Una nuova cultura dell’abitare

Elena Molignoni, Nomisma 
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Uno dei meriti del Social Housing, diffusosi in Italia con il Piano Nazionale di Edilizia Abitativa del 2009, è quello di aver maturato competenze e nuove professionalità all’interno delle varie fasi dello sviluppo di progetti residenziali ed aver introdotto e disseminato una nuova cultura dell’abitare che si inserisce a pieno titolo tra i modelli di economia collaborativa, la sharing economy.

Gli aspetti che nel social housing realizzano l’economia della condivisione si ritrovano nelle parole chiave ricorrenti nella descrizione delle esperienze sviluppatesi in Italia: cittadinanza attiva, benessere, coinvolgimento, innovazione, socialità, ecosostenibilità, co-progettazione, mix sociale, riqualificazione edilizia e sociale e  partecipazione. Sintomatico, a questo proposito, il recente concorso living better #promuoviamo il futuro, promosso da CDPI SGR, Fondazione Housing Sociale, Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, Programma Housing della Compagnia di San Paolo e Urbit in collaborazione con Zooppa.it (piattaforma di crowdsourcing) che, per comunicare in modo nuovo e creativo le peculiarità del social housing, assume quali propri principali punti di forza e quali opportunità per i futuri abitanti proprio le peculiarità della sharing economy. Lo scorso 8 marzo a Milano sono stati premiati i 5 video vincitori, tra questi, il migliore è risultato “Crescere nel social housing” realizzato attraverso il linguaggio semplice e colorato di un bambino che conclude la descrizione della propria giornata con l’espressione “è bello condividere”.

Basta questa breve descrizione per affermare che il Social Housing coinvolge un campo di sperimentazione più ampio di quello delineato dalla normativa (che parla di ERS per differenziarla dall’ERP), che prende avvio da alcune interessanti sperimentazioni condotte dalle organizzazioni cooperative e del terzo settore, prima ancora che fosse introdotto nel nostro ordinamento. E’ un campo di sperimentazione che è in divenire, perché in divenire è la domanda di residenzialità che cambia con la pluralizzazione della famiglia, le modalità di lavoro, i cambiamenti nella struttura demografica della popolazione, l’organizzazione fisica dei luoghi e la ricerca del benessere.

Dalle esperienze fin qui condotte si possono identificare tre principali caratteristiche del Social Housing che segnano un punto di rottura rispetto all’edilizia residenziale pubblica: rilevanza della dimensione sociale degli interventi; area di disagio sociale non estremo, tipico di soggetti esclusi dai benefici pubblici ma al contempo non in grado di accedere al mercato; partnership pubblico-privato-non profit per la promozione e successiva gestione dei progetti.

Ciò che vorrei evidenziare è la componente di «socialità» degli interventi che può articolarsi in varie forme: residenze con spazi comuni destinati alla socializzazione; strutture con servizi comuni (servizi socio-sanitari, socio-assistenziali e di accompagnamento, assistenza domiciliare per anziani e disabili, doposcuola, babysitting, eccetera); progetti abitativi che puntano sul coinvolgimento diretto e attivo dei residenti nella fase di progettazione e realizzazione, così come nella manutenzione (progetti di autocostruzione, di autorecupero, di cohousing); apertura dei servizi forniti ai residenti, al vicinato, in un’ottica di sviluppo di comunità; progetti abitativi che, grazie a particolari servizi e soluzioni, riescono ad accogliere categorie di utenti non completamente autosufficienti o con necessità di assistenza; passaggio dall’amministratore condominiale al gestore sociale.

Il protagonismo dei futuri utenti del servizio abitativo rappresenta un elemento innovativo in un mercato, quello dell’abitazione, che per troppo tempo ha prodotto progetti rivolti ad una domanda generica e indifferenziata. A fronte del cambiamento strutturale in corso il successo dei progetti immobiliari è sempre più legato alla capacità degli operatori di leggere la domanda ed interpretarla correttamente, anche attraverso processi di personalizzazione molto spinti. 

E, proprio le esperienze di Cohousing e di Social Housing si fondano su meccanismi di aggregazione della domanda, attraverso attività che facilitano la formazione della futura comunità di abitanti che realizza o co-progetta direttamente interventi abitativi, come nel caso dell’autorecupero e del cohousing, ovvero favorendone la costituzione ex post attraverso un’attività di accompagnamento che tende a sviluppare il senso di comunità e appartenenza.

Un altro elemento di innovazione introdotto dal Social Housing è rappresentato dai diversi target di utenti, che non sono espressione di una generica domanda di casa ma di una domanda di servizi abitativi che si articola diversamente in funzione dei diversi stati di vita.

Ecco allora che sulla scena italiana sono apparse le residenze per anziani, normali abitazioni private dotate di adeguati accorgimenti architettonici, arricchite con servizi sociali e comunitari di quartiere e inserite in un contesto contraddistinto da una ricca rete di supporti sociali e di vicinato. Le persone possono condividere spazi e servizi comuni, ma sono autonome nella gestione delle proprie esigenze quotidiane. Le soluzioni abitative vanno dagli appartamenti in condivisione, agli alloggi di anziani che ospitano studenti universitari con forme contrattualizzate di aiuto alla pari, alle case albergo, le cosiddette abitazioni-canguro (Francia, Belgio, Danimarca), bi-appartamenti con alloggi comunicanti per un anziano residente e una famiglia caregiver contrattualizzata, ai minialloggi per gli anziani annessi all'abitazione della famiglia.

E ancora, gli studentati, che vedono un’offerta di housing rivolta, oltre che agli studenti, agli accademici, ai giovani lavoratori, ai temporary users per lavoro o turismo. L’immobile è solitamente dotato di servizi tecnologici tra cui fibra per internet, banda larga e wifi, spazi comuni per co-studying, co-working e spazi per la ristorazione. Il cortile può diventare uno spazio pubblico circondato da caffetteria, un ristorante, e altre strutture e spazi comuni.

Sul versante dei giovani l’offerta del condominio diffuso, con il quale si propone una dimensione collettiva dell’abitare, che agevola le relazioni tra partecipanti al progetto, tra residenti dello stesso stabile, e sviluppa iniziative per e con il quartiere, con ricadute anche sul resto della città. L’obiettivo, si legge, è quello di dar vita ad una comunità sostenibile composta da un gruppo di persone motivate e consapevoli delle potenzialità del vivere collaborativo e partecipato.

Tutte queste esperienze portano con sé elementi di innovazione di processo, di progetto e gestionale ma, soprattutto, come dicevo all’inizio, una nuova cultura dell’abitare.

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(Articolo pubblicato su il Quotidiano Immobiliare, lunedì 3 aprile 2017)

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