Imprenditorialità cuore dell’Emilia

di Boris Popov 
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Dopo due ondate recessive di rilevanza storica e l’evento sismico che nel 2012 ha bloccato l’attività delle imprese, causato delocalizzazioni produttive, interrotto investimenti e piani di sviluppo, il Cuore dell’Emilia - quell’area che comprende le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia - è ancora la terra dell’imprenditorialità. Un territorio che rimane fedele alla propria vocazione industriale, a partire dalle piccole e medie imprese passando per le multinazionali che hanno deciso di restare e ripartire, consapevoli dell’unicità di competenze, tecnologie e know-how ivi presenti. E che continua a puntare con decisione ai alla capacità di internazionalizzarsi, forte di un export che ha raggiunto i 33,7 miliardi di euro, in crescita del 13,5% rispetto al 2007. Viene da chiedersi quali fattori strutturali abbiano determinato la tenuta del tessuto economico locale oltre all’accentuata propensione ai mercati esteri. Nomisma attraverso un’analisi approfondita sulle realtà aziendali appartenenti alle principali filiere produttive del territorio - biomedicale, ceramica, meccanica, agroalimentare - ha identificato in dimensione, solidità e un’equilibrata struttura finanziaria le principali direttrici su cui si è fondata la capacità delle imprese di resistere alle turbolenze e reagire alle fasi di criticità. Dallo studio emerge come, in maniera trasversale alle filiere e al netto di alcune specificità di natura settoriale, siano uscite dal mercato le imprese più piccole, maggiormente sottocapitalizzate, con un’esposizione debitoria fortemente sbilanciata sul breve termine e soffocate dalla mancanza di liquidità. Imprese che dunque nella maggior parte dei casi mostravano già evidenti segni di deterioramento e che hanno mostrato il fianco ad eventi di natura straordinaria. Allo stesso tempo, la tendenza delle società rimaste attive è stata quella di convergere verso livelli patrimoniali superiori aumentando il ricorso a capitali propri, con le realtà più performanti caratterizzate da una maggiore inclinazione agli investimenti in macchinari, attrezzature e ricerca. Sembra insomma che le imprese sopravvissute si trovino all’uscita della crisi con parametri più idonei ad affrontare le crescenti sfide competitive e abbiano in qualche maniera assorbito l’eccessiva esposizione finanziaria che aveva caratterizzato un modo di fare impresa troppo orientato al breve termine.

Anche i dati sulla demografia d’impresa certificano la progressiva riconfigurazione economica del territorio, che vede diminuire le imprese occupate nell’industria a fronte dell’espansione del terziario. Ma se da una parte a crescere è la quota di imprese ricollegabile ai servizi “tradizionali” le cui attività rispondono a dinamiche contingenti (flussi migratori, invecchiamento della popolazione, fenomeni di nuova socialità), dall’altra nascono startup innovative (ad oggi se ne contano 368, il 57% del totale in Emilia-Romagna, seconda regione in Italia) occupate prevalentemente in quella sfera di servizi tecnologici destinati ad essere il fulcro dell’industria del futuro, dove l’automatizzazione dei processi e l’interconnessione delle informazioni grazie all’utilizzo di sistemi digitali rappresenteranno il driver di sviluppo primario per accrescere la produttività. E allora diventa nuovamente evidente il fermento industriale che da sempre anima e contraddistingue questo territorio.

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 (articolo uscito su Corriere imprese del 10.10.2016)

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