6 novembre 2014 – Una manifattura diversa

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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I nuovi conti nazionali forniscono l’immagine di una manifattura in parte diversa rispetto a quanto era noto. Un settore più piccolo in rapporto all’insieme dell’economia, meno intensivo di lavoro e quindi più efficiente nell’impiego di questo fattore, più profittevole, ma anche maggiormente drenato di risorse nel corso del tempo dalla parte restante e meno efficiente dell’economia. Alla base del rialzo nel livello di produttività per lavoratore è il più elevato numero di ore lavorate per occupato rispetto alle precedenti stime. A ciò si accompagnano, inoltre, redditi orari di lavoro più bassi. Mentre il salto di livello della produttività è significativo, alcuni miglioramenti si osservano anche nella dinamica del valore aggiunto in volume per addetto, soprattutto nel periodo che precede la crisi. Nell’insieme scaturisce una manifattura contrassegnata da un livello competitivo migliore rispetto a quanto era implicito nelle vecchie stime. Resta, invece, confermata la fase di forte difficoltà attraversata dall’industria negli ultimi anni sotto l’impatto della duplice caduta recessiva, con stasi della produttività e crescente compressione della quota dei profitti. Una condizione da cui è difficile uscire senza una vera ripresa della domanda e, quindi, dell’attività produttiva.

Nuovi conti. La revisione della contabilità nazionale, con il passaggio del Sistema europeo dei conti (Sec) dalla versione 1995 a quella 2010, è stata l’occasione per l’Istat di operare significative innovazioni nelle metodologie di misurazione che si sono rese possibili anche per la disponibilità e possibilità di integrazione di nuove e più complete basi di dati, dando luogo a una struttura informativa molto differente da quella su cui erano costruite le precedenti stime. L’attenzione di gran parte degli osservatori, catalizzata dalla correzione del Pil e dalle connesse modifiche nei rapporti di finanza pubblica, non ha colto la rilevanza di questi cambiamenti. Essi sono pervasivi, interessando tutti i settori e in misura significativa l’apparato industriale: la manifattura che emerge dai nuovi conti appare diversa da quella che era nota sulla base delle precedenti valutazioni[1].     

Manifattura più piccola. L’industria manifatturiera del Sec 2010 è più piccola in rapporto all’economia, in termini di valore aggiunto e, soprattutto, di occupazione. Le figure 1a-1c mostrano che la dinamica della caduta del peso della manifattura non risulta sostanzialmente modificata nel passaggio dalla vecchia alla nuova contabilità nazionale: la tendenza e l’intensità del processo di deindustrializzazione nell’economia italiana rimangono quindi confermate nelle nuove stime. Ciò che si modifica è il livello, in misura più rilevante quando si considerano il valore aggiunto in volume e l’occupazione. Calcolando il peso manifatturiero in unità di lavoro, esso scende in rapporto all’intera economia dal 19,3% del 1995 al 14,9% del 2013; nel precedente schema contabile la contrazione era dal 21,3% (1995) al 16,9% (2013). Confrontando le due contabilità emerge dunque una riduzione del peso dell’occupazione industriale sull’intera economia di circa due punti percentuali, uno scalino in discesa sostanzialmente costante tra l’inizio e la fine del periodo. Tale ridimensionamento è il risultato tanto di una significativa revisione al ribasso dell’input di lavoro assorbito dalla manifattura (considerando il periodo più recente 2000-13, si tratta in media di 450.000 unità standard in meno, pari a -10% rispetto alle precedenti stime), quanto di una correzione al rialzo dell’input di lavoro impiegato nell’intera economia (116.000 unità in più, in media, nello stesso arco di tempo, +0,5%). Passando, quindi, dalla vecchia alla nuova contabilità, il lavoro si è ridistribuito dalla manifattura verso altre attività, soprattutto nei servizi (dove l’occupazione è più alta di 640.000 unità, +4%); oltre a ciò, è aumentato il numero complessivo di occupati nell’intera economia.

Ulteriori informazioni sono ricavabili dalla figura 1d che mostra l’andamento della ragione di scambio (rapporto tra deflatori) dell’industria manifatturiera rispetto al resto dell’economia. La tendenza calante, riscontrabile sia nella precedente che nella nuova contabilità, sta a indicare il processo di assorbimento di risorse reali che i settori meno produttivi operano nei confronti di quello più efficiente, ovvero la manifattura; processo derivante dal semplice fatto che i prezzi degli altri settori, a minor dinamica di produttività, crescono più di quelli manifatturieri, talché occorre “cedere” nel tempo più manufatti per ottenere in cambio un’unità di beni degli altri settori. Ebbene nelle nuove stime questa sottrazione di risorse nei confronti della manifattura appare più accentuata: tra il 2000 e il 2013, la flessione della ragione di scambio del manifatturiero in rapporto al resto dell’economia è stata dell’1,4% all’anno, tre decimi di perdita in più rispetto ai vecchi conti (-1,1%). Il Sec 2010 porta dunque alla luce più marcati divari nelle dinamiche di produttività e, di conseguenza, dei prezzi tra l’industria manifatturiera e gli altri settori, con un maggior drenaggio di risorse dei secondi nei confronti del primo.

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Ma più produttiva e caratterizzata da maggior sforzo lavorativo. La forte revisione al ribasso del volume di occupazione industriale, in presenza di modifiche più contenute del valore aggiunto, comporta che nei nuovi conti la manifattura appaia notevolmente meno intensiva di lavoro e, quindi, più efficiente nell’utilizzo di questo fattore produttivo rispetto a quanto si conosceva sulla base dei vecchi conti. Considerando il periodo 2000-13, il valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro è, in media, più elevato dell’11,7% (tab. 1, quarta colonna). Un balzo che è fondamentalmente dovuto al maggior numero di ore lavorate in media da ogni occupato (dipendente e indipendente) a tempo pieno (+10,6%), a fronte di un rialzo assai più contenuto della produttività oraria (+1%). La manifattura è risultata, dunque, più efficiente non tanto perché si è prodotto di più per ogni ora di lavoro, ma perché si è lavorato per molte più ore pro-capite rispetto a quel che si sapeva: nella media del periodo vi sono state, rispetto alle precedenti stime, 190 ore in più all’anno per occupato a tempo pieno, che diventano 260 per i soli lavoratori dipendenti a tempo pieno. Prendendo a riferimento l’orario normale da contratto di una giornata di lavoro, ciò equivarrebbe a circa un mese e mezzo in più in media all’anno per unità di lavoro dipendente a tempo pieno. Se dunque l’affermazione di un minor sforzo lavorativo in termini di ore degli occupati italiani nel confronto con i partner europei appariva già discutibile secondo i vecchi dati, alla luce dei nuovi sembra ancor più priva di fondamento.

Tab. 1 -Industria manifatturiera: valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro e per ora lavorata e ore di lavoro per occupato a tempo pieno (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Il forte incremento di ore di lavoro per occupato a tempo pieno non si è riflesso in un aumento proporzionale dei redditi pro-capite, in quanto la nuova contabilità evidenzia anche un abbassamento del costo orario del lavoro rispetto alle precedenti stime. Considerando il lavoro dipendente, nel periodo 2000-2013 i redditi per unità standard di lavoro sono stati più elevati del 5,8% rispetto ai vecchi conti, a fronte però di un ridimensionamento dei redditi per ora di lavoro dell’8,2% (tab. 2, quarta colonna).

Tab. 2 -Industria manifatturiera: redditi da lavoro dipendente per occupato e ore di lavoro  (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Più profittevole, ma colpita dalle recessioni. A seguito di queste variazioni, ne consegue che la maggiore produttività rivelata dai nuovi conti è stata assorbita in gran parte dai profitti dell’industria manifatturiera. Mediamente nel periodo 2000-2013 il livello della wage share, ovvero la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro (dipendente e indipendente), è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 3,7 punti percentuali (fig. 2). A ciò ha simmetricamente corrisposto una quota di profitti sul valore aggiunto più elevata per un pari ammontare. Queste modifiche nelle quote distributive, in presenza di una maggiore produttività, vanno a disegnare un’industria manifatturiera con un livello competitivo migliore rispetto a quello che era implicito nei vecchi conti. Occorre, d’altra parte, osservare che la revisione contabile ha inciso in modo rilevante sui livelli di tali quote, ma relativamente poco sulla loro dinamica. In particolare ha comportato cambiamenti marginali nell’evoluzione della wage e della proft share negli ultimi anni, talché rimane confermato il crescente schiacciamento della porzione di valore aggiunto assorbita dai profitti a seguito della doppia recessione: tra il 2007 e il 2013, la quota dei profitti è calata di 11,1 punti percentuali (-11,8 nella vecchia contabilità). Tale compressione si è verificata nell’attesa, finora delusa, di miglioramenti della situazione economica ed ha svolto una funzione di cuscinetto nel contenere (col ricorso a riduzioni di orario tramite le varie forme di Cig, contratti di solidarietà, part-time) le ripercussioni dei cali di produzione sui livelli occupazionali.

Fig. 2 - Wage share nell'industria manifatturiera: redditi da lavoro (dipendenti e indipendenti) in rapporto al valore aggiunto (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Anche la dinamica della produttività è un po’ più robusta. La modifica nei livelli di produttività manifatturiera per lavoratore rappresenta un cambiamento importante che contribuisce a delineare, come detto, un’industria differente da quella che si conosceva. Cosa si può dire della dinamica della produttività, ovvero di quello che è considerato il punto di maggior debolezza della performance industriale nell’ultimo quindicennio? Anche sotto questo aspetto si riscontrano dei miglioramenti, pur se meno forti di quelli osservati negli scostamenti di livello. Tra il 2000 e il 2013, Il valore aggiunto manifatturiero per unità di lavoro è aumentato in volume di uno 0,2% in più all’anno rispetto alla precedente stima (fig. 3).

Fig. 3 - Dinamica della produttività del lavoro: Valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (1995=1)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Analizzando l’evoluzione per periodi (tab. 3), si vede che la maggiore crescita ha sotteso andamenti migliori di quelli in precedenza noti soprattutto nei primi anni del decennio scorso (0,6% in più all’anno tra il 2000 e il 2003). Inoltre, l’accelerazione della produttività nella successiva fase di ripresa (2003-2007) porta la relativa dinamica al 2,6% all’anno (0,2% in più rispetto alle precedenti valutazioni), rafforzando il giudizio circa il processo di riorganizzazione che la manifattura italiana ha realizzato in risposta all’aumento delle pressioni competitive di inizio millennio (moneta unica e Cina) e che le ha consentito, dal 2003, di rimettersi in marcia a un buon ritmo prima di essere pesantemente colpita dalle recessioni. Nell’insieme, dunque, le revisioni relative alla dinamica della produttività non sono così forti come quelle rilevate nei livelli, ma concorrono ad attenuare le valutazioni più pessimistiche sulle condizioni strutturali della nostra industria. Esse, peraltro, non modificano il quadro di forte difficoltà del settore manifatturiero degli ultimi anni come evidenziato dalla sostanziale stagnazione della produttività nella media del periodo 2007-2013. 

Tab. 3 -Industria manifatturiera: dinamica della produttività del lavoro - valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (var. % medie annue e differenze tra variazioni %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Queste valutazioni riguardano la manifattura nel suo complesso. Intorno ai valori medi del settore si rilevano, però, performance molto variegate delle industrie che lo vanno a comporre. Nella figura 4 si riportano i comparti manifatturieri in ordine decrescente di dinamica media della produttività (istogrammi scuri) nell’arco di tempo 2000-2011[2], secondo il nuovo schema di contabilità Sec 2010. In questo periodo il valore aggiunto in volume per unità di lavoro è aumentato dell’1% all’anno nell’intera manifattura. La figura evidenzia che nove comparti su venti hanno fatto meglio della media di settore. Essi sono nell’ordine i prodotti farmaceutici (+4,4% all’anno), gli articoli in gomma e materie plastiche (+2,4%), autoveicoli (+2,3%), la carta (+2%), le apparecchiature elettriche (+2%), i macchinari e attrezzature (+1,7%), il tessile e abbigliamento (+1,6%), la lavorazione di minerali non metalliferi (+1,3%), le attività metallurgiche (+1,3%). Si tratta di produzioni metalmeccaniche in cui l’Italia è già relativamente forte, di alcuni settori del made-in-Italy tradizionale presidio della nostra manifattura, ma anche di comparti di svantaggio comparato (farmaceutica, gomma-plastica, autoveicoli). E’ da rilevare anche che in alcune di queste attività le nuove stime di contabilità correggono al rialzo la dinamica della produttività rispetto alle precedenti valutazioni. In particolare, a fronte di una revisione media all’insù per l’intera manifattura pari a +0,3% all’anno in tale periodo, i maggiori beneficiari delle nuove stime sono, in ordine decrescente di correzione (istogrammi chiari), le attività metallurgiche (la cui dinamica della produttività è stata rivista in meglio dell’1,2% all’anno), macchinari e apparecchiature (+1,1%), carta e prodotti in carta (+1%), prodotti farmaceutici (+0,8%), autoveicoli (+0,7%), gomma e plastica (+0,6%), minerali non metalliferi (+0,5%).

All’opposto, cadute della produttività tra il 2000 e il 2011 si riscontrano (istogrammi scuri) nella raffinazione di prodotti petroliferi, negli altri mezzi di trasporto, negli alimentari-bevande, nei prodotti chimici, e nei mobili e altre industrie manifatturiere. In alcuni di questi comparti la revisione di contabilità (istogrammi chiari) ha implicato un ulteriore appesantimento della performance (è il caso della raffinazione, degli altri mezzi di trasporto, degli alimentari), in altri ha invece determinato un miglioramento (come nel caso della chimica, dei mobili e altre industrie manifatturiere) senza poter però ribaltare in positivo una dinamica già in partenza sfavorevole.

Fig. 4 - Industria manifatturiera: variazione media annua della produttività nello schema Sec 2010 e differenze rispetto allo schema Sec 95 (variazioni medie % 2000-2011)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Quadro storico diverso, ma non cambiano le difficoltà di oggi. In sintesi, il nuovo schema contabile consegna una manifattura con caratteri diversi dal passato. Un settore relativamente più piccolo, ma con un peso nell’economia che rimane comunque rilevante se confrontato agli altri paesi europei (inferiore alla Germania, ma superiore a Francia e Spagna). Soprattutto un settore che si caratterizza per una minor intensità di input di lavoro e che, quindi, utilizza questo fattore produttivo con maggiore efficienza rispetto a quanto si sapeva. E’ un cambiamento che non dipende da modifiche nel peso delle varie industrie: il mix produttivo manifatturiero registra solo marginali modifiche nel passaggio da una contabilità all’altra. Il maggiore livello di produttività riflette un minor uso di lavoro a parità di comparti produttivi. Meno occupati, ma ciascuno contrassegnato in media da uno sforzo lavorativo maggiore in termini di ore. Da ciò discende il rialzo di efficienza: il livello della produttività oraria si incrementa solo in misura contenuta. E’ un settore anche più profittevole, con un relativo ridimensionamento della quota di valore aggiunto assorbita dal lavoro. Tutto questo concorre a disegnare una struttura industriale, in media, più competitiva rispetto a quanto implicavano le precedenti valutazioni. Una modifica che consente in parte di superare alcune contraddizioni interpretative del passato, quando era più difficile conciliare l’evidenza di un’ampia manifattura con quella di un suo basso livello medio di efficienza.   

Se il quadro storico cambia, non si modifica però la situazione dell’industria degli ultimi anni. Le due recessioni hanno colpito severamente l’apparato manifatturiero, la seconda più della prima. La drastica caduta della domanda interna, in atto dal 2011, ha investito tutte le imprese, anche quelle esportatrici che vendono, in realtà, la gran parte del loro fatturato nel mercato nazionale. Il danno è stato strutturale, nel senso che ha inciso molto probabilmente sulla capacità produttiva dell’industria, determinandone un ridimensionamento. La prospettiva di sostanziale stagnazione, che emerge dalla generalità delle previsioni, non è assolutamente adeguata per porre riparo a un simile danno. Senza una vera ripresa della domanda interna (italiana ed europea) anche le parti più competitive dell’apparato industriale sono a rischio di un duraturo arretramento.

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[1]In questa nota trattiamo delle conseguenze per la manifattura (industria al netto del settore estrattivo) delle revisioni metodologiche operate nella contabilità nazionale, sviluppando le considerazioni effettuate nel focus on della Newsletter di ottobre; non entriamo nel merito dei vari cambiamenti. Per la descrizione e spiegazione delle innovazioni metodologiche apportate nei nuovi conti si rinvia alle note informative dell’Istat, in particolare a I nuovi conti nazionali in Sec2010, 6 0ttobre 2014

[2]Ci si limita al 2011 per poter operare un confronto con la precedente contabilità nazionale che non contiene informazioni, nel dettaglio settoriale considerato, per gli anni 2012 e 2013. 

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