Giovedì, 11 Giugno 2015 00:00

11 giugno 2015 - Prospettive di benessere

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Chiudiamo questa serie di scenari in una fase più favorevole di quella in cui è stata avviata (novembre 2013). Il cambio di tono delle politiche economiche europee ha dato spazio a una ripresa italiana. È la conferma che l’approccio precedente era inadeguato. Spingendo lo sguardo in prospettiva si vede, però, che c’è ancora molto da fare per una politica della crescita che miri a curare i danni della grave caduta.

Ripresa per cambio delle politiche. Con il numero di giugno si chiude questa serie di scenari avviata nel novembre 2013. È stato un percorso contrassegnato da una visione critica del modo unilaterale in cui l’Europa ha affrontato la sua crisi. Si sono purtroppo realizzati i timori, segnalati da alcuni sin dall’indomani delle manovre di austerità, circa le gravi e protratte ripercussioni recessive delle politiche fiscali front loaded intraprese in risposta alla crisi dell’euro (altrimenti detta crisi dei debiti sovrani). La scelta di mettere da parte le necessità di sostegno del ciclo economico, in condizioni di insufficienza di domanda, ha comportato danni strutturali al potenziale produttivo, ovvero proprio a quella variabile economica che si sarebbe invece voluto rafforzare. La valutazione emersa in queste note è che si è trattato di un deterioramento, italiano ed europeo, per una parte importante non necessario. Si potrebbe dire: non interamente meritato. Date le interrelazioni tra crisi di fiducia, del debito e credit crunch è difficile costruire scenari controfattuali, talché ognuno può avere il suo preferito e trovare anche una razionalizzazione all’affermazione che tutto quel che è stato fatto era inevitabile. Ma alla luce di quel che è avvenuto non è arduo immaginare strade alternative meno costellate di errori di politica economica, con una governance europea adeguata nell’interpretare le cause e nell’individuare le azioni, coordinate e simmetricamente distribuite tra i paesi partner, per superare in modo non distruttivo la crisi di credibilità della moneta unica.    

Questa serie di scenari termina in una situazione economica finalmente più favorevole: c’è una ripresa che coinvolge anche l’economia italiana. Interpretiamo questo miglioramento come la conferma della valutazione critica all’approccio di politica economica adottato in Europa. La ripresa si manifesta perché è mutato il contesto delle politiche macro. La Bce ha deciso quell’immissione di liquidità che prima di lei avevano, da tempo, realizzato le altre banche centrali dei principali paesi avanzati. La Commissione è stata portata, anche dal malcontento dei cittadini europei, ad adottare criteri di flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità e Crescita, favorendo un’attenuazione dei percorsi di austerità. È nel momento in cui le politiche si fanno, tra il 2014 e il 2015, più espansive (moneta) o meno depressive (finanza pubblica) che l’economia riesce a tornare su un sentiero positivo. Non c’è da meravigliarsene e cambiare il verso delle politiche è, in una certa misura, un riconoscere la fallacia dell’approccio seguito nel periodo precedente.        

Che ripresa è? Il Pil nel primo trimestre (+0,3%) è risultato migliore delle attese, ma la composizione della domanda è stata deludente, con consumi nuovamente in marginale calo, investimenti in macchinari e impianti persistentemente deboli, esportazioni in frenata a fronte di un rallentamento del commercio mondiale. L’attività produttiva è stata trainata dalla forte espansione della domanda rivolta al settore dei mezzi di trasporto, da una prima inversione di tendenza delle costruzioni, dalla ricostituzione del magazzino prodotti dopo l’intenso destoccaggio dei mesi precedenti. La fiducia delle imprese industriali si conferma in miglioramento, facendo però riemergere, come già avvenuto tra metà 2013 e inizio 2014, uno iato rispetto agli andamenti effettivi della produzione industriale (in calo ad aprile) che vanno a determinare il Pil trimestrale (fig. 1). Il clima di opinione delle famiglie si è in parte ridimensionato dopo il forte balzo sperimentato nei primi mesi del 2015, correggendo la favorevole percezione sulla situazione dell’economia che si era diffusa tra i consumatori a inizio anno.

Fig. 1 – Indici di produzione industriale, di clima di fiducia delle imprese e Pmi
20150611 Grafica1 SCN
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat e Markit Economics.

Il mercato del lavoro ha sperimentato un sensibile miglioramento in aprile, con il ritorno del numero di occupati sui livelli di fine 2012. Non è ancora chiara l’incidenza su questo risultato degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato (in vigore da gennaio) e dell’abolizione dell’articolo 18 (in vigore dal 7 marzo). I dati riferiti al primo trimestre (escludendo quindi il balzo di aprile) mostrano che la positiva dinamica occupazionale rispetto all’anno precedente è stata guidata dagli ultracinquantenni (a fronte di flessioni nelle altre classi di età), da una sorprendente trazione delle regioni meridionali (grazie agli andamenti in controtendenza, rispetto al Centro-Nord, nell’industria in senso stretto e nelle costruzioni) e dalla crescita dei lavoratori dipendenti a termine. Un’evidenza, quest’ultima, in parziale contrasto con i dati di fonte amministrativa che invece mostrano per i primi mesi dell’anno un deciso aumento dei contratti a tempo indeterminato. Nell’insieme, la crescita dell’occupazione riscontrata con la rilevazione di aprile, associandosi a una dinamica più contenuta dell’attività economica, sembra implicare un tendenziale indebolimento della produttività pro-capite.  

Si tratta di dinamiche congiunturali dell’economia compatibili con i quadri previsivi elaborati negli ultimi mesi dal Governo e dagli organismi internazionali (Commissione europea e Oecd) che stimano una crescita del Pil dello 0,6% nel 2015 (+0,7% per il Governo). I rialzi dell’1,4-1,5% attesi per il 2016 implicano, invece, un ulteriore irrobustimento. Una ripresa dunque è in atto: è sufficiente?

La prospettiva della “classe 2007”. L’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, da un voto di B- all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. È però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni. Se il Pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5% all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del Pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita (fig. 2). Con una crescita più consistente, del 2% nel 2017 e del 2,5% dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita.            

Fig. 2 –Quando i nati nel 2007 recupereranno i livelli medi di benessere che si avevano in Italia alla nascita:
Pil pro capite reale (2007=100)
20150611 Grafica2 SCN
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat, Oecd e stime Nomisma

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. Per verificare questo fatto si può osservare che se l’Italia, colpita dalla prima recessione (2008-2009) comune a tutte le economie, avesse potuto evitare la successiva caduta recessiva, il trend del reddito medio pro-capite si sarebbe sviluppato lungo la retta della figura 3, ottenuta interpolando i valori osservati negli anni 1970-2010. La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha, invece, ulteriormente allontanato il benessere del Paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5% all’anno, il Pil pro-capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, come mostra la figura, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2% nel 2017 e del 2,5% dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di Pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016. Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.     

Fig. 3 – Italia: Pil pro- capite in euro 2014
20150611 Grafica3 SCN
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e stime Nomisma

Vincoli di domanda alla crescita. Riuscire a crescere del 2,5%, anziché dell’1,5%, abbrevierebbe dunque di qualche anno il percorso per tornare ai valori di benessere pre-crisi e aprirebbe una prospettiva di lento ritorno ai livelli che erano nelle possibilità italiane prima delle recessioni, in particolare della seconda caduta recessiva. E’ immaginabile un simile tasso di crescita? Se si guarda al passato si dovrebbe dire di no. L’Italia da tempo non si espande a ritmi consistenti e bisogna tornare indietro al decennio ’80 dello scorso secolo per trovare un tasso di crescita medio annuo superiore al 2%. Tuttavia, è anche vero che il nostro Paese deve risalire da una recessione senza precedenti che ha fatto sprofondare spesa e produzione. Una ripresa rapida nei primi anni, dopo una simile caduta, può essere nell’ordine delle cose. Perché non avviene?

Nella situazione attuale non sono i vincoli di offerta a frenare le possibilità di sviluppo italiano. Quest’ultime continuano a essere ostacolate, anche nella ripresa, dall’insufficienza della domanda aggregata, su cui incidono la scarsa propensione alla spesa dei privati (a dispetto dello stimolo indotto dalla caduta del petrolio) e i vincoli imposti dall’alto debito pubblico. Le quantificazioni del deficit di domanda sono affette da notevole incertezza. In una fase congiunturale particolarmente sfavorevole come quella attuale, tali valutazioni tendono a sottostimare l’entità del gap apertosi tra spesa complessiva e offerta potenziale a causa della pro-ciclicità che caratterizza la stima dell’output potenziale. Quest’ultima – sia che si basi su filtri statistici, sia che scaturisca da modelli economici che ricorrono comunque a tecniche di filtraggio per le variabili chiave – è influenzata dallo stato del ciclo economico e tende, quindi, a incorporare nel prodotto potenziale gli effetti del breve periodo, per motivi statistici più che economici.

Tab. 1 - Misure del deficit di domanda aggregata in % dell’output potenziale
20150611 Grafica4 SCN
Fonte: European Commission, Imf, Oecd 

Con questi caveat, si riportano nella tabella 1 le stime della carenza di domanda (output gap) effettuate dai principali previsori internazionali. Per tutti sussiste un deficit di spesa aggregata nella prospettiva di breve periodo. Nelle stime più conservative della Commissione, con i previsti ritmi di crescita della domanda aggregata il gap si chiuderebbe molto presto, tra il 2017 e il 2018. Se così fosse, si dovrebbe pensare che da quel punto in poi, data la maggiore lentezza della crescita dell’offerta, ogni incremento di domanda potrà  indurre effetti di surriscaldamento nell’economia italiana. L’inflazione di fondo, oggi a 0,6%, tra 3-4 anni potrebbe prendere a innalzarsi per eccesso di domanda ben sopra il 2%. Ci troveremmo insomma quasi alla vigilia di un ciclo inflazionistico nell’economia italiana, una situazione opposta di 180 gradi a quella odierna. È possibile? Riteniamo che non sia, allo stato attuale, una prospettiva credibile e che, di conseguenza, il deficit di domanda di cui soffre l’economia italiana sia più ampio e persistente di quello supposto dalla Commissione e maggiormente vicino alla valutazione, anch’essa probabilmente in una certa misura sottostimata, dell’Oecd.

Con un output gap del 4-5%, più che doppio rispetto a quello supposto dalla Commissione, vi è spazio per una più rapida ripresa della domanda prima di incontrare i vincoli di offerta, anche perché quest’ultimi  possono allentarsi per gli effetti (economici e non statistici) che una più positiva evoluzione nel breve periodo (domanda) può esercitare sulle dinamiche del lungo periodo (offerta). Una più forte crescita della domanda aggregata rivitalizza, tramite una maggiore propensione a investire, il lato dell’offerta che può prendere a espandersi in misura più significativa. All’opposto, una domanda a lungo stagnante ha impatti negativi, per mancata crescita dello stock di capitale ed effetti di isteresi sulla disoccupazione, sul potenziale produttivo. Il gap negativo che sussiste tra domanda e offerta può anche chiudersi, nel lungo periodo, per l’arretramento di quest’ultima. Non riteniamo, come detto, che sia questa la prospettiva dei prossimi anni, una situazione che risulterà ancora caratterizzata da una persistente tendenza dell’offerta a eccedere la domanda aggregata; ma il rischio c’è e occorre contrastarlo agendo, appunto, in primo luogo sulla spesa.  

Sfide per la politica per combattere il declino. Vi è dunque una ripresa, consentita dal mutamento delle politiche economiche. È un bene. Sarà, però, una fase ancora contrassegnata dalla debolezza della domanda aggregata. Quando si parla di rischi di stagnazione prolungata non si intende tanto crescita zero, quanto un’evoluzione positiva, ma che si caratterizza per la persistente inadeguatezza della spesa degli operatori, siano essi consumatori o imprese, rispetto alle potenzialità di produzione dell’economia. In queste condizioni, quella che abbiamo chiamato la “classe 2007” rischia di immettersi su un “sentiero di vita” contrassegnato da prolungata bassa crescita e dalla conseguente impossibilità ritornare ai livelli di benessere che erano impliciti nei trend pre-crisi, quelli di cui hanno goduto i loro genitori fino a che li hanno messi al mondo.

Quest’ultimi hanno avuto, fino al 2007, standard di vita che sono evoluti in linea con quelli delle altre grandi economie europee. Si è parlato a lungo di declino relativo dell’Italia prima della crisi; un fenomeno che si sarebbe concretizzato soprattutto a partire dalla metà degli anni ’90 dello scorso secolo. In effetti, i dati delle (riviste) contabilità nazionali non sembrano mostrare in modo chiaro una simile tendenza. Nei confronti della Germania, il Pil pro-capite ha effettivamente preso a scendere nel 2004-2005, quando maturano i successi da guadagno di competitività conseguiti grazie all’euro dall’economia tedesca; la caduta si fa poi precipitosa a seguito della duplice recessione italiana. Nei confronti della Francia il declino, dalla metà degli anni ’90, riflette essenzialmente il più veloce invecchiamento relativo della popolazione italiana. Escludendo questo effetto, il reddito pro-capite calcolato sulla popolazione in età di lavoro dell’Italia (una misura della produttività delle persone potenzialmente occupabili) tiene sostanzialmente il passo, dal ’95, con quello francese, prima di crollare con l’avvento della crisi. Il vero declino italiano si manifesta dopo il 2007; è questo che bisogna, oggi, primariamente curare.         

Fig.  4. - Pil pro capite in parità dei poteri d’acquisto costanti: Italia in rapporto a Germania e Francia
20150611 Grafica5 SCN
Fonte: elaborazioni su dati Oecd

C’è, dunque, ancora necessità di un’azione di politica economica volta a rivitalizzare una crescita che è stata annichilita degli eventi successivi al 2007. Ovviamente questo non può essere il compito che può svolgere una sola nazione che è parte di una unione monetaria e ha vincoli insormontabili da alto debito pubblico. Occorre un impegno europeo, perché una unione che condivide la stessa moneta non può accettare che si verifichi al suo interno una situazione quale quella descritta nelle figure 2-4, tanto più se quelle evoluzioni sono anche il frutto di scelte mal-concepite di politica economica perseguite in risposta alla crisi dell’euro. Si è detto che la recente ripresa deriva in effetti dal cambiamento di impostazione delle politiche macro nell’area euro. Ma, come molte volte si è constatato per i passi di volta in volta intrapresi nel corso della crisi europea, anche per questa azione si corre il rischio di ripetere il motto: too late, too little. Il “troppo tardi” potrebbe valere soprattutto per la politica monetaria che, a causa dell’opposizione tedesca, arriva al Qe con notevole ritardo. Non è detto che l’immissione di liquidità riesca a fare ripartire le aspettative di inflazione nella misura necessaria ad ancorarle nuovamente all’obiettivo del 2%, condizione essenziale per ridare potere di trazione alla politica monetaria. Ancor più se si tiene presente che l’inalterata opzione anti-inflazionistica della Germania può inficiare un simile sforzo. A questo proposito, è da notare che le aspettative di inflazione, misurate sui rendimenti degli strumenti finanziari, hanno preso a ripiegare nell’ultimo mese, dopo il rialzo susseguente all’annuncio e, poi, all’avvio del Qe. Il “troppo poco” si riferisce alla politica fiscale. La politica monetaria non convenzionale ha bisogno di essere affiancata dalla politica fiscale per essere efficace. Tuttavia, la flessibilità consentita dalla Commissione alle economie sotto osservazione si muove entro stretti limiti, mentre i paesi che avrebbero spazio fiscale per condurre l’affiancamento alla Bce sono restii ad adottare azioni di stimolo, anche quando queste sembrano nel loro concreto interesse nazionale (come è il caso degli investimenti pubblici in infrastrutture in Germania, finanziabili con tassi di interesse mai così bassi).

Non si è, dunque, fatto ancora abbastanza sul lato del sostegno della spesa, ci sono spazi da conquistare e resistenze da vincere in Europa per una politica di contrasto delle tendenze alla stagnazione. È in questo quadro che si devono inserire le azioni strutturali sul fronte dell’offerta. Esse devono aiutare a correggere il gap di domanda. Vanno in tale direzione tutte le misure volte ad abbattere l’incertezza sul futuro che riduce la voglia di spendere degli operatori privati e quelle dirette a rimuovere gli ostacoli (istituzionali, regolatori, legali) che abbassano la propensione all’investimento. Le politiche di riforma strutturale sono dunque anch’esse fondamentali in questa fase nella misura in cui contribuiscono a curare e non ad aggravare la debolezza della domanda aggregata.

I nodi della ripresa da scogliere continuano – oggi come un anno e mezzo fa  – a riguardare l’adeguatezza del livello della domanda.

DOWNLOAD

Pubblicato in Scenario
Martedì, 07 Luglio 2015 00:00

7 luglio 2015 – La morale del tornio

Bologna, Sala Incontri Nomisma, ore 17.30 –Antonio Calabrò presenta il volume “La morale del tornio – Cultura d’impresa per lo sviluppo”. Ne discutono con l’autore Romano Prodi e Piero Gnudi.

Invito

 

Pubblicato in News

Verona, Fondazione G. Toniolo, ore 15:00 - l’ASSCAT  (Associazione dei soci di Cattolica Assicurazioni) organizza un Convegno dal titolo “Etica e Diritto Controllo e Responsabilità nelle Società Cooperative quotate”. Parteciperà Luigi Scarola, Direttore Area Politica Industriale e Sviluppo Territoriale di Nomisma, con un intervento dal titolo “L'impresa cooperativa tra tenuta e rilancio”.

Programma e registrazione al convegno

 

Pubblicato in News
Giovedì, 06 Novembre 2014 00:00

6 novembre 2014 – Una manifattura diversa

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I nuovi conti nazionali forniscono l’immagine di una manifattura in parte diversa rispetto a quanto era noto. Un settore più piccolo in rapporto all’insieme dell’economia, meno intensivo di lavoro e quindi più efficiente nell’impiego di questo fattore, più profittevole, ma anche maggiormente drenato di risorse nel corso del tempo dalla parte restante e meno efficiente dell’economia. Alla base del rialzo nel livello di produttività per lavoratore è il più elevato numero di ore lavorate per occupato rispetto alle precedenti stime. A ciò si accompagnano, inoltre, redditi orari di lavoro più bassi. Mentre il salto di livello della produttività è significativo, alcuni miglioramenti si osservano anche nella dinamica del valore aggiunto in volume per addetto, soprattutto nel periodo che precede la crisi. Nell’insieme scaturisce una manifattura contrassegnata da un livello competitivo migliore rispetto a quanto era implicito nelle vecchie stime. Resta, invece, confermata la fase di forte difficoltà attraversata dall’industria negli ultimi anni sotto l’impatto della duplice caduta recessiva, con stasi della produttività e crescente compressione della quota dei profitti. Una condizione da cui è difficile uscire senza una vera ripresa della domanda e, quindi, dell’attività produttiva.

Nuovi conti. La revisione della contabilità nazionale, con il passaggio del Sistema europeo dei conti (Sec) dalla versione 1995 a quella 2010, è stata l’occasione per l’Istat di operare significative innovazioni nelle metodologie di misurazione che si sono rese possibili anche per la disponibilità e possibilità di integrazione di nuove e più complete basi di dati, dando luogo a una struttura informativa molto differente da quella su cui erano costruite le precedenti stime. L’attenzione di gran parte degli osservatori, catalizzata dalla correzione del Pil e dalle connesse modifiche nei rapporti di finanza pubblica, non ha colto la rilevanza di questi cambiamenti. Essi sono pervasivi, interessando tutti i settori e in misura significativa l’apparato industriale: la manifattura che emerge dai nuovi conti appare diversa da quella che era nota sulla base delle precedenti valutazioni[1].     

Manifattura più piccola. L’industria manifatturiera del Sec 2010 è più piccola in rapporto all’economia, in termini di valore aggiunto e, soprattutto, di occupazione. Le figure 1a-1c mostrano che la dinamica della caduta del peso della manifattura non risulta sostanzialmente modificata nel passaggio dalla vecchia alla nuova contabilità nazionale: la tendenza e l’intensità del processo di deindustrializzazione nell’economia italiana rimangono quindi confermate nelle nuove stime. Ciò che si modifica è il livello, in misura più rilevante quando si considerano il valore aggiunto in volume e l’occupazione. Calcolando il peso manifatturiero in unità di lavoro, esso scende in rapporto all’intera economia dal 19,3% del 1995 al 14,9% del 2013; nel precedente schema contabile la contrazione era dal 21,3% (1995) al 16,9% (2013). Confrontando le due contabilità emerge dunque una riduzione del peso dell’occupazione industriale sull’intera economia di circa due punti percentuali, uno scalino in discesa sostanzialmente costante tra l’inizio e la fine del periodo. Tale ridimensionamento è il risultato tanto di una significativa revisione al ribasso dell’input di lavoro assorbito dalla manifattura (considerando il periodo più recente 2000-13, si tratta in media di 450.000 unità standard in meno, pari a -10% rispetto alle precedenti stime), quanto di una correzione al rialzo dell’input di lavoro impiegato nell’intera economia (116.000 unità in più, in media, nello stesso arco di tempo, +0,5%). Passando, quindi, dalla vecchia alla nuova contabilità, il lavoro si è ridistribuito dalla manifattura verso altre attività, soprattutto nei servizi (dove l’occupazione è più alta di 640.000 unità, +4%); oltre a ciò, è aumentato il numero complessivo di occupati nell’intera economia.

Ulteriori informazioni sono ricavabili dalla figura 1d che mostra l’andamento della ragione di scambio (rapporto tra deflatori) dell’industria manifatturiera rispetto al resto dell’economia. La tendenza calante, riscontrabile sia nella precedente che nella nuova contabilità, sta a indicare il processo di assorbimento di risorse reali che i settori meno produttivi operano nei confronti di quello più efficiente, ovvero la manifattura; processo derivante dal semplice fatto che i prezzi degli altri settori, a minor dinamica di produttività, crescono più di quelli manifatturieri, talché occorre “cedere” nel tempo più manufatti per ottenere in cambio un’unità di beni degli altri settori. Ebbene nelle nuove stime questa sottrazione di risorse nei confronti della manifattura appare più accentuata: tra il 2000 e il 2013, la flessione della ragione di scambio del manifatturiero in rapporto al resto dell’economia è stata dell’1,4% all’anno, tre decimi di perdita in più rispetto ai vecchi conti (-1,1%). Il Sec 2010 porta dunque alla luce più marcati divari nelle dinamiche di produttività e, di conseguenza, dei prezzi tra l’industria manifatturiera e gli altri settori, con un maggior drenaggio di risorse dei secondi nei confronti del primo.

20141106-SCN-Grafico1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Ma più produttiva e caratterizzata da maggior sforzo lavorativo. La forte revisione al ribasso del volume di occupazione industriale, in presenza di modifiche più contenute del valore aggiunto, comporta che nei nuovi conti la manifattura appaia notevolmente meno intensiva di lavoro e, quindi, più efficiente nell’utilizzo di questo fattore produttivo rispetto a quanto si conosceva sulla base dei vecchi conti. Considerando il periodo 2000-13, il valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro è, in media, più elevato dell’11,7% (tab. 1, quarta colonna). Un balzo che è fondamentalmente dovuto al maggior numero di ore lavorate in media da ogni occupato (dipendente e indipendente) a tempo pieno (+10,6%), a fronte di un rialzo assai più contenuto della produttività oraria (+1%). La manifattura è risultata, dunque, più efficiente non tanto perché si è prodotto di più per ogni ora di lavoro, ma perché si è lavorato per molte più ore pro-capite rispetto a quel che si sapeva: nella media del periodo vi sono state, rispetto alle precedenti stime, 190 ore in più all’anno per occupato a tempo pieno, che diventano 260 per i soli lavoratori dipendenti a tempo pieno. Prendendo a riferimento l’orario normale da contratto di una giornata di lavoro, ciò equivarrebbe a circa un mese e mezzo in più in media all’anno per unità di lavoro dipendente a tempo pieno. Se dunque l’affermazione di un minor sforzo lavorativo in termini di ore degli occupati italiani nel confronto con i partner europei appariva già discutibile secondo i vecchi dati, alla luce dei nuovi sembra ancor più priva di fondamento.

Tab. 1 -Industria manifatturiera: valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro e per ora lavorata e ore di lavoro per occupato a tempo pieno (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
20141106-SCN-Grafico2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Il forte incremento di ore di lavoro per occupato a tempo pieno non si è riflesso in un aumento proporzionale dei redditi pro-capite, in quanto la nuova contabilità evidenzia anche un abbassamento del costo orario del lavoro rispetto alle precedenti stime. Considerando il lavoro dipendente, nel periodo 2000-2013 i redditi per unità standard di lavoro sono stati più elevati del 5,8% rispetto ai vecchi conti, a fronte però di un ridimensionamento dei redditi per ora di lavoro dell’8,2% (tab. 2, quarta colonna).

Tab. 2 -Industria manifatturiera: redditi da lavoro dipendente per occupato e ore di lavoro  (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
20141106-SCN-Grafico3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Più profittevole, ma colpita dalle recessioni. A seguito di queste variazioni, ne consegue che la maggiore produttività rivelata dai nuovi conti è stata assorbita in gran parte dai profitti dell’industria manifatturiera. Mediamente nel periodo 2000-2013 il livello della wage share, ovvero la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro (dipendente e indipendente), è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 3,7 punti percentuali (fig. 2). A ciò ha simmetricamente corrisposto una quota di profitti sul valore aggiunto più elevata per un pari ammontare. Queste modifiche nelle quote distributive, in presenza di una maggiore produttività, vanno a disegnare un’industria manifatturiera con un livello competitivo migliore rispetto a quello che era implicito nei vecchi conti. Occorre, d’altra parte, osservare che la revisione contabile ha inciso in modo rilevante sui livelli di tali quote, ma relativamente poco sulla loro dinamica. In particolare ha comportato cambiamenti marginali nell’evoluzione della wage e della proft share negli ultimi anni, talché rimane confermato il crescente schiacciamento della porzione di valore aggiunto assorbita dai profitti a seguito della doppia recessione: tra il 2007 e il 2013, la quota dei profitti è calata di 11,1 punti percentuali (-11,8 nella vecchia contabilità). Tale compressione si è verificata nell’attesa, finora delusa, di miglioramenti della situazione economica ed ha svolto una funzione di cuscinetto nel contenere (col ricorso a riduzioni di orario tramite le varie forme di Cig, contratti di solidarietà, part-time) le ripercussioni dei cali di produzione sui livelli occupazionali.

Fig. 2 - Wage share nell'industria manifatturiera: redditi da lavoro (dipendenti e indipendenti) in rapporto al valore aggiunto (valori %)
20141106-SCN-Grafico4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Anche la dinamica della produttività è un po’ più robusta. La modifica nei livelli di produttività manifatturiera per lavoratore rappresenta un cambiamento importante che contribuisce a delineare, come detto, un’industria differente da quella che si conosceva. Cosa si può dire della dinamica della produttività, ovvero di quello che è considerato il punto di maggior debolezza della performance industriale nell’ultimo quindicennio? Anche sotto questo aspetto si riscontrano dei miglioramenti, pur se meno forti di quelli osservati negli scostamenti di livello. Tra il 2000 e il 2013, Il valore aggiunto manifatturiero per unità di lavoro è aumentato in volume di uno 0,2% in più all’anno rispetto alla precedente stima (fig. 3).

Fig. 3 - Dinamica della produttività del lavoro: Valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (1995=1)
20141106-SCN-Grafico5
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Analizzando l’evoluzione per periodi (tab. 3), si vede che la maggiore crescita ha sotteso andamenti migliori di quelli in precedenza noti soprattutto nei primi anni del decennio scorso (0,6% in più all’anno tra il 2000 e il 2003). Inoltre, l’accelerazione della produttività nella successiva fase di ripresa (2003-2007) porta la relativa dinamica al 2,6% all’anno (0,2% in più rispetto alle precedenti valutazioni), rafforzando il giudizio circa il processo di riorganizzazione che la manifattura italiana ha realizzato in risposta all’aumento delle pressioni competitive di inizio millennio (moneta unica e Cina) e che le ha consentito, dal 2003, di rimettersi in marcia a un buon ritmo prima di essere pesantemente colpita dalle recessioni. Nell’insieme, dunque, le revisioni relative alla dinamica della produttività non sono così forti come quelle rilevate nei livelli, ma concorrono ad attenuare le valutazioni più pessimistiche sulle condizioni strutturali della nostra industria. Esse, peraltro, non modificano il quadro di forte difficoltà del settore manifatturiero degli ultimi anni come evidenziato dalla sostanziale stagnazione della produttività nella media del periodo 2007-2013. 

Tab. 3 -Industria manifatturiera: dinamica della produttività del lavoro - valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (var. % medie annue e differenze tra variazioni %)
20141106-SCN-Grafico6
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Queste valutazioni riguardano la manifattura nel suo complesso. Intorno ai valori medi del settore si rilevano, però, performance molto variegate delle industrie che lo vanno a comporre. Nella figura 4 si riportano i comparti manifatturieri in ordine decrescente di dinamica media della produttività (istogrammi scuri) nell’arco di tempo 2000-2011[2], secondo il nuovo schema di contabilità Sec 2010. In questo periodo il valore aggiunto in volume per unità di lavoro è aumentato dell’1% all’anno nell’intera manifattura. La figura evidenzia che nove comparti su venti hanno fatto meglio della media di settore. Essi sono nell’ordine i prodotti farmaceutici (+4,4% all’anno), gli articoli in gomma e materie plastiche (+2,4%), autoveicoli (+2,3%), la carta (+2%), le apparecchiature elettriche (+2%), i macchinari e attrezzature (+1,7%), il tessile e abbigliamento (+1,6%), la lavorazione di minerali non metalliferi (+1,3%), le attività metallurgiche (+1,3%). Si tratta di produzioni metalmeccaniche in cui l’Italia è già relativamente forte, di alcuni settori del made-in-Italy tradizionale presidio della nostra manifattura, ma anche di comparti di svantaggio comparato (farmaceutica, gomma-plastica, autoveicoli). E’ da rilevare anche che in alcune di queste attività le nuove stime di contabilità correggono al rialzo la dinamica della produttività rispetto alle precedenti valutazioni. In particolare, a fronte di una revisione media all’insù per l’intera manifattura pari a +0,3% all’anno in tale periodo, i maggiori beneficiari delle nuove stime sono, in ordine decrescente di correzione (istogrammi chiari), le attività metallurgiche (la cui dinamica della produttività è stata rivista in meglio dell’1,2% all’anno), macchinari e apparecchiature (+1,1%), carta e prodotti in carta (+1%), prodotti farmaceutici (+0,8%), autoveicoli (+0,7%), gomma e plastica (+0,6%), minerali non metalliferi (+0,5%).

All’opposto, cadute della produttività tra il 2000 e il 2011 si riscontrano (istogrammi scuri) nella raffinazione di prodotti petroliferi, negli altri mezzi di trasporto, negli alimentari-bevande, nei prodotti chimici, e nei mobili e altre industrie manifatturiere. In alcuni di questi comparti la revisione di contabilità (istogrammi chiari) ha implicato un ulteriore appesantimento della performance (è il caso della raffinazione, degli altri mezzi di trasporto, degli alimentari), in altri ha invece determinato un miglioramento (come nel caso della chimica, dei mobili e altre industrie manifatturiere) senza poter però ribaltare in positivo una dinamica già in partenza sfavorevole.

Fig. 4 - Industria manifatturiera: variazione media annua della produttività nello schema Sec 2010 e differenze rispetto allo schema Sec 95 (variazioni medie % 2000-2011)
20141106-SCN-Grafico7
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Quadro storico diverso, ma non cambiano le difficoltà di oggi. In sintesi, il nuovo schema contabile consegna una manifattura con caratteri diversi dal passato. Un settore relativamente più piccolo, ma con un peso nell’economia che rimane comunque rilevante se confrontato agli altri paesi europei (inferiore alla Germania, ma superiore a Francia e Spagna). Soprattutto un settore che si caratterizza per una minor intensità di input di lavoro e che, quindi, utilizza questo fattore produttivo con maggiore efficienza rispetto a quanto si sapeva. E’ un cambiamento che non dipende da modifiche nel peso delle varie industrie: il mix produttivo manifatturiero registra solo marginali modifiche nel passaggio da una contabilità all’altra. Il maggiore livello di produttività riflette un minor uso di lavoro a parità di comparti produttivi. Meno occupati, ma ciascuno contrassegnato in media da uno sforzo lavorativo maggiore in termini di ore. Da ciò discende il rialzo di efficienza: il livello della produttività oraria si incrementa solo in misura contenuta. E’ un settore anche più profittevole, con un relativo ridimensionamento della quota di valore aggiunto assorbita dal lavoro. Tutto questo concorre a disegnare una struttura industriale, in media, più competitiva rispetto a quanto implicavano le precedenti valutazioni. Una modifica che consente in parte di superare alcune contraddizioni interpretative del passato, quando era più difficile conciliare l’evidenza di un’ampia manifattura con quella di un suo basso livello medio di efficienza.   

Se il quadro storico cambia, non si modifica però la situazione dell’industria degli ultimi anni. Le due recessioni hanno colpito severamente l’apparato manifatturiero, la seconda più della prima. La drastica caduta della domanda interna, in atto dal 2011, ha investito tutte le imprese, anche quelle esportatrici che vendono, in realtà, la gran parte del loro fatturato nel mercato nazionale. Il danno è stato strutturale, nel senso che ha inciso molto probabilmente sulla capacità produttiva dell’industria, determinandone un ridimensionamento. La prospettiva di sostanziale stagnazione, che emerge dalla generalità delle previsioni, non è assolutamente adeguata per porre riparo a un simile danno. Senza una vera ripresa della domanda interna (italiana ed europea) anche le parti più competitive dell’apparato industriale sono a rischio di un duraturo arretramento.

DOWNLOAD     


[1]In questa nota trattiamo delle conseguenze per la manifattura (industria al netto del settore estrattivo) delle revisioni metodologiche operate nella contabilità nazionale, sviluppando le considerazioni effettuate nel focus on della Newsletter di ottobre; non entriamo nel merito dei vari cambiamenti. Per la descrizione e spiegazione delle innovazioni metodologiche apportate nei nuovi conti si rinvia alle note informative dell’Istat, in particolare a I nuovi conti nazionali in Sec2010, 6 0ttobre 2014

[2]Ci si limita al 2011 per poter operare un confronto con la precedente contabilità nazionale che non contiene informazioni, nel dettaglio settoriale considerato, per gli anni 2012 e 2013. 

Pubblicato in Scenario

Nomisma, Sala Incontri, ore 17.30. Presentazione del libro di Patrizio Bianchi “Globalizzazione, crisi e riorganizzazione industriale”.

Pubblicato in News

Francesco Capobianco, Economista Nomisma, dialoga con Sergio De Nardis (Chief Economist) e Giulio Santagata (Consigliere Delegato) 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Francesco Capobianco
Dalla fine del mese scorso l’Istat, nell’ambito di una più ampia revisione dei conti nazionali a livello europeo, ha diffuso i nuovi Conti Economici  per l’Italia in base alla classificazione SEC 2010. Rispetto alle stime di marzo dello stesso istituto nazionale di statistica, prodotte sulla base della vecchia catalogazione SEC 95, sono emerse alcune differenze in relazione ai principali aggregati dell’economia. Il Pil nominale del 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%, non impattando sulla variazione annua a valori concatenati del Pil in volume (-1,9% per il 2013), interamente ascrivibile alle componenti della domanda nazionale al netto delle scorte.
Al di là delle implicazioni di queste revisioni sul rapporto tra indebitamento netto/Pil, passato da -3% a -2,8%, i dati che sembrano più interessanti hanno a che fare con uno dei punti focali dell’economia italiana: la produttività dell’industria.

Sergio De Nardis
La revisione dei conti nazionali ha portato qualche buona notizia su questo fronte confermando un sentore di un’industria migliore di come è stata molte volte dipinta: il settore industriale italiano è stato molto meno intensivo di lavoro e, quindi, più efficiente di quanto si pensasse. La consistente revisione al ribasso dell’input di lavoro ha determinato un sostanziale innalzamento del livello della produttività del lavoro come è statisticamente misurata: considerando la media del quadriennio 2009-2013, il valore aggiunto a prezzi correnti per addetto è più elevato,  rispetto alla precedente contabilità, del 14% nell'industria (comprensiva della produzione di energia) e dell'11,5% nella sola manifattura.
Anche nel periodo antecedente alla crisi tutt’ora in atto, si conferma un rapporto tra valore aggiunto (a prezzi correnti) e ULA (unità di lavoro dipendente equivalente a tempo pieno) più elevato rispetto a quello riscontrato con la precedente contabilità: +13,2% nell'industria e +11,8% nella manifattura.
E’ un cambio abbastanza radicale, un’altra industria.

Giulio Santagata
Questi calcoli rendono, di conseguenza, più agevole la risposta ad una domanda centrale per la comprensione della crisi in atto e, verosimilmente, di alcune dinamiche di lungo periodo dell’economia italiana:  come si concilia un costante incremento delle quote di mercato italiane in determinate produzioni con una produttività stagnante? 
Disponendo delle serie storiche a partire dal 2000, è ragionevole affermare che il manifatturiero italiano abbia avuto una buona risposta all’introduzione dell’euro, riorganizzando la produzione e usando profittevolmente la stabilità dei tassi di interesse, talchè la stessa invarianza, tra il 2000 e il 2013, della gerarchia settoriale manifatturiera dei vantaggi/svantaggi comparati italiani rispetto all’area euro è da leggere come rispondente a vantaggi effettivi di produttività, come mostra del resto lo scenario di questa newsletter.

Francesco Capobianco
Ma se il valore aggiunto per addetto è sensibilmente più elevato di quanto si pensasse, chi ha tratto “vantaggio” da questa maggiore produttività? dove è andato a finire questo più alto valore aggiunto?

Sergio De Nardis
Sono stati i profitti delle imprese a trarne maggiore vantaggio. Mediamente, nei cinque anni dal 2009 al 2013, la wage share, intesa come la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro, dipendente e indipendente, è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 5 punti percentuali nell'industria e di quasi 4 punti nella manifattura. Ciò è avvenuto anche negli anni pre-crisi: -4,3 punti percentuali nell'industria, -3,7 punti percentuali nella manifattura.

Francesco Capobianco
In altre parole, sono aumentate le quote di profitto a scapito dei salari. Ciò non avrebbe dovuto implicare degli investimenti da parte delle imprese?

Giulio Santagata
La percezione è che, nella fase di riorganizzazione post-euro, le imprese abbiano messo in campo delle risorse, ma poi non ve né stata più traccia, così come è avvenuto in altri contesti europei.  Un’altra delle possibili spiegazioni del calo della wage share è riscontrabile nei fenomeni di delocalizzazione delle produzioni più labour intensive e, in alcuni casi, dell’adozione di “tecnologia contro lavoro”. La quota di profitti più elevata, unita alla maggiore produttività, è, comunque, coerente con l’accresciuta competitività del nostro comparto industriale, specie in relazione alla dinamica dell’export nazionale, cresciuto, tra 2010 e 2013, come quello tedesco.

Francesco Capobianco
Finora abbiamo ragionato sui livelli, ma anche visionando i dati relativi alle dinamiche si notano alcuni miglioramenti: tra 2009 e 2013 il valore aggiunto in volume per addetto è aumentato dell'11,2%, anziché del 9,5% come indicato nella vecchia contabilità, il che si traduce in uno 0,4% in più all'anno, dato particolarmente positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di un quadriennio particolarmente difficile per il manifatturiero di casa nostra. Un’ulteriore conferma arriva anche dai recentissimi dati sul periodo 2000-2008, dove la dinamica della produttività in volume appare migliore di quella precedentemente contabilizzata dello 0,2%. Quanto sono significative queste differenze?

Sergio De Nardis
A mio avviso abbastanza. Non mi sono mai ritrovato nell’affermazione “sono quindici anni che la produttività industriale non cresce”. E’ errata. La crisi di produttività manifatturiera nello scorso decennio è tutta concentrata nei primi tre anni dell’euro, tra il 2000 e il 2003, poi fino al 2007 si è avuta un’accelerazione che ha riportato la dinamica ai ritmi degli anni 90. Ciò è stato frutto di quelle riorganizzazioni post-euro che Santagata ricordava prima. Successivamente si è avuta la doppia recessione che ha finito col compromettere quell’accelerazione. Ebbene, le correzioni della nuova contabilità nazionale precisano meglio questo quadro: la crisi di produttività del 2000-2003 è stata meno severa, l’accelerazione del 2003-2007 un po’ più forte, l’evoluzione nel corso delle due ultime recessioni più robusta di quanto si sapesse. 
Ma c’è un punto da tenere in conto: stiamo parlando di valori medi. Ora sappiamo che la distribuzione della produttività per imprese è, in Italia come in Germania e negli altri Paesi, estremamente difforme e asimmetrica: le imprese migliori sono relativamente poche, un 20% se consideriamo come imprese migliori quelle esportatrici, e poi ci sono le altre, a volte molto distanziate dalle prime della classe. Focalizzarsi, quindi, solo sulla media può essere fuorviante. Più che rafforzare la dinamica media occorrerebbe innalzare la mediana e, cioè, ridurre le distanze tra le imprese migliori e le altre, rimpolpando la popolazione delle imprese che possono fare il salto di qualità ovvero “accorciando” la lunga coda di quelle lontane da livelli adeguati di efficienza produttiva.

Francesco Capobianco
Rimane, tuttavia, sul terreno il problema occupazionale. Gli osservatori internazionali, così come le nostre indagini sui territori, confermano che un recupero dei livelli occupazionali  pre-crisi nel comparto industriale è un obiettivo difficilmente raggiungibile e, comunque, non ottenibile nel breve-medio periodo. Le possibili strade per un recupero più immediato a livello sistemico dovrebbero essere seguite sia a livello locale che a livello europeo. Da più parti si prospetta l’introduzione di mini-jobs alla tedesca: possono rappresentare una soluzione o si creerebbero gli stessi problemi che affliggono i parasubordinati e le partite iva italiane?

Giulio Santagata
La soluzione dei mini-jobs tedeschi non è applicabile al contesto italiano e, probabilmente, non è nemmeno sostenibile nel tempo per quello tedesco, dove circa il 25% dei dipendenti (ben otto milioni di persone), percepisce meno di cinquecento euro al mese. Questo tipo di soluzione impone una profonda riflessione sotto il profilo della sostenibilità previdenziale: come faranno questi lavoratori a percepire una pensione adeguata? Riuscirà il welfare a sostenere il peso di queste generazioni di mini-workers?
Piuttosto sarebbe il caso di puntare sul Welfare come bacino occupazionale fin da subito, prendendo ad esempio le esperienze di maggior successo, come le cooperative sociali che riescono a stare sul mercato offrendo salari adeguati e un servizio non delocalizzabile e ormai imprescindibile per i territori nei quali sono istallate. Oltre al Welfare, il riequilibrio della mancata occupazione industriale deve venire da settori come le imprese creative e culturali e da quelle turistiche, dove le risorse maggiormente qualificate possono trovare spazi di occupazione non ancora esplorati

Francesco Capobianco
Ovviamente queste occasioni di nuova occupazione non possono che rappresentare un complemento del più ampio bacino di opportunità rappresentato dalle imprese industriali che hanno saputo cogliere la sfida della competizione globale ovvero quelle imprese che, come De Nardis osserva nello Scenario odierno, facendo leva sulla specializzazione e sull’innovazione, hanno visto incrementare le proprie quote di mercato estero.

Giulio Santagata
In effetti, non è vero che le imprese italiane sono indietro sotto il profilo dell’innovazione. Innanzitutto, vi è una forte innovazione incrementale, dettata dalla velocità di adattamento delle imprese industriali italiane ai cambiamenti internazionali. A questo va aggiunta la leadership italiana in determinate produzioni intermedie e i progressi fatti nel campo dell’innovazione di processo. Quello che manca davvero è l’innovazione di prodotto tout court ed è su questo terreno che l’industria italiana è chiamata a giocare la  partita più difficile.

Sergio De Nardis
Chiaramente, in assenza di una politica monetaria nazionale e con la Germania determinata a mantenere l’inflazione intorno all’1%, il perseguimento del miglioramento competitivo in Europa spinge verso scenari stagnanti, tendenzialmente deflazionistici. E questo anche con un mercato del lavoro più efficiente di quello attuale. E’ un grosso problema. Le nuove stime dell’Istat sono, dunque, importanti non solo per tratteggiare i nuovi scenari previsionali, ma anche per definire in maniera più accurata la portata delle misure di politica economica volte al sostegno della competitività delle imprese e dell’occupazione.

DOWNLOAD

Pubblicato in Focus On Archivio
Giovedì, 09 Ottobre 2014 00:00

9 ottobre 2014 - Efficienza e specializzazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La specializzazione settoriale dell’industria italiana è frutto della selezione operata dalla competizione globale: riflette veri vantaggi comparati di tipo tecnologico. Questa configurazione settoriale ha una limitata influenza sull’efficienza complessiva. Più determinante nell’incidere  sulla  produttività è il numero sproporzionato di micro-imprese: al netto di quest’ultime, il livello di efficienza dell’industria italiana non è molto distante dalla Germania. Ciò è confermato da un esercizio contabile di convergenza della produttività italiana a quella tedesca che mostra come il recupero del divario si avrebbe non tanto attraverso una identificazione del nostro mix produttivo con quello della Germania, ma con un avvicinamento della distribuzione degli addetti per classi dimensionali delle imprese a quella che caratterizza l’industria tedesca.     

Se si osserva il pattern italiano di specializzazione degli ultimi anni si rimane colpiti dalla sua stabilità. Ciò a dispetto dell’inasprimento delle pressioni competitive internazionali che avrebbero dovuto contribuire a smantellare i tradizionali presidi della nostra industria. L’adesione alla moneta unica, l’integrazione della Cina nel commercio mondiale, l’esaurimento delle protezioni fornite dall’accordo multifibre sono tutti fattori che, a vari livelli, hanno cambiato lo scenario competitivo per la nostra manifattura.

Essi hanno, in effetti, condotto a importanti modificazioni: si è compresso il peso delle industrie tradizionali di beni di consumo (filiera moda-casa), dove è molto aumentata la penetrazione delle importazioni dai paesi emergenti, e si sono al contempo rafforzate le produzioni di beni di investimento e intermedi. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati tali da incidere in modo sostanziale sul modello di specializzazione, rimasto pressoché invariato rispetto ai partner europei.

Nella figura 1 è rappresentato un indice di specializzazione delle esportazioni italiane rispetto ai paesi euro. Per facilitarne la lettura, i valori dell’indice sono distribuiti in senso decrescente dal settore col vantaggio più alto (articoli in pelle) a quello più basso (tabacco), sulla base della situazione di inizio periodo: come si vede, la gerarchia settoriale dei vantaggi e svantaggi comparati italiani risulta nel 2012-13 quasi la stessa dell’avvio della moneta unica[1].

Fig. 1 – Specializzazione delle esportazioni italiane per settori manifatturieri rispetto all’area euro
(indice > 0 = specializzazione; indice < 0 = despecializzazione)
20141009-SCN-Grafico1
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati del Rapporto Ice 2013-14

Questa specializzazione, che vede il persistere di un’allocazione di risorse relativamente elevata in settori tradizionali e ritardi nell’alta tecnologia, è stata di volta in volta definita sbagliata, obsoleta, penalizzante. E’ stata vista come sintomo di ritardo competitivo e, al contempo, causa di declino economico. Non siamo d’accordo con questa impostazione. Non solo perché la staticità del modello italiano è un fenomeno ingannevole che sottende in realtà intensi cambiamenti delle imprese dentro i settori e dei prodotti dentro le imprese. Ma più in generale perché in un ambiente altamente concorrenziale, come quello in cui è inserita la manifattura, non ha senso parlare di settori “buoni” in contrapposizione a settori “cattivi”. La specializzazione italiana ha questa configurazione come risultato dell’esposizione agli effetti selettivi della competizione globale. In tal senso è da considerare l’esito di un processo efficiente, date le condizioni istituzionali, tecnologiche e di dotazione fattoriale che caratterizzano l’economia. Se la si ritiene sbagliata si deve presumere il verificarsi di fallimenti di mercato che hanno condotto ad allocazioni delle risorse non in linea con i vantaggi comparati effettivi del paese.

Le figure 2-5 mostrano che non è così.  La specializzazione settoriale dell’Italia riflette vantaggi tecnologici “veri”: essa è tanto più forte nelle industrie in cui l’Italia è relativamente più produttiva; ciò è riscontrabile nei confronti sia dell’UE nel suo insieme (figura 2), sia della sola Germania (figura 4). Una naturale conseguenza è che le imprese si distribuiscono nei settori in funzione di tali specializzazioni: la popolazione relativa delle imprese italiane è, infatti, tanto più elevata nei settori, quanto più intensa ne è la specializzazione; anche in questo caso, ciò è verificabile rispetto sia all’UE (figura 3) che alla Germania (figura 5). Se si ritiene, dunque, che la specializzazione industriale dell’Italia sia nei settori sbagliati, per modificarla si deve intervenire sui vantaggi effettivi di produttività. Non è un percorso semplice, né di breve periodo. Esso è inoltre esposto a margini di errore, soprattutto se implica l’intervento di un policy maker illuminato che si presume sappia selezionare meglio di quanto faccia la concorrenza nel mercato globale la configurazione settoriale “giusta” per la nostra industria.

20141009-SCN-Grafico2
1Si considerano circa 90 settori manifatturieri. La specializzazione settoriale è misurata sul valore aggiunto. Essa è data dal rapporto tra la percentuale di valore aggiunto settoriale sul totale dell’Italia è l’analoga percentuale calcolata per l’UE e la Germania. Il vantaggio comparato di produttività è dato dal rapporto tra valore aggiunto settoriale per addetto e valore aggiunto per addetto della manifattura dell’Italia diviso per l’analogo rapporto calcolato per l’UE e la Germania. Allo stesso modo viene calcolato il numero relativo di imprese. Tutti gli indicatori sono espressi in logaritmi naturali.Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Ma il riconoscimento che la specializzazione ha un fondamento nei vantaggi/svantaggi effettivi della nostra industria implica un rassegnarsi a livelli di efficienza complessivi permanentemente più bassi rispetto a quelli di paesi che hanno strutture diverse? Per rispondere a questa domanda effettuiamo un confronto con la Germania. Sulla base dei dati di bilancio delle imprese si stima (nell’anno  2011) un livello di produttività della manifattura italiana più basso di quello dell’industria tedesca del 20% circa[2]. Tale gap sottende, come visto nelle figure precedenti, specificità settoriali. Sono, però, presenti anche rilevanti eterogeneità dimensionali di cui si deve tenere conto. La figura 6 mostra le differenze di produttività, espresse in parità dei poteri d’acquisto, delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche per classi di dimensione nel periodo 2002-2011. Come si vede, lo svantaggio italiano è molto marcato nelle micro-imprese (sotto i 10 addetti) ed è presente, ma in misura più contenuta, in quelle di più grande dimensione (da 250 addetti in su). Al contrario la nostra industria presenta un vantaggio di produttività rispetto a quelle tedesche nella dimensione piccola (20-49 addetti) e, soprattutto, media (50-249 addetti); in quest’ultimo caso il gap favorevole all’Italia è consistente (le nostre imprese sono più produttive di quelle tedesche di un 25-30%) e tendenzialmente crescente nel tempo.      

Fig. 6 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche
(valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
20141009-SCN-Grafico3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Date queste differenze, si può osservare che escludendo le micro-imprese dal computo della produttività complessiva la distanza di efficienza dell’industria italiana da quella tedesca, misurata in ppa, si riduce sensibilmente, da circa il 20% a poco sotto il 10% (figura 7).

Fig. 7 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche, totale ed escludendo le micro-imprese (valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
20141009-SCN-Grafico4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Se si va poi a esaminare la distribuzione relativa delle imprese italiane per classi dimensionali si notano, al contrario di quanto osservato per la specializzazione settoriale, delle marcate distonie rispetto alla dislocazione dei vantaggi/svantaggi di produttività (figura 7). L’Italia presenta, infatti, la più elevata proporzione relativa di imprese proprio nella classe dimensionale caratterizzata dal più forte svantaggio competitivo, quella delle micro-imprese. All’opposto, nella fascia dimensionale più produttiva, quella tra i 50 e 249 addetti, la proporzione delle imprese italiane è relativamente bassa rispetto a quella riscontrabile nell’industria tedesca. In definitiva, questo confronto consente di qualificare in modo più preciso la nota evidenza di un numero sproporzionato in Italia di micro imprese, mettendola in relazione con i livelli di produttività dell’industria: il confronto con la Germania pone in luce che vi sono troppe imprese nella classe dimensionale che è di gran lunga la meno produttiva.

Fig. 8 – Italia-Germania: divari di produttività (in parità dei poteri d’acquisto) e numero relativo di imprese
20141009-SCN-Grafico5
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Sulla scorta di questa analisi effettuiamo un esercizio di convergenza del livello di produttività dell’industria italiana nei confronti di quella tedesca. Ci domandiamo cioè come si modificherebbe l’efficienza complessiva della nostra industria se, di volta in volta, questa assumesse la composizione settoriale di quella tedesca, oppure se a parità di struttura settoriale le imprese italiane avessero livelli medi di efficienza (nei settori e nelle classi dimensionali) uguali a quelli tedeschi o se, infine, a parità di mix settoriale e di livelli di produttività la distribuzione dimensionale delle imprese italiane (misurata dal peso degli addetti) fosse uguale a quella osservata in Germania. Si tratta di un esercizio puramente meccanico che separa contabilmente fenomeni (composizione settoriale, produttività media delle imprese, distribuzione degli addetti per classi dimensionali) che sono tra loro interconnessi, ma che risulta tuttavia utile per fornire una misura approssimativa dell’influenza che ciascuno di essi esercita sul divario complessivo di produttività della nostra industria nei confronti della Germania. La figura 9 mostra che l’assunzione della composizione per settori dell’industria tedesca avrebbe effetti limitati sulla produttività dell’industria italiana: il gap rispetto alla Germania si ridurrebbe dal 20 a circa il 15%. Il raggiungimento, nei settori e nelle classi dimensionali italiane, dei livelli di produttività media delle imprese tedesche avrebbe un effetto un po’ più consistente, ma comunque insufficiente a colmare il divario di produttività che passerebbe dal 20 al 10% circa. Il cambiamento che porterebbe ad annullare il divario produttivo riguarda, invece, l’aspetto dimensionale: se la distribuzione degli occupati italiani nelle varie classi dimensionali divenisse identica a quella che si osserva in Germania la produttività della nostra industria tenderebbe ad allinearsi completamente a quella tedesca.            

Fig. 9 – Gap nel livello di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche in varie ipotesi di convergenza strutturale, valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto (Germania=100)
20141009-SCN-Grafico6
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In conclusione, l’ottica settoriale nel guardare ai difetti della nostra industria è fuorviante. Le differenze tecnologiche dei settori certamente contano nel determinare i divari di efficienza tra paesi che hanno diversi mix produttivi, ma molto meno di quanto si potrebbe ritenere. Ciò perché sulla produttività complessiva influisce molto di più l’emergere delle imprese migliori qualunque sia il settore di appartenenza, sia esso di vantaggio o svantaggio comparato, nonché dei prodotti migliori all’interno delle imprese che riescono a riorganizzarsi. E per promuovere questo tipo di cambiamento non occorre l’azione di un policy maker, ma la piena esposizione di imprese e prodotti alle forze competitive globali, si chiamino esse Cina o catene globali del valore. Inoltre, non si dovrebbe mai dimenticare che il non disporre “in casa” della capacità di produrre, ad esempio, alta tecnologia non preclude la possibilità da parte delle imprese di utilizzarla al meglio, importandola, nei processi produttivi e da parte dei consumatori di farla entrare nei loro standard di vita: il commercio internazionale, lo ha spiegato Ricardo due secoli fa, è un modo di produrre indirettamente attraverso lo scambio ciò che è inefficiente realizzare all’interno. Le differenze tecnologiche sono il sale dello scambio internazionale e devono essere sfruttate per aumentare il nostro benessere. La radice  profonda del gap produttivo dell’Italia nei confronti di un paese benchmark come la Germania non è dunque nella specializzazione, ma altrove. Essa si trova nel forte squilibrio dimensionale che caratterizza la distribuzione delle imprese nelle due economie. E con questo non ci si riferisce solo alla scarsa presenza nel nostro paese di grandi imprese, mediamente meno efficienti che in Germania, ma soprattutto alla sproporzionata numerosità di micro-imprese molto poco produttive. Si tratta di un fenomeno che ha poco a che vedere con la specializzazione e molto con l’evoluzione della struttura socio-economica del Paese.

DOWNLOAD


[1]I dati della figura 1 sono tratti da Santomartino, “Il modello di specializzazione commerciale dell’economi italiana: evoluzione recente e confronto con gli altri paesi dell’area dell’euro”, Rapporto Ice 2013-14. In tale contributo si sottolinea come indicatori di specializzazione costruiti sui saldi commerciali, considerando quindi anche il lato delle importazioni, mostrino risultati diversi, di maggiore variabilità nel tempo. L’indicatore utilizzato nella figura 1, basato sulle sole esportazioni, è più consono a definire vantaggi e svantaggi comparati rivelatori dell’allocazione settoriale delle risorse nazionali rispetto a quanto si verifica negli altri paesi europei.      

[2]Il divario espresso in parità dei poteri d’acquisto o ppa (riferita ai soli beni) era del 17%, in euro correnti del 23%. Il confronto internazionale tra livelli di produttività deve essere effettuato in ppa, e non in euro correnti, per tenere conto delle differenze di livelli di prezzo tra i paesi. Le ppa indicano quante unità della moneta nazionale di un dato paese sono necessarie per acquistare un dato paniere di beni e servizi. Le ppa sono quindi usate per convertire aggregati economici in una moneta artificiale (lo standard di potere d’acquisto), eliminando l’effetto delle differenze dei livelli di prezzo tra paesi. Se invece delle ppa si usano euro correnti, ciò porta a sovrastimare il valore aggiunto del paese con livello di prezzi più elevato (Germania). Nel caso della manifattura non si dispone di ppa riferite espressamente ai prodotti del settore. In assenza di questa informazione, si usano per rendere confrontabili i valori aggiunti manifatturieri le ppa riferite al totale dei beni calcolate dall’Eurostat.    

Pubblicato in Scenario

Università di Ancona - Sergio De Nardis, Capo Economista di Nomisma, interviene al XXXVIII Convegno di Economia e Politica Industriale di “L’industria - Rivista di economia e politica industriale” patrocinato dall’Università Politecnica delle Marche e dall’ISTAO.

La relazione sarà su “Le imprese industriali nella competizione internazionale e nella lunga recessione: modalità di aggiustamento e prospettive” nell’ambito della sessione dedicata al tema “Tornare a crescere: il fattore organizzativo-imprenditoriale”.

Programma

Pubblicato in News

Politecnico di Milano, Sala Consiglio, Dipartimento Ingegneria Gestionale - ore 17.00. Sergio De Nardis partecipa al seminario "Investire nel cambiamento o stare sotto coperta: due diversi itinerari per le imprese italiane", organizzato da MIP Politecnico di Milano in collaborazione con Assolombarda.

Programma

Pubblicato in News

Bologna, 11 novembre 2013, NOMISMA/ ISTAT PRODUZIONE INDUSTRIALE - “Dopo le flessioni di luglio-agosto, il fiacco dato positivo di settembre conferma la difficoltà della produzione industriale a superare in modo deciso il punto di minimo del ciclo e imboccare così la strada di una ripresa” – dichiara Sergio De Nardis capo economista NOMISMA commentando i dati ISTAT relativi alla produzione industriale. “Colpisce il contrasto tra il miglioramento degli indicatori qualitativi di fiducia delle imprese, in atto dalla scorsa primavera e le scarse risultanze in termini di produzione effettiva finora osservate. E’il segno che quei rialzi di fiducia, rilevati nei mesi scorsi, hanno sotteso soprattutto transizioni delle imprese dalla zona della recessione verso quella di stazionarietà, piuttosto che veri e propri rialzi produttivi.  Nel complesso, seppur deludente il dato della produzione industriale del terzo trimestre non esclude una sostanziale stabilizzazione del PIL nel periodo luglio-settembre. Il grosso punto interrogativo riguarda ciò che avverrà dopo, ovvero quanto intensa potrà essere effettivamente la ripresa del 2014; se l’attività produttiva dell’industria, cioè del settore trainato dall’export, non assumerà un passo più deciso anche le prudenti previsioni di consenso attualmente disponibili (+0,8% il prossimo anno) potrebbero risultare difficili da realizzare” – conclude De Nardis.

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457  - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Comunicati Stampa

Quick Contact

051 6483111

Strada Maggiore, 44
40125 Bologna - Italy

contact form

Certificazione

Azienda con
Sistema Qualità Certificato

Certificato n.194221

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies