Giovedì, 09 Aprile 2015 10:59

9 aprile 2015 - In lode delle importazioni

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Esportare è un bene, importare un male non evitabile. Questa è l’impostazione vigente oggi in Europa alle prese con ampia disoccupazione e vincoli all’azione di politica economica. Affidarsi all’export e contenere l’import è però la ricetta per comprimere il tenore di vita dei cittadini. E’ anche la negazione dei motivi che spingono a effettuare scambi con l’estero. Occorre invertire l’ordine di priorità. L’obiettivo dell’integrazione internazionale sono le importazioni; l’export è strumentale al poter acquistare dall’estero. Anche per la crescita della produttività, sono le importazioni che contano, non le esportazioni. L’Europa della moneta unica è un mercato di dimensioni comparabili a quelle degli Stati Uniti. Deve puntare a uno sviluppo che ha nella domanda interna il motore propulsore e non farsi guidare, come una piccola economia, da obiettivi di esportazioni. Se non c’è questo cambio di prospettiva, il resto del mondo ne chiederà ragione e i cittadini europei cominceranno sempre più a  domandarsi dove sono i benefici economici dell’integrazione.    

Second best. Si persegue l’integrazione nei mercati internazionali per esportare o per importare? Nella prospettiva europea – di un’area che non è ancora uscita dalla crisi iniziata nel 2008, un arco di tempo che si avvicina a coprire la metà della vita dell’euro – la risposta sembra non ammettere dubbi: lo scopo è esportare. Il resto del mondo è un’opportunità in quanto sbocco per vendere le proprie merci e sostenere così attività economica e occupazione interna. Esso diviene, invece, una minaccia quando è fonte di importazioni, che spiazzano produzione nazionale e sottraggono posti di lavoro. Export è bene, import è male: non è, forse, la stessa identità contabile del Pil a indicarlo?

A ben vedere, non c’è da meravigliarsi di un simile atteggiamento. Una fase di recessione-stagnazione così lunga come quella europea, accompagnata da alta disoccupazione, costituisce, al tempo stesso, un fallimento del mercato e della politica. Del mercato, perché non si sono messi in moto i meccanismi autocorrettivi del ciclo economico previsti dai libri di testo. Della politica, perché le misure macroeconomiche adottate in risposta alla crisi dell’euro non hanno ovviato a tali insufficienze e hanno, al contrario, amplificato le tendenze recessive. In una situazione economica persistentemente debole, con le leve della politica anticiclica inefficaci (moneta) o, per un’erronea visione, rese inutilizzabili (politica fiscale), puntare sull'estero, promuovendo le esportazioni e limitando le importazioni, diviene la soluzione di second best per cercare di alleviare le difficoltà del mercato del lavoro. E’ quanto avvenuto nella Grande depressione degli anni trenta.    

Questa è la situazione anche nell’Europa di oggi. Il saldo della bilancia delle partite correnti della zona euro ha superato, nel 2014, i 280 miliardi di euro, pari al 2,8% del Prodotto interno lordo  (fig. 1). Sono cifre record, superiori in valore assoluto e in percentuale a quelle della Cina, il super-esportatore mondiale. Non è stato sempre così; è un fatto nuovo emerso con la crisi  della moneta unica. Nei primi dieci anni dall’avvio dell’euro la bilancia commerciale con l’estero si caratterizzava, con rare eccezioni, per un sostanziale equilibrio. Nel 2010, l’avanzo era inferiore al mezzo punto percentuale in termini di Pil. L’esplosione del surplus commerciale, dopo il 2010, è stata la conseguenza della recessione da domanda interna delle economie periferiche, che hanno così ridotto o invertito di segno i loro squilibri, e del permanere su livelli molto elevati dell’attivo tedesco che non ha realizzato alcun aggiustamento.

Fig. 1 – Area euro: Saldo della bilancia delle partite correnti in % del Pil
20150409 SCN Grafica1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea

Esportare stagnazione. Partendo da questa posizione, l’area euro ora punta, anche attraverso il Qe, a una svalutazione del tasso di cambio per offrire un più solido appiglio alle possibilità di ripresa. Nella fase di accelerazione ciclica che, secondo le previsioni, si apre quest’anno, l’Europa continua a contraddistinguersi per una modesta evoluzione del mercato domestico, risparmia più di quanto investe (nell’ordine del 3% del Pil nel 2015 e 2016, secondo le stime della Commissione) e intende esportare verso il resto del mondo la debolezza della sua domanda interna e il connesso eccesso di risparmio. Svalutare è funzionale a questo. E’ una politica di crisi, di tipo beggar-thy-neighbour: non può lasciare indifferente il resto del mondo. Essa non viene contrastata solo se è una politica transitoria. Ma per risultare effettivamente tale, occorrerebbe che si avviasse nel frattempo la correzione degli squilibri commerciali intra-europei, il cui mancato aggiustamento finisce col riversarsi nell’ampio sbilancio verso l’esterno dell’area. Le dinamiche delle bilance delle partite correnti dicono che non si sta andando in questa direzione. Non ci si dovrà, quindi, sorprendere se gli organismi internazionali e le grandi economie danneggiate dal deprezzamento dell’euro (principalmente gli Stati Uniti) torneranno, prima o poi, a chiedere che l’eurozona imbocchi la strada del rilancio della domanda domestica, a partire dalla Germania. Nel frattempo, la politica monetaria americana viene rimodulata per contrastare il rafforzamento del dollaro, rendendo indefinita la prospettiva dell’atteso rialzo dei tassi di interesse.       

Second worst. Una politica di second best – dettata dalla priorità di ridurre gli squilibri del mercato del lavoro – finisce, però, fatalmente col confondersi con una scelta di second worst. Ciò emerge con evidenza se si considerano le vere motivazioni che dovrebbero spingere un’economia all’integrazione internazionale. Lo scopo dell’impegnarsi negli scambi con il resto del mondo sono, infatti, le importazioni, non le esportazioni. Capovolgere l’ordine delle priorità, facendo della massimizzazione della quantità di export che si riesce a vendere un obiettivo, conduce fatalmente alla deriva mercantilista che si osserva in Europa. Essa è fonte di distorsioni interne ed esterne all’area. In particolare, questo approccio penalizza il tenore di vita dei cittadini rispetto a quanto essi potrebbero conseguire in condizioni di effettivo equilibrio macroeconomico. Per vendere all’estero molto più di quanto si acquista occorre comprimere la domanda interna e svalutare. Sono due azioni che portano all’abbattimento dei livelli di benessere: è il risultato di second worst rispetto alla situazione, che si cerca di contrastare, di ampia disoccupazione.

Il punto è che L’Europa – come area economica integrata considerata nel suo insieme – non avrebbe necessità di passare per queste forche caudine; disporrebbe, infatti, nel suo armamentario delle politiche di first best in grado di risolvere i suoi problemi e che si dovrebbero concretizzare nel coordinamento tra i paesi membri di misure per l’espansione del mercato interno. Si concilierebbero in tal modo il sostegno del ciclo e dell’occupazione con le motivazioni di fondo che portano all’integrazione negli scambi internazionali.    

Import come obiettivo. Acquistare i beni e servizi che producono gli altri paesi: questo è l’obiettivo dell’inserirsi nei traffici mondiali. Ciò è stato compreso sin dallo sviluppo del commercio internazionale, sin da Ricardo ed è lì che una Europa non più mercantilista dovrebbe tornare.

Le importazioni, non le esportazioni, sono la chiave per la crescita degli standard di vita che l’integrazione negli scambi globali può favorire. Ciò perché le importazioni consentono di:

  • aumentare direttamente l’utilità che i cittadini ottengono dal consumarle: è lo smartphone importato nella tasca del consumatore medio italiano che innalza il suo benessere, non la Ferrari esportata.
  • rafforzare la profittabilità delle imprese che beneficiano di una più ampia disponibilità/flessibilità di input e tecnologie tra cui scegliere per i processi produttivi, con ricadute per il benessere nazionale: le catene globali del valore non sono che il modo moderno, consentito da tecnologia e  liberalizzazioni commerciali, di sfruttare una simile opportunità.
  • in generale, acquisire i beni e servizi richiesti dai cittadini a prezzi più bassi di quelli che si sopporterebbero se si dovessero produrre “in casa” e aumentano la varietà di prodotti a cui si può accedere rispetto alla gamma necessariamente limitata e più costosa che sarebbe disponibile con l’impiego delle sole risorse nazionali.

Export come strumento. In tale prospettiva l’export svolge un ruolo strumentale, come procacciatore di potere d’acquisto da spendere sui mercati internazionali per poter arrivare all’import di cui si ha bisogno. Non è dunque la dimensione quantitativa delle esportazioni a contare, ma la capacità di tali esportazioni di consentire l’acquisto della maggiore quantità (e qualità) possibile di importazioni richieste da cittadini e imprese di una nazione. Il commercio con l’estero di una economia andrebbe, quindi, valutato non sulla base di quanto esporta, ma dell’efficienza con cui l’input/esportazioni – assimilabile a un costo da minimizzare nell’ambito di un processo produttivo – si trasforma in output/importazioni. Ad avere rilievo per il benessere nazionale è il riuscire a vendere all’estero con prezzi crescenti rispetto a quelli a cui si acquista, vale a dire ciò che si definisce ragione di scambio.

E a questo proposito si può osservare che la dinamica della produttività delle esportazioni – ovvero quante importazioni si ottengono con un euro di export – risulta in Italia non molto dissimile da quella della Germania e superiore a quella di un’economia, come la Finlandia, che ha una struttura delle vendite all’estero molto diversa, nettamente più spostata verso l’alta tecnologia (FIg. 2). La composizione merceologica dell’export ai fini della ragione di scambio conta, ma non nel senso che i prodotti  tecnologicamente più innovativi siano invariabilmente da preferire. Per la ragione di scambio è molto più importante essere in grado di vendere beni per i quali sia riesce a esercitare (e a ricostituire continuamente nel tempo) un potere di mercato, qualunque sia il loro livello tecnologico.   

Fig. 2 – Produttività delle esportazioni: quantità di import che si ottiene con 1 euro di export (2000=1)
20150409 SCN Grafica2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Qualità dell’export per migliorare la ragione di scambio. Dato il ruolo che svolge la ragione di scambio nell’influire sul benessere nazionale, più che l’espansione quantitativa dell’export va tenuto d’occhio il suo sviluppo qualitativo (differenziazione verticale) e la capacità di collocarsi in segmenti di mercato che risultano relativamente al riparo dalla competizione di prezzo (differenziazione orizzontale). La stessa crescita delle grandi economie emergenti dovrebbe essere vista non tanto come un’opportunità di aumento delle quantità che si possono vendere, quanto come una occasione per migliorare la ragione di scambio offerta dal catching-up dei gusti di consumatori in via di rapido arricchimento. La maggiore  domanda di qualità che ne deriva innalza, infatti, il potere di mercato di quei produttori che possono offrire beni ad alta qualità: questi sono in grado di accrescere i prezzi di vendita in quelle destinazioni, con beneficio per la ragione di scambio.

Molte imprese italiane si trovano in questa condizione. La tabella 1 mostra i risultati di uno studio sulle politiche di prezzo all’export, in rapporto a quelli interni, delle imprese manifatturiere in risposta alla percezione che esse hanno circa l’intensificazione nei mercati esteri della pressione competitiva di costo e di qualità. Come si vede, quando la competizione estera fondata sulla qualità cresce dell’1%, la probabilità per le imprese italiane di aumentare i prezzi all’esportazione aumenta del 4,5%, quella di lasciarli invariati o ridurli si contrae di oltre il 2%. Una più intensa competizione basata sulla qualità è, quindi, benefica per la ragione di scambio di un paese come l’Italia che ha molte imprese esportatrici che, producendo beni di alta qualità, possono rispondere incrementando i loro prezzi di vendita. Al contrario, quando è la competizione di prezzo/costo a crescere dell’1%, la probabilità di alzare i prezzi all’export si abbatte del 6,5%, mentre si innalza del 3% e più quella di mantenerli costanti o di abbassarli. Operare sul fronte della competizione di costo va a detrimento della ragione di scambio e, quindi, del benessere di un paese.

Tab. 1 – Probabilità per le imprese esportatrici italiane di variare i prezzi all’export (rispetto a quelli interni) in corrispondenza di modifiche nella competizione non di prezzo e di prezzo nei mercati esteri (var. %)
20150409 SCN Grafica3
Fonte: Basile R., De Nardis S., Girardi A., “Pricing to market, firm heterogeneity and the role of quality”, Review of World Economics (2012).

Produttività, export, import. Ma relegare l’export a una funzione strumentale (volta a ottenere potere d’acquisto) non è riduttivo? Non è, forse, l’export obiettivo prioritario in quanto driver per i miglioramenti di produttività? Per rispondere a questi interrogativi occorre mettere nella giusta prospettiva il legame causale tra produttività ed esportazioni. Vi è certamente un’influenza biunivoca tra i due fenomeni, ma l’origine prima della capacità di esportare (e dell’investire all’estero) è essere, già in partenza, produttivi. L’internazionalizzazione di una impresa è la cartina di tornasole della sua più elevata efficienza rispetto ai produttori non in grado di andare all’estero. Chi riesce a internazionalizzarsi lo fa perché ha, già prima di esportare o investire all’estero, una produttività superiore alla soglia minima di efficienza necessaria per competere in modo profittevole nel mercato globale. Gli eventuali effetti di ritorno dall’export alla produttività vengono successivamente a questa condizione iniziale. Essi si manifestano solo dopo che un’impresa ha superato la soglia minima di produttività e, quindi, solo dopo che essa è diventata effettivamente esportatrice e in grado di beneficiare di quegli effetti di ritorno in termini di ulteriore spinta all’innovazione e all’aumento di efficienza. Sulla base di queste considerazioni e a meno di disfunzioni (informative, di credito, ecc.) che tengono un’impresa meritevole lontana dal mercato estero, l’obiettivo dell’export come attivatore di produttività perde buona parte della sua motivazione: quella della spinta all’innovazione è una funzione che viene svolta  solo per chi ha già endogene capacità di esportare.

Ma porre la crescita delle esportazioni, in quanto driver di efficienza, come finalità della politica economica può essere fuorviante anche da un altro punto di vista. Se si vuole innalzare il benessere nazionale attraverso il miglioramento della produttività il fine da perseguire sono, ancora una volta, le importazioni piuttosto che le (nostre) esportazioni. In un ambiente fortemente eterogeneo quale è quello delle imprese manifatturiere, sono i competitori esteri che con le loro esportazioni (cioè le nostre importazioni) selezionano i nostri prodotti e i produttori migliori, ne accrescono il peso nell’output nazionale e conducono per tale via all’aumento della produttività aggregata (e quindi del potere d’acquisto pro-capite). A ben vedere le esportazioni dei competitori sono precisamente ciò che manca, del tutto o in parte, nei settori non-tradable, meno produttivi anche perché non esposti alla competizione delle importazioni. L’impostazione ricardiana che enfatizza lo scopo dell’importare nel commercio internazionale diviene, dunque, ancor più fondata in un mondo di imprese eterogenee, dove coesistono produttori più e meno efficienti, quale è quello che caratterizza la realtà produttiva delle economie: grazie alle importazioni si concretizza l’ulteriore beneficio del commercio internazionale consistente nel promuovere la crescita della produttività di una nazione attraverso la selezione dei produttori e delle produzioni migliori.    

Un grande mercato interno deve importare. Nell’area della moneta unica vi sono 330 milioni di abitanti all’incirca come negli Stati Uniti. Sono cittadini con alto livello di reddito, elevata età media, gusti sofisticati. I loro consumi sono, però, penalizzati da politiche macroeconomiche depressive, che assegnano in ogni singola nazione – dalla Germania alla Grecia, passando per l’Italia – alle esportazioni la funzione di traino della crescita. In questo modo la zona euro, lungi dal configurarsi come un’area veramente integrata, appare piuttosto come la somma di tante piccole economie aperte che, in competizione reciproca, si affidano all’aumento dei volumi di export per il sostegno delle loro economie. In assenza del cambio, svalutazione interna e compressione della spesa sono gli ingredienti per perseguire questo obiettivo. Il freno al miglioramento del tenore di vita ne è la conseguenza. La popolazione europea costituisce, al contrario, uno straordinario bacino potenziale per uno sviluppo che ha nella crescita della domanda interna il principale motore di propulsione [1].

Uno sviluppo orientato alle importazioni perché è dalla possibilità di accesso ai beni e servizi di origine estera, europei ed extra-europei, che si origina il benessere e, quindi, la giustificazione dell’essere partecipi dei processi di integrazione, siano essi in Europa o con il resto del mondo. L’export deve seguire, in quanto trainato dal grande mercato interno, non essere guida delle scelte europee.
Se non si rimettono nel giusto ordine le priorità, l’Europa difficilmente riuscirà a distaccarsi da una prospettiva che alterna fasi di bassa crescita ad altre di tendenziale stagnazione. Gli effetti saranno, da un lato, quelli di indebolire sempre più le ragioni che hanno portato all’integrazione e, dall’altro, di tentare di esportare le proprie contraddizioni interne (squilibri intra-area) verso l’esterno. Prima o poi i cittadini europei potranno cominciare a domandarsi il perché della negazione dei motivi originari dell’integrazione e il resto del mondo potrà iniziare a chiedere ragione di un comportamento che porta un’area matura e ad alto reddito a crescere (modestamente) sottraendo domanda internazionale alle altre economie.

DOWNLOAD


[1] Su questa linea di ragionamento si veda il contributo di Innocenzo Cipolletta su Eutopia.

Pubblicato in Scenario
Giovedì, 09 Ottobre 2014 00:00

9 ottobre 2014 - Efficienza e specializzazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La specializzazione settoriale dell’industria italiana è frutto della selezione operata dalla competizione globale: riflette veri vantaggi comparati di tipo tecnologico. Questa configurazione settoriale ha una limitata influenza sull’efficienza complessiva. Più determinante nell’incidere  sulla  produttività è il numero sproporzionato di micro-imprese: al netto di quest’ultime, il livello di efficienza dell’industria italiana non è molto distante dalla Germania. Ciò è confermato da un esercizio contabile di convergenza della produttività italiana a quella tedesca che mostra come il recupero del divario si avrebbe non tanto attraverso una identificazione del nostro mix produttivo con quello della Germania, ma con un avvicinamento della distribuzione degli addetti per classi dimensionali delle imprese a quella che caratterizza l’industria tedesca.     

Se si osserva il pattern italiano di specializzazione degli ultimi anni si rimane colpiti dalla sua stabilità. Ciò a dispetto dell’inasprimento delle pressioni competitive internazionali che avrebbero dovuto contribuire a smantellare i tradizionali presidi della nostra industria. L’adesione alla moneta unica, l’integrazione della Cina nel commercio mondiale, l’esaurimento delle protezioni fornite dall’accordo multifibre sono tutti fattori che, a vari livelli, hanno cambiato lo scenario competitivo per la nostra manifattura.

Essi hanno, in effetti, condotto a importanti modificazioni: si è compresso il peso delle industrie tradizionali di beni di consumo (filiera moda-casa), dove è molto aumentata la penetrazione delle importazioni dai paesi emergenti, e si sono al contempo rafforzate le produzioni di beni di investimento e intermedi. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati tali da incidere in modo sostanziale sul modello di specializzazione, rimasto pressoché invariato rispetto ai partner europei.

Nella figura 1 è rappresentato un indice di specializzazione delle esportazioni italiane rispetto ai paesi euro. Per facilitarne la lettura, i valori dell’indice sono distribuiti in senso decrescente dal settore col vantaggio più alto (articoli in pelle) a quello più basso (tabacco), sulla base della situazione di inizio periodo: come si vede, la gerarchia settoriale dei vantaggi e svantaggi comparati italiani risulta nel 2012-13 quasi la stessa dell’avvio della moneta unica[1].

Fig. 1 – Specializzazione delle esportazioni italiane per settori manifatturieri rispetto all’area euro
(indice > 0 = specializzazione; indice < 0 = despecializzazione)
20141009-SCN-Grafico1
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati del Rapporto Ice 2013-14

Questa specializzazione, che vede il persistere di un’allocazione di risorse relativamente elevata in settori tradizionali e ritardi nell’alta tecnologia, è stata di volta in volta definita sbagliata, obsoleta, penalizzante. E’ stata vista come sintomo di ritardo competitivo e, al contempo, causa di declino economico. Non siamo d’accordo con questa impostazione. Non solo perché la staticità del modello italiano è un fenomeno ingannevole che sottende in realtà intensi cambiamenti delle imprese dentro i settori e dei prodotti dentro le imprese. Ma più in generale perché in un ambiente altamente concorrenziale, come quello in cui è inserita la manifattura, non ha senso parlare di settori “buoni” in contrapposizione a settori “cattivi”. La specializzazione italiana ha questa configurazione come risultato dell’esposizione agli effetti selettivi della competizione globale. In tal senso è da considerare l’esito di un processo efficiente, date le condizioni istituzionali, tecnologiche e di dotazione fattoriale che caratterizzano l’economia. Se la si ritiene sbagliata si deve presumere il verificarsi di fallimenti di mercato che hanno condotto ad allocazioni delle risorse non in linea con i vantaggi comparati effettivi del paese.

Le figure 2-5 mostrano che non è così.  La specializzazione settoriale dell’Italia riflette vantaggi tecnologici “veri”: essa è tanto più forte nelle industrie in cui l’Italia è relativamente più produttiva; ciò è riscontrabile nei confronti sia dell’UE nel suo insieme (figura 2), sia della sola Germania (figura 4). Una naturale conseguenza è che le imprese si distribuiscono nei settori in funzione di tali specializzazioni: la popolazione relativa delle imprese italiane è, infatti, tanto più elevata nei settori, quanto più intensa ne è la specializzazione; anche in questo caso, ciò è verificabile rispetto sia all’UE (figura 3) che alla Germania (figura 5). Se si ritiene, dunque, che la specializzazione industriale dell’Italia sia nei settori sbagliati, per modificarla si deve intervenire sui vantaggi effettivi di produttività. Non è un percorso semplice, né di breve periodo. Esso è inoltre esposto a margini di errore, soprattutto se implica l’intervento di un policy maker illuminato che si presume sappia selezionare meglio di quanto faccia la concorrenza nel mercato globale la configurazione settoriale “giusta” per la nostra industria.

20141009-SCN-Grafico2
1Si considerano circa 90 settori manifatturieri. La specializzazione settoriale è misurata sul valore aggiunto. Essa è data dal rapporto tra la percentuale di valore aggiunto settoriale sul totale dell’Italia è l’analoga percentuale calcolata per l’UE e la Germania. Il vantaggio comparato di produttività è dato dal rapporto tra valore aggiunto settoriale per addetto e valore aggiunto per addetto della manifattura dell’Italia diviso per l’analogo rapporto calcolato per l’UE e la Germania. Allo stesso modo viene calcolato il numero relativo di imprese. Tutti gli indicatori sono espressi in logaritmi naturali.Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Ma il riconoscimento che la specializzazione ha un fondamento nei vantaggi/svantaggi effettivi della nostra industria implica un rassegnarsi a livelli di efficienza complessivi permanentemente più bassi rispetto a quelli di paesi che hanno strutture diverse? Per rispondere a questa domanda effettuiamo un confronto con la Germania. Sulla base dei dati di bilancio delle imprese si stima (nell’anno  2011) un livello di produttività della manifattura italiana più basso di quello dell’industria tedesca del 20% circa[2]. Tale gap sottende, come visto nelle figure precedenti, specificità settoriali. Sono, però, presenti anche rilevanti eterogeneità dimensionali di cui si deve tenere conto. La figura 6 mostra le differenze di produttività, espresse in parità dei poteri d’acquisto, delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche per classi di dimensione nel periodo 2002-2011. Come si vede, lo svantaggio italiano è molto marcato nelle micro-imprese (sotto i 10 addetti) ed è presente, ma in misura più contenuta, in quelle di più grande dimensione (da 250 addetti in su). Al contrario la nostra industria presenta un vantaggio di produttività rispetto a quelle tedesche nella dimensione piccola (20-49 addetti) e, soprattutto, media (50-249 addetti); in quest’ultimo caso il gap favorevole all’Italia è consistente (le nostre imprese sono più produttive di quelle tedesche di un 25-30%) e tendenzialmente crescente nel tempo.      

Fig. 6 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche
(valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
20141009-SCN-Grafico3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Date queste differenze, si può osservare che escludendo le micro-imprese dal computo della produttività complessiva la distanza di efficienza dell’industria italiana da quella tedesca, misurata in ppa, si riduce sensibilmente, da circa il 20% a poco sotto il 10% (figura 7).

Fig. 7 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche, totale ed escludendo le micro-imprese (valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
20141009-SCN-Grafico4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Se si va poi a esaminare la distribuzione relativa delle imprese italiane per classi dimensionali si notano, al contrario di quanto osservato per la specializzazione settoriale, delle marcate distonie rispetto alla dislocazione dei vantaggi/svantaggi di produttività (figura 7). L’Italia presenta, infatti, la più elevata proporzione relativa di imprese proprio nella classe dimensionale caratterizzata dal più forte svantaggio competitivo, quella delle micro-imprese. All’opposto, nella fascia dimensionale più produttiva, quella tra i 50 e 249 addetti, la proporzione delle imprese italiane è relativamente bassa rispetto a quella riscontrabile nell’industria tedesca. In definitiva, questo confronto consente di qualificare in modo più preciso la nota evidenza di un numero sproporzionato in Italia di micro imprese, mettendola in relazione con i livelli di produttività dell’industria: il confronto con la Germania pone in luce che vi sono troppe imprese nella classe dimensionale che è di gran lunga la meno produttiva.

Fig. 8 – Italia-Germania: divari di produttività (in parità dei poteri d’acquisto) e numero relativo di imprese
20141009-SCN-Grafico5
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Sulla scorta di questa analisi effettuiamo un esercizio di convergenza del livello di produttività dell’industria italiana nei confronti di quella tedesca. Ci domandiamo cioè come si modificherebbe l’efficienza complessiva della nostra industria se, di volta in volta, questa assumesse la composizione settoriale di quella tedesca, oppure se a parità di struttura settoriale le imprese italiane avessero livelli medi di efficienza (nei settori e nelle classi dimensionali) uguali a quelli tedeschi o se, infine, a parità di mix settoriale e di livelli di produttività la distribuzione dimensionale delle imprese italiane (misurata dal peso degli addetti) fosse uguale a quella osservata in Germania. Si tratta di un esercizio puramente meccanico che separa contabilmente fenomeni (composizione settoriale, produttività media delle imprese, distribuzione degli addetti per classi dimensionali) che sono tra loro interconnessi, ma che risulta tuttavia utile per fornire una misura approssimativa dell’influenza che ciascuno di essi esercita sul divario complessivo di produttività della nostra industria nei confronti della Germania. La figura 9 mostra che l’assunzione della composizione per settori dell’industria tedesca avrebbe effetti limitati sulla produttività dell’industria italiana: il gap rispetto alla Germania si ridurrebbe dal 20 a circa il 15%. Il raggiungimento, nei settori e nelle classi dimensionali italiane, dei livelli di produttività media delle imprese tedesche avrebbe un effetto un po’ più consistente, ma comunque insufficiente a colmare il divario di produttività che passerebbe dal 20 al 10% circa. Il cambiamento che porterebbe ad annullare il divario produttivo riguarda, invece, l’aspetto dimensionale: se la distribuzione degli occupati italiani nelle varie classi dimensionali divenisse identica a quella che si osserva in Germania la produttività della nostra industria tenderebbe ad allinearsi completamente a quella tedesca.            

Fig. 9 – Gap nel livello di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche in varie ipotesi di convergenza strutturale, valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto (Germania=100)
20141009-SCN-Grafico6
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In conclusione, l’ottica settoriale nel guardare ai difetti della nostra industria è fuorviante. Le differenze tecnologiche dei settori certamente contano nel determinare i divari di efficienza tra paesi che hanno diversi mix produttivi, ma molto meno di quanto si potrebbe ritenere. Ciò perché sulla produttività complessiva influisce molto di più l’emergere delle imprese migliori qualunque sia il settore di appartenenza, sia esso di vantaggio o svantaggio comparato, nonché dei prodotti migliori all’interno delle imprese che riescono a riorganizzarsi. E per promuovere questo tipo di cambiamento non occorre l’azione di un policy maker, ma la piena esposizione di imprese e prodotti alle forze competitive globali, si chiamino esse Cina o catene globali del valore. Inoltre, non si dovrebbe mai dimenticare che il non disporre “in casa” della capacità di produrre, ad esempio, alta tecnologia non preclude la possibilità da parte delle imprese di utilizzarla al meglio, importandola, nei processi produttivi e da parte dei consumatori di farla entrare nei loro standard di vita: il commercio internazionale, lo ha spiegato Ricardo due secoli fa, è un modo di produrre indirettamente attraverso lo scambio ciò che è inefficiente realizzare all’interno. Le differenze tecnologiche sono il sale dello scambio internazionale e devono essere sfruttate per aumentare il nostro benessere. La radice  profonda del gap produttivo dell’Italia nei confronti di un paese benchmark come la Germania non è dunque nella specializzazione, ma altrove. Essa si trova nel forte squilibrio dimensionale che caratterizza la distribuzione delle imprese nelle due economie. E con questo non ci si riferisce solo alla scarsa presenza nel nostro paese di grandi imprese, mediamente meno efficienti che in Germania, ma soprattutto alla sproporzionata numerosità di micro-imprese molto poco produttive. Si tratta di un fenomeno che ha poco a che vedere con la specializzazione e molto con l’evoluzione della struttura socio-economica del Paese.

DOWNLOAD


[1]I dati della figura 1 sono tratti da Santomartino, “Il modello di specializzazione commerciale dell’economi italiana: evoluzione recente e confronto con gli altri paesi dell’area dell’euro”, Rapporto Ice 2013-14. In tale contributo si sottolinea come indicatori di specializzazione costruiti sui saldi commerciali, considerando quindi anche il lato delle importazioni, mostrino risultati diversi, di maggiore variabilità nel tempo. L’indicatore utilizzato nella figura 1, basato sulle sole esportazioni, è più consono a definire vantaggi e svantaggi comparati rivelatori dell’allocazione settoriale delle risorse nazionali rispetto a quanto si verifica negli altri paesi europei.      

[2]Il divario espresso in parità dei poteri d’acquisto o ppa (riferita ai soli beni) era del 17%, in euro correnti del 23%. Il confronto internazionale tra livelli di produttività deve essere effettuato in ppa, e non in euro correnti, per tenere conto delle differenze di livelli di prezzo tra i paesi. Le ppa indicano quante unità della moneta nazionale di un dato paese sono necessarie per acquistare un dato paniere di beni e servizi. Le ppa sono quindi usate per convertire aggregati economici in una moneta artificiale (lo standard di potere d’acquisto), eliminando l’effetto delle differenze dei livelli di prezzo tra paesi. Se invece delle ppa si usano euro correnti, ciò porta a sovrastimare il valore aggiunto del paese con livello di prezzi più elevato (Germania). Nel caso della manifattura non si dispone di ppa riferite espressamente ai prodotti del settore. In assenza di questa informazione, si usano per rendere confrontabili i valori aggiunti manifatturieri le ppa riferite al totale dei beni calcolate dall’Eurostat.    

Pubblicato in Scenario

Quick Contact

051 6483111

Strada Maggiore, 44
40125 Bologna - Italy

contact form

Certificazione

Azienda con
Sistema Qualità Certificato

Certificato n.194221

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies