Sebbene l’Iran non sia oggi tra i principali paesi destinatari del Made in Italy alimentare, con la fine delle sanzioni potrebbe aprirsi un mercato interessante per i prodotti italiani.

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Giovedì, 09 Aprile 2015 10:59

9 aprile 2015 - In lode delle importazioni

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Esportare è un bene, importare un male non evitabile. Questa è l’impostazione vigente oggi in Europa alle prese con ampia disoccupazione e vincoli all’azione di politica economica. Affidarsi all’export e contenere l’import è però la ricetta per comprimere il tenore di vita dei cittadini. E’ anche la negazione dei motivi che spingono a effettuare scambi con l’estero. Occorre invertire l’ordine di priorità. L’obiettivo dell’integrazione internazionale sono le importazioni; l’export è strumentale al poter acquistare dall’estero. Anche per la crescita della produttività, sono le importazioni che contano, non le esportazioni. L’Europa della moneta unica è un mercato di dimensioni comparabili a quelle degli Stati Uniti. Deve puntare a uno sviluppo che ha nella domanda interna il motore propulsore e non farsi guidare, come una piccola economia, da obiettivi di esportazioni. Se non c’è questo cambio di prospettiva, il resto del mondo ne chiederà ragione e i cittadini europei cominceranno sempre più a  domandarsi dove sono i benefici economici dell’integrazione.    

Second best. Si persegue l’integrazione nei mercati internazionali per esportare o per importare? Nella prospettiva europea – di un’area che non è ancora uscita dalla crisi iniziata nel 2008, un arco di tempo che si avvicina a coprire la metà della vita dell’euro – la risposta sembra non ammettere dubbi: lo scopo è esportare. Il resto del mondo è un’opportunità in quanto sbocco per vendere le proprie merci e sostenere così attività economica e occupazione interna. Esso diviene, invece, una minaccia quando è fonte di importazioni, che spiazzano produzione nazionale e sottraggono posti di lavoro. Export è bene, import è male: non è, forse, la stessa identità contabile del Pil a indicarlo?

A ben vedere, non c’è da meravigliarsi di un simile atteggiamento. Una fase di recessione-stagnazione così lunga come quella europea, accompagnata da alta disoccupazione, costituisce, al tempo stesso, un fallimento del mercato e della politica. Del mercato, perché non si sono messi in moto i meccanismi autocorrettivi del ciclo economico previsti dai libri di testo. Della politica, perché le misure macroeconomiche adottate in risposta alla crisi dell’euro non hanno ovviato a tali insufficienze e hanno, al contrario, amplificato le tendenze recessive. In una situazione economica persistentemente debole, con le leve della politica anticiclica inefficaci (moneta) o, per un’erronea visione, rese inutilizzabili (politica fiscale), puntare sull'estero, promuovendo le esportazioni e limitando le importazioni, diviene la soluzione di second best per cercare di alleviare le difficoltà del mercato del lavoro. E’ quanto avvenuto nella Grande depressione degli anni trenta.    

Questa è la situazione anche nell’Europa di oggi. Il saldo della bilancia delle partite correnti della zona euro ha superato, nel 2014, i 280 miliardi di euro, pari al 2,8% del Prodotto interno lordo  (fig. 1). Sono cifre record, superiori in valore assoluto e in percentuale a quelle della Cina, il super-esportatore mondiale. Non è stato sempre così; è un fatto nuovo emerso con la crisi  della moneta unica. Nei primi dieci anni dall’avvio dell’euro la bilancia commerciale con l’estero si caratterizzava, con rare eccezioni, per un sostanziale equilibrio. Nel 2010, l’avanzo era inferiore al mezzo punto percentuale in termini di Pil. L’esplosione del surplus commerciale, dopo il 2010, è stata la conseguenza della recessione da domanda interna delle economie periferiche, che hanno così ridotto o invertito di segno i loro squilibri, e del permanere su livelli molto elevati dell’attivo tedesco che non ha realizzato alcun aggiustamento.

Fig. 1 – Area euro: Saldo della bilancia delle partite correnti in % del Pil
20150409 SCN Grafica1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea

Esportare stagnazione. Partendo da questa posizione, l’area euro ora punta, anche attraverso il Qe, a una svalutazione del tasso di cambio per offrire un più solido appiglio alle possibilità di ripresa. Nella fase di accelerazione ciclica che, secondo le previsioni, si apre quest’anno, l’Europa continua a contraddistinguersi per una modesta evoluzione del mercato domestico, risparmia più di quanto investe (nell’ordine del 3% del Pil nel 2015 e 2016, secondo le stime della Commissione) e intende esportare verso il resto del mondo la debolezza della sua domanda interna e il connesso eccesso di risparmio. Svalutare è funzionale a questo. E’ una politica di crisi, di tipo beggar-thy-neighbour: non può lasciare indifferente il resto del mondo. Essa non viene contrastata solo se è una politica transitoria. Ma per risultare effettivamente tale, occorrerebbe che si avviasse nel frattempo la correzione degli squilibri commerciali intra-europei, il cui mancato aggiustamento finisce col riversarsi nell’ampio sbilancio verso l’esterno dell’area. Le dinamiche delle bilance delle partite correnti dicono che non si sta andando in questa direzione. Non ci si dovrà, quindi, sorprendere se gli organismi internazionali e le grandi economie danneggiate dal deprezzamento dell’euro (principalmente gli Stati Uniti) torneranno, prima o poi, a chiedere che l’eurozona imbocchi la strada del rilancio della domanda domestica, a partire dalla Germania. Nel frattempo, la politica monetaria americana viene rimodulata per contrastare il rafforzamento del dollaro, rendendo indefinita la prospettiva dell’atteso rialzo dei tassi di interesse.       

Second worst. Una politica di second best – dettata dalla priorità di ridurre gli squilibri del mercato del lavoro – finisce, però, fatalmente col confondersi con una scelta di second worst. Ciò emerge con evidenza se si considerano le vere motivazioni che dovrebbero spingere un’economia all’integrazione internazionale. Lo scopo dell’impegnarsi negli scambi con il resto del mondo sono, infatti, le importazioni, non le esportazioni. Capovolgere l’ordine delle priorità, facendo della massimizzazione della quantità di export che si riesce a vendere un obiettivo, conduce fatalmente alla deriva mercantilista che si osserva in Europa. Essa è fonte di distorsioni interne ed esterne all’area. In particolare, questo approccio penalizza il tenore di vita dei cittadini rispetto a quanto essi potrebbero conseguire in condizioni di effettivo equilibrio macroeconomico. Per vendere all’estero molto più di quanto si acquista occorre comprimere la domanda interna e svalutare. Sono due azioni che portano all’abbattimento dei livelli di benessere: è il risultato di second worst rispetto alla situazione, che si cerca di contrastare, di ampia disoccupazione.

Il punto è che L’Europa – come area economica integrata considerata nel suo insieme – non avrebbe necessità di passare per queste forche caudine; disporrebbe, infatti, nel suo armamentario delle politiche di first best in grado di risolvere i suoi problemi e che si dovrebbero concretizzare nel coordinamento tra i paesi membri di misure per l’espansione del mercato interno. Si concilierebbero in tal modo il sostegno del ciclo e dell’occupazione con le motivazioni di fondo che portano all’integrazione negli scambi internazionali.    

Import come obiettivo. Acquistare i beni e servizi che producono gli altri paesi: questo è l’obiettivo dell’inserirsi nei traffici mondiali. Ciò è stato compreso sin dallo sviluppo del commercio internazionale, sin da Ricardo ed è lì che una Europa non più mercantilista dovrebbe tornare.

Le importazioni, non le esportazioni, sono la chiave per la crescita degli standard di vita che l’integrazione negli scambi globali può favorire. Ciò perché le importazioni consentono di:

  • aumentare direttamente l’utilità che i cittadini ottengono dal consumarle: è lo smartphone importato nella tasca del consumatore medio italiano che innalza il suo benessere, non la Ferrari esportata.
  • rafforzare la profittabilità delle imprese che beneficiano di una più ampia disponibilità/flessibilità di input e tecnologie tra cui scegliere per i processi produttivi, con ricadute per il benessere nazionale: le catene globali del valore non sono che il modo moderno, consentito da tecnologia e  liberalizzazioni commerciali, di sfruttare una simile opportunità.
  • in generale, acquisire i beni e servizi richiesti dai cittadini a prezzi più bassi di quelli che si sopporterebbero se si dovessero produrre “in casa” e aumentano la varietà di prodotti a cui si può accedere rispetto alla gamma necessariamente limitata e più costosa che sarebbe disponibile con l’impiego delle sole risorse nazionali.

Export come strumento. In tale prospettiva l’export svolge un ruolo strumentale, come procacciatore di potere d’acquisto da spendere sui mercati internazionali per poter arrivare all’import di cui si ha bisogno. Non è dunque la dimensione quantitativa delle esportazioni a contare, ma la capacità di tali esportazioni di consentire l’acquisto della maggiore quantità (e qualità) possibile di importazioni richieste da cittadini e imprese di una nazione. Il commercio con l’estero di una economia andrebbe, quindi, valutato non sulla base di quanto esporta, ma dell’efficienza con cui l’input/esportazioni – assimilabile a un costo da minimizzare nell’ambito di un processo produttivo – si trasforma in output/importazioni. Ad avere rilievo per il benessere nazionale è il riuscire a vendere all’estero con prezzi crescenti rispetto a quelli a cui si acquista, vale a dire ciò che si definisce ragione di scambio.

E a questo proposito si può osservare che la dinamica della produttività delle esportazioni – ovvero quante importazioni si ottengono con un euro di export – risulta in Italia non molto dissimile da quella della Germania e superiore a quella di un’economia, come la Finlandia, che ha una struttura delle vendite all’estero molto diversa, nettamente più spostata verso l’alta tecnologia (FIg. 2). La composizione merceologica dell’export ai fini della ragione di scambio conta, ma non nel senso che i prodotti  tecnologicamente più innovativi siano invariabilmente da preferire. Per la ragione di scambio è molto più importante essere in grado di vendere beni per i quali sia riesce a esercitare (e a ricostituire continuamente nel tempo) un potere di mercato, qualunque sia il loro livello tecnologico.   

Fig. 2 – Produttività delle esportazioni: quantità di import che si ottiene con 1 euro di export (2000=1)
20150409 SCN Grafica2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Qualità dell’export per migliorare la ragione di scambio. Dato il ruolo che svolge la ragione di scambio nell’influire sul benessere nazionale, più che l’espansione quantitativa dell’export va tenuto d’occhio il suo sviluppo qualitativo (differenziazione verticale) e la capacità di collocarsi in segmenti di mercato che risultano relativamente al riparo dalla competizione di prezzo (differenziazione orizzontale). La stessa crescita delle grandi economie emergenti dovrebbe essere vista non tanto come un’opportunità di aumento delle quantità che si possono vendere, quanto come una occasione per migliorare la ragione di scambio offerta dal catching-up dei gusti di consumatori in via di rapido arricchimento. La maggiore  domanda di qualità che ne deriva innalza, infatti, il potere di mercato di quei produttori che possono offrire beni ad alta qualità: questi sono in grado di accrescere i prezzi di vendita in quelle destinazioni, con beneficio per la ragione di scambio.

Molte imprese italiane si trovano in questa condizione. La tabella 1 mostra i risultati di uno studio sulle politiche di prezzo all’export, in rapporto a quelli interni, delle imprese manifatturiere in risposta alla percezione che esse hanno circa l’intensificazione nei mercati esteri della pressione competitiva di costo e di qualità. Come si vede, quando la competizione estera fondata sulla qualità cresce dell’1%, la probabilità per le imprese italiane di aumentare i prezzi all’esportazione aumenta del 4,5%, quella di lasciarli invariati o ridurli si contrae di oltre il 2%. Una più intensa competizione basata sulla qualità è, quindi, benefica per la ragione di scambio di un paese come l’Italia che ha molte imprese esportatrici che, producendo beni di alta qualità, possono rispondere incrementando i loro prezzi di vendita. Al contrario, quando è la competizione di prezzo/costo a crescere dell’1%, la probabilità di alzare i prezzi all’export si abbatte del 6,5%, mentre si innalza del 3% e più quella di mantenerli costanti o di abbassarli. Operare sul fronte della competizione di costo va a detrimento della ragione di scambio e, quindi, del benessere di un paese.

Tab. 1 – Probabilità per le imprese esportatrici italiane di variare i prezzi all’export (rispetto a quelli interni) in corrispondenza di modifiche nella competizione non di prezzo e di prezzo nei mercati esteri (var. %)
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Fonte: Basile R., De Nardis S., Girardi A., “Pricing to market, firm heterogeneity and the role of quality”, Review of World Economics (2012).

Produttività, export, import. Ma relegare l’export a una funzione strumentale (volta a ottenere potere d’acquisto) non è riduttivo? Non è, forse, l’export obiettivo prioritario in quanto driver per i miglioramenti di produttività? Per rispondere a questi interrogativi occorre mettere nella giusta prospettiva il legame causale tra produttività ed esportazioni. Vi è certamente un’influenza biunivoca tra i due fenomeni, ma l’origine prima della capacità di esportare (e dell’investire all’estero) è essere, già in partenza, produttivi. L’internazionalizzazione di una impresa è la cartina di tornasole della sua più elevata efficienza rispetto ai produttori non in grado di andare all’estero. Chi riesce a internazionalizzarsi lo fa perché ha, già prima di esportare o investire all’estero, una produttività superiore alla soglia minima di efficienza necessaria per competere in modo profittevole nel mercato globale. Gli eventuali effetti di ritorno dall’export alla produttività vengono successivamente a questa condizione iniziale. Essi si manifestano solo dopo che un’impresa ha superato la soglia minima di produttività e, quindi, solo dopo che essa è diventata effettivamente esportatrice e in grado di beneficiare di quegli effetti di ritorno in termini di ulteriore spinta all’innovazione e all’aumento di efficienza. Sulla base di queste considerazioni e a meno di disfunzioni (informative, di credito, ecc.) che tengono un’impresa meritevole lontana dal mercato estero, l’obiettivo dell’export come attivatore di produttività perde buona parte della sua motivazione: quella della spinta all’innovazione è una funzione che viene svolta  solo per chi ha già endogene capacità di esportare.

Ma porre la crescita delle esportazioni, in quanto driver di efficienza, come finalità della politica economica può essere fuorviante anche da un altro punto di vista. Se si vuole innalzare il benessere nazionale attraverso il miglioramento della produttività il fine da perseguire sono, ancora una volta, le importazioni piuttosto che le (nostre) esportazioni. In un ambiente fortemente eterogeneo quale è quello delle imprese manifatturiere, sono i competitori esteri che con le loro esportazioni (cioè le nostre importazioni) selezionano i nostri prodotti e i produttori migliori, ne accrescono il peso nell’output nazionale e conducono per tale via all’aumento della produttività aggregata (e quindi del potere d’acquisto pro-capite). A ben vedere le esportazioni dei competitori sono precisamente ciò che manca, del tutto o in parte, nei settori non-tradable, meno produttivi anche perché non esposti alla competizione delle importazioni. L’impostazione ricardiana che enfatizza lo scopo dell’importare nel commercio internazionale diviene, dunque, ancor più fondata in un mondo di imprese eterogenee, dove coesistono produttori più e meno efficienti, quale è quello che caratterizza la realtà produttiva delle economie: grazie alle importazioni si concretizza l’ulteriore beneficio del commercio internazionale consistente nel promuovere la crescita della produttività di una nazione attraverso la selezione dei produttori e delle produzioni migliori.    

Un grande mercato interno deve importare. Nell’area della moneta unica vi sono 330 milioni di abitanti all’incirca come negli Stati Uniti. Sono cittadini con alto livello di reddito, elevata età media, gusti sofisticati. I loro consumi sono, però, penalizzati da politiche macroeconomiche depressive, che assegnano in ogni singola nazione – dalla Germania alla Grecia, passando per l’Italia – alle esportazioni la funzione di traino della crescita. In questo modo la zona euro, lungi dal configurarsi come un’area veramente integrata, appare piuttosto come la somma di tante piccole economie aperte che, in competizione reciproca, si affidano all’aumento dei volumi di export per il sostegno delle loro economie. In assenza del cambio, svalutazione interna e compressione della spesa sono gli ingredienti per perseguire questo obiettivo. Il freno al miglioramento del tenore di vita ne è la conseguenza. La popolazione europea costituisce, al contrario, uno straordinario bacino potenziale per uno sviluppo che ha nella crescita della domanda interna il principale motore di propulsione [1].

Uno sviluppo orientato alle importazioni perché è dalla possibilità di accesso ai beni e servizi di origine estera, europei ed extra-europei, che si origina il benessere e, quindi, la giustificazione dell’essere partecipi dei processi di integrazione, siano essi in Europa o con il resto del mondo. L’export deve seguire, in quanto trainato dal grande mercato interno, non essere guida delle scelte europee.
Se non si rimettono nel giusto ordine le priorità, l’Europa difficilmente riuscirà a distaccarsi da una prospettiva che alterna fasi di bassa crescita ad altre di tendenziale stagnazione. Gli effetti saranno, da un lato, quelli di indebolire sempre più le ragioni che hanno portato all’integrazione e, dall’altro, di tentare di esportare le proprie contraddizioni interne (squilibri intra-area) verso l’esterno. Prima o poi i cittadini europei potranno cominciare a domandarsi il perché della negazione dei motivi originari dell’integrazione e il resto del mondo potrà iniziare a chiedere ragione di un comportamento che porta un’area matura e ad alto reddito a crescere (modestamente) sottraendo domanda internazionale alle altre economie.

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[1] Su questa linea di ragionamento si veda il contributo di Innocenzo Cipolletta su Eutopia.

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Roma, Istat Via Baldo 16 ore 10.30. Tavola rotonda “La rilevazione dei nuovi prezzi all’importazione”. Partecipa Sergio De Nardis Chief Economist di Nomisma.

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