11 febbraio 2015 - Potenziale manifatturiero

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Si annuncia una ripresa. Occorre che sia più rapida rispetto alle stime in circolazione per riparare i danni lasciati dalle recessioni. La manifattura è il settore maggiormente colpito, con  perdite di capacità  sia in estensione (numero di imprese) che in intensità (potenziale per impresa). E’ un ridimensionamento che non si è fermato agli operatori rivolti al mercato interno, ha riguardato anche gli esportatori. Non è da considerarsi per intero permanente, purché vi sia una ripresa adeguata con risveglio degli  investimenti.    

Una ripresa per la manifattura. Con un anno di ritardo rispetto alle previsioni, si affaccia una ripresa anche per l’Italia. Nelle prime stime è di intensità modesta (il Pil aumenterebbe nel 2015 dello 0,6% per la Commissione europea, marginalmente di più per gli istituti italiani). E’ insufficiente, ma è comunque un fatto positivo. Le due recessioni hanno indebolito la struttura della nostra economia e la scomparsa del segno meno davanti alla variazione dell’attività economica contribuisce almeno a frenare il deterioramento. Occorre una crescita più rapida. Secondo alcuni osservatori ciò è possibile, data la molteplicità di shock positivi che si sono succeduti negli ultimi tempi. Un auspicio che deve, però, fare i conti col fatto che la situazione economica italiana ed europea è anormalmente depressa e che alcuni di quegli shock hanno, in tali condizioni, effetti indesiderati (petrolio) ed esiti non garantiti (Qe). Se c’è un comparto che ha un assoluto bisogno di una forte ripresa della domanda aggregata è quello manifatturiero, il settore maggiormente danneggiato dalla lunga involuzione dell’economia. L’industria non ha conosciuto una fase di boom prima della crisi (come è stato, invece, per le costruzioni) e ha subito poi un ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della seconda guerra mondiale. Questo deterioramento è il lascito delle recessioni alla fase di ripresa. Esso va a definire la piattaforma ristretta da cui l’industria deve ripartire per un nuovo allargamento. La verifica di entità e caratteristiche del danno subito dalla struttura manifatturiera è propedeutica all’individuazione di una strada di rilancio produttivo[1].        

Perdita di capacità. Stimiamo che la produzione potenziale manifatturiera - ovvero quella ottenibile quando la capacità produttiva è pienamente utilizzata - si sia contratta del 18% tra il 2007 e il 2014 (tab. 1)[2]. I tre quarti di tale caduta (-13%) si sono realizzati nel corso della seconda e più lunga recessione. L’Italia non è sola nel ridimensionamento della base industriale: in Spagna la flessione è stata del 24% (-14% tra il 2010 e il 2014), in Grecia del 20% (-12%), in Portogallo del 6,5% (-2,5%), in Francia dell’11% (-6%). Questi paesi (con la parziale eccezione della Francia) condividono con l’Italia il fatto di avere sperimentato dal 2007 due  recessioni, un forte calo della domanda interna, uno sforzo più o meno intenso di recupero competitivo nei confronti della Germania e degli altri paesi core. In quest’ultime economie gli andamenti sono stati opposti. Il potenziale manifatturiero è cresciuto in Germania di quasi l’8% nel corso della crisi, con i tre quinti dell’incremento verificatisi tra il 2010 e il 2014 (+5%). Rialzi si sono avuti anche negli altri paesi del nord Europa, a eccezione della Finlandia che ha sperimentato una prolungata recessione.      

Tab. 1 – Produzione potenziale manifatturiera (variazioni %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat          

Una divergenza di andamenti tra le economie è, in realtà, osservabile sin dalle origini della moneta unica. La figura 1 mostra l’evoluzione del valore pro capite (a prezzi 2010) dell’output potenziale manifatturiero nell’area dei paesi del nord e in quella mediterranea (inclusiva della Francia) a partire dal 2000. Ne emerge una progressiva divaricazione, un processo di polarizzazione geografica centro-periferia che si è accompagnato alla più spinta integrazione. Nel 2000 si osservava una sostanziale equipartizione della capacità produttiva industriale in rapporto alla popolazione tra i due blocchi di economie. Questo iniziale equilibrio si è rotto nei primi anni dello scorso  decennio ed è stato sostituito da  una progressiva differenziazione tra le due aree; una dinamica che si è accentuata dal 2007. Prima della crisi, la divaricazione tra i due blocchi era principalmente alimentata dall’andamento crescente del potenziale pro-capite dei paesi euro del nord, mentre l’area mediterranea sperimentava una sostanziale stabilità rispetto ai valori di inizio decennio. Dopo il 2007 il divario si amplia perché i paesi mediterranei prendono a calare in modo significativo, a fronte di un trend sempre crescente di quelli del nord.

Considerando l’Italia nel confronto con la Germania (fig. 1, pannello di destra), si vede che il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera per abitante superiore all’economia tedesca. Secondo questa misura, dunque, l’Italia era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Tale vantaggio si è annullato a metà dello scorso decennio, per la sostanziale stabilità del potenziale italiano e l’aumento di quello tedesco. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è divenuto negativo, allargandosi sempre di più nel corso degli anni, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana. La capacità manifatturiera per abitante dell’Italia è nel 2014 1,5 volte più piccola rispetto alla Germania.

Fig. 1 – Polarizzazione nella manifattura: produzione potenziale pro-capite (milioni di euro 2010 per 1.000 abitanti)1
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1Paesi euro del nord = Germania, Olanda, Austria, Belgio, Finlandia; Paesi euro mediterranei = Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia.
Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Scende il numero di produttori. Sottostante al ridimensionamento del potenziale manifatturiero italiano vi è una diminuzione del numero dei produttori. A causa del cambio di classificazione (fino al 2007 Ateco 2002, successivamente Ateco 2007), che ha modificato il perimetro della manifattura, non è disponibile una serie storica omogenea del numero di imprese manifatturiere. Purtuttavia, anche tenendo conto del break statistico, emerge una tendenza di fondo all’erosione del numero di produttori, che ha avuto un’amplificazione negli anni della crisi (fig. 2). Tra il 2002 e il 2007 le imprese manifatturiere (nella classificazione Ateco 2002) si sono ridotte di 7.700 all’anno (-1,4%, tab. 2); tra il 2008 e il 2012 la contrazione (sulla base della classificazione Ateco 2007) è stata di 10.600 all’anno (-2,4%). Nel valutare queste dinamiche si deve tenere conto che nel 2013, anno per il quale non si dispone ancora di informazioni, vi è stata molto probabilmente una nuova riduzione delle imprese industriali che ha prolungato il trend in atto dal 2008[3].      

Fig. 2 – Italia: numero delle imprese manifatturiere
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Tab. 2 - Italia: numero imprese manifatturiere (variazioni assolute e percentuali medie annue)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Sotto il profilo dimensionale, la riduzione del numero di produttori ha interessato in termini assoluti principalmente la classe più popolosa, ovvero quella delle micro-imprese (sotto i 9 addetti) il cui ridimensionamento è stato molto simile nei due periodi: -7.200 in media all’anno (tab. 2). Tuttavia, la distribuzione per classi dimensionali non è mutata. Anzi, nel periodo della crisi (2008-2012) il peso delle micro-unità nella manifattura italiana è tornato ad ampliarsi (da 81 a 83% del totale), mentre la dimensione media di impresa nell’insieme della manifattura si è ridotta, passando da 9,6 a 9,2 addetti.

Estensione e intensità del potenziale. La caduta della capacità potenziale, a partire dal 2008, ha dunque riflesso un processo di riduzione nell’estensione della platea dei produttori, più forte di quello che aveva contrassegnato il periodo pre-crisi. Non si è trattato, però, solo di questo. Come mostrano le stime della tabella 3, si è avuto anche un ridimensionamento della produzione potenziale per impresa (-0,5% all’anno). Questo è un fenomeno del tutto specifico alla crisi e che segna una inversione rispetto alle tendenze del precedente periodo (+1,5%). La caduta del potenziale manifatturiero italiano negli ultimi anni ha, dunque, avuto una valenza tanto estensiva, con la diminuzione del numero di imprese operative, quanto intensiva, con il ridimensionamento in media della capacità produttiva di quelle che hanno continuato a operare[4].          

Tab. 3 – Italia: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue)
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Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Istat

Questa dinamica in contrazione su entrambi i fronti (numero e intensità) sembra contraddistinguere in modo specifico l’esperienza dell’industria italiana rispetto ai principali paesi euro (tab. 4). La Spagna - economia che ha subito tra il 2008 e il 2012 un calo di capacità superiore all’Italia - ha ridotto il potenziale solo attraverso una marcata flessione del numero di produttori; la capacità di produzione per impresa è, invece, variata in misura modesta. La Francia, d’altro canto, ha sperimentato una forte diminuzione del potenziale medio per impresa, mentre la numerosità dei produttori si è accresciuta. Infine, la Germania che al contrario delle precedenti economie ha visto un’ulteriore espansione di capacità di produzione, ha ottenuto questo risultato fondamentalmente incrementando il numero di produttori.

Tab. 4 – Paesi euro: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue, 2008-2012)
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Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Due letture. Nella misura in cui la produzione potenziale è un indicatore di quanto ottenibile con il pieno utilizzo della dotazione di capitale fisico delle unità produttive, tali evidenze possono suggerire una duplice lettura. La prima è relativamente benefica: la manifattura italiana ha subito una riduzione di potenziale “grazie” all’eliminazione dell’eccesso di capacità di produzione, realizzata riducendo i produttori e contraendo il capitale in eccesso nelle imprese rimaste operative. Una manifattura, quindi,  ripulita e resa più efficiente che sarebbe pronta a cavalcare la fase di ripresa non appena questa si verificasse. La seconda lettura, pur non escludendo questo effetto di selezione insito in ogni recessione, è meno positiva: la riduzione di potenziale, guidata dalla straordinaria contrazione del mercato interno e dalla rarefazione del credito, è stata molto forte ed è andata oltre il processo di pulizia dei segmenti inefficienti, finendo col coinvolgere un numero eccessivo di produttori e col colpire la capacità di produzione anche delle imprese in grado di rimanere operative. In questa visione la ripresa trova un’industria eccessivamente ridimensionata ed è, quindi, tanto più necessaria per cercare di ricostituire quella parte di potenziale produttivo che non meritava di essere eliminata e che può, in un ambiente in espansione, essere recuperata.

Meno esportatori. Un modo per verificare se la riduzione di potenziale abbia avuto un effetto solo selettivo o se vi sia stato anche uno sconfinamento verso attività produttive relativamente pregiate è quello di controllare cosa è avvenuto tra gli esportatori. Quest’ultimi costituiscono infatti il segmento più efficiente della popolazione delle imprese, quelle in grado di sostenere i maggiori costi insiti nel vendere all’estero restando profittevoli. In generale, i processi di selezione indotti da un aumento della competizione internazionale o da una contrazione della domanda dovrebbero portare al ridimensionamento degli operatori meno efficienti che si rivolgono al mercato domestico e all’espansione di quelli migliori, ovvero gli esportatori.            

Fig. 3 – Manifattura italiana: esportatori, incidenza sul totale delle imprese ed esportazioni per impresa1
(numero, valori in milioni di euro e valori %)
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1
I dati rappresentati in figura non costituiscono una serie omogenea; vi è una rottura tra il 2007 e il 2008 per il cambio di classificazione da Ateco 2002 ad Ateco 2007; v. la nota 5 nel testo. 
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat    

La figura 3 getta qualche dubbio sul fatto che negli ultimi anni si sia verificato un effetto univocamente virtuoso della selezione[5]. E’, infatti, vero che si è avuto un aumento dell’incidenza degli  esportatori (dal 19,9% nel 2008 al 21% nel 2012). Tuttavia, ciò è stato il risultato di una riduzione del numero di esportatori meno che proporzionale rispetto a quella del totale delle imprese. Tra il 2008 e il 2012 le imprese manifatturiere esportatrici sono diminuite di circa 4.000 unità (da 91.600 a 87.600, -4,4%). Il grosso di questa erosione si è verificata nel 2009, ovvero nel corso della prima recessione provocata dal collasso del commercio internazionale. Tuttavia tale processo non si è interrotto quando la domanda mondiale è ripartita. Si è, invece, avuto un nuovo ridimensionamento delle imprese esportatrici in occasione della seconda recessione (-1.400 unità tra il 2010 e il 2012), cioè in un periodo di drastica contrazione del mercato interno che non avrebbe dovuto dare luogo a perdite nella popolazione degli esportatori. Un segnale di difficoltà che ha presumibilmente riflesso l’impatto che la caduta della domanda domestica ha finito con l’avere anche sulle imprese esportatrici caratterizzate comunque da un ampia quota di fatturato venduta nel mercato nazionale (oltre il 60%) e soggette, quindi, a un significativo deterioramento degli indicatori di bilancio, con conseguente restrizione di credito operata da un sistema bancario sempre più avverso al rischio[6]. 

Nonostante la consistente flessione del numero di esportatori tra il 2008 e il 2012, le vendite all’estero della manifattura italiana sono comunque cresciute in tale periodo (+2,3%), grazie al deciso aumento dell’intensità di esportazione (export medio per impresa) delle unità rimaste operative nei mercati internazionali. Si tratta di una conferma della caratteristica estremamente intensiva, e non estensiva, dello sforzo di esportazione esercitato dall’Italia negli ultimi anni, evidenza osservabile anche sul lato dei prodotti e delle destinazioni estere servite.   

Tirando le somme: occorrono ripresa e investimenti. Le due recessioni succedutesi negli ultimi sette anni lasciano in eredità danni strutturali nell’industria manifatturiera. Si è avuta una forte caduta del potenziale (solo in Spagna e Grecia è andata peggio) che si è tradotta nel ridimensionamento tanto del numero dei produttori, quanto nell’intensità produttiva per impresa. Questa flessione lungo entrambi i  fronti dell’aggiustamento (numero e intensità) è stata una specificità (in negativo) della manifattura italiana. La contrazione nel numero dei produttori non ha riguardato in modo proporzionalmente maggiore gli operatori più piccoli (la distribuzione dimensionale delle aziende ha anzi sperimentato un leggero aumento relativo nella classe di addetti 1-9), né si è fermata al perimetro delle imprese meno produttive orientate al solo mercato interno. Essa ha riguardato anche il numero degli esportatori manifatturieri, che ha continuato a ridursi nel periodo più recente risentendo degli spillover negativi derivanti dalla compressione del mercato domestico. Tale erosione è stata, tuttavia, più che compensata dall’aumento dell’intensità di esportazione delle imprese rimaste presenti sui mercati esteri. Nell’insieme, l’effetto di distruzione (o pulizia) indotto dalle due recessioni sulla capacità produttiva sembra avere sopravanzato quello di creazione, conducendo a un ridimensionamento eccessivo per quantità e qualità delle produzioni eliminate. Tali perdite sono da considerarsi per intero permanenti? Non necessariamente, purché si superi la fase di stagnazione, parta un percorso di ripresa in grado di dare certezza di prospettive e, soprattutto,  si risveglino gli investimenti per ricostruire la base produttiva. In un normale ciclo economico sarebbero condizioni realizzabili. Diventano più difficili in un ambiente depresso e, per questo, richiedono un adeguato sostegno della politica economica.       

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[1]Per una quantificazione della caduta di potenziale  si veda anche lo Scenario di novembre 2013

[2]La produzione potenziale manifatturiera (PPM) è calcolata come rapporto tra l’indice della produzione del settore (IPM) e la quota di capacità utilizzata (CUM), cioè PPM=IPM/(CUM/100). Nella fig. 1 si riportano valori in milioni di euro ottenuti moltiplicando l’indice IPM con base 2010=100 per il valore della produzione manifatturiera del 2010, di fonte Eurostat, Structural Business Statistics. Per analoghe stime cfr. L. Monteforte e G. Zevi, An Inquiry on manufacturing capacity in Italy after the double-dip recession, mimeo Banca d’Italia, dicembre 2014.

[3]Un’accentuazione della dinamica nel 2013 è osservabile nei dati di fonte Cerved su chiusure, procedure e  fallimenti. Il numero complessivo delle imprese riflette, oltre ai movimenti in uscita, quelli in entrata. Tuttavia, le informazioni sulle imprese registrate presso le Camere di commercio indica che per la manifattura il saldo tra iscrizioni e cessazioni è stato nel 2013 ampiamente negativo e di dimensioni simili a quelle dell’anno precedente.  

[4]Nella tabella 3 si effettua un’approssimazione per il periodo 2002-2007, rapportando il potenziale produttivo basato sulla classificazione Ateco 2007 al numero delle imprese manifatturiere definite nella classificazione Ateco 2002. Una approssimazione da ritenere accettabile quando si considerano le dinamiche nel tempo di tali indicatori.  

[5]Nella figura 2 si riporta la serie storica delle imprese esportatrici ricostruita sulla base delle informazioni reperibili nell’archivio Istat coeweb. In tale fonte non è fornita una serie storica omogenea e alcuni dati annuali sono soggetti a un certa variabilità nel passaggio da una pubblicazione a quella successiva. Per la ricostruzione si è seguito il criterio di considerare come definitivo il dato annuale che appare nella pubblicazione più recente. La serie così ottenuta è soggetta alla rottura indotta dal cambio di classificazione Ateco del 2008. Un problema che dovrebbe incidere di meno sulla confrontabilità nel tempo degli indicatori ricavati da rapporti (incidenza degli esportatori e esportazioni per impresa).  

[6]L’emergere di una correlazione positiva tra fatturato interno ed estero nel corso dell’ultima recessione è evidenziata da Bugamelli, Gaiotti e Viviano (2014). Nelle valutazioni di questi autori, la caduta delle vendite nel mercato interno dopo il 2008 avrebbe ridotto, attraverso il canale della minore liquidità, la crescita delle esportazioni di 0,6 punti percentuali.

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