11 giugno 2015 - Prospettive di benessere

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Chiudiamo questa serie di scenari in una fase più favorevole di quella in cui è stata avviata (novembre 2013). Il cambio di tono delle politiche economiche europee ha dato spazio a una ripresa italiana. È la conferma che l’approccio precedente era inadeguato. Spingendo lo sguardo in prospettiva si vede, però, che c’è ancora molto da fare per una politica della crescita che miri a curare i danni della grave caduta.

Ripresa per cambio delle politiche. Con il numero di giugno si chiude questa serie di scenari avviata nel novembre 2013. È stato un percorso contrassegnato da una visione critica del modo unilaterale in cui l’Europa ha affrontato la sua crisi. Si sono purtroppo realizzati i timori, segnalati da alcuni sin dall’indomani delle manovre di austerità, circa le gravi e protratte ripercussioni recessive delle politiche fiscali front loaded intraprese in risposta alla crisi dell’euro (altrimenti detta crisi dei debiti sovrani). La scelta di mettere da parte le necessità di sostegno del ciclo economico, in condizioni di insufficienza di domanda, ha comportato danni strutturali al potenziale produttivo, ovvero proprio a quella variabile economica che si sarebbe invece voluto rafforzare. La valutazione emersa in queste note è che si è trattato di un deterioramento, italiano ed europeo, per una parte importante non necessario. Si potrebbe dire: non interamente meritato. Date le interrelazioni tra crisi di fiducia, del debito e credit crunch è difficile costruire scenari controfattuali, talché ognuno può avere il suo preferito e trovare anche una razionalizzazione all’affermazione che tutto quel che è stato fatto era inevitabile. Ma alla luce di quel che è avvenuto non è arduo immaginare strade alternative meno costellate di errori di politica economica, con una governance europea adeguata nell’interpretare le cause e nell’individuare le azioni, coordinate e simmetricamente distribuite tra i paesi partner, per superare in modo non distruttivo la crisi di credibilità della moneta unica.    

Questa serie di scenari termina in una situazione economica finalmente più favorevole: c’è una ripresa che coinvolge anche l’economia italiana. Interpretiamo questo miglioramento come la conferma della valutazione critica all’approccio di politica economica adottato in Europa. La ripresa si manifesta perché è mutato il contesto delle politiche macro. La Bce ha deciso quell’immissione di liquidità che prima di lei avevano, da tempo, realizzato le altre banche centrali dei principali paesi avanzati. La Commissione è stata portata, anche dal malcontento dei cittadini europei, ad adottare criteri di flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità e Crescita, favorendo un’attenuazione dei percorsi di austerità. È nel momento in cui le politiche si fanno, tra il 2014 e il 2015, più espansive (moneta) o meno depressive (finanza pubblica) che l’economia riesce a tornare su un sentiero positivo. Non c’è da meravigliarsene e cambiare il verso delle politiche è, in una certa misura, un riconoscere la fallacia dell’approccio seguito nel periodo precedente.        

Che ripresa è? Il Pil nel primo trimestre (+0,3%) è risultato migliore delle attese, ma la composizione della domanda è stata deludente, con consumi nuovamente in marginale calo, investimenti in macchinari e impianti persistentemente deboli, esportazioni in frenata a fronte di un rallentamento del commercio mondiale. L’attività produttiva è stata trainata dalla forte espansione della domanda rivolta al settore dei mezzi di trasporto, da una prima inversione di tendenza delle costruzioni, dalla ricostituzione del magazzino prodotti dopo l’intenso destoccaggio dei mesi precedenti. La fiducia delle imprese industriali si conferma in miglioramento, facendo però riemergere, come già avvenuto tra metà 2013 e inizio 2014, uno iato rispetto agli andamenti effettivi della produzione industriale (in calo ad aprile) che vanno a determinare il Pil trimestrale (fig. 1). Il clima di opinione delle famiglie si è in parte ridimensionato dopo il forte balzo sperimentato nei primi mesi del 2015, correggendo la favorevole percezione sulla situazione dell’economia che si era diffusa tra i consumatori a inizio anno.

Fig. 1 – Indici di produzione industriale, di clima di fiducia delle imprese e Pmi
20150611 Grafica1 SCN
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat e Markit Economics.

Il mercato del lavoro ha sperimentato un sensibile miglioramento in aprile, con il ritorno del numero di occupati sui livelli di fine 2012. Non è ancora chiara l’incidenza su questo risultato degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato (in vigore da gennaio) e dell’abolizione dell’articolo 18 (in vigore dal 7 marzo). I dati riferiti al primo trimestre (escludendo quindi il balzo di aprile) mostrano che la positiva dinamica occupazionale rispetto all’anno precedente è stata guidata dagli ultracinquantenni (a fronte di flessioni nelle altre classi di età), da una sorprendente trazione delle regioni meridionali (grazie agli andamenti in controtendenza, rispetto al Centro-Nord, nell’industria in senso stretto e nelle costruzioni) e dalla crescita dei lavoratori dipendenti a termine. Un’evidenza, quest’ultima, in parziale contrasto con i dati di fonte amministrativa che invece mostrano per i primi mesi dell’anno un deciso aumento dei contratti a tempo indeterminato. Nell’insieme, la crescita dell’occupazione riscontrata con la rilevazione di aprile, associandosi a una dinamica più contenuta dell’attività economica, sembra implicare un tendenziale indebolimento della produttività pro-capite.  

Si tratta di dinamiche congiunturali dell’economia compatibili con i quadri previsivi elaborati negli ultimi mesi dal Governo e dagli organismi internazionali (Commissione europea e Oecd) che stimano una crescita del Pil dello 0,6% nel 2015 (+0,7% per il Governo). I rialzi dell’1,4-1,5% attesi per il 2016 implicano, invece, un ulteriore irrobustimento. Una ripresa dunque è in atto: è sufficiente?

La prospettiva della “classe 2007”. L’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, da un voto di B- all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. È però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni. Se il Pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5% all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del Pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita (fig. 2). Con una crescita più consistente, del 2% nel 2017 e del 2,5% dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita.            

Fig. 2 –Quando i nati nel 2007 recupereranno i livelli medi di benessere che si avevano in Italia alla nascita:
Pil pro capite reale (2007=100)
20150611 Grafica2 SCN
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat, Oecd e stime Nomisma

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. Per verificare questo fatto si può osservare che se l’Italia, colpita dalla prima recessione (2008-2009) comune a tutte le economie, avesse potuto evitare la successiva caduta recessiva, il trend del reddito medio pro-capite si sarebbe sviluppato lungo la retta della figura 3, ottenuta interpolando i valori osservati negli anni 1970-2010. La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha, invece, ulteriormente allontanato il benessere del Paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5% all’anno, il Pil pro-capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, come mostra la figura, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2% nel 2017 e del 2,5% dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di Pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016. Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.     

Fig. 3 – Italia: Pil pro- capite in euro 2014
20150611 Grafica3 SCN
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e stime Nomisma

Vincoli di domanda alla crescita. Riuscire a crescere del 2,5%, anziché dell’1,5%, abbrevierebbe dunque di qualche anno il percorso per tornare ai valori di benessere pre-crisi e aprirebbe una prospettiva di lento ritorno ai livelli che erano nelle possibilità italiane prima delle recessioni, in particolare della seconda caduta recessiva. E’ immaginabile un simile tasso di crescita? Se si guarda al passato si dovrebbe dire di no. L’Italia da tempo non si espande a ritmi consistenti e bisogna tornare indietro al decennio ’80 dello scorso secolo per trovare un tasso di crescita medio annuo superiore al 2%. Tuttavia, è anche vero che il nostro Paese deve risalire da una recessione senza precedenti che ha fatto sprofondare spesa e produzione. Una ripresa rapida nei primi anni, dopo una simile caduta, può essere nell’ordine delle cose. Perché non avviene?

Nella situazione attuale non sono i vincoli di offerta a frenare le possibilità di sviluppo italiano. Quest’ultime continuano a essere ostacolate, anche nella ripresa, dall’insufficienza della domanda aggregata, su cui incidono la scarsa propensione alla spesa dei privati (a dispetto dello stimolo indotto dalla caduta del petrolio) e i vincoli imposti dall’alto debito pubblico. Le quantificazioni del deficit di domanda sono affette da notevole incertezza. In una fase congiunturale particolarmente sfavorevole come quella attuale, tali valutazioni tendono a sottostimare l’entità del gap apertosi tra spesa complessiva e offerta potenziale a causa della pro-ciclicità che caratterizza la stima dell’output potenziale. Quest’ultima – sia che si basi su filtri statistici, sia che scaturisca da modelli economici che ricorrono comunque a tecniche di filtraggio per le variabili chiave – è influenzata dallo stato del ciclo economico e tende, quindi, a incorporare nel prodotto potenziale gli effetti del breve periodo, per motivi statistici più che economici.

Tab. 1 - Misure del deficit di domanda aggregata in % dell’output potenziale
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Fonte: European Commission, Imf, Oecd 

Con questi caveat, si riportano nella tabella 1 le stime della carenza di domanda (output gap) effettuate dai principali previsori internazionali. Per tutti sussiste un deficit di spesa aggregata nella prospettiva di breve periodo. Nelle stime più conservative della Commissione, con i previsti ritmi di crescita della domanda aggregata il gap si chiuderebbe molto presto, tra il 2017 e il 2018. Se così fosse, si dovrebbe pensare che da quel punto in poi, data la maggiore lentezza della crescita dell’offerta, ogni incremento di domanda potrà  indurre effetti di surriscaldamento nell’economia italiana. L’inflazione di fondo, oggi a 0,6%, tra 3-4 anni potrebbe prendere a innalzarsi per eccesso di domanda ben sopra il 2%. Ci troveremmo insomma quasi alla vigilia di un ciclo inflazionistico nell’economia italiana, una situazione opposta di 180 gradi a quella odierna. È possibile? Riteniamo che non sia, allo stato attuale, una prospettiva credibile e che, di conseguenza, il deficit di domanda di cui soffre l’economia italiana sia più ampio e persistente di quello supposto dalla Commissione e maggiormente vicino alla valutazione, anch’essa probabilmente in una certa misura sottostimata, dell’Oecd.

Con un output gap del 4-5%, più che doppio rispetto a quello supposto dalla Commissione, vi è spazio per una più rapida ripresa della domanda prima di incontrare i vincoli di offerta, anche perché quest’ultimi  possono allentarsi per gli effetti (economici e non statistici) che una più positiva evoluzione nel breve periodo (domanda) può esercitare sulle dinamiche del lungo periodo (offerta). Una più forte crescita della domanda aggregata rivitalizza, tramite una maggiore propensione a investire, il lato dell’offerta che può prendere a espandersi in misura più significativa. All’opposto, una domanda a lungo stagnante ha impatti negativi, per mancata crescita dello stock di capitale ed effetti di isteresi sulla disoccupazione, sul potenziale produttivo. Il gap negativo che sussiste tra domanda e offerta può anche chiudersi, nel lungo periodo, per l’arretramento di quest’ultima. Non riteniamo, come detto, che sia questa la prospettiva dei prossimi anni, una situazione che risulterà ancora caratterizzata da una persistente tendenza dell’offerta a eccedere la domanda aggregata; ma il rischio c’è e occorre contrastarlo agendo, appunto, in primo luogo sulla spesa.  

Sfide per la politica per combattere il declino. Vi è dunque una ripresa, consentita dal mutamento delle politiche economiche. È un bene. Sarà, però, una fase ancora contrassegnata dalla debolezza della domanda aggregata. Quando si parla di rischi di stagnazione prolungata non si intende tanto crescita zero, quanto un’evoluzione positiva, ma che si caratterizza per la persistente inadeguatezza della spesa degli operatori, siano essi consumatori o imprese, rispetto alle potenzialità di produzione dell’economia. In queste condizioni, quella che abbiamo chiamato la “classe 2007” rischia di immettersi su un “sentiero di vita” contrassegnato da prolungata bassa crescita e dalla conseguente impossibilità ritornare ai livelli di benessere che erano impliciti nei trend pre-crisi, quelli di cui hanno goduto i loro genitori fino a che li hanno messi al mondo.

Quest’ultimi hanno avuto, fino al 2007, standard di vita che sono evoluti in linea con quelli delle altre grandi economie europee. Si è parlato a lungo di declino relativo dell’Italia prima della crisi; un fenomeno che si sarebbe concretizzato soprattutto a partire dalla metà degli anni ’90 dello scorso secolo. In effetti, i dati delle (riviste) contabilità nazionali non sembrano mostrare in modo chiaro una simile tendenza. Nei confronti della Germania, il Pil pro-capite ha effettivamente preso a scendere nel 2004-2005, quando maturano i successi da guadagno di competitività conseguiti grazie all’euro dall’economia tedesca; la caduta si fa poi precipitosa a seguito della duplice recessione italiana. Nei confronti della Francia il declino, dalla metà degli anni ’90, riflette essenzialmente il più veloce invecchiamento relativo della popolazione italiana. Escludendo questo effetto, il reddito pro-capite calcolato sulla popolazione in età di lavoro dell’Italia (una misura della produttività delle persone potenzialmente occupabili) tiene sostanzialmente il passo, dal ’95, con quello francese, prima di crollare con l’avvento della crisi. Il vero declino italiano si manifesta dopo il 2007; è questo che bisogna, oggi, primariamente curare.         

Fig.  4. - Pil pro capite in parità dei poteri d’acquisto costanti: Italia in rapporto a Germania e Francia
20150611 Grafica5 SCN
Fonte: elaborazioni su dati Oecd

C’è, dunque, ancora necessità di un’azione di politica economica volta a rivitalizzare una crescita che è stata annichilita degli eventi successivi al 2007. Ovviamente questo non può essere il compito che può svolgere una sola nazione che è parte di una unione monetaria e ha vincoli insormontabili da alto debito pubblico. Occorre un impegno europeo, perché una unione che condivide la stessa moneta non può accettare che si verifichi al suo interno una situazione quale quella descritta nelle figure 2-4, tanto più se quelle evoluzioni sono anche il frutto di scelte mal-concepite di politica economica perseguite in risposta alla crisi dell’euro. Si è detto che la recente ripresa deriva in effetti dal cambiamento di impostazione delle politiche macro nell’area euro. Ma, come molte volte si è constatato per i passi di volta in volta intrapresi nel corso della crisi europea, anche per questa azione si corre il rischio di ripetere il motto: too late, too little. Il “troppo tardi” potrebbe valere soprattutto per la politica monetaria che, a causa dell’opposizione tedesca, arriva al Qe con notevole ritardo. Non è detto che l’immissione di liquidità riesca a fare ripartire le aspettative di inflazione nella misura necessaria ad ancorarle nuovamente all’obiettivo del 2%, condizione essenziale per ridare potere di trazione alla politica monetaria. Ancor più se si tiene presente che l’inalterata opzione anti-inflazionistica della Germania può inficiare un simile sforzo. A questo proposito, è da notare che le aspettative di inflazione, misurate sui rendimenti degli strumenti finanziari, hanno preso a ripiegare nell’ultimo mese, dopo il rialzo susseguente all’annuncio e, poi, all’avvio del Qe. Il “troppo poco” si riferisce alla politica fiscale. La politica monetaria non convenzionale ha bisogno di essere affiancata dalla politica fiscale per essere efficace. Tuttavia, la flessibilità consentita dalla Commissione alle economie sotto osservazione si muove entro stretti limiti, mentre i paesi che avrebbero spazio fiscale per condurre l’affiancamento alla Bce sono restii ad adottare azioni di stimolo, anche quando queste sembrano nel loro concreto interesse nazionale (come è il caso degli investimenti pubblici in infrastrutture in Germania, finanziabili con tassi di interesse mai così bassi).

Non si è, dunque, fatto ancora abbastanza sul lato del sostegno della spesa, ci sono spazi da conquistare e resistenze da vincere in Europa per una politica di contrasto delle tendenze alla stagnazione. È in questo quadro che si devono inserire le azioni strutturali sul fronte dell’offerta. Esse devono aiutare a correggere il gap di domanda. Vanno in tale direzione tutte le misure volte ad abbattere l’incertezza sul futuro che riduce la voglia di spendere degli operatori privati e quelle dirette a rimuovere gli ostacoli (istituzionali, regolatori, legali) che abbassano la propensione all’investimento. Le politiche di riforma strutturale sono dunque anch’esse fondamentali in questa fase nella misura in cui contribuiscono a curare e non ad aggravare la debolezza della domanda aggregata.

I nodi della ripresa da scogliere continuano – oggi come un anno e mezzo fa  – a riguardare l’adeguatezza del livello della domanda.

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