L’embargo non frena il business agroalimentare italo-russo

di Fabio Lunati 
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Il mercato russo per le sue grandi dimensioni (oltre 140 milioni di abitanti) è sempre stato attraente per le aziende agroalimentari europee. L’interesse per le opportunità di business offerte dalla Federazione Russa si è progressivamente accresciuto negli anni 2000, mano a mano che la traiettoria di sviluppo del paese ha incrementato il potere di acquisto dei ceti medi metropolitani. La ricaduta più evidente di questi cambiamento è stata una maggiore domanda di alimenti di qualità, una crescente sofisticazione dei gusti dei consumatori e, di conseguenza, un forte interesse per i prodotti di importazione, quelli italiani in particolare.

A partire dalla seconda metà del 2012, l'economia russa ha però rallentato notevolmente la sua corsa a causa della progressiva caduta dei prezzi del petrolio. La portata complessiva della crisi è stata poi aggravata dall'escalation delle tensioni politiche e militari tra la Russia e l’Ucraina che hanno convinto molti paesi occidentali (tra cui l’UE) ad adottare sanzioni, provocando, come ritorsione, l’introduzione di un embargo russo su un ampio paniere di produzioni agroalimentari di paesi occidentali. La recente proroga dell’embargo a tutto il 2017 ha vanificato per il momento la speranza di rilanciare in tempi brevi l’interscambio agroalimentare tra la Russia e l’UE.

D’altra parte, il governo russo aveva già cominciato a porre le basi per garantire una maggiore produttività ed efficienza complessiva al suo sistema manifatturiero. In particolare, in campo agroalimentare è stata posta alla base del programma statale per lo sviluppo agricolo 2013-2020 la politica sulla sicurezza alimentare che si pone tra i suoi obiettivi l’incremento della produzione agricola e l’avvio di un processo di ristrutturazione delle filiere su standard qualità, sicurezza ed efficienza più elevati, allo scopo di garantire una larga autosufficienza in alcuni dei principali comparti agroalimentari (cereali e patate, latte, carne bovina, zucchero) entro il 2020. In questo modo la Federazione Russa intende ridurre l’attuale dipendenza dalle importazioni.

In questo contesto, al fine di accelerare il processo di modernizzazione del sistema agroalimentare e raggiungere standard elevati di qualità e sicurezza si ritiene importante favorire le partnership (società miste) tra imprese russe ed investitori esteri.

In una logica di valorizzazione del “Made with Italy” il governo italiano ha quindi avviato da tempo un processo di dialogo ed avvicinamento con la Federazione Russa per esplorare le modalità di cooperazione possibili in campo agroalimentare. Le PMI italiane sono infatti ritenute controparti interessanti da molti operatori russi (imprese ed autorità amministrative territoriali) per il trasferimento di conoscenze agronomiche (frutticoltura e colture in campo estensive), il miglioramento delle catene di produzione industriale (vinificazione, acquacoltura), e la progettazione e realizzazione di interi sistemi produttivi o logistici (movimentazione, stoccaggio, trasporto refrigerato) e sull’applicazione conoscenze e tecnologie specifiche al fine di ottenere standard di prodotto elevati.

Per l’Italia, la politica dell’import substitution agroalimentare può dunque costituire la base per un rilancio in grande stile dei rapporti commerciali. Bisogna che però le imprese meno internazionalizzate siano adeguatamente assistite per cogliere un’opportunità che può garantire un vantaggio competitivo di lungo periodo rispetto alla concorrenza internazionale. In questa logica diventa importante per le PMI appoggiarsi a società di servizio che, sfruttando il valore aggiunto di conoscenze relazionali di lunga data della Russia e del suo mercato, siano in grado di agevolare le imprese italiane nel selezionare i progetti più adatti e le controparti locali più affidabili ed idonee.

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 (articolo uscito su Corriere imprese del 26.09.2016)

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