In recupero l’export di vino emiliano-romagnolo

di Denis Pantini 
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Sulla scia di un nuovo record toccato nel 2016 dall’export del vino italiano (5,6 miliardi di euro, +4,2% rispetto all’anno precedente), anche quello emiliano-romagnolo registra un aumento vicino al 5%, interrompendo un biennio di cali continui che lo avevano portato a perdere quasi il 30% rispetto al massimo raggiunto nel 2013. I motivi di tale riduzione sono noti. Il vino sfuso pesa ancora per quasi il 70% sulle quantità complessivamente esportate dai produttori regionali e nel biennio 2014-2015, a fronte di un surplus di prodotto, gli spagnoli hanno riversato sul mercato internazionale 27 milioni di ettolitri a un prezzo dimezzato rispetto agli anni precedenti. Trattandosi di una commodity per la quale l’origine non conta, anche lo sfuso emiliano-romagnolo ha dovuto subire la mannaia del mercato che si è inesorabilmente abbattuta sulle proprie quotazioni. Poi il cambio di rotta nel 2016, quando la Spagna ha ridotto del 10% le vendite all’estero di vino in cisterna, i prezzi si sono risollevati e di questa ripresa ne hanno beneficiato anche le imprese vinicole regionali che, nel frattempo, hanno contestualmente incrementato l’export di vini imbottigliati. Tanto che oggi, dal punto di vista dei valori, quest’ultima tipologia incide per più della metà dei 290 milioni di euro collegati alle vendite oltre frontiera. Si tratta di un risultato importante che segue un percorso di riqualificazione delle produzioni regionali e che anno dopo anno vede aumentare le quote di mercato dei vini emiliano-romagnoli nei paesi più dinamici. In quei mercati cioè dove non conta solo il prezzo (anche se resta una componente importante), ma dove i consumatori mostrano interesse ai territori di produzione, ai vitigni autoctoni, alla storia del produttore. Attualmente i vini emiliano-romagnoli trovano sbocco un po’ in tutto il mondo, con i mercati extraeuropei che arrivano a pesare per il 51% sull’export regionale – in valore -, contro il 35% di dieci anni fa, a testimonianza della crescita che ha soprattutto interessato il prodotto imbottigliato in questi mercati. Scendendo infatti nel dettaglio, vale la pena sottolineare come gli Stati Uniti rappresentino attualmente il secondo mercato di export per i vini regionali con una quota del 20%, subito dopo la Germania che precede con un 26%. Ma mentre quest’ultima ha perso incidenza nel decennio (nel 2006 il peso di questo mercato superava il 30%), nel caso degli USA si è registrato un incremento di quota vicino ai tre punti percentuali. Lo stesso dicasi per Canada, Giappone, Russia e soprattutto Cina, passata da meno dell’1% al 3% di incidenza sull’export. In una comparazione tra regioni del vino, con la performance del 2016 l’Emilia Romagna si conferma al quinto posto, a netta distanza dalla capolista – il Veneto – che nell’anno passato ha superato la soglia dei 2 miliardi di euro, vale a dire il 36% di tutto l’export italiano. Una performance trainata da un vino in particolare e che è altresì responsabile del record toccato dal settore a livello nazionale: il Prosecco. Se infatti depuriamo la crescita delle esportazioni vinicole italiane da quella del noto spumante, l’incremento scende dal 4,2% ad un più misero 0,2%. Un successo che testimonia nel contempo una tendenza ormai consolidata a livello globale verso il consumo di bollicine e per la quale anche le imprese regionali sono impegnate a valorizzare vini locali – come il Pignoletto – in grado di intercettare queste preferenze.

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(articolo uscito su Corriere imprese del 27.03.2017)

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