nazionali rispetto a quanto si verifica negli altri paesi europei.      

[2]Il divario espresso in parità dei poteri d’acquisto o ppa (riferita ai soli beni) era del 17%, in euro correnti del 23%. Il confronto internazionale tra livelli di produttività deve essere effettuato in ppa, e non in euro correnti, per tenere conto delle differenze di livelli di prezzo tra i paesi. Le ppa indicano quante unità della moneta nazionale di un dato paese sono necessarie per acquistare un dato paniere di beni e servizi. Le ppa sono quindi usate per convertire aggregati economici in una moneta artificiale (lo standard di potere d’acquisto), eliminando l’effetto delle differenze dei livelli di prezzo tra paesi. Se invece delle ppa si usano euro correnti, ciò porta a sovrastimare il valore aggiunto del paese con livello di prezzi più elevato (Germania). Nel caso della manifattura non si dispone di ppa riferite espressamente ai prodotti del settore. In assenza di questa informazione, si usano per rendere confrontabili i valori aggiunti manifatturieri le ppa riferite al totale dei beni calcolate dall’Eurostat.    

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