Marco Marcatili, Economista Nomisma
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Di fronte ai continui segnali di miglioramento della fiducia delle famiglie italiane, per la prima volta vi sono “tracce reali”, ancorché deboli, di ripartenza degli hard data. Dopo un lustro, lo scorso anno la spesa reale per consumi delle famiglie è lievemente aumentata (+0,3%) e la sostanziale stabilizzazione del reddito disponibile si è accompagnata all’interruzione della contrazione della ricchezza delle famiglie italiane. Una maggiore stabilità sul fronte delle “dotazioni” può essere prodromica alla graduale ripresa della domanda di investimento.

Produrre riflessioni sulla famiglia, però, continua ad essere una missione ardua e complessa: a volte una retorica ormai logora rende impraticabile qualsiasi nuova forma di rappresentazione; in altre occasioni si rischia di rifugiarsi in visioni idealizzate che pongono la famiglia in format non più adeguati. In questo caso, viene presentata una classificazione delle famiglie italiane, incrociando le diverse caratteristiche finanziarie e patrimoniali in termini di capacità di generare risparmio, di presenza dell’abitazione in proprietà e di detenzione di strumenti finanziari. Seppure l’analisi non possa essere ridotta alla sola dimensione economica, ma debba necessariamente considerare le implicazioni sociali, culturali e morali, ci sembra di qualche utilità comprendere come le famiglie italiane stiano vivendo questa lunga e incerta “corsa ad ostacoli”, con diffusi tentativi di garantire protezione sociale “allargata”, prima ancora di ripristinare condizioni di normalità sotto il profilo economico e finanziario.

L’indagine 2015[2] restituisce una fotografia piuttosto complessa e variegata (tav. 1), in cui le famiglie continuano ad essere particolarmente provate dalla crisi economica e sociale, seppure con alcune differenze e qualche segnale incoraggiante. Se, da una parte, vi sono gruppi di famiglie caratterizzati da una ridotta propensione al risparmio e uno stock di ricchezza sempre più sbilanciato sul patrimonio rispetto alle disponibilità finanziarie, dall’altra, si assiste ad un aumento del numero delle famiglie che riescono a risparmiare (che si trovano nella categorie equipaggiate e tradizionaliste) o che provano a resistere nella necessità di sostenere alcune spese non più procrastinabili senza smobilizzare il proprio patrimonio accumulato (categoria di famiglie resilienti).
Nel 2015, infatti, si registra una crescita della quota di famiglie equipaggiate e tradizionaliste che passa da 6,8 a 9,2 milioni, in grado di esprimere una capacità di produrre flussi di risparmio, certamente di entità inferiore al passato ma comunque sufficienti a ripristinare gradualmente lo stock di ricchezza. Si tratta di due gruppi di famiglie che esprimono condizioni sociali diverse: le famiglie equipaggiate sono per lo più coppie giovani e mature con figli, con un buon livello di istruzione (diploma e laurea), un lavoro stabile (lavoratori dipendenti) ed un reddito familiare mensile medio-alto, mentre le famiglie tradizionaliste sono per lo più composte da pensionati, con un reddito netto familiare fino a 1.800 euro al mese.

Aumentano anche i resilienti (da 3,5 a 4,7 milioni) che, pur detenendo una casa di proprietà e uno stock di capitale, versano in uno stato di difficoltà tale comprometterne la capacità di risparmiare. Ciò può dipendere da diversi fattori che vanno dalla diminuzione del numero di percettori di reddito, all’aumento dei casi familiari di cui prendersi cura, in un periodo in cui la famiglia d’origine svolge un ruolo di “cuscinetto sociale”. Si tratta di una categoria composta per lo più da famiglie con tre componenti (coppie con figli), caratterizzato da un buon livello di istruzione, dove si concentrano lavoratori autonomi. Il livello di stipendio varia in relazione alla tipologia di lavoro svolto: il 39,3% delle famiglie vanta un reddito netto mensile familiare che varia tra 1.200 e 1.800 euro al mese, mentre un altro 20,7% dispone di un reddito netto tra 2.400 e 3.500 euro al mese.
Al contempo diminuiscono le famiglie che rientrano nella categoria degli illiquidi, che passano da 7 milioni nel 2014 a 4,6 milioni nel 2015. Al loro attivo hanno una casa di proprietà, ma non possono contare su uno stock di capitale e sulla capacità di risparmio. Sono nella maggioranza dei casi (54,8%) pensionati over 65 con un reddito familiare basso (fino a 1.200 euro al mese).
“Provare a farcela” sembra essere una delle cifre di questo tempo, come se per molte famiglie la trasformazione in corso non presenti necessariamente i caratteri della fatica, della sconfitta e della fine, quanto talvolta quelli del nuovo inizio. È una schiera di 10 milioni di famiglie (equipaggiate e resilienti), nuove e tradizionali, impegnate a conciliare le difficoltà del lavoro che manca o che cambia, con la necessità di dare una prospettiva ai propri figli o di sostenere i componenti della famiglia allargata.
Oltre il 10% delle famiglie italiane, tuttavia, si trova sul filo del rasoio (2,8 milioni di famiglie “equilibriste”), sprovvisto di qualsiasi ancora di salvezza se non la stabilità di un lavoro e la protezione della rete familiare (non possedendo beni patrimoniali e finanziari e con ridotte capacità di risparmio). Queste ultime sono soprattutto famiglie di 45-54enni che, anche a causa dello scarso livello di istruzione, riescono a spuntare sul mercato redditi bassi (fino a 1.200 euro netti al mese) e in molti casi risultano single (tav. 4.2).
Vi è poi la categoria dei “cassettisti” che raccoglie circa 500 mila famiglie, per lo più tra 45-54 anni, in possesso di strumenti finanziari, con una buona propensione al risparmio, ma privi di dotazione patrimoniale. Sono nel 65% dei casi lavoratori dipendenti.
Nella categoria dei “liquidi”, caratterizzati solo da una buona propensione al risparmio, ricadono circa 800 mila famiglie (400 mila in meno rispetto all’anno precedente), di cui il 24,7% giovani (18-34 anni). Sono per lo più dipendenti (54,8% dei casi), con un livello di istruzione basso e un reddito netto mensile familiare tra 1.200 e 1.800 euro.
Tra gli “anomali” rientrano 500 mila famiglie, nel 35,7% dei casi tra 35-44 anni, che dichiarano di detenere solo strumenti finanziari (fondi, ecc.).

Per comprendere fino in fondo gli impatti di questa lunga e incerta transizione sarà necessario connettere una logica centrata sull’“attualità”, su cui si fondano le analisi di questa indagine 2015, con una prospettiva di “tempi lunghi” tipica dell’approccio storico. Forti di questa consapevolezza e dei limiti degli analisti economici e sociali, nella lettura del fenomeno del “riequipaggiamento” di una parte considerevole delle famiglie italiane, riteniamo che una delle connessioni da tenere presente sia quella tra generazioni e tra i diversi sguardi che si muovono lungo l’asse del tempo. Non v’è dubbio, per contro, che la grande contrazione abbia significato per una parte non trascurabile di famiglie una trappola senza uscita dalla condizione di debolezza, in un contesto caratterizzato da mancanza di opportunità di lavoro, concentrazione della ricchezza e aumento delle disuguaglianze. Cogliere varchi e micro possibilità per rendere ancora praticabile un’opzione di futuro per questi gruppi di famiglie costituisce una priorità non solo se pensiamo alla famiglia come “luogo degli affetti”, ma soprattutto come soggetto generatore di capitale umano, sociale, relazionale, ossia degli input imprescindibili per sostenere uno sviluppo integrale del Paese.

Tab. 1 – Classificazione generale delle famiglie italiane in base alla principali caratteristiche finanziarie
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Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Le caratteristiche dei vari gruppi proposti risultano legate a differenti espressioni, sia sulle aspettative future che sulle scelte intenzionali.
In un quadro di incertezza e di prudenziale “preferenza per la liquidità”, i 10,5 milioni di famiglie che riflettono una capacità di risparmio (equipaggiati, tradizionalisti, cassettisti, liquidi) vantano una migliore valutazione delle prospettive future a prescindere dalla proprietà dell’abitazione e dalla detenzione di strumenti finanziari (si noti come questi gruppi di famiglie si posizionino sulla parte destra della fig. 1).
Per simmetria, i 12,6 milioni di famiglie che non hanno capacità di risparmio (resilienti, illiquidi, equilibristi) sono maggiormente esposti all’incertezza e mostrano evidenti segnali di preoccupazione per il futuro. In questo senso, allora, è opportuno sottolineare come la discriminante sulle aspettative future risulti essere la capacità di generare flussi reddituali, mitigata però dalla possibilità di miglioramento in molti casi intervenendo sugli stili di vita.

L’innalzamento degli indici di fiducia, seppure in un contesto di incertezza sulle aspettative personali e di forte polarizzazione tra le famiglie, ha avuto un effetto apprezzabile sulle scelte di consumo, ma non ancora su quelle di investimento. La smobilizzazione finanziaria, a supporto della ristrutturazione dei debiti delle famiglie o a sostegno di investimenti immobiliari diretti, resta ancora una necessità, laddove la selettività del sistema bancario induce ad un importante sforzo di cofinanziamento, mentre l’intenzione di acquisto di un’abitazione, oggi, non è tanto e solo legata al clima di fiducia generale, quanto piuttosto all’effettiva necessità di una prima abitazione o al soddisfacimento dell’esigenza abitativa all’interno del nucleo familiare allargato.
Si conferma, dunque, la tendenza degli ultimi anni secondo cui, nell’ambito di una mutata concezione del “bene casa”, sembra essere più netto il legame tra domanda potenziale e bisogno di una prima abitazione, anche come costo-opportunità rispetto alla necessità di intervenire su abitazioni non più adeguate, per caratteristiche interne e costo di esercizio, alle attuali esigenze familiari. È un’intenzione di acquisto che esprime domanda potenziale solo in un quadro di necessità e di possibilità, riducendo così notevolmente lo spettro della domanda potenziale, e che sembrerebbe spazzare via, specie per le giovani generazioni, il mito della casa come “bene rifugio”.

Ulteriori considerazioni possono essere effettuate analizzando gli spostamenti tra i gruppi avvenuti negli ultimi anni, in un orizzonte temporale di 4 anni (tab. 1).
Come si è già discusso, la categoria degli equipaggiati (risparmiano, possiedono un’abitazione e detengono strumenti finanziari) ha recuperato nell’ultimo anno la perdita registrata dal 2011 in poi.
Allo stesso modo, aumentano i tradizionalisti (risparmiano, possiedono un’abitazione ma non detengono strumenti finanziari), recuperando un milione di famiglie tra il 2011 e il 2015. Si tratta, in genere, di famiglie con componenti over 65 anni, per lo più pensionati.
Continua anche ad aumentare (+2,4 milioni rispetto al 2011) la schiera di nuove famiglie resilienti (hanno la casa di proprietà, detengono strumenti finanziari ma non risparmiano) che, pur provando a resistere, sono spesso costrette, a causa della minore capacità di rimborsare i debiti e dell’accresciuta selettività del credito, ad intaccare la ricchezza accumulata.
Un aspetto positivo si rileva nella diminuzione della categoria degli illiquidi (hanno la casa di proprietà, non risparmiano e non detengono strumenti finanziari), con una fuoriuscita di -2,9 milioni di famiglie avvenuta soprattutto nel 2014.
Al contempo, dal 2011 scivolano nella categoria degli equilibristi (non hanno la casa di proprietà, non risparmiano e non detengono strumenti finanziari) circa 800 mila famiglie.
Il profilarsi di una situazione di forte incertezza, specie sul fronte occupazionale, spinge le famiglie italiane ad un desiderio di maggiore liquidità e, dunque, di ripristino di un’adeguata quota di risparmio precauzionale in grado di mettere in sicurezza l’intero nucleo familiare di fronte ad eventuali difficoltà future. Tale consapevolezza fatica, però, a trasformarsi in comportamento effettivo di risparmio, se non di carattere micro: in primo luogo perché lo scivolamento delle famiglie in uno stato di difficoltà reddituale non consente più una reale capacità di accantonamento, anzi induce spesso a ricorrere al “tesoretto” di famiglia per far fronte all’ordinarietà; in secondo luogo perché, dopo anni di rinvii, iniziano ad emergere bisogni primari (beni durevoli, interventi strutturali sulla propria abitazione, importanti scelte formative, etc.), il cui appagamento risulta non più procrastinabile, non lasciando di fatto più spazio per il risparmio.

Accorciando, però, l’orizzonte temporale a un solo anno, si evidenziano importanti mutamenti nella rappresentazione dei gruppi familiari.
Dallo scorso anno, ben 2,8 milioni di famiglie non risultano più tra gli illiquidi, categoria che non riesce a risparmiare e ad accumulare capitale.
Allo stesso tempo, la volontà di ripristinare un risparmio precauzionale, anche solo minimo in rapporto al reddito disponibile, associata alla necessità di far fronte a investimenti primari, anche a costo di dover smobilizzare la ricchezza finanziaria accumulata, hanno favorito l’emergere di 2 milioni di nuove famiglie equipaggiate o tradizionaliste.
Al contempo si assiste all’aumento di un milioni di famiglie resilienti che, a causa delle difficoltà economiche, iniziano ad intaccare i propri risparmi pur di conciliare le difficoltà intercorse (mancanza di lavoro, casi familiari, protezione intergenerazionale, ecc.).

Fig. 1 – Classificazione delle famiglie italiane in base al sentiment generale e alle intenzioni di acquisto dell’abitazione e “spostamenti” dei gruppi familiari rispetto al 2014
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Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Ciò che si rileva nel 2015, in controtendenza rispetto all’indagine 2014, è che le migliorate aspettative di alcuni gruppi di famiglie iniziano a tradursi in un una timida ripresa della propensione alla domanda di consumo, ma non ancora di investimento (nonostante emergano segnali di aumento delle intenzioni all’acquisto di abitazioni, soprattutto come prima casa). Dalla figura 1 si può notare un generalizzato aumento tra le categorie delle intenzioni di acquisto di un’abitazione, con l’eccezione dei tradizionalisti e degli equipaggiati, caratterizzati già in partenza da una buona dotazione patrimoniale. Tuttavia, la concentrazione di questo dato tra le categorie degli anomali (generalmente indecisi tra detenere strumenti finanziari con bassi premi per il rischio e puntare sul mattone), degli equilibristi (in buona sostanza desiderosi di uscire dallo stato di povertà ripartendo dalla casa) e dei liquidi (hanno già una casa in proprietà), unita all’evidenziata necessità di tali categorie di dover comunque accendere un mutuo, lascia presagire che l’intenzionalità dell’acquisto abitativo sia destinata a rimanere più un desiderio che l’espressione di una concreta domanda potenziale.

Tab. 2 – Classificazione delle famiglie italiane in base al profilo reddito-ricchezza e alla capacità effettiva di investimento reale
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Fonte: Nomisma, Indagine sulle famiglie 2015

Nella tabella 2, costruita incrociando le caratteristiche risparmio-ricchezza con la domanda effettiva di investimento reale (acquisto e/o ristrutturazione di un’abitazione), sono rappresentati due ostacoli strutturali che condizionano le prospettive di investimento reale.

Il primo è rappresentato dal prevalere di un orientamento precauzionale. Del 59,8% di famiglie con un profilo adeguato (in termini di stock accumulato e flusso di risparmio generato) a manifestare una domanda di investimento, il 43,6% “blinda” le proprie risorse e non contribuisce all’iniezione di risorse nell’economia (in aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2014), mentre solo il 20% esprime una domanda di investimento.
Il secondo è costituito dall’assenza dei requisiti minimi. Oltre il 12% delle famiglie non può, infatti, esprimere una domanda di investimento reale (non potendo contare né sul flusso di risparmio e né sullo stock di capitale), a testimonianza del fatto che la vera diseguaglianza in Italia si sta spostando sull’asse della ricchezza e l’assenza di una “dotazione iniziale” comprime le capacità di investimento.

Rispetto al 2014, dove non si intravvedevano reali traiettorie di ripristino del profilo finanziario delle famiglie italiane, l’indagine 2015 evidenzia i primi segnali di recupero della capacità di risparmio (o almeno di alcuni gruppi considerevoli) e di miglioramento delle prospettive future, con effetti positivi sulla domanda di consumo. Occorrerà comprendere se i segnali di ripartenza – che per moltissime famiglie hanno al momento una natura meramente contestuale – riusciranno a diventare concreti al punto da influenzare anche la domanda di investimento e, soprattutto, allargare la platea di chi può costruire percorsi virtuosi per un nuovo inizio.

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[1] Alla stesura dell’articolo hanno collaborato Johnny Marzialetti e Barbara Da Rin, economisti Nomisma.
[2] La rilevazione Nomisma è stata realizzata nel mese di maggio su un campione rappresentativo delle famiglie italiane (703 unità con interviste rivolte a chi si occupa delle decisioni economico-finanziarie). Gli obiettivi conoscitivi dell’indagine hanno riguardato: indebitamento, risparmio e forme di impiego, con particolare riferimento al settore immobiliare.

Pubblicato in Focus On Archivio

Sergio De Nardis, Capo Economista
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La ripresa europea è ineguale. In molte economie l’output gap, ovvero il divario tra domanda e produzione potenziale, continuerà a essere negativo per diversi anni. Gli investimenti stentano a ripartire in modo deciso, costituendo un fattore di freno della ripresa. Dopo sette anni di crisi sarebbero necessari ritmi di crescita più rapidi per rientrare dall’ampia disoccupazione. Il contrasto delle tendenze alla stagnazione rimane centrale e non adeguatamente affrontato nell’agenda di policy europea.

Debolezza degli investimenti. La debolezza degli investimenti contrassegna la fase congiunturale europea. Essa interessa quasi tutte le tipologie di spesa in beni capitale (non solo quelle in costruzioni) e la gran parte dei soggetti economici, le imprese in misura maggiore che le famiglie. La bassa dinamica degli investimenti è osservabile in gran parte di paesi euro, ma il fenomeno è decisamente più rilevante nelle economie periferiche: a fine 2014 il volume degli investimenti fissi lordi era inferiore al picco del 2007 del 4,5% nei Paesi core dell’eurozona, del 34% nei periferici (fig. 1).

Negli anni della recessione le principali preoccupazioni dei policy maker si sono concentrate sulla flessione dei consumi delle famiglie. Era giusto che fosse così, considerati il calo di potere d’acquisto sperimentato in diverse economie e l’impoverimento di fasce importanti della popolazione. Oggi che la recessione è alle spalle, le azioni di policy devono affiancare alla lotta alla povertà lo stimolo agli investimenti. Sono questi a costituire il principale fattore di freno del Pil e sono a loro volta rallentati dalla prospettiva di debole ripresa dell’attività economica. L’insufficienza del processo di accumulazione è un problema non solo per il breve periodo. Essa finisce con l’incidere nel lungo termine sulla crescita del capitale e, quindi, sul potenziale produttivo delle economie.

Fig. 1 - Investimenti fissi lordi e consumi privati nell'area euro1 (2007=1)
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1 Paesi euro “periphery”=Italia, Spagna, Portogallo, Grecia; Paesi euro “core”=Germania, Francia, Olanda, Austria, Belgio, Lussemburgo, Finlandia.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Trappola della liquidità. Alla base della fiacchezza degli investimenti vi è, come detto, la persistente debolezza della situazione economica che disincentiva l’ampliamento del capitale produttivo (si veda su questo anche Imf World Economic Outlook, April 2015). A questo fattore di freno se ne aggiungono altri come l’incertezza, la persistente ritrosia del sistema creditizio ad assumere rischi soprattutto lì dove il peso delle sofferenze resta elevato, la preferenza per gli impieghi in asset sicuri a basso rendimento. Questi elementi sono più o meno presenti nelle diverse economie europee; sono riscontrabili tutti insieme nei paesi periferici e, in particolare, in Italia.

Tab. 1 – Indicatori di trappola della liquidità (valori percentuali)
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1 Stima Oecd; 2 La stima per l’area euro è di Udibe 2014, applicando la metodologia di Laubach e Williams (2013), la stima per l’Italia suppone un tasso di interesse di rquilibrio più negativo di quello ipotizzato per l’area euro. 
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e Eurostat.

Il fatto che gli investimenti siano fiacchi in corrispondenza di tassi di policy della Banca centrale pari a zero segnala l’operare in Europa e ancor più nei periferici di una trappola della liquidità. Nonostante i tassi di interesse della Bce siano da tempo in prossimità del livello minimo possibile, l’output gap è ampiamente negativo (-3,2% nell’area euro e -5,9% in Italia, secondo le stime Oecd per il 2015, tab. 1 colonna 1), l’inflazione di fondo (al netto di energetici e alimentari) non accelera (ad aprile è dello 0,6% nell’eurozona, 0,4% in Italia, tab. 1 colonna 3), le attese sulla futura dinamica dei prezzi, pur in rialzo dopo il Qe, rimangono sganciate dall’obiettivo di Francoforte. Le attese di inflazione a 5 anni – quali risultano dalle previsioni implicite nel mercato dei titoli di stato ordinari e indicizzati – sono a circa l’1% nell’area euro, a 0,2-0,3% in un’economia caratterizzata da condizioni di maggiore debolezza come quella italiana (colonna 4). Ciò fa sì che i tassi di interesse reali (tassi di policy al netto delle attese di inflazione, colonna 5 della tab. 1), pur storicamente bassi (anzi negativi), siano in realtà superiori al livello che sarebbe necessario per raggiungere il pieno impiego. Secondo alcune stime, il tasso di interesse reale che assicura nella zona euro la piena occupazione potrebbe essere sceso a un livello di -1,5% (colonna 6). Nei paesi interessati da due lunghe recessioni, come l’Italia, esso potrebbe essere calato anche più in basso. Il gap tra tassi di interesse reali effettivi e quelli che sarebbero necessari per il pieno impiego impedisce il ripristino dell’equilibrio macroeconomico, finendo col perpetuare le tendenze alla stagnazione.

Questo fenomeno presenta, come detto, caratteristiche più gravi nelle economie periferiche. Tali Paesi beneficiano dell’attenuazione delle tensioni finanziarie a seguito degli interventi della Bce. La compressione dei premi al rischio che negli ultimi anni avevano innalzato l’intera struttura dei loro tassi di interesse rispetto ai Paesi “core” ha importanti effetti favorevoli per queste economie. Ma una volta espletatisi, rimane l’ampio divario dei tassi di interesse di policy reali rispetto a quelli che riporterebbero queste economie verso la piena occupazione. Un divario alimentato tanto dalle minori aspettative di inflazione, quanto dal più basso livello del tasso di equilibrio rispetto all’area euro.

Le domande da porsi a questo punto sono: perché emerge una stagnazione da trappola della liquidità e quanto può durare? Quali implicazioni comporta? Quali sono le politiche per contrastarla?

Perché e quanto a lungo? ll tasso di interesse reale di equilibrio è determinato dall’incontro dell’offerta e della domanda di prestiti da parte rispettivamente di risparmiatori e investitori (che desiderano, ad esempio, ampliare o avviare attività produttive, acquistare case, migliorare il proprio capitale umano). Il tasso di equilibrio scende quando si crea un eccesso dell’offerta di prestiti rispetto alla domanda desiderata. Ciò può avvenire perché è quest’ultima a comprimersi a seguito di una molteplicità di eventi: rientro da esposizioni debitorie eccessive di chi prende prestiti, invecchiamento della popolazione, caduta dei prezzi di beni capitale (per cui occorrono minori finanziamenti per realizzare un investimento), aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito. Quando il tasso di interesse di equilibrio si riduce, la Banca centrale deve intervenire per consentire il ridimensionamento dei tassi di mercato attraverso la riduzione dei tassi di interesse di policy e favorire così il riequilibrio nel mercato del risparmio. Se, però la caduta della domanda di prestiti è molto forte – come nelle recessioni indotte da correzioni di eccessi di debito – il tasso di interesse reale di equilibrio può scendere in territorio negativo e la Banca centrale può non essere in grado di assecondare tale caduta non potendo far calare il tasso di policy sotto il limite zero. Quando ciò si verifica si è nella trappola della liquidità.

In generale, la trappola della liquidità è un fenomeno doloroso da cui è difficile uscire (comporta recessione e disoccupazione), ma pur sempre transitorio. Se non si modifica il tasso di interesse reale, sarà la caduta del Pil a contrarre l’offerta di risparmi e riportare in equilibrio il mercato dei prestiti. Il problema è quando lo sbilancio tra offerta e domanda desiderata di risparmi non si corregge e rimane per prolungati periodi di tempo, dando luogo alla cosiddetta stagnazione secolare. La recente teoria economica inquadra questa possibilità ipotizzando che domanda e offerta di prestiti si originino in diverse classi generazionali di operatori, per cui uno stesso individuo si trova ad essere, in fasi diverse della sua vita, investitore (fa debiti), risparmiatore (mette da parte reddito) e consumatore di risparmi (spende quel che ha messo da parte): i prenditori di prestiti di “oggi” sono tipicamente i giovani che spendono più di quanto guadagnano e che diverranno “domani”, in età matura, prestatori di fondi liquidi, risparmiando nella prospettiva di un “dopodomani”, quando diverranno vecchi e consumeranno quanto accantonato nella maturità.

Se la generazione dei prenditori di prestiti, ovvero i giovani, diminuisce il ricorso al debito (fa un’operazione di deleveraging), dovrà restituirne di meno quando diverrà matura. Ciò libererà risorse per aumentare l’offerta di risparmio quando costoro, nella mezza età, si trasformeranno da prenditori in prestatori di liquidità. L’eccesso di offerta di prestiti sulla domanda quindi non si riduce, ma tende anzi ad aumentare nel tempo e il tasso di interesse reale di equilibrio scende ulteriormente, rendendo permanente la trappola della liquidità[1].

Si può osservare che in questo schema non è solo la riduzione della propensione al debito dei giovani a determinare una abbattimento persistente del tasso reale di equilibrio. Anche l’invecchiamento della popolazione opera nella stessa direzione. La domanda di prestiti si può, infatti, ridurre oltre che per deleveraging dei più giovani, perché il peso nella popolazione di questa generazione, che spende più di quanto guadagna, si riduce consistentemente. Il rallentamento della dinamica demografica può essere, dunque, un’importante fonte di prolungata stagnazione.

Fig. 2 – Coorti di prestatori (lenders), prenditori di prestiti (borrowers), operatori neutrali (neutral) nei maggiori paesi euro (quote % sulla popolazione complessiva) 
20150507 SCN Grafica3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Invecchiamento. L’aumento dell’età media della popolazione induce, quindi, stagnazione. Questo fenomeno è normalmente considerato come un problema sul lato dell’offerta: una popolazione che invecchia riduce nel lungo periodo l’input di lavoro, incidendo così sul prodotto potenziale dell’economia. L’invecchiamento, però, indebolisce anche la domanda. La progressiva diminuzione della coorte dei giovani, che spendono più di quanto guadagnano (approssimata, nella figura 2, dalla proporzione di popolazione tra i 0 e 29 anni), e la corrispondente crescita della coorte in età di lavoro (30-64 anni), che accantona risparmi per l’età della pensione prestandoli ai giovani, provoca squilibri nel mercato della domanda e dell’offerta di prestiti. I prenditori di fondi (borrowers nella fig. 2) si riducono, mentre aumentano i prestatori (lenders) con conseguenti pressioni al ribasso sul tasso di interesse di equilibrio. E’ da notare che il fenomeno riguarda da un ventennio tutti i principali paesi europei, ma che in Italia esso è iniziato con anticipo rispetto agli altri. In effetti, tra i paesi europei considerati, quello dell’Italia è il caso che sembra maggiormente avvicinarsi, in termini di dinamiche nel tempo delle coorti di lenders e borrowers, al Giappone, ovvero all’economia per la quale si hanno più chiare evidenze di lunga stagnazione per trappola della liquidità (fig. 3)[2] .

Fig. 3 – Coorti di prestatori (lenders), prenditori di prestiti (borrowers), operatori neutrali (neutral) in Giappone e Italia (quote % sulla popolazione complessiva)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Quali implicazioni? Indipendentemente da quanto è lunga la stagnazione e del fatto se essa sia o meno permanente, l’emergere di una trappola della liquidità persistente nel tempo causa importanti cambiamenti nel modo di funzionare dell’economia. Il fatto che i tassi di interesse sono al limite zero implica infatti che variazioni dell’inflazione tendano ad accompagnarsi a cambiamenti nella stessa direzione della domanda aggregata. Una discesa dell’inflazione che in tempi normali si assocerebbe a un aumento della spesa, in presenza di tassi di interesse zero si traduce in aumento dei tassi reali di interesse, dando luogo a calo della domanda. E’ il mondo sotto-sopra descritto (v. fig. 3) da Eggertsson e Krugman (2012) dove la domanda aggregata (AD) – che, incrociando l’offerta (AS), concorre a determinare il Pil (Y) – è crescente all’aumentare dell’inflazione (?).

Fig. 3 - Domanda (AD) e offerta (AS) in trappola della liquidità
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Fonte: Eggertsson e Krugman (2012)

Con effetti paradossali. Tale atipica configurazione condiziona l’azione di politica economica diretta a incoraggiare l’uscita dalla stagnazione. Ad esempio, un’attenzione esclusiva a misure che mirano a migliorare il lato dell’offerta, attraverso maggiore efficienza (paradox of toil) oppure accresciuta flessibilità salariale (paradox of flexibility), può condurre a effetti sul Pil opposti a quelli perseguiti, riducendone il livello (fig. 4). Il motivo è che tali azioni innestano pressioni alla deflazione che, in tempi normali, verrebbero contrastate con riduzione dei tassi di interesse. Con tassi di interesse zero ciò non è possibile, con la conseguenza che i tassi di interesse reali si innalzano spingendo verso un equilibrio con output più basso anziché più alto. Quindi dalla stagnazione indotta da trappola della liquidità non si esce con sole politiche di offerta. Se non vi sono anche politiche di espansione della domanda, le azoni sul lato dell’offerta rischiano di avere effetti controproducenti[3].

Fig. 4 – Paradossi per la politica economica in trappola della liquidità: affetti avversi di un aumento della capacità di offerta (paradox of toil) e di un aumento della flessibilità salariale (paradox of flexibility)
20150507 SCN Grafica6
Fonte: Eggertsson e Krugman (2012)

Che fare? Politica monetaria non convenzionale. Sul fronte della politica monetaria l’azione è vincolata dal limite zero a cui si trovano i tassi di policy. Occorre, dunque, supplire con misure non convenzionali di espansione della base monetaria tramite operazioni di mercato aperto su titoli pubblici e privati (Quantitative easing) che inducano effetti equivalenti a quelli che si avrebbero con una adeguata (e impossibile) riduzione in territorio negativo dei tassi nominali di policy. Quanto deve essere grande il Qe per determinare gli effetti desiderati? L’azione della Bce appare rilevante: indipendentemente dalla quantità per ora programmata (1.140 miliardi di euro tra marzo 2015 e settembre 2016, con un ritmo di 60 al mese), dovrebbe durare fin quando l’inflazione non si sarà portata durevolmente su un sentiero compatibile con l’obiettivo del 2%. Se l’operazione si interrompesse nel settembre 2016, gli acquisti ammonterebbero all’11% del Pil dell’area euro del 2014; è una dimensione inferiore agli analoghi programmi condotti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone, pari rispettivamente al 22, 21 e 32% del Pil dell’anno iniziale.

Gli effetti dell’azione della Bce sono stati subito visibili nei mercati finanziari, con allentamento delle tensioni e riduzioni dei tassi di interesse, e in quello valutario (deprezzamento dell’euro). Sussistono, però, due punti interrogativi che potrebbero indebolirne l’efficacia per quanto riguarda l’impatto sull’economia reale. Il primo riguarda il fatto che gli acquisti di titoli aumentano la base monetaria, ma non è detto che accrescano nella misura necessaria anche l’offerta di moneta (ovvero la moneta “in tasca” di famiglie e imprese) date le condizioni di avversione al rischio delle banche e la bassa domanda di prestiti proveniente dal settore privato. Il secondo interrogativo riguarda la credibilità dell’annuncio di andare avanti finché non si sarà prodotta l’inflazione necessaria. Questo impegno può essere minato dalla forte opzione anti-inflazionistica della Germania: con un’inflazione media euro al 2%, la dinamica dei prezzi tedeschi dovrebbe stare per alcuni anni sopra tale livello (e verso il 3%) per assecondare il riequilibrio competitivo all’interno dell’area. E’ dubbia la disponibilità tedesca ad accettare una simile prospettiva. Ciò può inficiare la credibilità del tentativo di innalzare le aspettative di inflazione all’interno dell’area. Nel mercato dei Bund quinquennali le aspettative di inflazione euro, misurate dalla break-even inflation, sono in effetti aumentate dopo l’avvio dell’implementazione del Qe, ma rimangono ben distanti dall’obiettivo del 2% (fig. 5).

Fig. 5 - Aspettative di inflazione nell’area euro a 5 anni (break-even inflation calcolata su Bund quinquennali ordinari e indicizzati)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Bundesbank

Politica fiscale: investimenti in infrastrutture. In trappola della liquidità, per superare la stagnazione la politica monetaria non convenzionale (Qe) deve essere affiancata da una politica fiscale espansiva. In tal modo si possono imitare, almeno in parte, gli effetti della cosiddetta moneta-elicottero, facendo arrivare al settore privato le iniezioni di liquidità della Bce[4]. L’espansione fiscale può essere realizzata accompagnando il Qe con taglio delle tasse da realizzare in deficit. L’impatto più forte, tuttavia, si avrebbe con l’aumento della spesa per la realizzazione di infrastrutture pubbliche. L’Imf evidenzia nel World Economic Outlook di ottobre 2014 (capitolo 3) che l’effetto di un aumento dei piani di investimenti pubblici sarebbe significativo e durevole nel tempo. Esso inciderebbe favorevolmente anche sul potenziale di crescita delle economie. Condizione necessaria è che il programma di investimenti si caratterizzi per un adeguato livello di efficienza, in termini di capacità di valutazione, selezione e controllo dei progetti che vanno ad affrontare effettive carenze infrastrutturali.

Le simulazioni Imf mostrano, in particolare, che nelle economie avanzate un aumento dell’1% degli investimenti pubblici in rapporto al Pil si traduce, in media, in un maggiore output dello 0,4% nel primo anno e dell’1,5% nel quarto. Intorno a questo risultato medio si hanno, però, ripercussioni molto differenziate a seconda della condizione ciclica delle economie, del grado di efficienza del processo di investimento, delle modalità di finanziamento della spesa pubblica in infrastrutture. La tabella 2 mostra che nelle fasi di debolezza ciclica, come è quella attraversata dalla zona euro, l’aumento dell’1% della spesa in investimenti pubblici (in rapporto al Pil) accresce in misura più marcata il livello dell’attività economica, innalzandolo dell’1,5% nel primo anno e del 3% nel quarto. Nei periodi di alta congiuntura, l’effetto sul Pil non è, invece, significativamente diverso da zero. Grazie al forte impatto sulla crescita economica che si ha in condizioni di debolezza ciclica, l’aumento della spesa pubblica in investimenti conduce all’abbattimento del rapporto Debito/Pil di quasi 10 punti percentuali nel medio termine (quarto anno).

La tabella 2 pone anche in luce che l’effetto sull’output è più forte nei Paesi che hanno un elevato grado efficienza nelle procedure di investimenti pubblici, tanto nel breve (+0,8%) che nel medio periodo (+2,6%). Grazie alla significativa risposta dell’output, il rapporto Debito/Pil in tali economie si abbassa di circa 9 punti percentuali nel quarto anno. Infine, l’impatto sul Pil è notevolmente maggiore quando l’investimento pubblico è finanziato con debito (+0,9% nel primo anno e +2,9% nel quarto) anziché essere realizzato a parità di bilancio. Grazie alla più forte crescita del Pil, l’impatto sul rapporto Debito/Pil di investimenti finanziati in deficit non è statisticamente distinguibile da quello realizzato con bilancio in pareggio. In definitiva, l’aumento della spesa pubblica per investimenti in deficit non determina, secondo queste stime, un peggioramento del rapporto Debito/Pil rispetto a un’ipotesi di bilancio in pareggio, ma ha effetti più consistenti sulla crescita economica.

Tab. 2 – Le stime IMF sugli effetti della spesa pubblica in investimenti nelle economie avanzate: risposta del Pil e del Debtio/Pil all’aumento dell’1% degli investimenti pubblici in rapporto al Pil in diverse ipotesi di crescita, efficienza delle procedure, tipo di finanziamento1
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1 L’asterisco indica che l’impatto è statisticamente significativa al 90%.
Fonte: Imf, World Economic Outlook, chapter 3,October 2014

E la politica europea? In Europa la politica monetaria si è mossa in modo significativo, anche se in ritardo, con la decisione di intraprendere il Qe. L’intervento è quantitativamente importante e, sulla carta, open-ended. Vi sono rischi di efficacia e credibilità (atteggiamento della Germania) che andranno verificati col procedere del programma. La politica fiscale si sta muovendo nella stessa direzione? Vi è stato un rallentamento nei percorsi di risanamento. Gli anni 2014 e 2015 hanno visto un’attenuazione dell’austerità fiscale, consentita dai margini di interpretazione flessibile che la nuova Commissione ha adottato per le regole del Patto di Stabilità e Crescita. E’ stato un fatto positivo che ha contribuito all’affacciarsi di una ripresa economica in Europa. La flessibilità, però, si muove entro stretti limiti e offre spazi inferiori a quelli che sarebbero necessari per affiancare in modo adeguato la politica monetaria e affrontare così i rischi di stagnazione che pesano sull’economia europea e, ancor più, sui paesi periferici. Soprattutto è insufficiente l’approccio europeo agli investimenti in infrastrutture. E’ una inadeguatezza che pesa visto il contributo che tali investimenti potrebbero offrire alla crescita nell’area. Come argomenta l’Ufficio Parlamentare del Bilancio, il piano Junker non ha tra i suoi obiettivi quello di fornire una soluzione al problema di una insufficiente domanda aggregata che è alla base del rischio di stagnazione europea. Si propone, invece, di attenuare alcuni fattori di tipo strutturale che frenano gli investimenti privati. Il piano non prevede risorse pubbliche aggiuntive rispetto alla situazione pre-piano (vi è una riallocazione di stanziamenti già effettuati) e ha, piuttosto, un obiettivo di catalizzazione degli investimenti privati, cioè di attivazione, con il meccanismo delle garanzie sul rischio, di un grande processo di crowding in di attori privati. Vi è la possibilità di un potenziamento della parte pubblica con fondi provenienti dai paesi membri. Dati, però, i vincoli europei (anche dopo le nuove regole di flessibilità) e le incertezze che sussistono circa il trattamento di questi apporti nel quadro delle flessibilità, è difficile che i bilanci nazionali facciano fare un salto sostanziale all’ammontare di risorse pubbliche.

Nel complesso è dubbio che il piano Junker possa costituire quella politica di investimenti per il contrasto delle tendenze alla stagnazione di cui ha bisogno l’Europa. Il fatto che si sia scelta questa strada e non quella dell’intervento pubblico è stato determinato dall’idiosincrasia che caratterizza l’area nei confronti di esplicite politiche di sostegno della domanda. Un atteggiamento pregiudizievole che conduce a intraprendere percorsi sub-ottimali rispetto alle esigenze di sostegno del ciclo europeo e per lo stesso buon esito delle riforme strutturali. Anche grazie all’azione della Bce, i tassi di interesse a cui i governi possono finanziarsi sul mercato sono estremamente bassi. Progetti di realizzazione di infrastrutture profittevoli, adeguatamente selezionati e attentamente monitorati – quali quelli che vengono considerati nel piano Junker – potrebbero essere dunque realizzati, in modo coordinato a livello europeo, con investimenti pubblici finanziati con debito. Dato il basso costo di finanziamento essi si ripagherebbero nel lungo periodo e, come mostrano le stime Imf, fornirebbero una spinta consistente all’attività economica dell’area, con effetti favorevoli anche per l’abbattimento del rapporto Debito/Pil. E’ una finestra di opportunità che si è di fatto rinunciato a utilizzare.

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[1] Questo è lo schema con tre generazioni sovrapposte di Eggertsson e Mehrotra (2014) nell’ambito del quale si realizza la riduzione permanente del tasso di interesse reale di equilibrio (stagnazione secolare).

[2] L’evidenza della fig. 2 non muta considerando diverse ipotesi circa l’età anagrafica di borrowers e lenders.

[3] Su questo, oltre agli autori indicati nel testo si veda anche Jordi Galì, “Policy Options for a Depressed Economy”, Federico Caffè Lectures 2014.

[4] Quella della moneta-elicottero è un’ipotesi teorica consistente nella distribuzione di liquidità da parte della Banca centrale al settore privato. Ciò può avvenire per il tramite dello Stato che abbassa le tasse (o aumenta la spesa pubblica) creando debito direttamente sottoscritto, nel mercato primario, dalla banca centrale. Il Qe, associato a una politica fiscale espansiva, può mimarne gli effetti nella misura in cui gli acquisti nel mercato secondario di titoli di Stato della banca centrale abbattono i tassi di interesse sui titoli in asta e i conseguenti risparmi di spesa vengono utilizzati dal governo per realizzare uno stimolo fiscale.

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Venerdì, 13 Marzo 2015 00:00

13 marzo 2015 - Ripresa con squilibri

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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L’Europa che si avvia alla ripresa appare ancora squilibrata al suo interno. Gli aggiustamenti nei paesi in deficit non si sono accompagnati a movimenti verso il riequilibrio in Germania, che ha anzi continuato sulla strada della svalutazione interna. Il rischio è che la prospettiva europea sia di business as usual, con il riproporsi degli sbilanci competitivi che hanno portato alla crisi dell’euro. Per evitarlo occorre che il Qe abbia successo, che (di conseguenza) la Germania si surriscaldi col procedere della ripresa e che la Bce resista alle richieste di normalizzazione monetaria (fine del Qe) che verranno da Berlino.

Ripresa e bilance commerciali.  L’Europa che si avvia alla ripresa economica è diversa da quella che quattro anni fa era caduta in recessione? Più precisamente, gli squilibri competitivi intra-area che avevano determinato la perdita di fiducia nell’euro – e la crisi dei debiti sovrani – hanno imboccato, dopo il salasso recessivo, la strada dell’aggiustamento? I saldi delle partite correnti dei paesi euro sono in miglioramento  ovunque. Nelle stime della Commissione europea, l’avanzo esterno dell’area della moneta unica raggiungerà quest’anno la cifra record di 330 miliardi di euro, pari al 3,5% del Pil. La parte del leone la farà ancora la Germania (con quasi 240 miliardi, 8% del Pil), ma aumenti degli attivi e riduzione dei passivi si avranno in tutti i paesi. Su queste dinamiche influiscono, però, energia e svalutazione dell’euro. Si tratta di fattori che – a meno di differenze nelle politiche di prezzo delle imprese, nelle elasticità delle esportazioni al cambio e nel grado di dipendenza petrolifera – incidono in modo comune sui conti con l’estero delle varie economie. E’, quindi, un miglioramento che poco può dire su come stanno realmente evolvendo i divari competitivi nell’area. Per avere indicazioni su questo aspetto è più informativo fermarsi al 2014 per eliminare l’impatto del greggio e del cambio e vedere cosa è avvenuto alla bilancia commerciale di due paesi come Italia e Spagna, entrambi in aggiustamento, ma interessati da fasi cicliche diverse. 

Fig. 1 – Italia e Spagna: bilancia commerciale e Pil
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Migliora chi non guadagna competitività? Come mostra la figura 1, il paese che è uscito per primo dalla recessione, la Spagna, ha sperimentato contemporaneamente alla ripresa un nuovo deterioramento nei conti con l’estero. Invece il paese rimasto in recessione, l’Italia, ha registrato ulteriori aumenti nell’attivo esterno. Ciò porta a sottolineare l’importanza del ciclo economico nell’influire sulle bilance commerciali delle economie in aggiustamento, ma solleva anche dubbi sull’entità dei miglioramenti competitivi conseguiti con i processi di svalutazione interna. La Spagna ha ridotto, dal 2009, il proprio costo del lavoro per unità di prodotto (clup) rispetto alla Germania; i  progressi dell’Italia su questo fronte sono stati, invece, molto meno significativi (fig. 2). Eppure è l’economia italiana, e non quella iberica, che giunge a registrare, nel 2013 e 2014 (e in prospettiva 2015), il terzo surplus commerciale in valore assoluto nell’area della moneta unica, dopo Germania e Olanda.

Fig. 2 – Costo del lavoro per unità di prodotto di Italia, Spagna e Germania in rapporto all’area euro (1999=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea.

In definitiva, sembrerebbe quasi che per i paesi indebitati dell’eurozona valga una legge punitiva che non premia i virtuosi: il miglioramento dei conti con l’estero è per chi persevera nella recessione (Italia), non per chi fa uno sforzo di svalutazione interna (Spagna) emulando il modello tedesco. Una constatazione che spinge a indagare più a fondo sulla reale portata degli aggiustamenti competitivi operati negli ultimi anni.

Modello tedesco e aggiustamento europeo. Ricordiamo le caratteristiche alla base del successo della Germania che i paesi indebitati (utilizziamo questo termine per indicare Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia) sono chiamati a contrastare attraverso un difficile processo di imitazione. Gli ingredienti di tale successo hanno preso a comporsi a partire dal 2002 dando luogo alla progressiva espansione dell’avanzo commerciale tedesco che ha raggiunto un culmine prima della crisi, nel 2007. Essi sono schematizzati nella tabella 1 e riassumibili come segue:

  • aumento della produttività sbilanciata nell’industria, settore pienamente esposto alla concorrenza internazionale (+4,4% all’anno tra il 2002 e il 2007 contro +0,6% negli altri settori); una crescita a favore del settore tradable più squilibrata di quella registrata nei paesi indebitati;
  • taglio dei salari nell’industria rispetto alla dinamica consentita dall’aumento della produttività (il real product wage industriale è sceso in rapporto alla produttività del 2,8% all’anno);
  • di conseguenza, neutralizzazione del meccanismo di riequilibrio settoriale interno che si sarebbe dovuto attivare col trasferimento degli incrementi salariali dall’industria al resto dell’economia dove non vi sono stati incrementi di produttività;
  • di conseguenza, prezzi relativi dei beni degli altri settori che, al contrario di quanto sarebbe dovuto avvenire per il riequilibrio, non sono aumentati in rapporto a quelli dell’industria e sono cresciuti meno che nelle altre economie (0,0 in Germania contro 1,9% all’anno nei paesi indebitati);
  • di conseguenza, inflazione al consumo che, al contrario di quanto si sarebbe dovuto verificare, è risultata di oltre un punto all’anno più bassa in Germania rispetto alle altre economie; per il riequilibrio avrebbe, invece, dovuto essere di oltre un punto all’anno più alta;
  • di conseguenza, in unione monetaria con assenza del tasso di cambio della moneta tedesca - che nelle condizioni descritte si sarebbe apprezzata - miglioramento di competitività della Germania.

 

Tab. 1 – Produttività e prezzi in Germania e nei paesi indebitati (variazioni % medie annue)
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1Paesi indebitati=Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia. 22009-2014.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea.

Imitatori inadeguati. Se questo era il meccanismo generatore degli squilibri intra-area prima dell’esplosione della crisi, è cambiato qualcosa in Europa a otto anni di distanza? Ciò che si può osservare è che dopo la caduta recessiva del 2008-09, comune a tutte le economie europee, ha preso avvio un lento riequilibrio nei paesi indebitati, tradottosi in forte compressione dell’assorbimento domestico (seconda recessione) e nel tentativo, non uniforme, di abbassare le dinamiche nazionali di costi e prezzi sotto quelle della Germania (svalutazione interna). Come mostra l’ultima colonna della tabella 1, i paesi indebitati hanno (in media) preso effettivamente a imitare il modello tedesco contenendo le dinamiche salariali nel settore esposto alla concorrenza internazionale rispetto a quelle della produttività (-0,5% all’anno nell’industria). E’ stato, però, un tentativo insufficiente, perché quel modello ha continuato a operare a pieno regime nel paese di origine. La Germania non ha infatti modificato i propri meccanismi propagatori di squilibri. La crescita tedesca ha continuato a basarsi sul taglio delle dinamiche salariali (-2,5% all’anno rispetto alla dinamica  della produttività) in un settore industriale sempre in espansione molto sbilanciata rispetto al resto dell’economia stagnante (il differenziale di produttività si è allargato del 5% all’anno). L’economia tedesca ha, in altri termini, continuato a fare svalutazione interna quando il riequilibrio europeo richiedeva esattamente l’opposto. Lo sforzo realizzato dai paesi indebitati è visibile nell’allineamento dell’inflazione al consumo nel periodo 2009-2014 a quella tedesca, con un abbassamento sotto quest’ultima e verso dinamiche nulle negli ultimi due anni. Ma imitare un modello che non sta fermo porta fatalmente a risultati inadeguati rispetto all’azione compiuta.

Bersaglio mobile. Una verifica della difficoltà di colmare il gap competitivo attraverso svalutazioni interne quando il benchmark continua a muoversi in senso contrario alle esigenze di riequilibrio può essere fatta  esaminando le parità di poteri d’acquisto[1]. In paesi che condividono la stessa moneta il rapporto tra le parità dei poteri d’acquisto si identifica col rapporto tra i livelli di prezzo di tali economie, altrimenti detto  tasso di cambio reale. La figura 3 rappresenta il livello di prezzo dei paesi indebitati rispetto al benchmark tedesco o, in altri termini, il loro cambio reale nei confronti della Germania. Secondo questa stima, le economie che dovevano recuperare competitività sono in effetti riuscite in varia misura, con l’eccezione della Francia, ad abbassare il livello dei loro prezzi nei confronti del livello tedesco, deprezzando così i rispettivi cambi reali. Tra il 2009 e il 2014 la contrazione più forte è stata realizzata da Grecia, Portogallo e Spagna con cali nell’arco del periodo del 10, del 6,5 e del 4% relativamente ai prezzi tedeschi. Un deprezzamento si è avuto, in minor misura, anche per l’Italia (-1,8%). La domanda che ci si pone è se queste variazioni dei cambi reali abbiano rappresentato effettivi recuperi di competitività.

Fig. 3 – Paesi euro indebitati: livello dei prezzi in rapporto alla Germania (livello prezzi Germania=1)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Per rispondere a questo interrogativo confrontiamo i deprezzamenti dei cambi reali descritti nella figura 3 con quelli “teorici” che si sarebbero dovuti realizzare in risposta alle modifiche dei fondamentali che guidano i movimenti di equilibrio dei prezzi relativi (o cambi reali). Quest’ultimi sono ricavati sulla base del cosiddetto effetto Balassa-Samuelson, secondo cui il paese più ricco - cioè quello che ha più elevato reddito pro-capite grazie a più elevata produttività nel settore traded - deve caratterizzarsi per un livello di prezzi più alto rispetto agli altri e ciò deve avvenire in misura crescente all’aumentare del divario di reddito con le economie più povere[2]. Trasponendo questa relazione statica in termini dinamici, ne consegue che gli andamenti relativi dei redditi pro-capite conducono a variazioni dei cambi reali teorici di equilibrio. Rispetto a quest’ultime le variazioni effettivamente osservate possono risultare più o meno allineate.

Tab. 2 Deprezzamento effettivo e di equilibrio del cambio bilaterale reale dei paesi indebitati rispetto alla Germania (variazioni logaritmiche in % nel periodo 2009-2014)
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1Si veda la nota 2 nel testo.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e Eurostat

Svalutare nei confronti di chi svaluta di più è rivalutare. La verifica di eventuali disallineamenti dei cambi reali dai valori di equilibrio viene condotta nella tabella 2. Da essa risulta che i deprezzamenti reali dei paesi impegnati nel recupero di competitività (colonna A della tabella 2) sono stati nel periodo dell’aggiustamento (2009-2014) inferiori a quelli che si sarebbero dovuti realizzare a seguito dei mutamenti dei fondamentali (crescita sbilanciata della produttività nell’industria in Germania e aumento del reddito pro-capite in tale paese) determinatisi in questo stesso arco di tempo (colonna B). Questo scostamento è da legare a quanto illustrato anche nella tabella 1. Nel periodo delle svalutazioni interne dei paesi indebitati (dal 2009), la Germania non è stata ferma, ma ha proseguito nel tipo di sviluppo degli anni precedenti incentrato proprio sulla svalutazione interna (taglio dei costi unitari rispetto alla produttività). Ne è conseguito che quelli che apparivano come deprezzamenti reali rispetto alla Germania erano in realtà degli apprezzamenti reali, perché inadeguati a colmare il gap nei confronti di un’economia che stava a sua volta svalutando, allontanandosi ancor più dal suo cambio reale di equilibrio. Secondo le stime della tabella 2, il cambio reale di Italia, Francia, Spagna e Grecia si è mosso dunque in direzione opposta a quella che sarebbe stata necessaria, con apprezzamenti reali sulla Germania (colonna C) intorno al 5% per le prime tre economie e di circa il 10% per la Grecia. Nel caso del Portogallo, il cambio reale è andato (marginalmente) nella direzione giusta, ma il guadagno competitivo nei confronti della Germania è stato notevolmente inferiore a quello indicato dal deprezzamento reale osservato.

Ancora squilibri. L’Europa che si avvia alla ripresa è dunque tanto squilibrata al suo interno quanto quella che era caduta nella recessione. In questi anni si sono avuti  sforzi di aggiustamento da parte dei paesi che erano in posizione deficitaria, come testimoniano le loro recessioni, l’ampliamento della disoccupazione, l’azzeramento delle inflazioni, il contenimento delle dinamiche dei costi unitari di produzione. Tuttavia, a ciò non ha corrisposto alcun movimento di accompagnamento da parte della Germania, che ha anzi perpetuato e accentuato il modello che aveva portato all’aprirsi dei grandi squilibri nell’area. Ne consegue che quella che sembra una sorta di legge punitiva (i paesi che guadagnano competitività vedono peggiorare i propri conti con l’estero, come nel caso della Spagna) non è in effetti tale: non vi sono stati veri recuperi di competitività e gli andamenti delle bilance commerciali rimangono affidati al ciclo economico. I faticosi processi di svalutazione interna compiuti soprattutto da Grecia, Portogallo e Spagna sono stati in gran parte vanificati dal fatto che il benchmark tedesco ha continuato a muoversi in senso opposto alle necessità del riequilibrio europeo: ha ancora svalutato. Per cui ciò che appare come un deprezzamento se si guarda all’abbassamento delle dinamiche di inflazione e clup di tali economie, è invece un apprezzamento, perché il cambio reale tedesco si è nel frattempo ulteriormente allontanato dal suo valore di equilibrio. Alla luce di queste considerazioni non deve sorprendere se il settore industriale delle economie in aggiustamento, che doveva beneficiare dei recuperi di competitività, non abbia mostrato segni di miglioramento, ma abbia anzi continuato a soffrire di perdite di capacità produttiva e che l’opposto sia avvenuto nell’economia tedesca.   

Prospettiva. Come incide la resilienza degli squilibri europei sulle prospettive della ripresa? Si può ipotizzare che una volta superati gli shock favorevoli (cambio e petrolio), permanendo la resistenza tedesca a modificare il proprio modello e attenuandosi per affaticamento lo sforzo delle altre economie, si torni al tipo di sviluppo dell’Europa pre-crisi, con il riaprirsi di sbilanci intra-area man mano che i paesi indebitati prendono a irrobustire le loro domande interne. In altri termini business as usual in Europa. E’, in nuce, quanto si è verificato nell’esperienza spagnola degli ultimi due anni. Si tratterebbe di un percorso a rischio. La crisi dell’euro è stata causata dall’allargarsi dei divari competitivi. La loro mancata correzione può determinare il riaprirsi di falle nella credibilità della moneta unica.

In alternativa e in modo più auspicabile, la ripresa europea potrebbe accompagnarsi a un surriscaldamento dell’economia tedesca che ne porti l’inflazione adeguatamente al di sopra delle altre economie. Possono aiutare ad andare in questa direzione l’introduzione del minimum wage in Germania e, soprattutto, una maggiore pressione salariale in un’economia che ha tassi di disoccupazione ai minimi storici. Ma perché simili cambiamenti sortiscano qualche effetto devono avvenire in un ambiente favorevole. Per questo è indispensabile che il Qe della Bce abbia successo, nel senso di riuscire a spingere le dinamiche di prezzi e costi in Germania durevolmente sopra il 2% e verso il 3%. Un successo che si dovrà poi misurare anche sulla capacità di resistere alle richieste di  normalizzazione monetaria – porre fine al Qe – che verranno avanzate da Berlino alle eventuali, prime avvisaglie di accelerazione (sopra il 2%) dell’inflazione interna.   

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[1]Le parità dei poteri d’acquisto (ppa) sono date dal rapporto tra i prezzi in due paesi per uno stesso paniere di beni e servizi. Le ppa sono utilizzate per effettuare confronti internazionali e convertire aggregati economici di diversi paesi (reddito, produttività, ecc.) in una stessa unità di misura standard. Tanto l’Eurostat quanto l’Oecd effettuano stime delle ppa (in rapporto a vari aggregati di paesi Ue nel primo caso, rispetto al dollaro nel secondo), fornendo valori che hanno dinamiche molto simili tra loro. In questa nota si utilizzano le stime di ppa di fonte Oecd.

[2] Il motivo è quello esposto a commento della performance tedesca descritta nella tabella 1. Il maggiore reddito pro-capite del paese ricco riflette una produttività relativamente più elevata nel settore esposto alla concorrenza internazionale (industria) che, in condizioni normali (non verificatesi in Germania), può dunque pagare salari più elevati. Le più alte retribuzioni del settore traded si diffondono agli altri settori meno produttivi dando luogo a prezzi più elevati nel comparto non-traded e, quindi, nell’intera economia rispetto a quanto si verifica nei paesi più poveri. L’esercizio illustrato nella tabella 2 è condotto considerando l’effetto Balassa-Samuelson in termini dinamici. In particolare, il differenziale di equilibrio tra la variazione dei prezzi nei paesi indebitati e quella dei prezzi tedeschi (colonna B della tabella 2) è dato da

variazione teorica % dei prezzi paese indebitato  – variazione teorica % dei prezzi tedeschi = b x (variazione % reddito pro capite paese indebitato – variazione % reddito pro capite tedesco)

Con b = 0,60. Per il valore del parametro b utilizziamo le stime sulla relazione Balassa-Samuelson dinamica condotte da Stahler e Subramanian su un panel di 140 paesi, prendendo in considerazione le ppa (e i connessi cambi reali) dell’ International Comparison Program. Si veda K. Stahler, A. Subramanian, “Verasailles Redux? Eurozone Competitiveness in a Dynamic Balassa-Samuelson-Penn Framework”, Working Paper Series, Peterson Institute for International Economics, November 2014. Questi autori conducono un esercizio sui paesi euro simile a quello proposto in questa nota giungendo ad analoghe valutazioni.   

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Mercoledì, 11 Febbraio 2015 00:00

11 febbraio 2015 - Potenziale manifatturiero

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Si annuncia una ripresa. Occorre che sia più rapida rispetto alle stime in circolazione per riparare i danni lasciati dalle recessioni. La manifattura è il settore maggiormente colpito, con  perdite di capacità  sia in estensione (numero di imprese) che in intensità (potenziale per impresa). E’ un ridimensionamento che non si è fermato agli operatori rivolti al mercato interno, ha riguardato anche gli esportatori. Non è da considerarsi per intero permanente, purché vi sia una ripresa adeguata con risveglio degli  investimenti.    

Una ripresa per la manifattura. Con un anno di ritardo rispetto alle previsioni, si affaccia una ripresa anche per l’Italia. Nelle prime stime è di intensità modesta (il Pil aumenterebbe nel 2015 dello 0,6% per la Commissione europea, marginalmente di più per gli istituti italiani). E’ insufficiente, ma è comunque un fatto positivo. Le due recessioni hanno indebolito la struttura della nostra economia e la scomparsa del segno meno davanti alla variazione dell’attività economica contribuisce almeno a frenare il deterioramento. Occorre una crescita più rapida. Secondo alcuni osservatori ciò è possibile, data la molteplicità di shock positivi che si sono succeduti negli ultimi tempi. Un auspicio che deve, però, fare i conti col fatto che la situazione economica italiana ed europea è anormalmente depressa e che alcuni di quegli shock hanno, in tali condizioni, effetti indesiderati (petrolio) ed esiti non garantiti (Qe). Se c’è un comparto che ha un assoluto bisogno di una forte ripresa della domanda aggregata è quello manifatturiero, il settore maggiormente danneggiato dalla lunga involuzione dell’economia. L’industria non ha conosciuto una fase di boom prima della crisi (come è stato, invece, per le costruzioni) e ha subito poi un ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della seconda guerra mondiale. Questo deterioramento è il lascito delle recessioni alla fase di ripresa. Esso va a definire la piattaforma ristretta da cui l’industria deve ripartire per un nuovo allargamento. La verifica di entità e caratteristiche del danno subito dalla struttura manifatturiera è propedeutica all’individuazione di una strada di rilancio produttivo[1].        

Perdita di capacità. Stimiamo che la produzione potenziale manifatturiera - ovvero quella ottenibile quando la capacità produttiva è pienamente utilizzata - si sia contratta del 18% tra il 2007 e il 2014 (tab. 1)[2]. I tre quarti di tale caduta (-13%) si sono realizzati nel corso della seconda e più lunga recessione. L’Italia non è sola nel ridimensionamento della base industriale: in Spagna la flessione è stata del 24% (-14% tra il 2010 e il 2014), in Grecia del 20% (-12%), in Portogallo del 6,5% (-2,5%), in Francia dell’11% (-6%). Questi paesi (con la parziale eccezione della Francia) condividono con l’Italia il fatto di avere sperimentato dal 2007 due  recessioni, un forte calo della domanda interna, uno sforzo più o meno intenso di recupero competitivo nei confronti della Germania e degli altri paesi core. In quest’ultime economie gli andamenti sono stati opposti. Il potenziale manifatturiero è cresciuto in Germania di quasi l’8% nel corso della crisi, con i tre quinti dell’incremento verificatisi tra il 2010 e il 2014 (+5%). Rialzi si sono avuti anche negli altri paesi del nord Europa, a eccezione della Finlandia che ha sperimentato una prolungata recessione.      

Tab. 1 – Produzione potenziale manifatturiera (variazioni %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat          

Una divergenza di andamenti tra le economie è, in realtà, osservabile sin dalle origini della moneta unica. La figura 1 mostra l’evoluzione del valore pro capite (a prezzi 2010) dell’output potenziale manifatturiero nell’area dei paesi del nord e in quella mediterranea (inclusiva della Francia) a partire dal 2000. Ne emerge una progressiva divaricazione, un processo di polarizzazione geografica centro-periferia che si è accompagnato alla più spinta integrazione. Nel 2000 si osservava una sostanziale equipartizione della capacità produttiva industriale in rapporto alla popolazione tra i due blocchi di economie. Questo iniziale equilibrio si è rotto nei primi anni dello scorso  decennio ed è stato sostituito da  una progressiva differenziazione tra le due aree; una dinamica che si è accentuata dal 2007. Prima della crisi, la divaricazione tra i due blocchi era principalmente alimentata dall’andamento crescente del potenziale pro-capite dei paesi euro del nord, mentre l’area mediterranea sperimentava una sostanziale stabilità rispetto ai valori di inizio decennio. Dopo il 2007 il divario si amplia perché i paesi mediterranei prendono a calare in modo significativo, a fronte di un trend sempre crescente di quelli del nord.

Considerando l’Italia nel confronto con la Germania (fig. 1, pannello di destra), si vede che il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera per abitante superiore all’economia tedesca. Secondo questa misura, dunque, l’Italia era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Tale vantaggio si è annullato a metà dello scorso decennio, per la sostanziale stabilità del potenziale italiano e l’aumento di quello tedesco. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è divenuto negativo, allargandosi sempre di più nel corso degli anni, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana. La capacità manifatturiera per abitante dell’Italia è nel 2014 1,5 volte più piccola rispetto alla Germania.

Fig. 1 – Polarizzazione nella manifattura: produzione potenziale pro-capite (milioni di euro 2010 per 1.000 abitanti)1
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1Paesi euro del nord = Germania, Olanda, Austria, Belgio, Finlandia; Paesi euro mediterranei = Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia.
Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Scende il numero di produttori. Sottostante al ridimensionamento del potenziale manifatturiero italiano vi è una diminuzione del numero dei produttori. A causa del cambio di classificazione (fino al 2007 Ateco 2002, successivamente Ateco 2007), che ha modificato il perimetro della manifattura, non è disponibile una serie storica omogenea del numero di imprese manifatturiere. Purtuttavia, anche tenendo conto del break statistico, emerge una tendenza di fondo all’erosione del numero di produttori, che ha avuto un’amplificazione negli anni della crisi (fig. 2). Tra il 2002 e il 2007 le imprese manifatturiere (nella classificazione Ateco 2002) si sono ridotte di 7.700 all’anno (-1,4%, tab. 2); tra il 2008 e il 2012 la contrazione (sulla base della classificazione Ateco 2007) è stata di 10.600 all’anno (-2,4%). Nel valutare queste dinamiche si deve tenere conto che nel 2013, anno per il quale non si dispone ancora di informazioni, vi è stata molto probabilmente una nuova riduzione delle imprese industriali che ha prolungato il trend in atto dal 2008[3].      

Fig. 2 – Italia: numero delle imprese manifatturiere
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Tab. 2 - Italia: numero imprese manifatturiere (variazioni assolute e percentuali medie annue)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Sotto il profilo dimensionale, la riduzione del numero di produttori ha interessato in termini assoluti principalmente la classe più popolosa, ovvero quella delle micro-imprese (sotto i 9 addetti) il cui ridimensionamento è stato molto simile nei due periodi: -7.200 in media all’anno (tab. 2). Tuttavia, la distribuzione per classi dimensionali non è mutata. Anzi, nel periodo della crisi (2008-2012) il peso delle micro-unità nella manifattura italiana è tornato ad ampliarsi (da 81 a 83% del totale), mentre la dimensione media di impresa nell’insieme della manifattura si è ridotta, passando da 9,6 a 9,2 addetti.

Estensione e intensità del potenziale. La caduta della capacità potenziale, a partire dal 2008, ha dunque riflesso un processo di riduzione nell’estensione della platea dei produttori, più forte di quello che aveva contrassegnato il periodo pre-crisi. Non si è trattato, però, solo di questo. Come mostrano le stime della tabella 3, si è avuto anche un ridimensionamento della produzione potenziale per impresa (-0,5% all’anno). Questo è un fenomeno del tutto specifico alla crisi e che segna una inversione rispetto alle tendenze del precedente periodo (+1,5%). La caduta del potenziale manifatturiero italiano negli ultimi anni ha, dunque, avuto una valenza tanto estensiva, con la diminuzione del numero di imprese operative, quanto intensiva, con il ridimensionamento in media della capacità produttiva di quelle che hanno continuato a operare[4].          

Tab. 3 – Italia: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue)
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Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Istat

Questa dinamica in contrazione su entrambi i fronti (numero e intensità) sembra contraddistinguere in modo specifico l’esperienza dell’industria italiana rispetto ai principali paesi euro (tab. 4). La Spagna - economia che ha subito tra il 2008 e il 2012 un calo di capacità superiore all’Italia - ha ridotto il potenziale solo attraverso una marcata flessione del numero di produttori; la capacità di produzione per impresa è, invece, variata in misura modesta. La Francia, d’altro canto, ha sperimentato una forte diminuzione del potenziale medio per impresa, mentre la numerosità dei produttori si è accresciuta. Infine, la Germania che al contrario delle precedenti economie ha visto un’ulteriore espansione di capacità di produzione, ha ottenuto questo risultato fondamentalmente incrementando il numero di produttori.

Tab. 4 – Paesi euro: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue, 2008-2012)
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Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Due letture. Nella misura in cui la produzione potenziale è un indicatore di quanto ottenibile con il pieno utilizzo della dotazione di capitale fisico delle unità produttive, tali evidenze possono suggerire una duplice lettura. La prima è relativamente benefica: la manifattura italiana ha subito una riduzione di potenziale “grazie” all’eliminazione dell’eccesso di capacità di produzione, realizzata riducendo i produttori e contraendo il capitale in eccesso nelle imprese rimaste operative. Una manifattura, quindi,  ripulita e resa più efficiente che sarebbe pronta a cavalcare la fase di ripresa non appena questa si verificasse. La seconda lettura, pur non escludendo questo effetto di selezione insito in ogni recessione, è meno positiva: la riduzione di potenziale, guidata dalla straordinaria contrazione del mercato interno e dalla rarefazione del credito, è stata molto forte ed è andata oltre il processo di pulizia dei segmenti inefficienti, finendo col coinvolgere un numero eccessivo di produttori e col colpire la capacità di produzione anche delle imprese in grado di rimanere operative. In questa visione la ripresa trova un’industria eccessivamente ridimensionata ed è, quindi, tanto più necessaria per cercare di ricostituire quella parte di potenziale produttivo che non meritava di essere eliminata e che può, in un ambiente in espansione, essere recuperata.

Meno esportatori. Un modo per verificare se la riduzione di potenziale abbia avuto un effetto solo selettivo o se vi sia stato anche uno sconfinamento verso attività produttive relativamente pregiate è quello di controllare cosa è avvenuto tra gli esportatori. Quest’ultimi costituiscono infatti il segmento più efficiente della popolazione delle imprese, quelle in grado di sostenere i maggiori costi insiti nel vendere all’estero restando profittevoli. In generale, i processi di selezione indotti da un aumento della competizione internazionale o da una contrazione della domanda dovrebbero portare al ridimensionamento degli operatori meno efficienti che si rivolgono al mercato domestico e all’espansione di quelli migliori, ovvero gli esportatori.            

Fig. 3 – Manifattura italiana: esportatori, incidenza sul totale delle imprese ed esportazioni per impresa1
(numero, valori in milioni di euro e valori %)
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1
I dati rappresentati in figura non costituiscono una serie omogenea; vi è una rottura tra il 2007 e il 2008 per il cambio di classificazione da Ateco 2002 ad Ateco 2007; v. la nota 5 nel testo. 
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat    

La figura 3 getta qualche dubbio sul fatto che negli ultimi anni si sia verificato un effetto univocamente virtuoso della selezione[5]. E’, infatti, vero che si è avuto un aumento dell’incidenza degli  esportatori (dal 19,9% nel 2008 al 21% nel 2012). Tuttavia, ciò è stato il risultato di una riduzione del numero di esportatori meno che proporzionale rispetto a quella del totale delle imprese. Tra il 2008 e il 2012 le imprese manifatturiere esportatrici sono diminuite di circa 4.000 unità (da 91.600 a 87.600, -4,4%). Il grosso di questa erosione si è verificata nel 2009, ovvero nel corso della prima recessione provocata dal collasso del commercio internazionale. Tuttavia tale processo non si è interrotto quando la domanda mondiale è ripartita. Si è, invece, avuto un nuovo ridimensionamento delle imprese esportatrici in occasione della seconda recessione (-1.400 unità tra il 2010 e il 2012), cioè in un periodo di drastica contrazione del mercato interno che non avrebbe dovuto dare luogo a perdite nella popolazione degli esportatori. Un segnale di difficoltà che ha presumibilmente riflesso l’impatto che la caduta della domanda domestica ha finito con l’avere anche sulle imprese esportatrici caratterizzate comunque da un ampia quota di fatturato venduta nel mercato nazionale (oltre il 60%) e soggette, quindi, a un significativo deterioramento degli indicatori di bilancio, con conseguente restrizione di credito operata da un sistema bancario sempre più avverso al rischio[6]. 

Nonostante la consistente flessione del numero di esportatori tra il 2008 e il 2012, le vendite all’estero della manifattura italiana sono comunque cresciute in tale periodo (+2,3%), grazie al deciso aumento dell’intensità di esportazione (export medio per impresa) delle unità rimaste operative nei mercati internazionali. Si tratta di una conferma della caratteristica estremamente intensiva, e non estensiva, dello sforzo di esportazione esercitato dall’Italia negli ultimi anni, evidenza osservabile anche sul lato dei prodotti e delle destinazioni estere servite.   

Tirando le somme: occorrono ripresa e investimenti. Le due recessioni succedutesi negli ultimi sette anni lasciano in eredità danni strutturali nell’industria manifatturiera. Si è avuta una forte caduta del potenziale (solo in Spagna e Grecia è andata peggio) che si è tradotta nel ridimensionamento tanto del numero dei produttori, quanto nell’intensità produttiva per impresa. Questa flessione lungo entrambi i  fronti dell’aggiustamento (numero e intensità) è stata una specificità (in negativo) della manifattura italiana. La contrazione nel numero dei produttori non ha riguardato in modo proporzionalmente maggiore gli operatori più piccoli (la distribuzione dimensionale delle aziende ha anzi sperimentato un leggero aumento relativo nella classe di addetti 1-9), né si è fermata al perimetro delle imprese meno produttive orientate al solo mercato interno. Essa ha riguardato anche il numero degli esportatori manifatturieri, che ha continuato a ridursi nel periodo più recente risentendo degli spillover negativi derivanti dalla compressione del mercato domestico. Tale erosione è stata, tuttavia, più che compensata dall’aumento dell’intensità di esportazione delle imprese rimaste presenti sui mercati esteri. Nell’insieme, l’effetto di distruzione (o pulizia) indotto dalle due recessioni sulla capacità produttiva sembra avere sopravanzato quello di creazione, conducendo a un ridimensionamento eccessivo per quantità e qualità delle produzioni eliminate. Tali perdite sono da considerarsi per intero permanenti? Non necessariamente, purché si superi la fase di stagnazione, parta un percorso di ripresa in grado di dare certezza di prospettive e, soprattutto,  si risveglino gli investimenti per ricostruire la base produttiva. In un normale ciclo economico sarebbero condizioni realizzabili. Diventano più difficili in un ambiente depresso e, per questo, richiedono un adeguato sostegno della politica economica.       

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[1]Per una quantificazione della caduta di potenziale  si veda anche lo Scenario di novembre 2013

[2]La produzione potenziale manifatturiera (PPM) è calcolata come rapporto tra l’indice della produzione del settore (IPM) e la quota di capacità utilizzata (CUM), cioè PPM=IPM/(CUM/100). Nella fig. 1 si riportano valori in milioni di euro ottenuti moltiplicando l’indice IPM con base 2010=100 per il valore della produzione manifatturiera del 2010, di fonte Eurostat, Structural Business Statistics. Per analoghe stime cfr. L. Monteforte e G. Zevi, An Inquiry on manufacturing capacity in Italy after the double-dip recession, mimeo Banca d’Italia, dicembre 2014.

[3]Un’accentuazione della dinamica nel 2013 è osservabile nei dati di fonte Cerved su chiusure, procedure e  fallimenti. Il numero complessivo delle imprese riflette, oltre ai movimenti in uscita, quelli in entrata. Tuttavia, le informazioni sulle imprese registrate presso le Camere di commercio indica che per la manifattura il saldo tra iscrizioni e cessazioni è stato nel 2013 ampiamente negativo e di dimensioni simili a quelle dell’anno precedente.  

[4]Nella tabella 3 si effettua un’approssimazione per il periodo 2002-2007, rapportando il potenziale produttivo basato sulla classificazione Ateco 2007 al numero delle imprese manifatturiere definite nella classificazione Ateco 2002. Una approssimazione da ritenere accettabile quando si considerano le dinamiche nel tempo di tali indicatori.  

[5]Nella figura 2 si riporta la serie storica delle imprese esportatrici ricostruita sulla base delle informazioni reperibili nell’archivio Istat coeweb. In tale fonte non è fornita una serie storica omogenea e alcuni dati annuali sono soggetti a un certa variabilità nel passaggio da una pubblicazione a quella successiva. Per la ricostruzione si è seguito il criterio di considerare come definitivo il dato annuale che appare nella pubblicazione più recente. La serie così ottenuta è soggetta alla rottura indotta dal cambio di classificazione Ateco del 2008. Un problema che dovrebbe incidere di meno sulla confrontabilità nel tempo degli indicatori ricavati da rapporti (incidenza degli esportatori e esportazioni per impresa).  

[6]L’emergere di una correlazione positiva tra fatturato interno ed estero nel corso dell’ultima recessione è evidenziata da Bugamelli, Gaiotti e Viviano (2014). Nelle valutazioni di questi autori, la caduta delle vendite nel mercato interno dopo il 2008 avrebbe ridotto, attraverso il canale della minore liquidità, la crescita delle esportazioni di 0,6 punti percentuali.

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Concordia (MO), ore 15.30 – Sergio De Nardis partecipa all’evento “Riparte l’Emilia riparte l’Italia” centrato sul tema della ripresa economica regionale e nazionale, e inserito nella programmazione del Green Social Festival.

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