Agroalimentare: corre l’export italiano, il 15% dalle imprese emiliano-romagnole

di Denis Pantini, Responsabile Area Agroalimentare Nomisma
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Con una crescita vicina al 7%, anche nel primo semestre di quest’anno l’export agroalimentare italiano ha continuato la sua corsa che dura ormai da oltre dieci anni e che ha subito un brusco arresto solamente nel 2009, a causa dello “scoppio” della recessione globale. Rispetto ai 17 miliardi di euro di prodotti agroalimentari esportati nel 2000, l’anno scorso le imprese italiane sono riuscite a portare questo valore ad oltre 38 miliardi di euro. Confrontando poi il tasso medio annuo di crescita tra prima dell’avvio della crisi internazionale (2009) e nei sette anni successivi, si nota un’accelerazione significativa: se infatti nel settennio precedente (2002-2009), questo tasso di variazione (CAGR) è risultato pari a 3,7%, nel periodo 2009-2016 è arrivato al 6,5%. Continuando a questa velocità, il 2017 si potrebbe quindi chiudere con un valore superiore ai 40,5 miliardi di euro. Al raggiungimento di questo traguardo hanno indubbiamente contributo le imprese emiliano-romagnole: con quasi 6 miliardi di euro, la regione si colloca infatti al secondo posto nella graduatoria nazionale per valore dell’export agroalimentare, preceduta solo dal Veneto il cui peso sulle vendite italiane oltre frontiera si avvicina al 17%. Questo sviluppo delle esportazioni rappresenta il prodotto di diversi fattori. Da un lato la recessione economica e il conseguente calo dei consumi alimentari sul mercato interno ha obbligato le imprese a volgere lo sguardo al di fuori dei confini nazionali, ampliando la platea degli esportatori; dall’altro, nell’individuazione dei mercati di sbocco si è cercato di “allargare il tiro”, esportando in quei paesi geograficamente più distanti ma con dinamiche di crescita – sia dal punto di vista del reddito disponibile che dei consumi alimentari – più rilevanti. A tale proposito, basti pensare al fatto che mentre nel 2000 l’Unione Europea era destinataria del 70% dell’export agroalimentare italiano, sedici anni dopo tale incidenza è scesa al 65%. Tra le aree che hanno visto invece crescere le vendite dei nostri prodotti figurano l’Asia e il Nord America. Oggi gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato di sbocco (dopo Germania e Francia) e assieme al Canada pesano per oltre il 12% sulle esportazioni agroalimentari italiane. Nel caso di quelle emiliano-romagnole l’incidenza è più bassa (9%) ma non si può certo dire che non ci sia stata una crescita in questi mercati: +282% la variazione tra il 2000 e il 2016, contro una media del 121% per tutto l’export agroalimentare regionale. Ed è alla luce della strategicità di questi mercati se il continuo rafforzamento dell’euro sul dollaro e le periodiche dichiarazioni di Trump verso un innalzamento delle barriere commerciali iniziano a destare più di qualche timore tra le imprese del food&beverage italiano. Preoccupazioni più che legittime che saranno oggetto di approfondimento del prossimo Forum Agrifood Monitor, organizzato da Nomisma e Crif in quel di Varignana il prossimo 29 settembre dove verranno messi a confronto i risultati di uno studio su posizionamento competitivo e reputazione dei nostri prodotti alimentari presso il consumatore statunitense e canadese, vale a dire in due mercati tra loro limitrofi e per molti versi simili, ma i cui rispettivi Governi hanno intrapreso direzioni completamente opposte sul fronte delle relazioni commerciali con le nostre imprese: uno – gli USA – abbandonando qualsiasi tavolo di negoziato volto a ridurre le barriere tariffarie e non tariffarie, l’altro – il Canada – in procinto di avviare dal prossimo 21 settembre, seppur in via provvisoria, un accordo di libero scambio.

(articolo uscito su Corriere imprese del 25.09.2017)

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