La Macronomics – rottura o continuità?

Photo by Antonio Marín Segovia

Andrea Goldstein, Managing Director, Nomisma 
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Salvo sorprese, peraltro sempre possibili come dimostrato sia dalla Brexit e da Trump, sia dalla campagna elettorale di quest’anno, il prossimo presidente francese sarà Emmanuel Macron. Allievo di Paul Ricœur a Nanterre, uscito da Sciences-po e dall’ENA (come tutti i presidenti dal 1974, tranne François Mitterand e Nicolas Sarkozy), ex banchiere di Rothschild, coordinatore della Commissione Attali sulle riforme, vice segretario-generale dell’Eliseo e ministro dell’Economia, Macron si definisce “progressista” e “candidato del lavoro e delle classi medie e popolari”. Il suo programma presenta molteplici elementi d’interesse anche per il pubblico italiano, sia perché molti cercano già di presentarsi come suoi epigoni nostrani, sia perché per l’Italia una Francia più competitiva è contemporaneamente un vantaggio (crescita in uno dei nostri partner commerciali, di nuovo capace di riprendere il suo ruolo in Europa) e un rischio (maggiore capacità di concorrere sui mercati internazionali e di attrarre capitali esteri, anche italiani).

Presentate il 2 marzo insieme al “contrat pour la nation” coordinato da Jean Pisani-Ferry, fondatore del think tank europeo Bruegel e più di recente direttore di France Stratégie, le sue proposte economiche sono molto più liberali del programma protezionista di Marine Le Pen, senza arrivare ai toni neo-thatcheriani di François Fillon. Nella sostanza Macron s’inserisce in un contesto di continuità con la presidenza di François Hollande, cui deve la sua rapidissima ascesa in politica ma da cui ha cercato di distanziarsi durante la campagna.

Nella sua diagnosi, Macron osserva che in Europa l’austerità (“iper-consolidamento fiscale”) è stata pro-ciclica, aggravando e prolungando la recessione, e ha lasciato in eredità un deficit di investimenti e infrastrutture. La sfida è inventare un nuovo modello di crescita giusta e sostenibile perché ecologica e al servizio della mobilità sociale. L’ipotesi di partenza del programma è che il PIL registri +1,4% quest’anno e +1,8% en 2022, valori più pessimistici (e realistici) che le cifre sbandierate dagli altri candidati, che promettono di superare il 2% già nel 2018.

Per affrontare ambedue le sfide, la via maestra è quella delle riforme strutturali, buone per la Francia e indispensabili per rassicurare la Germania, tanto più che il calendario politico del 2017 offre una finestra di quasi cinque mesi tra lo scrutinio presidenziale del 7 maggio e le elezioni Oltrereno di fine settembre. Macron osserva che solo una politica seria e credibile può convincere Berlino a costruire un vero budget dell’Eurozona con risorse all’altezza, controllato democraticamente (anche se non è chiaro come) e gestito da un ministro dell’Economia e delle Finanze. La filosofia è quella dell’integrazione basata sui principi della responsabilità e della solidarietà.

In politica fiscale, l’obiettivo è realizzare nel quinquennio economie più che sufficienti a coprire i nuovi investimenti, in modo tale da ridurre il disavanzo a 0,5% del PIL nel 2022 (con tassi d’interesse previsti all’1,7%, forse con troppo ottimismo), senza toccare l’IVA. Da un lato, Macron intende realizzare una spending review da 60 miliardi, di cui 25 nelle politiche sociali (15 nella sanità, contenendo l’aumento delle spese a 2,3% per anno), 10 nelle spese degli enti locali e il resto grazie a “un mode de gouvernance totalement nouveau”, come ha dichiarato in un’intervista a Les Échos. L’incidenza della spesa pubblica sul PIL (attualmente al 55,3%, rispetto a 57,5% nel 2014) si ridurrebbe del 3% sul quinquennio. Probabile che venga posticipata l’introduzione della ritenuta alla fonte per l’imposta sul reddito, in teoria prevista per il 1 gennaio 2018. D’altro lato, il candidato di En Marche prevede di investire 50 miliardi nella formazione di giovani e disoccupati (15), nella transizione energetica ed ecologica (15) e in altre priorità che vanno dalla sanità al digitale, dall’agricoltura ai trasporti.

Nella funzione pubblica, Macron considera possibile non rinnovare 120 mila posti nel corso del quinquennio, di cui 70 mila sarebbero dipendenti delle regioni e dei dipartimenti e il resto funzionari dello Stato: il tutto senza toccare il sistema sanitario nazionale. Guadagneranno invece nuovi effettivi la polizia e la gendarmeria (10 mila, anche per rafforzare i controlli alle frontiere) e la scuola (da 4 a 5 mila nuovi insegnanti). Maggiore flessibilità nell’applicare le regole del settore privato per le assunzioni decentralizzate e nel “modernizzare” lo statuto dei dipendenti pubblici, anche individualizzando le remunerazioni. Impegno a rispettare il limite, recentemente riaffermato dalla Corte dei Conti, delle 1.607 ore di lavoro all’anno.

Sempre nella scuola, per portare da 22,7 a 12 il numero di allievi per classe nei primi due anni delle elementari (CP e CE1) nelle aree disagiate, la disponibilità degli insegnanti ad operare nei REP (réseaux d'éducation prioritaires) verrà ricompensata portando il premio annuale da 1.000 a 3.000 euro. Sono previsti risparmi sul baccalaureat (riducendo da sei a quattro le prove finali, nel biennio finale del liceo) e maggiore flessibilità sia nella selezione dei docenti da parte dei presidi, sia nella modulazione della giornata scolastica (“rythmes scolaires”, riformati nel 2013/14).

Nel campo delle politiche del lavoro, l’obiettivo è ridurre la disoccupazione da 10% a 7% nel 2022, con un risparmio stimato di 10 miliardi di euro. I nuovi posti di lavoro sarebbero creati dal rimbalzo congiunturale (550 mila) e dalle riforme strutturali (750 mila). Oltre a riaffermare la fiducia nel Jobs Act transalpino, la legge El Khomri del 2016 che invece il candidato PS rinnega, Macron intende flessibilizzare l’applicazione delle 35 ore (che rimarrebbe comunque la durata fissata dalla legge), introdurre un massimale sulle indennità di licenziamento e favorire le negoziazioni decentralizzate (a livello di settore e di impresa, anche se il basso tasso di sindacalizzazione nel privato, appena 7%, complica l’applicazione di questo sistema). Per ogni assunzione di un giovane che risiede nelle 200 periferie critiche, il datore di lavoro (che non per forza vi deve essere installato) riceverà un sussidio di 15.000 euro su tre anni (“emplois francs”). Se da un lato Macron non considera i sindacati soggetto portatore d’interesse generale e pertanto ne desidera ridurre fortemente il ruolo politico, dall’altro intende rafforzare il dialogo sociale, punto debole delle relazioni industriali in Francia, incitando le società con più di 2.000 dipendenti a riservare al personale la metà dei posti nei consigli di sorveglianza (questo ovviamente solo per quelle che hanno adottato il modello duale di governance).

L’ente paritetico che gestisce l’assurance-chômage (l’Unedic, fortemente indebitato) passerà al pubblico, sarà finanziato dalla fiscalità generale (con un aumento della CSG) e non più da contributi dei lavoratori e diventerà universale. Le allocations verranno estese ai salariati che lasciano volontariamente il proprio posto dopo almeno cinque anni e a lavoratori autonomi, agricoltori, liberi professionisti, mentre, per incitare il ritorno al lavoro, la prime d’activité (una prestazione previdenziale per chi guadagna poco più dell’indennità di disoccupazione) verrà aumentata del 50%. Per evitare gli abusi nell’utilizzo dei contratti precari, si prevede l’instaurazione di un sistema di bonus-malus che ricompensi le imprese che pesano poco sulle casse dell’Unedic.

A dimostrazione della sua ammirazione per la flex-security scandinava, Macron intende aumentare le risorse per le politiche attive e la formazione, anche degli adulti. Propone di rendere obbligatorio il “bilancio delle competenze” per individualizzare le attività di sostegno e di sospendere i sussidi ai disoccupati che rifiutino due proposte di assunzione consecutive e quando il salario offerto è almeno il 75% dell’ultimo posto ricoperto.

La riforma delle pensioni passerà attraverso l’applicazione progressiva, lungo l’arco di 10 anni, del sistema a punti che vige per le pensioni complementari per arrivare all’unificazione dei 37 regimi esistenti. Indipendentemente dallo statuto del lavoratore e dal settore d’attività, a ogni euro versato come contributo dovranno corrispondere gli stessi diritti: senza toccare né il sistema per ripartizione, né l’età pensionistica legale, un salariato potrà contribuire più a lungo, accumulando punti che danno diritto a una pensione più ricca. La riforma non si applicherà ai lavoratori che siano a meno di cinque anni dalla pensione.

Pur essendo stato un tema importante della campagna, l’immigrazione riceve poca attenzione nel programma. Essenzialmente una preferenza per la cosiddetta “immigrazione per scelta” difesa da Sarkozy (anche se nel 2016 sono stati concessi solo 220 visti compétences talents e 3350 destinati a ricercatori) e un impegno a rimpatriare i rifugiati cui non viene riconosciuto il diritto d’asilo (oggi 97% restano in Francia).

Sul fronte della competitività, la priorità è ridurre di 20 miliardi gli oneri tributari (imposte, tasse e contributi), con un’equa distribuzione tra imprese e famiglie. Verranno soppressi i contributi sugli straordinari e, per la parte del lavoratore, quelli per le assicurazioni contro la disoccupazione e sulla salute, interventi compensati con un aumento del contributo assicurativo generale (CSG) dell’1,7%. Previste anche l’esonero completo del salario minimo (Smic) e la trasformazione del CICE (Crédit d’impôt compétitivité emploi), rendendo permanente la riduzione degli oneri sociali ed estendendo la misura a piccole imprese, lavoratori autonomi e terzo settore.

Per quanto riguarda la tassazione d’impresa, l’aliquota verrà portata da 33,3% a 25%, in linea con la media europea (che era invece del 33% nel 1999). Entro il 2020 Macron vorrebbe esonerare dalla tassa d’abitazione circa l’80% delle famiglie (che pagano meno di 22.000 euro all’anno), compensando i comuni per la perdita di gettito (costo dell’operazione, 10 miliardi all’anno). Misura simbolica dei governi francesi, l’ISF (Impôt sur la fortune) verrà trasformata in imposta sulle rendite immobiliari, escludendo dal computo dell’imponibile le rendite finanziarie ma anche i diritti di sfruttamento della proprietà intellettuale.

Ricca d’idee è la sezione sulla politica energetica. Macron si pone come obiettivo di riequilibrare il mix, riducendo il peso del nucleare al 50% (entro il 2025) e portando le rinnovabili al 32% (nel 2030). Per questo s’impegna (come Hollande aveva fatto nel 2011) a chiudere la vetusta centrale nucleare di Fessenheim, ma non prima dell’entrata in funzione del reattore EPR di Flamanville (in teoria previsto nel 2019, dopo un investimento di 10,5 miliardi di euro). Per combattere le emissioni di CO2, l’imposizione sul diesel verrà progressivamente allineata con quella della benzina e verrà aumentata la carbon tax. Proposto anche un contributo di 1000 euro per sostituire i veicoli diesel.

In tempi grami per i fautori della globalizzazione, Macron si oppone al protezionismo, anche se non si pronuncia apertamente né sul TTIP, né sul market economy status per la Cina. Propone azioni specifiche per salvaguardare gli interessi europei, tra cui un Buy European Act che riservi gli appalti alle imprese che realizzano almeno la metà delle proprie attività in Europa e l’istituzione della figura del procuratore europeo del commercio per vigilare sul rispetto degli impegni contenuti nei trattati. Di fronte allo strapotere dei Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple) americani, sostiene la necessità di creare un mercato unico dell’economia digitale.

Su concorrenza e privatizzazioni, infine, Macron è abbastanza vago. Riconosce che spesso i mercati dei beni e dei servizi funzionano male, soprattutto nel settore delle costruzioni, ma non propone nessuna misura specifica. Desidera creare un Fonds pour l’industrie et l’innovation da 10 miliardi, finanziato con i dividendi delle imprese pubbliche e dato in gestione a Bpifrance, che in parallelo accompagnerà l’internazionalizzazione delle PMI.

Tre anni prima che Macron nascesse, un altro candidato dal profilo abbastanza simile – “di destra” in economia, “di sinistra” sui temi della società – veniva eletto Presidente. Anche Valéry Giscard d'Estaing guardava con ammirazione il modello scandinavo, con i suoi valori e le sue istituzioni. Che quasi mezzo secolo dopo la Francia cerchi ancora di percorrere questa strada la dice lunga sugli ostacoli che incontrano i riformatori. E che renderanno difficile anche l’azione di Macron, il cui movimento assai difficilmente avrà i voti in Parlamento per governare da solo dopo le elezioni di giugno.

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(Una versione sintetica di questo approfondimento è pubblicata su La Voce, martedì 18 aprile 2017)

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