11 giugno 2015 – Il cambio di tono delle politiche economiche europee ha dato spazio a una ripresa italiana ma c’è ancora molto da fare

Bologna, 11 Giugno 2015 – “Con il numero di giugno si chiude la serie di scenari avviata nel novembre 2013. E’ stato un percorso contrassegnato da una visione critica del modo unilaterale in cui l’Europa ha affrontato la sua crisi. Si sono purtroppo realizzati i timori, segnalati da alcuni sin dall’indomani delle manovre di austerità, circa le gravi e protratte ripercussioni recessive delle politiche fiscali front loaded intraprese in risposta alla crisi dell’euro (altrimenti detta crisi dei debiti sovrani). La scelta di mettere da parte le necessità di sostegno del ciclo economico, in condizioni di insufficienza di domanda, ha comportato danni strutturali al potenziale produttivo, ovvero proprio a quella variabile economica che si sarebbe invece voluto rafforzare”. Da qui parte la riflessione di Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, pubblicata oggi sulla Newsletter del sito del Think Tank bolognese.

Secondo De Nardis, non si è fatto abbastanza per superare in modo non distruttivo la crisi di credibilità della moneta unica. Era infatti possibile “utilizzare strade alternative meno costellate di errori di politica economica, con una governance europea adeguata nell’interpretare le cause e nell’individuare le azioni coordinate e simmetricamente distribuite tra i paesi partner”.

La ripresa che oggi osserviamo è cominciata quando le politiche, tra 2014 e 2015, si sono fatte più espansive - moneta- o meno depressive - finanza pubblica- cioè quando si è riconosciuta la fallacia dell’approccio seguito nel periodo precedente. Ma questa ripresa è sufficiente? L’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, assegna un voto B- all’evoluzione dell’economia globale. Non è il caso di assegnare una votazione alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è di per se un fatto positivo. È però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva. Data la profondità della caduta in cui si è incorsi, la risalita sarà lenta. Se l’attività economica crescesse dell’1,5% all’anno dal 2016 in poi, solo nel 2026, cioè dopo 19 anni, si riconquisterebbero i livelli medi di benessere che contrassegnavano il 2007. Se la crescita fosse del 2,5%, quei livelli si raggiungerebbero un po’ prima, nel 2022, ma pur sempre dopo 15 anni dall’inizio della caduta.

È necessaria un’azione di politica economica volta a rivitalizzare una crescita che è stata annichilita dagli eventi successivi al 2007. Per fare questo occorre un impegno europeo.
L’immissione di liquidità operata dalla Bce può non essere abbastanza per far ripartire le aspettative di inflazione nella misura necessaria all’obiettivo del 2%. Come specifica De Nardis:“la politica monetaria non convenzionale ha bisogno di essere affiancata alla politica fiscale per essere efficace. Tuttavia la flessibilità consentita dalla Commissione si muove entro stretti limiti, mentre i paesi che avrebbero spazio per azioni di stimolo (come la Germania) sono restii a farlo”.

Non si è, dunque, fatto ancora abbastanza sul lato del sostegno della spesa e si devono inserire azioni strutturali sul fronte dell’offerta utili a correggere il gap di domanda. Vanno in questo senso tutte le misure volte ad abbattere l’incertezza sul futuro che riduce la voglia di spendere degli operatori privati e quelle dirette a rimuovere gli ostacoli (istituzionali, regolatori, legali) che abbassano la propensione all’investimento. Le politiche di riforma strutturale sono importanti nella misura in cui contribuiscono a curare la debolezza della domanda aggregata.
“I nodi della ripresa sono – oggi come un anno e mezzo fa – ancora in gran parte lì.” - conclude De Nardis.

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