Sergio De Nardis, Capo Economista
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La ripresa europea è ineguale. In molte economie l’output gap, ovvero il divario tra domanda e produzione potenziale, continuerà a essere negativo per diversi anni. Gli investimenti stentano a ripartire in modo deciso, costituendo un fattore di freno della ripresa. Dopo sette anni di crisi sarebbero necessari ritmi di crescita più rapidi per rientrare dall’ampia disoccupazione. Il contrasto delle tendenze alla stagnazione rimane centrale e non adeguatamente affrontato nell’agenda di policy europea.

Debolezza degli investimenti. La debolezza degli investimenti contrassegna la fase congiunturale europea. Essa interessa quasi tutte le tipologie di spesa in beni capitale (non solo quelle in costruzioni) e la gran parte dei soggetti economici, le imprese in misura maggiore che le famiglie. La bassa dinamica degli investimenti è osservabile in gran parte di paesi euro, ma il fenomeno è decisamente più rilevante nelle economie periferiche: a fine 2014 il volume degli investimenti fissi lordi era inferiore al picco del 2007 del 4,5% nei Paesi core dell’eurozona, del 34% nei periferici (fig. 1).

Negli anni della recessione le principali preoccupazioni dei policy maker si sono concentrate sulla flessione dei consumi delle famiglie. Era giusto che fosse così, considerati il calo di potere d’acquisto sperimentato in diverse economie e l’impoverimento di fasce importanti della popolazione. Oggi che la recessione è alle spalle, le azioni di policy devono affiancare alla lotta alla povertà lo stimolo agli investimenti. Sono questi a costituire il principale fattore di freno del Pil e sono a loro volta rallentati dalla prospettiva di debole ripresa dell’attività economica. L’insufficienza del processo di accumulazione è un problema non solo per il breve periodo. Essa finisce con l’incidere nel lungo termine sulla crescita del capitale e, quindi, sul potenziale produttivo delle economie.

Fig. 1 - Investimenti fissi lordi e consumi privati nell'area euro1 (2007=1)
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1 Paesi euro “periphery”=Italia, Spagna, Portogallo, Grecia; Paesi euro “core”=Germania, Francia, Olanda, Austria, Belgio, Lussemburgo, Finlandia.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Trappola della liquidità. Alla base della fiacchezza degli investimenti vi è, come detto, la persistente debolezza della situazione economica che disincentiva l’ampliamento del capitale produttivo (si veda su questo anche Imf World Economic Outlook, April 2015). A questo fattore di freno se ne aggiungono altri come l’incertezza, la persistente ritrosia del sistema creditizio ad assumere rischi soprattutto lì dove il peso delle sofferenze resta elevato, la preferenza per gli impieghi in asset sicuri a basso rendimento. Questi elementi sono più o meno presenti nelle diverse economie europee; sono riscontrabili tutti insieme nei paesi periferici e, in particolare, in Italia.

Tab. 1 – Indicatori di trappola della liquidità (valori percentuali)
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1 Stima Oecd; 2 La stima per l’area euro è di Udibe 2014, applicando la metodologia di Laubach e Williams (2013), la stima per l’Italia suppone un tasso di interesse di rquilibrio più negativo di quello ipotizzato per l’area euro. 
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e Eurostat.

Il fatto che gli investimenti siano fiacchi in corrispondenza di tassi di policy della Banca centrale pari a zero segnala l’operare in Europa e ancor più nei periferici di una trappola della liquidità. Nonostante i tassi di interesse della Bce siano da tempo in prossimità del livello minimo possibile, l’output gap è ampiamente negativo (-3,2% nell’area euro e -5,9% in Italia, secondo le stime Oecd per il 2015, tab. 1 colonna 1), l’inflazione di fondo (al netto di energetici e alimentari) non accelera (ad aprile è dello 0,6% nell’eurozona, 0,4% in Italia, tab. 1 colonna 3), le attese sulla futura dinamica dei prezzi, pur in rialzo dopo il Qe, rimangono sganciate dall’obiettivo di Francoforte. Le attese di inflazione a 5 anni – quali risultano dalle previsioni implicite nel mercato dei titoli di stato ordinari e indicizzati – sono a circa l’1% nell’area euro, a 0,2-0,3% in un’economia caratterizzata da condizioni di maggiore debolezza come quella italiana (colonna 4). Ciò fa sì che i tassi di interesse reali (tassi di policy al netto delle attese di inflazione, colonna 5 della tab. 1), pur storicamente bassi (anzi negativi), siano in realtà superiori al livello che sarebbe necessario per raggiungere il pieno impiego. Secondo alcune stime, il tasso di interesse reale che assicura nella zona euro la piena occupazione potrebbe essere sceso a un livello di -1,5% (colonna 6). Nei paesi interessati da due lunghe recessioni, come l’Italia, esso potrebbe essere calato anche più in basso. Il gap tra tassi di interesse reali effettivi e quelli che sarebbero necessari per il pieno impiego impedisce il ripristino dell’equilibrio macroeconomico, finendo col perpetuare le tendenze alla stagnazione.

Questo fenomeno presenta, come detto, caratteristiche più gravi nelle economie periferiche. Tali Paesi beneficiano dell’attenuazione delle tensioni finanziarie a seguito degli interventi della Bce. La compressione dei premi al rischio che negli ultimi anni avevano innalzato l’intera struttura dei loro tassi di interesse rispetto ai Paesi “core” ha importanti effetti favorevoli per queste economie. Ma una volta espletatisi, rimane l’ampio divario dei tassi di interesse di policy reali rispetto a quelli che riporterebbero queste economie verso la piena occupazione. Un divario alimentato tanto dalle minori aspettative di inflazione, quanto dal più basso livello del tasso di equilibrio rispetto all’area euro.

Le domande da porsi a questo punto sono: perché emerge una stagnazione da trappola della liquidità e quanto può durare? Quali implicazioni comporta? Quali sono le politiche per contrastarla?

Perché e quanto a lungo? ll tasso di interesse reale di equilibrio è determinato dall’incontro dell’offerta e della domanda di prestiti da parte rispettivamente di risparmiatori e investitori (che desiderano, ad esempio, ampliare o avviare attività produttive, acquistare case, migliorare il proprio capitale umano). Il tasso di equilibrio scende quando si crea un eccesso dell’offerta di prestiti rispetto alla domanda desiderata. Ciò può avvenire perché è quest’ultima a comprimersi a seguito di una molteplicità di eventi: rientro da esposizioni debitorie eccessive di chi prende prestiti, invecchiamento della popolazione, caduta dei prezzi di beni capitale (per cui occorrono minori finanziamenti per realizzare un investimento), aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito. Quando il tasso di interesse di equilibrio si riduce, la Banca centrale deve intervenire per consentire il ridimensionamento dei tassi di mercato attraverso la riduzione dei tassi di interesse di policy e favorire così il riequilibrio nel mercato del risparmio. Se, però la caduta della domanda di prestiti è molto forte – come nelle recessioni indotte da correzioni di eccessi di debito – il tasso di interesse reale di equilibrio può scendere in territorio negativo e la Banca centrale può non essere in grado di assecondare tale caduta non potendo far calare il tasso di policy sotto il limite zero. Quando ciò si verifica si è nella trappola della liquidità.

In generale, la trappola della liquidità è un fenomeno doloroso da cui è difficile uscire (comporta recessione e disoccupazione), ma pur sempre transitorio. Se non si modifica il tasso di interesse reale, sarà la caduta del Pil a contrarre l’offerta di risparmi e riportare in equilibrio il mercato dei prestiti. Il problema è quando lo sbilancio tra offerta e domanda desiderata di risparmi non si corregge e rimane per prolungati periodi di tempo, dando luogo alla cosiddetta stagnazione secolare. La recente teoria economica inquadra questa possibilità ipotizzando che domanda e offerta di prestiti si originino in diverse classi generazionali di operatori, per cui uno stesso individuo si trova ad essere, in fasi diverse della sua vita, investitore (fa debiti), risparmiatore (mette da parte reddito) e consumatore di risparmi (spende quel che ha messo da parte): i prenditori di prestiti di “oggi” sono tipicamente i giovani che spendono più di quanto guadagnano e che diverranno “domani”, in età matura, prestatori di fondi liquidi, risparmiando nella prospettiva di un “dopodomani”, quando diverranno vecchi e consumeranno quanto accantonato nella maturità.

Se la generazione dei prenditori di prestiti, ovvero i giovani, diminuisce il ricorso al debito (fa un’operazione di deleveraging), dovrà restituirne di meno quando diverrà matura. Ciò libererà risorse per aumentare l’offerta di risparmio quando costoro, nella mezza età, si trasformeranno da prenditori in prestatori di liquidità. L’eccesso di offerta di prestiti sulla domanda quindi non si riduce, ma tende anzi ad aumentare nel tempo e il tasso di interesse reale di equilibrio scende ulteriormente, rendendo permanente la trappola della liquidità[1].

Si può osservare che in questo schema non è solo la riduzione della propensione al debito dei giovani a determinare una abbattimento persistente del tasso reale di equilibrio. Anche l’invecchiamento della popolazione opera nella stessa direzione. La domanda di prestiti si può, infatti, ridurre oltre che per deleveraging dei più giovani, perché il peso nella popolazione di questa generazione, che spende più di quanto guadagna, si riduce consistentemente. Il rallentamento della dinamica demografica può essere, dunque, un’importante fonte di prolungata stagnazione.

Fig. 2 – Coorti di prestatori (lenders), prenditori di prestiti (borrowers), operatori neutrali (neutral) nei maggiori paesi euro (quote % sulla popolazione complessiva) 
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Invecchiamento. L’aumento dell’età media della popolazione induce, quindi, stagnazione. Questo fenomeno è normalmente considerato come un problema sul lato dell’offerta: una popolazione che invecchia riduce nel lungo periodo l’input di lavoro, incidendo così sul prodotto potenziale dell’economia. L’invecchiamento, però, indebolisce anche la domanda. La progressiva diminuzione della coorte dei giovani, che spendono più di quanto guadagnano (approssimata, nella figura 2, dalla proporzione di popolazione tra i 0 e 29 anni), e la corrispondente crescita della coorte in età di lavoro (30-64 anni), che accantona risparmi per l’età della pensione prestandoli ai giovani, provoca squilibri nel mercato della domanda e dell’offerta di prestiti. I prenditori di fondi (borrowers nella fig. 2) si riducono, mentre aumentano i prestatori (lenders) con conseguenti pressioni al ribasso sul tasso di interesse di equilibrio. E’ da notare che il fenomeno riguarda da un ventennio tutti i principali paesi europei, ma che in Italia esso è iniziato con anticipo rispetto agli altri. In effetti, tra i paesi europei considerati, quello dell’Italia è il caso che sembra maggiormente avvicinarsi, in termini di dinamiche nel tempo delle coorti di lenders e borrowers, al Giappone, ovvero all’economia per la quale si hanno più chiare evidenze di lunga stagnazione per trappola della liquidità (fig. 3)[2] .

Fig. 3 – Coorti di prestatori (lenders), prenditori di prestiti (borrowers), operatori neutrali (neutral) in Giappone e Italia (quote % sulla popolazione complessiva)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Quali implicazioni? Indipendentemente da quanto è lunga la stagnazione e del fatto se essa sia o meno permanente, l’emergere di una trappola della liquidità persistente nel tempo causa importanti cambiamenti nel modo di funzionare dell’economia. Il fatto che i tassi di interesse sono al limite zero implica infatti che variazioni dell’inflazione tendano ad accompagnarsi a cambiamenti nella stessa direzione della domanda aggregata. Una discesa dell’inflazione che in tempi normali si assocerebbe a un aumento della spesa, in presenza di tassi di interesse zero si traduce in aumento dei tassi reali di interesse, dando luogo a calo della domanda. E’ il mondo sotto-sopra descritto (v. fig. 3) da Eggertsson e Krugman (2012) dove la domanda aggregata (AD) – che, incrociando l’offerta (AS), concorre a determinare il Pil (Y) – è crescente all’aumentare dell’inflazione (?).

Fig. 3 - Domanda (AD) e offerta (AS) in trappola della liquidità
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Fonte: Eggertsson e Krugman (2012)

Con effetti paradossali. Tale atipica configurazione condiziona l’azione di politica economica diretta a incoraggiare l’uscita dalla stagnazione. Ad esempio, un’attenzione esclusiva a misure che mirano a migliorare il lato dell’offerta, attraverso maggiore efficienza (paradox of toil) oppure accresciuta flessibilità salariale (paradox of flexibility), può condurre a effetti sul Pil opposti a quelli perseguiti, riducendone il livello (fig. 4). Il motivo è che tali azioni innestano pressioni alla deflazione che, in tempi normali, verrebbero contrastate con riduzione dei tassi di interesse. Con tassi di interesse zero ciò non è possibile, con la conseguenza che i tassi di interesse reali si innalzano spingendo verso un equilibrio con output più basso anziché più alto. Quindi dalla stagnazione indotta da trappola della liquidità non si esce con sole politiche di offerta. Se non vi sono anche politiche di espansione della domanda, le azoni sul lato dell’offerta rischiano di avere effetti controproducenti[3].

Fig. 4 – Paradossi per la politica economica in trappola della liquidità: affetti avversi di un aumento della capacità di offerta (paradox of toil) e di un aumento della flessibilità salariale (paradox of flexibility)
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Fonte: Eggertsson e Krugman (2012)

Che fare? Politica monetaria non convenzionale. Sul fronte della politica monetaria l’azione è vincolata dal limite zero a cui si trovano i tassi di policy. Occorre, dunque, supplire con misure non convenzionali di espansione della base monetaria tramite operazioni di mercato aperto su titoli pubblici e privati (Quantitative easing) che inducano effetti equivalenti a quelli che si avrebbero con una adeguata (e impossibile) riduzione in territorio negativo dei tassi nominali di policy. Quanto deve essere grande il Qe per determinare gli effetti desiderati? L’azione della Bce appare rilevante: indipendentemente dalla quantità per ora programmata (1.140 miliardi di euro tra marzo 2015 e settembre 2016, con un ritmo di 60 al mese), dovrebbe durare fin quando l’inflazione non si sarà portata durevolmente su un sentiero compatibile con l’obiettivo del 2%. Se l’operazione si interrompesse nel settembre 2016, gli acquisti ammonterebbero all’11% del Pil dell’area euro del 2014; è una dimensione inferiore agli analoghi programmi condotti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone, pari rispettivamente al 22, 21 e 32% del Pil dell’anno iniziale.

Gli effetti dell’azione della Bce sono stati subito visibili nei mercati finanziari, con allentamento delle tensioni e riduzioni dei tassi di interesse, e in quello valutario (deprezzamento dell’euro). Sussistono, però, due punti interrogativi che potrebbero indebolirne l’efficacia per quanto riguarda l’impatto sull’economia reale. Il primo riguarda il fatto che gli acquisti di titoli aumentano la base monetaria, ma non è detto che accrescano nella misura necessaria anche l’offerta di moneta (ovvero la moneta “in tasca” di famiglie e imprese) date le condizioni di avversione al rischio delle banche e la bassa domanda di prestiti proveniente dal settore privato. Il secondo interrogativo riguarda la credibilità dell’annuncio di andare avanti finché non si sarà prodotta l’inflazione necessaria. Questo impegno può essere minato dalla forte opzione anti-inflazionistica della Germania: con un’inflazione media euro al 2%, la dinamica dei prezzi tedeschi dovrebbe stare per alcuni anni sopra tale livello (e verso il 3%) per assecondare il riequilibrio competitivo all’interno dell’area. E’ dubbia la disponibilità tedesca ad accettare una simile prospettiva. Ciò può inficiare la credibilità del tentativo di innalzare le aspettative di inflazione all’interno dell’area. Nel mercato dei Bund quinquennali le aspettative di inflazione euro, misurate dalla break-even inflation, sono in effetti aumentate dopo l’avvio dell’implementazione del Qe, ma rimangono ben distanti dall’obiettivo del 2% (fig. 5).

Fig. 5 - Aspettative di inflazione nell’area euro a 5 anni (break-even inflation calcolata su Bund quinquennali ordinari e indicizzati)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Bundesbank

Politica fiscale: investimenti in infrastrutture. In trappola della liquidità, per superare la stagnazione la politica monetaria non convenzionale (Qe) deve essere affiancata da una politica fiscale espansiva. In tal modo si possono imitare, almeno in parte, gli effetti della cosiddetta moneta-elicottero, facendo arrivare al settore privato le iniezioni di liquidità della Bce[4]. L’espansione fiscale può essere realizzata accompagnando il Qe con taglio delle tasse da realizzare in deficit. L’impatto più forte, tuttavia, si avrebbe con l’aumento della spesa per la realizzazione di infrastrutture pubbliche. L’Imf evidenzia nel World Economic Outlook di ottobre 2014 (capitolo 3) che l’effetto di un aumento dei piani di investimenti pubblici sarebbe significativo e durevole nel tempo. Esso inciderebbe favorevolmente anche sul potenziale di crescita delle economie. Condizione necessaria è che il programma di investimenti si caratterizzi per un adeguato livello di efficienza, in termini di capacità di valutazione, selezione e controllo dei progetti che vanno ad affrontare effettive carenze infrastrutturali.

Le simulazioni Imf mostrano, in particolare, che nelle economie avanzate un aumento dell’1% degli investimenti pubblici in rapporto al Pil si traduce, in media, in un maggiore output dello 0,4% nel primo anno e dell’1,5% nel quarto. Intorno a questo risultato medio si hanno, però, ripercussioni molto differenziate a seconda della condizione ciclica delle economie, del grado di efficienza del processo di investimento, delle modalità di finanziamento della spesa pubblica in infrastrutture. La tabella 2 mostra che nelle fasi di debolezza ciclica, come è quella attraversata dalla zona euro, l’aumento dell’1% della spesa in investimenti pubblici (in rapporto al Pil) accresce in misura più marcata il livello dell’attività economica, innalzandolo dell’1,5% nel primo anno e del 3% nel quarto. Nei periodi di alta congiuntura, l’effetto sul Pil non è, invece, significativamente diverso da zero. Grazie al forte impatto sulla crescita economica che si ha in condizioni di debolezza ciclica, l’aumento della spesa pubblica in investimenti conduce all’abbattimento del rapporto Debito/Pil di quasi 10 punti percentuali nel medio termine (quarto anno).

La tabella 2 pone anche in luce che l’effetto sull’output è più forte nei Paesi che hanno un elevato grado efficienza nelle procedure di investimenti pubblici, tanto nel breve (+0,8%) che nel medio periodo (+2,6%). Grazie alla significativa risposta dell’output, il rapporto Debito/Pil in tali economie si abbassa di circa 9 punti percentuali nel quarto anno. Infine, l’impatto sul Pil è notevolmente maggiore quando l’investimento pubblico è finanziato con debito (+0,9% nel primo anno e +2,9% nel quarto) anziché essere realizzato a parità di bilancio. Grazie alla più forte crescita del Pil, l’impatto sul rapporto Debito/Pil di investimenti finanziati in deficit non è statisticamente distinguibile da quello realizzato con bilancio in pareggio. In definitiva, l’aumento della spesa pubblica per investimenti in deficit non determina, secondo queste stime, un peggioramento del rapporto Debito/Pil rispetto a un’ipotesi di bilancio in pareggio, ma ha effetti più consistenti sulla crescita economica.

Tab. 2 – Le stime IMF sugli effetti della spesa pubblica in investimenti nelle economie avanzate: risposta del Pil e del Debtio/Pil all’aumento dell’1% degli investimenti pubblici in rapporto al Pil in diverse ipotesi di crescita, efficienza delle procedure, tipo di finanziamento1
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1 L’asterisco indica che l’impatto è statisticamente significativa al 90%.
Fonte: Imf, World Economic Outlook, chapter 3,October 2014

E la politica europea? In Europa la politica monetaria si è mossa in modo significativo, anche se in ritardo, con la decisione di intraprendere il Qe. L’intervento è quantitativamente importante e, sulla carta, open-ended. Vi sono rischi di efficacia e credibilità (atteggiamento della Germania) che andranno verificati col procedere del programma. La politica fiscale si sta muovendo nella stessa direzione? Vi è stato un rallentamento nei percorsi di risanamento. Gli anni 2014 e 2015 hanno visto un’attenuazione dell’austerità fiscale, consentita dai margini di interpretazione flessibile che la nuova Commissione ha adottato per le regole del Patto di Stabilità e Crescita. E’ stato un fatto positivo che ha contribuito all’affacciarsi di una ripresa economica in Europa. La flessibilità, però, si muove entro stretti limiti e offre spazi inferiori a quelli che sarebbero necessari per affiancare in modo adeguato la politica monetaria e affrontare così i rischi di stagnazione che pesano sull’economia europea e, ancor più, sui paesi periferici. Soprattutto è insufficiente l’approccio europeo agli investimenti in infrastrutture. E’ una inadeguatezza che pesa visto il contributo che tali investimenti potrebbero offrire alla crescita nell’area. Come argomenta l’Ufficio Parlamentare del Bilancio, il piano Junker non ha tra i suoi obiettivi quello di fornire una soluzione al problema di una insufficiente domanda aggregata che è alla base del rischio di stagnazione europea. Si propone, invece, di attenuare alcuni fattori di tipo strutturale che frenano gli investimenti privati. Il piano non prevede risorse pubbliche aggiuntive rispetto alla situazione pre-piano (vi è una riallocazione di stanziamenti già effettuati) e ha, piuttosto, un obiettivo di catalizzazione degli investimenti privati, cioè di attivazione, con il meccanismo delle garanzie sul rischio, di un grande processo di crowding in di attori privati. Vi è la possibilità di un potenziamento della parte pubblica con fondi provenienti dai paesi membri. Dati, però, i vincoli europei (anche dopo le nuove regole di flessibilità) e le incertezze che sussistono circa il trattamento di questi apporti nel quadro delle flessibilità, è difficile che i bilanci nazionali facciano fare un salto sostanziale all’ammontare di risorse pubbliche.

Nel complesso è dubbio che il piano Junker possa costituire quella politica di investimenti per il contrasto delle tendenze alla stagnazione di cui ha bisogno l’Europa. Il fatto che si sia scelta questa strada e non quella dell’intervento pubblico è stato determinato dall’idiosincrasia che caratterizza l’area nei confronti di esplicite politiche di sostegno della domanda. Un atteggiamento pregiudizievole che conduce a intraprendere percorsi sub-ottimali rispetto alle esigenze di sostegno del ciclo europeo e per lo stesso buon esito delle riforme strutturali. Anche grazie all’azione della Bce, i tassi di interesse a cui i governi possono finanziarsi sul mercato sono estremamente bassi. Progetti di realizzazione di infrastrutture profittevoli, adeguatamente selezionati e attentamente monitorati – quali quelli che vengono considerati nel piano Junker – potrebbero essere dunque realizzati, in modo coordinato a livello europeo, con investimenti pubblici finanziati con debito. Dato il basso costo di finanziamento essi si ripagherebbero nel lungo periodo e, come mostrano le stime Imf, fornirebbero una spinta consistente all’attività economica dell’area, con effetti favorevoli anche per l’abbattimento del rapporto Debito/Pil. E’ una finestra di opportunità che si è di fatto rinunciato a utilizzare.

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[1] Questo è lo schema con tre generazioni sovrapposte di Eggertsson e Mehrotra (2014) nell’ambito del quale si realizza la riduzione permanente del tasso di interesse reale di equilibrio (stagnazione secolare).

[2] L’evidenza della fig. 2 non muta considerando diverse ipotesi circa l’età anagrafica di borrowers e lenders.

[3] Su questo, oltre agli autori indicati nel testo si veda anche Jordi Galì, “Policy Options for a Depressed Economy”, Federico Caffè Lectures 2014.

[4] Quella della moneta-elicottero è un’ipotesi teorica consistente nella distribuzione di liquidità da parte della Banca centrale al settore privato. Ciò può avvenire per il tramite dello Stato che abbassa le tasse (o aumenta la spesa pubblica) creando debito direttamente sottoscritto, nel mercato primario, dalla banca centrale. Il Qe, associato a una politica fiscale espansiva, può mimarne gli effetti nella misura in cui gli acquisti nel mercato secondario di titoli di Stato della banca centrale abbattono i tassi di interesse sui titoli in asta e i conseguenti risparmi di spesa vengono utilizzati dal governo per realizzare uno stimolo fiscale.

Pubblicato in Scenario
Mercoledì, 10 Settembre 2014 11:02

10 settembre 2014 - Politiche della stagnazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Il 2014 non è stato l’anno della ripresa, come le previsioni stimavano, ma il terzo di recessione per l’economia italiana. Con questo prolungamento, l’esperienza della crisi per il nostro Paese si conferma peggiore di quella degli anni trenta. Una confronto storico sfavorevole che è condiviso con molte altre economie europee. Oggi come allora, la recessione ha una sola causa: la caduta della domanda aggregata. Su questa avrebbero dovuto intervenire le misure per la ripresa a livello europeo. Al contrario, il framework di politica economica ha sospinto i paesi in una pericolosa trappola di stagnazione e deflazione. Occorre che si cambi lo schema in modo radicale, con l’impostazione di politiche monetarie e fiscali espansive coordinate tra le economie europee. Su questo approccio cresce il consenso tra gli economisti. Molto più ingessata è la discussione tra i policy maker, vincolati dai parametri statistici e dalle procedure del Fiscal Compact. A essi non può comunque sfuggire il fallimento dell’approccio degli ultimi anni. Forzare le regole che hanno condotto alla stagnazione può essere l’unica strada per uscirne.         

Nella nota di Scenario che ha inaugurato questa serie di Newsletter, lo scorso novembre, si parlava di nuova normalità italiana, intendendo indicare con questa espressione la prospettiva del lento avviarsi di una fase di modesta ripresa, insufficiente a recuperare in un congruo arco di tempo le perdite di prodotto e occupazione sperimentate nelle recessioni succedutesi dopo il 2007. Si argomentava che, in assenza di politiche che sostenessero recuperi più consistenti, ne avrebbe risentito la crescita potenziale perché il ciclo debole avrebbe lasciato tracce nel tessuto dell’economia, deteriorando la capacità produttiva, inducendo un innalzamento del tasso di disoccupazione strutturale, favorendo l’allineamento delle spese delle famiglie ad aspettative di reddito più basse. A dieci mesi di distanza si può dire che quella preoccupazione peccava, se possibile, di ottimismo. L’attesa ripresa non si è infatti materializzata e l’Italia continua a dibattersi, in questo scorcio del 2014, tra recessione e tendenze stagnanti. E’ difficile stabilire, sulla base delle informazioni disponibili, se siamo ancora nel periodo di caduta, antecedente ciò che chiamavamo nuova normalità, o se, invece, la stagnazione è la vera faccia della fase che si apre dopo la crisi. Inutile dire che sarebbe preferibile la prima ipotesi, perché lascerebbe aperta la porta alla speranza di qualcosa di meglio di una crescita zero. Quel che è certo è che l’esigenza di un profondo cambiamento nella politica economica, che si sottolineava con tono di urgenza nel novembre scorso, si è fatta oggi improcrastinabile.    

Per mettere in prospettiva le difficoltà dell’evoluzione attuale, il confronto corretto da fare non è con i normali i cicli economici registrati dal secondo dopoguerra, ma con la Grande Depressione degli anni trenta. Le analogie con quel periodo sono molteplici, incluse l’appartenenza a un accordo di cambio, l’idiosincrasia di parte determinante dell’establishment politico europeo rispetto a misure di sostegno alla domanda, la riluttanza dei paesi creditori a contribuire all’aggiustamento delle bilance commerciali. Ebbene, avendo come benchmark l’esperienza degli anni trenta, la figura 1 mostra che l’attuale performance italiana risulta peggiore di quella registrata ottanta anni fa: allora il Pil pro-capite aveva recuperato i livelli iniziali nell’ottavo anno (1937) dall’avvio della caduta; nella situazione corrente, nell’ottavo anno (2015) il Pil pro-capite reale sarà un buon 10% sotto i valori pre-crisi.

Oggi come allora la recessione ha una sola causa: la drastica caduta della domanda aggregata. Negli anni trenta contribuirono alla ripresa una combinazione di stimolo fiscale (investimenti pubblici, oltre che spesa per la difesa) e monetario, con la svalutazione della lira a seguito dell’uscita dal regime aureo (1936). Oggi, in condizioni politiche profondamente diverse, la strada da percorrere deve assolutamente evitare le tendenze distruttive che caratterizzarono gli esiti degli anni trenta. Lo snodo della ripresa rimane, però, lo stesso: un consistente sostegno alla domanda.      

Fig. 1 – Recessioni a confronto: Pil reale pro-capite (numeri indice, 2007=100, 1929=100) 
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Fonte: elabrazioni Nomisma su dati Istat, Banca d’Italia, Maddison Project; previsioni IMF per il 2015 e 2016

Non devono esserci dubbi che questo è oggi il problema da affrontare: non c’è un’insufficienza di offerta. Una misura del grado di inadeguatezza della domanda è fornita dalla distanza che separa la spesa complessiva (domanda effettiva) dal prodotto potenziale che l’economia conseguirebbe se i fattori della produzione fossero pienamente impiegati e operativi ai normali livelli di efficienza. Questa distanza è l’output gap. Si tratta di una grandezza teorica, caratterizzata da incertezza: si dispone infatti di statistiche della domanda effettiva (il Pil calcolato dall’Istat), ma non se ne hanno per il Pil potenziale che deve, quindi, essere inferito attraverso stime. Pur con questo caveat, le misure disponibili del gap di spesa forniscono un segnale chiaro. La figura 2 evidenzia per l’economia italiana l’andamento della domanda effettiva e del Pil potenziale secondo le stime di Commissione europea e OECD. Come si vede, il potenziale tende a scendere per gli effetti di trascinamento indotti dal ciclo recessivo, ma la caduta della domanda è ben maggiore. Il divario apertosi con la crisi è risultato dal 2011 in continuo allargamento; esso è nel biennio 2013-14 al 4% del Pil potenziale nelle stime della Commissione, sopra al 5% in quelle OECD[1]. Sono quantificazioni circondate come detto da incertezza, ma, date le metodologie di calcolo, è probabile che esse implichino una sottovalutazione, più che una sopravvalutazione, della dimensione reale dell’output gap: supponendo che il deterioramento strutturale abbia rallentato, anziché invertito come nella figura 2, la crescita del Pil potenziale, la misura della distanza della domanda rispetto all’offerta può arrivare al 7-8%.

La pressoché continua caduta dell’inflazione negli ultimi due anni (quella di fondo, escludendo energetici e alimentari non lavorati, è scesa sotto lo 0,5% ad agosto secondo l’indice armonizzato) è la conseguenza di questa situazione. Tale processo è, d’altro canto, direttamente legato alle modalità dell’aggiustamento competitivo intra-euro che demandano lo sforzo di correzione esclusivamente ai paesi periferici, i quali devono realizzarlo in condizioni proibitive: se l’inflazione in Germania viaggia a ritmi dell’1%, il riequilibrio europeo implica che i periferici spingano le dinamiche dei loro prezzi a zero e anche sotto tale livello per un periodo di tempo prolungato. Questa compressione si realizza, appunto, attraverso la formazione di ampi e persistenti gap della domanda rispetto all’offerta potenziale e il connesso aumento dei tassi di disoccupazione. E’ da rilevare che le difficoltà della Bce nel riportare l’inflazione media dell’area euro dai livelli quasi nulli in cui attualmente si trova verso il target del 2% risentono di questo stato di cose: l’inflazione in Germania è troppo bassa e spinge in giù le dinamiche di tutta l’area, favorendo il diffondersi delle tendenze deflazionistiche. La contestuale realizzazione dell’obiettivo Bce del 2% e del riequilibrio competitivo intra-euro richiede che l’inflazione tedesca salga al 3% e oltre per tutto il tempo necessario all’aggiustamento.

Fig. 2 – Italia: domanda effettiva e Pil potenziale (miliardi di euro, valori concatenati, anno di riferimento=2005, schema Sec 2005)
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Fonte: elaborazioni su dati Istat, European Commission, OECD

Se questa è, a tre anni dall’avvio della seconda recessione, la situazione dell’Italia e delle altre economie euro intrappolate nella crisi, non c’è da meravigliarsi che emergano crepe sempre più grandi nello schema di politica economica perseguito in tutto questo periodo dall’Europa. Tale approccio prevedeva che il sostegno del ciclo (cioè della domanda) a livello europeo fosse demandato alla politica monetaria, che la politica fiscale fosse rigidamente orientata, praticamente ovunque, al consolidamento fiscale (secondo tempi e modalità di percorso fissate nelle procedure europee) e che le riforme strutturali favorissero nelle economie periferiche il riequilibrio competitivo aumentando la flessibilità (in uscita e salariale) del mercato del lavoro e portando a una più forte crescita potenziale. In realtà, date le difficoltà di realizzazione delle riforme in situazioni di recessione, la politica fiscale restrittiva veniva di fatto indirizzata, oltre che al consolidamento delle finanze pubbliche, al riequilibrio competitivo per gli effetti di indebolimento che essa produceva nel mercato del lavoro.   

Il fallimento di questo schema ha un’origine precisa: il non avere considerato che in economie depresse, quali quelle europee, la politica monetaria può divenire impotente, perdendo la capacità di sostenere il ciclo economico con il tradizionale strumento della riduzione del tasso di interesse. In particolare, è molto probabile che in Italia e in diversi paesi euro il tasso di interesse reale (tasso nominale al netto delle attese di inflazione) che assicura la formazione della quantità di risparmio e dell’ammontare di investimenti necessari al conseguimento del pieno impiego sia divenuto, a seguito del forte arretramento della domanda, negativo. Difficile dire quanto negativo, ma quel che è certo è che in queste condizioni la Bce ha visto annullarsi la capacità di contenere entità e durata delle recessioni: in un ciclo depresso e con rischi di deflazione, i tassi di interesse nominali nelle mani della banca centrale si sono approssimati rapidamente a zero, livello sotto il quale non possono scendere, mentre le aspettative di inflazione si sono disancorate al ribasso rispetto all’obiettivo del 2%; una situazione che impedisce il perseguimento, nella misura necessaria, di tassi di interesse reali negativi. Ne è conseguito che il continuo ripiegamento dell’inflazione, sperimentato dall’Italia e dai periferici nell’ultimo biennio, è equivalso a una stretta monetaria perché non ha fatto che aumentare i tassi di interesse reali, allontanandoli vieppiù dal livello (negativo) compatibile con il pieno impiego. La flessione dell’inflazione è divenuta, dunque, una pessima notizia per molte economie: essa non porta a un rafforzamento della domanda (per il maggiore potere d’acquisto dei consumatori che hanno un lavoro), ne determina invece un indebolimento (per l’aumento che induce nei tassi reali di interesse).      

Col venire meno della capacità di azione della politica monetaria, si è rotto, sin da subito, il funzionamento dello schema europeo di politica economica sugli altri due fronti: quelli delle politiche fiscali e delle riforme strutturali. In condizioni di impotenza della politica monetaria, la politica fiscale deve subentrare per fornire sostegno al ciclo depresso. Se questo non avviene, la miscela di austerità fiscale e assenza di stimolo monetario (anzi, come visto, presenza di restrizione monetaria per il calo dell’inflazione) non può che avere effetti molto negativi per l’economia, ampliando la recessione, gonfiando la disoccupazione, approfondendo la spirale depressiva. L’imposizione di austerità in dosi massicce e in modo simultaneo in tutti i paesi ha dunque costituito un errore grave: essa ha prodotto danni che dovevano essere evitati con una conduzione equilibrata della politica economica, in linea con le indicazioni basilari della macroeconomia. L’area euro aveva la possibilità, con un attenta e cooperativa divisione dei compiti tra paesi membri a seconda dello spazio fiscale disponibile, di raggiungere un risultato migliore.      

Le conseguenze dell’impotenza della politica monetaria investono, però, anche l’efficacia delle riforme strutturali, ovvero il terreno degli interventi che dovrebbero caratterizzarsi per incontestabile virtù. Il punto è che le riforme strutturali cercano di influire sul lato dell’offerta, la linea tratteggiata della figura 2, che non è quello che limita la crescita del Pil da sette anni a questa parte. L’Italia ha bisogno di provvedimenti di ammodernamento e miglioramento dell’efficienza complessiva del sistema, ma è un’agenda politica diversa da quella prioritaria del superamento della inadeguatezza della domanda, con l’innalzamento della linea continua nella figura 2. Le due agende di politica economica, in condizioni di economia depressa, possono entrare in conflitto.

In effetti, il richiamo continuo alle riforme strutturali, ovvero agli interventi volti ad accrescere il grado di concorrenza nei mercati dei prodotti e del lavoro, viene giustificato nello schema europeo di politica economica anche per gli effetti indiretti che queste possono avere sulla domanda, sia estera che interna. Le riforme, in particolare quelle del mercato del lavoro, possono infatti innestare quelle svalutazioni interne nei periferici, necessarie, in assenza di cambio, per l’azzeramento del divario competitivo rispetto alla Germania; esse renderebbero più efficienti tali processi, riducendo i tempi del (richiesto) deterioramento del mercato del lavoro. Inoltre, le riforme, nella misura in cui riescono a rafforzare la crescita potenziale di lungo termine delle economie, possono migliorare le aspettative dei flussi di reddito conseguibili nel futuro dai cittadini, stimolandone, attraverso l’innalzamento del loro reddito permanente ed effetti ricchezza, la domanda  per consumi e investimenti sin dal momento corrente.      

Il problema è che questo mix di effetti virtuosi rischia di non trovare concretizzazione nel modo in cui è evoluta la crisi dell’euro. Riguardo al primo punto (accelerazione dei tempi per il recupero di competitività dei periferici), il richiamo continuo alle riforme strutturali nei confronti dei periferici elude il nodo cruciale: il riequilibrio competitivo non può essere lasciato interamente a carico di queste economie, perché esse lo devono realizzare in condizioni troppo penalizzanti, indipendentemente dal grado di efficienza dei loro mercati del lavoro. In altri termini, con o senza riforme strutturali, il problema centrale delle difficoltà di aggiustamento in Europa rimane quello evidenziato in precedenza: l’inflazione e la dinamica salariale nell’economia tedesca sono troppo basse, questo ostacola la Bce a rispettare il mandato di un’inflazione media nell’area prossima al 2% e mette, così, fuori uso la politica monetaria in funzione di stabilizzazione del ciclo.

Ciò conduce a una implicazione più generale circa l’inefficacia, nella situazione attuale, delle riforme strutturali per il sostegno della domanda, investendo il secondo punto dell’argomentazione circa la loro adozione (aumento delle aspettative di reddito). Gli interventi di riforma hanno successo nella misura in cui abbattono posizioni di monopolio nei mercati dei prodotti e del lavoro, riducendo mark-up e retribuzioni: in altre parole, il successo si realizza se inducono attese di un minor livello generale dei  prezzi nel futuro. Ma in una situazione di tassi di interesse nulli e inflazione già a zero, quale quella che caratterizza l’area euro, aspettative di deflazione non fanno che accrescere vieppiù i tassi di interesse reali con effetti di contrazione della spesa che compensano, se non sopravanzano, quelli positivi che ci si attende attraverso il canale delle attese dei redditi futuri. Per questi motivi le riforme strutturali non possono essere considerate lo strumento di politica economica adatto per risollevare in modo efficace la domanda in economie depresse[2].

Tre anni di recessione e l’assenza di prospettive per una vera ripresa dovrebbero essere sufficienti a certificare il sostanziale fallimento del framework europeo di politica economica per risolvere i nodi della crisi. Tra gli economisti vi è ormai una diffusa consapevolezza di questo fallimento e aumenta il consenso nei confronti di uno schema alternativo di politiche per la ripresa di tipo radicale, come richiede la situazione[3]. Tale schema vede affiancare le misure monetarie non convenzionali di immissione della liquidità che la Bce ha preso a perseguire in modo più deciso, dopo resistenze e ritardi, dall’estate a forti politiche fiscali espansive di riduzione della pressione fiscale e di aumento degli investimenti pubblici (in infrastrutture a rete, ricerca, istruzione), da realizzare in deficit e in maniera coordinata tra i paesi europei. L’entità dello stimolo fiscale dovrebbe essere ben più consistente dei piani di cui si parla negli ultimi mesi  in Europa: prendendo a riferimento il cosiddetto piano Junker (300 miliardi in tre anni per l’intera UE), l’entità dello sforzo dovrebbe avere una dimensione almeno doppia. Un’azione toppo timida su questo fronte sarebbe a rischio di inefficacia, sperperando un’idea potenzialmente buona. Inoltre, per eliminare il rischio di contraccolpi dei maggiori disavanzi sui mercati finanziari e assicurare, al contempo, che la maggiore liquidità fornita dalla banca centrale arrivi effettivamente all’economia reale, la leva fiscale e quella monetaria dovrebbero procedere in modo strettamente interrelato: i deficit pubblici andrebbero finanziati direttamente dalla Bce, con una monetizzazione dell’incremento di debito che aiuterebbe a rivitalizzare l’inflazione e ad abbassare, nella misura necessaria, i tassi di interesse reali in territorio negativo. L’inflazione aumenterebbe in modo più marcato in Germania, il cui ciclo è meno debole, contribuendo a equilibrare il processo di aggiustamento competitivo nell’area. La maggiore crescita del Pil nominale aiuterebbe a stabilizzare e poi a ridurre il rapporto debito/Pil dei periferici. Le riforme strutturali, in un simile approccio, entrerebbero con un ritardo, come impegno vincolante e credibile di realizzazione solo dopo avere superato la fase di stagnazione e di azzeramento dei tassi di interesse nominali; ciò consentirebbe l’esplicarsi dei benefici di lungo periodo delle riforme, senza incorrere, però nei costi di breve periodo connessi al rischio di deflazione.     

E’ evidente che questo schema ideale infrange su molteplici punti le regole della costruzione europea, da quelle più recenti e miopi, come il Fiscal Compact, a quelle che hanno strutturato sin dall’inizio la filosofia di funzionamento dell’Unione come il Patto di Stabilità e Crescita e, soprattutto, il divieto per la Banca centrale di finanziare direttamente i debiti pubblici. Questo è vero, ma quando quelle regole sono state stabilite e sottoscritte non si pensava che ciò che è avvenuto negli anni trenta, cioè un drammatico arretramento della domanda amplificato dagli errori di politica economica, si sarebbe ripetuto in termini anche peggiori. L’esito disgregante di quell’esperienza dovrebbe servire da monito e chiamare a iniziative ben più radicali e consistenti di quelle che sono attualmente in discussione nelle riunioni europee.

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[1] Tra le organizzazioni internazionali anche l’IMF effettua stime del potenziale e dell’output gap; esse risultano molto simili a quelle della Commissione Europea.

[2]La letteratura teorica su trappola della liquidità e stagnazione ha prodotto negli ultimi anni contributi importanti per chiarire gli effetti perversi che possono avere, in tali situazioni, misure che mirano esclusivamente a rafforzare l’offerta. Si vedano Gauti B. Eggestsson (2010), “the Paradox of Toil” Staff Report, Federal Reserve Bank of New York; Gauti B. Eggertsson, Paul Krugman (2012), “Debt, Deleveraging, and the Liquidity Trap: A Fisher-Minski-Koo Approach”, The Quarterly Journal of Economics; Gauti B. Eggertsson, Andrea Ferrero, Andrea Raffo (2013), “Can Structural Reforms Save Europe?”, di prossima pubblicazione in Journal of Monetary Economics; Gauti B. Eggertsson, Neil R. Mehrotra (2014), “A Model of Secular Stagnation”, working paper Brown University.    

[3]Si veda, ad esempio, lo  schema esposto da Francesco Giavazzi e Guido Tabellini su lavoce.info e Vox e la proposta del Ministro dell’economia polacco Mateusz Szczurek su Vox. 

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