La fusione fa la forza?

di Francesco Capobianco e Concetta Rau 
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I processi di razionalizzazione dei livelli di amministrazione dei territori in atto stanno comportando profondi mutamenti organizzativi, specie per quanto riguarda le Amministrazioni Comunali ovvero la più radicata ed antica forma di governo del territorio italiano.

In anni recenti, i Comuni, come è noto, hanno dovuto affrontare riduzioni in termini di risorse umane e finanziarie, riaprendo, di fatto, la secolare questione dell’eccessiva parcellizzazione del sistema comunale nazionale.

I tentativi di porre rimedio a questa frammentazione risale a oltre venticinque anni: dalla legge 142/90, la cui attuazione si rivelò particolarmente critica per le unioni comunali e le conseguenti fusioni obbligatorie, ai provvedimenti normativi degli ultimi anni che hanno introdotto agevolazioni a favore dei processi “aggregativi” e che hanno indubbiamente migliorato la cornice di riferimento.   

Tra il 1995 e il 2011, infatti, i Comuni interessati da processi di fusione sono stati 24 ed hanno portato alla costituzione di 9 nuovi Comuni; mentre, a seguito dell’entrata in vigore del decreto legge 95/2012, con il quale sono stati previsti meccanismi di incentivazione finanziaria, i processi di fusione hanno condotto all’istituzione di 75 “nuovi” Comuni, sopprimendone 179.

Per di più, al di là dei processi in corso di implementazione, nel prossimo triennio è stata già definita la data di istituzione di 11 “nuovi” Comuni ed anche il legislatore nazionale vede con favore questa tendenza, tant’è vero che la Legge di stabilità 2017 ha previsto l’innalzamento del contributo statale per le fusioni dal 40% dei trasferimenti erariali 2010 al 50%.

Uno degli strumenti a disposizione dei Comuni per il governo del processo di fusione è lo studio di fattibilità che, oltre ad analizzare il contesto socio economico dei territori interessati, identifica gli ambiti ottimali di aggregazione, i modelli organizzativi più efficaci ed efficienti, e più in generale i vantaggi e le criticità che si potrebbero manifestare a seguito di tali processi.

Gli studi di fattibilità, che Nomisma ha redatto in diverse occasioni, hanno evidenziato importanti vantaggi per i territori a seguito dei processi di fusione, al di là dell’indiscutibile beneficio derivante dagli incentivi finanziari di cui il “Comune Unico” può usufruire per un decennio. In particolare, i processi di fusione determinano un miglioramento dell’efficienza delle “macchine comunali” e della qualità dei servizi per i cittadini, grazie alla possibilità di dedicare risorse a specifiche funzioni difficilmente implementabili in piccoli contesti, consentono una più efficace programmazione degli investimenti e rappresentano, in molti territori, uno stimolo alla semplificazione dei processi amministrativi, grazie alla ridefinizione ex-novo del quadro regolatorio.

A fronte di tali vantaggi, però, i processi di fusione sono ancora limitati e pressoché assenti nel Sud Italia e, anche laddove è stato intrapreso il percorso di fusione, non sempre la cittadinanza si è espressa positivamente. Molto spesso le cause attengono a ragioni identitarie e non di rado vi è il timore da parte dei cittadini di sentirsi meno rappresentati e di vedere ridotti i servizi nei loro territori.

Sarebbe quindi necessario dotarsi, oltre che dello studio di fattibilità, che comunque rappresenta una base informativa indispensabile, di un piano operativo e di una progettazione esecutiva, che dettagli le scelte in un’ottica di lungo periodo, anche per rendere maggiormente consapevole la cittadinanza delle conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

In questo modo processi così sfidanti avranno più possibilità di essere vissuti come un’opportunità di cambiamento concreto.

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(articolo uscito su Corriere imprese del 13.03.2017)

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