Roma, Istat, Aula Magna, ore 9.15 - Workshop di Istat "Struttura e performance delle imprese italiane: nuove informazioni statistiche per misurare i risultati economici, la complessità e il potenziale di crescita del sistema produttivo". Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma, partecipa alla tavola rotonda presieduta da Giovanni Barbieri, Direttore Centrale delle statistiche strutturali sulle imprese.

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Roma, Federazione Banche Assicurazioni e Finanza, ore 9.00 – Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma, interviene al workshop del convegno “Tre mosse per archiviare la crisi: le prospettive economiche 2014-2018” organizzato da Economia Reale.

Programma

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Roma, Palazzo Koch, ore 9.00 - Convegno Banca d'Italia - “Gli effetti della crisi sul potenziale produttivo e sulla spesa delle famiglie in Italia”. Sergio De Nardis, Chief Economist di Nomisma partecipa alla Tavola rotonda nella sessione pomeridiana.

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Giovedì, 06 Novembre 2014 00:00

6 novembre 2014 – Una manifattura diversa

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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I nuovi conti nazionali forniscono l’immagine di una manifattura in parte diversa rispetto a quanto era noto. Un settore più piccolo in rapporto all’insieme dell’economia, meno intensivo di lavoro e quindi più efficiente nell’impiego di questo fattore, più profittevole, ma anche maggiormente drenato di risorse nel corso del tempo dalla parte restante e meno efficiente dell’economia. Alla base del rialzo nel livello di produttività per lavoratore è il più elevato numero di ore lavorate per occupato rispetto alle precedenti stime. A ciò si accompagnano, inoltre, redditi orari di lavoro più bassi. Mentre il salto di livello della produttività è significativo, alcuni miglioramenti si osservano anche nella dinamica del valore aggiunto in volume per addetto, soprattutto nel periodo che precede la crisi. Nell’insieme scaturisce una manifattura contrassegnata da un livello competitivo migliore rispetto a quanto era implicito nelle vecchie stime. Resta, invece, confermata la fase di forte difficoltà attraversata dall’industria negli ultimi anni sotto l’impatto della duplice caduta recessiva, con stasi della produttività e crescente compressione della quota dei profitti. Una condizione da cui è difficile uscire senza una vera ripresa della domanda e, quindi, dell’attività produttiva.

Nuovi conti. La revisione della contabilità nazionale, con il passaggio del Sistema europeo dei conti (Sec) dalla versione 1995 a quella 2010, è stata l’occasione per l’Istat di operare significative innovazioni nelle metodologie di misurazione che si sono rese possibili anche per la disponibilità e possibilità di integrazione di nuove e più complete basi di dati, dando luogo a una struttura informativa molto differente da quella su cui erano costruite le precedenti stime. L’attenzione di gran parte degli osservatori, catalizzata dalla correzione del Pil e dalle connesse modifiche nei rapporti di finanza pubblica, non ha colto la rilevanza di questi cambiamenti. Essi sono pervasivi, interessando tutti i settori e in misura significativa l’apparato industriale: la manifattura che emerge dai nuovi conti appare diversa da quella che era nota sulla base delle precedenti valutazioni[1].     

Manifattura più piccola. L’industria manifatturiera del Sec 2010 è più piccola in rapporto all’economia, in termini di valore aggiunto e, soprattutto, di occupazione. Le figure 1a-1c mostrano che la dinamica della caduta del peso della manifattura non risulta sostanzialmente modificata nel passaggio dalla vecchia alla nuova contabilità nazionale: la tendenza e l’intensità del processo di deindustrializzazione nell’economia italiana rimangono quindi confermate nelle nuove stime. Ciò che si modifica è il livello, in misura più rilevante quando si considerano il valore aggiunto in volume e l’occupazione. Calcolando il peso manifatturiero in unità di lavoro, esso scende in rapporto all’intera economia dal 19,3% del 1995 al 14,9% del 2013; nel precedente schema contabile la contrazione era dal 21,3% (1995) al 16,9% (2013). Confrontando le due contabilità emerge dunque una riduzione del peso dell’occupazione industriale sull’intera economia di circa due punti percentuali, uno scalino in discesa sostanzialmente costante tra l’inizio e la fine del periodo. Tale ridimensionamento è il risultato tanto di una significativa revisione al ribasso dell’input di lavoro assorbito dalla manifattura (considerando il periodo più recente 2000-13, si tratta in media di 450.000 unità standard in meno, pari a -10% rispetto alle precedenti stime), quanto di una correzione al rialzo dell’input di lavoro impiegato nell’intera economia (116.000 unità in più, in media, nello stesso arco di tempo, +0,5%). Passando, quindi, dalla vecchia alla nuova contabilità, il lavoro si è ridistribuito dalla manifattura verso altre attività, soprattutto nei servizi (dove l’occupazione è più alta di 640.000 unità, +4%); oltre a ciò, è aumentato il numero complessivo di occupati nell’intera economia.

Ulteriori informazioni sono ricavabili dalla figura 1d che mostra l’andamento della ragione di scambio (rapporto tra deflatori) dell’industria manifatturiera rispetto al resto dell’economia. La tendenza calante, riscontrabile sia nella precedente che nella nuova contabilità, sta a indicare il processo di assorbimento di risorse reali che i settori meno produttivi operano nei confronti di quello più efficiente, ovvero la manifattura; processo derivante dal semplice fatto che i prezzi degli altri settori, a minor dinamica di produttività, crescono più di quelli manifatturieri, talché occorre “cedere” nel tempo più manufatti per ottenere in cambio un’unità di beni degli altri settori. Ebbene nelle nuove stime questa sottrazione di risorse nei confronti della manifattura appare più accentuata: tra il 2000 e il 2013, la flessione della ragione di scambio del manifatturiero in rapporto al resto dell’economia è stata dell’1,4% all’anno, tre decimi di perdita in più rispetto ai vecchi conti (-1,1%). Il Sec 2010 porta dunque alla luce più marcati divari nelle dinamiche di produttività e, di conseguenza, dei prezzi tra l’industria manifatturiera e gli altri settori, con un maggior drenaggio di risorse dei secondi nei confronti del primo.

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Ma più produttiva e caratterizzata da maggior sforzo lavorativo. La forte revisione al ribasso del volume di occupazione industriale, in presenza di modifiche più contenute del valore aggiunto, comporta che nei nuovi conti la manifattura appaia notevolmente meno intensiva di lavoro e, quindi, più efficiente nell’utilizzo di questo fattore produttivo rispetto a quanto si conosceva sulla base dei vecchi conti. Considerando il periodo 2000-13, il valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro è, in media, più elevato dell’11,7% (tab. 1, quarta colonna). Un balzo che è fondamentalmente dovuto al maggior numero di ore lavorate in media da ogni occupato (dipendente e indipendente) a tempo pieno (+10,6%), a fronte di un rialzo assai più contenuto della produttività oraria (+1%). La manifattura è risultata, dunque, più efficiente non tanto perché si è prodotto di più per ogni ora di lavoro, ma perché si è lavorato per molte più ore pro-capite rispetto a quel che si sapeva: nella media del periodo vi sono state, rispetto alle precedenti stime, 190 ore in più all’anno per occupato a tempo pieno, che diventano 260 per i soli lavoratori dipendenti a tempo pieno. Prendendo a riferimento l’orario normale da contratto di una giornata di lavoro, ciò equivarrebbe a circa un mese e mezzo in più in media all’anno per unità di lavoro dipendente a tempo pieno. Se dunque l’affermazione di un minor sforzo lavorativo in termini di ore degli occupati italiani nel confronto con i partner europei appariva già discutibile secondo i vecchi dati, alla luce dei nuovi sembra ancor più priva di fondamento.

Tab. 1 -Industria manifatturiera: valore aggiunto a prezzi correnti per unità di lavoro e per ora lavorata e ore di lavoro per occupato a tempo pieno (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Il forte incremento di ore di lavoro per occupato a tempo pieno non si è riflesso in un aumento proporzionale dei redditi pro-capite, in quanto la nuova contabilità evidenzia anche un abbassamento del costo orario del lavoro rispetto alle precedenti stime. Considerando il lavoro dipendente, nel periodo 2000-2013 i redditi per unità standard di lavoro sono stati più elevati del 5,8% rispetto ai vecchi conti, a fronte però di un ridimensionamento dei redditi per ora di lavoro dell’8,2% (tab. 2, quarta colonna).

Tab. 2 -Industria manifatturiera: redditi da lavoro dipendente per occupato e ore di lavoro  (differenze % tra i livelli medi di periodo nella nuova e vecchia contabilità)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Più profittevole, ma colpita dalle recessioni. A seguito di queste variazioni, ne consegue che la maggiore produttività rivelata dai nuovi conti è stata assorbita in gran parte dai profitti dell’industria manifatturiera. Mediamente nel periodo 2000-2013 il livello della wage share, ovvero la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro (dipendente e indipendente), è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 3,7 punti percentuali (fig. 2). A ciò ha simmetricamente corrisposto una quota di profitti sul valore aggiunto più elevata per un pari ammontare. Queste modifiche nelle quote distributive, in presenza di una maggiore produttività, vanno a disegnare un’industria manifatturiera con un livello competitivo migliore rispetto a quello che era implicito nei vecchi conti. Occorre, d’altra parte, osservare che la revisione contabile ha inciso in modo rilevante sui livelli di tali quote, ma relativamente poco sulla loro dinamica. In particolare ha comportato cambiamenti marginali nell’evoluzione della wage e della proft share negli ultimi anni, talché rimane confermato il crescente schiacciamento della porzione di valore aggiunto assorbita dai profitti a seguito della doppia recessione: tra il 2007 e il 2013, la quota dei profitti è calata di 11,1 punti percentuali (-11,8 nella vecchia contabilità). Tale compressione si è verificata nell’attesa, finora delusa, di miglioramenti della situazione economica ed ha svolto una funzione di cuscinetto nel contenere (col ricorso a riduzioni di orario tramite le varie forme di Cig, contratti di solidarietà, part-time) le ripercussioni dei cali di produzione sui livelli occupazionali.

Fig. 2 - Wage share nell'industria manifatturiera: redditi da lavoro (dipendenti e indipendenti) in rapporto al valore aggiunto (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Anche la dinamica della produttività è un po’ più robusta. La modifica nei livelli di produttività manifatturiera per lavoratore rappresenta un cambiamento importante che contribuisce a delineare, come detto, un’industria differente da quella che si conosceva. Cosa si può dire della dinamica della produttività, ovvero di quello che è considerato il punto di maggior debolezza della performance industriale nell’ultimo quindicennio? Anche sotto questo aspetto si riscontrano dei miglioramenti, pur se meno forti di quelli osservati negli scostamenti di livello. Tra il 2000 e il 2013, Il valore aggiunto manifatturiero per unità di lavoro è aumentato in volume di uno 0,2% in più all’anno rispetto alla precedente stima (fig. 3).

Fig. 3 - Dinamica della produttività del lavoro: Valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (1995=1)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Analizzando l’evoluzione per periodi (tab. 3), si vede che la maggiore crescita ha sotteso andamenti migliori di quelli in precedenza noti soprattutto nei primi anni del decennio scorso (0,6% in più all’anno tra il 2000 e il 2003). Inoltre, l’accelerazione della produttività nella successiva fase di ripresa (2003-2007) porta la relativa dinamica al 2,6% all’anno (0,2% in più rispetto alle precedenti valutazioni), rafforzando il giudizio circa il processo di riorganizzazione che la manifattura italiana ha realizzato in risposta all’aumento delle pressioni competitive di inizio millennio (moneta unica e Cina) e che le ha consentito, dal 2003, di rimettersi in marcia a un buon ritmo prima di essere pesantemente colpita dalle recessioni. Nell’insieme, dunque, le revisioni relative alla dinamica della produttività non sono così forti come quelle rilevate nei livelli, ma concorrono ad attenuare le valutazioni più pessimistiche sulle condizioni strutturali della nostra industria. Esse, peraltro, non modificano il quadro di forte difficoltà del settore manifatturiero degli ultimi anni come evidenziato dalla sostanziale stagnazione della produttività nella media del periodo 2007-2013. 

Tab. 3 -Industria manifatturiera: dinamica della produttività del lavoro - valore aggiunto in volume/Unità di lavoro (var. % medie annue e differenze tra variazioni %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Queste valutazioni riguardano la manifattura nel suo complesso. Intorno ai valori medi del settore si rilevano, però, performance molto variegate delle industrie che lo vanno a comporre. Nella figura 4 si riportano i comparti manifatturieri in ordine decrescente di dinamica media della produttività (istogrammi scuri) nell’arco di tempo 2000-2011[2], secondo il nuovo schema di contabilità Sec 2010. In questo periodo il valore aggiunto in volume per unità di lavoro è aumentato dell’1% all’anno nell’intera manifattura. La figura evidenzia che nove comparti su venti hanno fatto meglio della media di settore. Essi sono nell’ordine i prodotti farmaceutici (+4,4% all’anno), gli articoli in gomma e materie plastiche (+2,4%), autoveicoli (+2,3%), la carta (+2%), le apparecchiature elettriche (+2%), i macchinari e attrezzature (+1,7%), il tessile e abbigliamento (+1,6%), la lavorazione di minerali non metalliferi (+1,3%), le attività metallurgiche (+1,3%). Si tratta di produzioni metalmeccaniche in cui l’Italia è già relativamente forte, di alcuni settori del made-in-Italy tradizionale presidio della nostra manifattura, ma anche di comparti di svantaggio comparato (farmaceutica, gomma-plastica, autoveicoli). E’ da rilevare anche che in alcune di queste attività le nuove stime di contabilità correggono al rialzo la dinamica della produttività rispetto alle precedenti valutazioni. In particolare, a fronte di una revisione media all’insù per l’intera manifattura pari a +0,3% all’anno in tale periodo, i maggiori beneficiari delle nuove stime sono, in ordine decrescente di correzione (istogrammi chiari), le attività metallurgiche (la cui dinamica della produttività è stata rivista in meglio dell’1,2% all’anno), macchinari e apparecchiature (+1,1%), carta e prodotti in carta (+1%), prodotti farmaceutici (+0,8%), autoveicoli (+0,7%), gomma e plastica (+0,6%), minerali non metalliferi (+0,5%).

All’opposto, cadute della produttività tra il 2000 e il 2011 si riscontrano (istogrammi scuri) nella raffinazione di prodotti petroliferi, negli altri mezzi di trasporto, negli alimentari-bevande, nei prodotti chimici, e nei mobili e altre industrie manifatturiere. In alcuni di questi comparti la revisione di contabilità (istogrammi chiari) ha implicato un ulteriore appesantimento della performance (è il caso della raffinazione, degli altri mezzi di trasporto, degli alimentari), in altri ha invece determinato un miglioramento (come nel caso della chimica, dei mobili e altre industrie manifatturiere) senza poter però ribaltare in positivo una dinamica già in partenza sfavorevole.

Fig. 4 - Industria manifatturiera: variazione media annua della produttività nello schema Sec 2010 e differenze rispetto allo schema Sec 95 (variazioni medie % 2000-2011)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Quadro storico diverso, ma non cambiano le difficoltà di oggi. In sintesi, il nuovo schema contabile consegna una manifattura con caratteri diversi dal passato. Un settore relativamente più piccolo, ma con un peso nell’economia che rimane comunque rilevante se confrontato agli altri paesi europei (inferiore alla Germania, ma superiore a Francia e Spagna). Soprattutto un settore che si caratterizza per una minor intensità di input di lavoro e che, quindi, utilizza questo fattore produttivo con maggiore efficienza rispetto a quanto si sapeva. E’ un cambiamento che non dipende da modifiche nel peso delle varie industrie: il mix produttivo manifatturiero registra solo marginali modifiche nel passaggio da una contabilità all’altra. Il maggiore livello di produttività riflette un minor uso di lavoro a parità di comparti produttivi. Meno occupati, ma ciascuno contrassegnato in media da uno sforzo lavorativo maggiore in termini di ore. Da ciò discende il rialzo di efficienza: il livello della produttività oraria si incrementa solo in misura contenuta. E’ un settore anche più profittevole, con un relativo ridimensionamento della quota di valore aggiunto assorbita dal lavoro. Tutto questo concorre a disegnare una struttura industriale, in media, più competitiva rispetto a quanto implicavano le precedenti valutazioni. Una modifica che consente in parte di superare alcune contraddizioni interpretative del passato, quando era più difficile conciliare l’evidenza di un’ampia manifattura con quella di un suo basso livello medio di efficienza.   

Se il quadro storico cambia, non si modifica però la situazione dell’industria degli ultimi anni. Le due recessioni hanno colpito severamente l’apparato manifatturiero, la seconda più della prima. La drastica caduta della domanda interna, in atto dal 2011, ha investito tutte le imprese, anche quelle esportatrici che vendono, in realtà, la gran parte del loro fatturato nel mercato nazionale. Il danno è stato strutturale, nel senso che ha inciso molto probabilmente sulla capacità produttiva dell’industria, determinandone un ridimensionamento. La prospettiva di sostanziale stagnazione, che emerge dalla generalità delle previsioni, non è assolutamente adeguata per porre riparo a un simile danno. Senza una vera ripresa della domanda interna (italiana ed europea) anche le parti più competitive dell’apparato industriale sono a rischio di un duraturo arretramento.

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[1]In questa nota trattiamo delle conseguenze per la manifattura (industria al netto del settore estrattivo) delle revisioni metodologiche operate nella contabilità nazionale, sviluppando le considerazioni effettuate nel focus on della Newsletter di ottobre; non entriamo nel merito dei vari cambiamenti. Per la descrizione e spiegazione delle innovazioni metodologiche apportate nei nuovi conti si rinvia alle note informative dell’Istat, in particolare a I nuovi conti nazionali in Sec2010, 6 0ttobre 2014

[2]Ci si limita al 2011 per poter operare un confronto con la precedente contabilità nazionale che non contiene informazioni, nel dettaglio settoriale considerato, per gli anni 2012 e 2013. 

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Nomisma, Sala Incontri, ore 17.30. Presentazione del libro di Patrizio Bianchi “Globalizzazione, crisi e riorganizzazione industriale”.

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Roma, ore 10.30 – Sergio De Nardis, Chief Economist di Nomisma, interviene come discussant al Convegno di Banca d’Italia ”Concorrenza, mercato e crescita in Italia: il lungo periodo”, nella sessione “I fatti”.

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Francesco Capobianco, Economista Nomisma, dialoga con Sergio De Nardis (Chief Economist) e Giulio Santagata (Consigliere Delegato) 
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Francesco Capobianco
Dalla fine del mese scorso l’Istat, nell’ambito di una più ampia revisione dei conti nazionali a livello europeo, ha diffuso i nuovi Conti Economici  per l’Italia in base alla classificazione SEC 2010. Rispetto alle stime di marzo dello stesso istituto nazionale di statistica, prodotte sulla base della vecchia catalogazione SEC 95, sono emerse alcune differenze in relazione ai principali aggregati dell’economia. Il Pil nominale del 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%, non impattando sulla variazione annua a valori concatenati del Pil in volume (-1,9% per il 2013), interamente ascrivibile alle componenti della domanda nazionale al netto delle scorte.
Al di là delle implicazioni di queste revisioni sul rapporto tra indebitamento netto/Pil, passato da -3% a -2,8%, i dati che sembrano più interessanti hanno a che fare con uno dei punti focali dell’economia italiana: la produttività dell’industria.

Sergio De Nardis
La revisione dei conti nazionali ha portato qualche buona notizia su questo fronte confermando un sentore di un’industria migliore di come è stata molte volte dipinta: il settore industriale italiano è stato molto meno intensivo di lavoro e, quindi, più efficiente di quanto si pensasse. La consistente revisione al ribasso dell’input di lavoro ha determinato un sostanziale innalzamento del livello della produttività del lavoro come è statisticamente misurata: considerando la media del quadriennio 2009-2013, il valore aggiunto a prezzi correnti per addetto è più elevato,  rispetto alla precedente contabilità, del 14% nell'industria (comprensiva della produzione di energia) e dell'11,5% nella sola manifattura.
Anche nel periodo antecedente alla crisi tutt’ora in atto, si conferma un rapporto tra valore aggiunto (a prezzi correnti) e ULA (unità di lavoro dipendente equivalente a tempo pieno) più elevato rispetto a quello riscontrato con la precedente contabilità: +13,2% nell'industria e +11,8% nella manifattura.
E’ un cambio abbastanza radicale, un’altra industria.

Giulio Santagata
Questi calcoli rendono, di conseguenza, più agevole la risposta ad una domanda centrale per la comprensione della crisi in atto e, verosimilmente, di alcune dinamiche di lungo periodo dell’economia italiana:  come si concilia un costante incremento delle quote di mercato italiane in determinate produzioni con una produttività stagnante? 
Disponendo delle serie storiche a partire dal 2000, è ragionevole affermare che il manifatturiero italiano abbia avuto una buona risposta all’introduzione dell’euro, riorganizzando la produzione e usando profittevolmente la stabilità dei tassi di interesse, talchè la stessa invarianza, tra il 2000 e il 2013, della gerarchia settoriale manifatturiera dei vantaggi/svantaggi comparati italiani rispetto all’area euro è da leggere come rispondente a vantaggi effettivi di produttività, come mostra del resto lo scenario di questa newsletter.

Francesco Capobianco
Ma se il valore aggiunto per addetto è sensibilmente più elevato di quanto si pensasse, chi ha tratto “vantaggio” da questa maggiore produttività? dove è andato a finire questo più alto valore aggiunto?

Sergio De Nardis
Sono stati i profitti delle imprese a trarne maggiore vantaggio. Mediamente, nei cinque anni dal 2009 al 2013, la wage share, intesa come la quota di valore aggiunto assorbita dai redditi da lavoro, dipendente e indipendente, è risultata più bassa, rispetto ai vecchi conti, di 5 punti percentuali nell'industria e di quasi 4 punti nella manifattura. Ciò è avvenuto anche negli anni pre-crisi: -4,3 punti percentuali nell'industria, -3,7 punti percentuali nella manifattura.

Francesco Capobianco
In altre parole, sono aumentate le quote di profitto a scapito dei salari. Ciò non avrebbe dovuto implicare degli investimenti da parte delle imprese?

Giulio Santagata
La percezione è che, nella fase di riorganizzazione post-euro, le imprese abbiano messo in campo delle risorse, ma poi non ve né stata più traccia, così come è avvenuto in altri contesti europei.  Un’altra delle possibili spiegazioni del calo della wage share è riscontrabile nei fenomeni di delocalizzazione delle produzioni più labour intensive e, in alcuni casi, dell’adozione di “tecnologia contro lavoro”. La quota di profitti più elevata, unita alla maggiore produttività, è, comunque, coerente con l’accresciuta competitività del nostro comparto industriale, specie in relazione alla dinamica dell’export nazionale, cresciuto, tra 2010 e 2013, come quello tedesco.

Francesco Capobianco
Finora abbiamo ragionato sui livelli, ma anche visionando i dati relativi alle dinamiche si notano alcuni miglioramenti: tra 2009 e 2013 il valore aggiunto in volume per addetto è aumentato dell'11,2%, anziché del 9,5% come indicato nella vecchia contabilità, il che si traduce in uno 0,4% in più all'anno, dato particolarmente positivo se si tiene conto del fatto che si tratta di un quadriennio particolarmente difficile per il manifatturiero di casa nostra. Un’ulteriore conferma arriva anche dai recentissimi dati sul periodo 2000-2008, dove la dinamica della produttività in volume appare migliore di quella precedentemente contabilizzata dello 0,2%. Quanto sono significative queste differenze?

Sergio De Nardis
A mio avviso abbastanza. Non mi sono mai ritrovato nell’affermazione “sono quindici anni che la produttività industriale non cresce”. E’ errata. La crisi di produttività manifatturiera nello scorso decennio è tutta concentrata nei primi tre anni dell’euro, tra il 2000 e il 2003, poi fino al 2007 si è avuta un’accelerazione che ha riportato la dinamica ai ritmi degli anni 90. Ciò è stato frutto di quelle riorganizzazioni post-euro che Santagata ricordava prima. Successivamente si è avuta la doppia recessione che ha finito col compromettere quell’accelerazione. Ebbene, le correzioni della nuova contabilità nazionale precisano meglio questo quadro: la crisi di produttività del 2000-2003 è stata meno severa, l’accelerazione del 2003-2007 un po’ più forte, l’evoluzione nel corso delle due ultime recessioni più robusta di quanto si sapesse. 
Ma c’è un punto da tenere in conto: stiamo parlando di valori medi. Ora sappiamo che la distribuzione della produttività per imprese è, in Italia come in Germania e negli altri Paesi, estremamente difforme e asimmetrica: le imprese migliori sono relativamente poche, un 20% se consideriamo come imprese migliori quelle esportatrici, e poi ci sono le altre, a volte molto distanziate dalle prime della classe. Focalizzarsi, quindi, solo sulla media può essere fuorviante. Più che rafforzare la dinamica media occorrerebbe innalzare la mediana e, cioè, ridurre le distanze tra le imprese migliori e le altre, rimpolpando la popolazione delle imprese che possono fare il salto di qualità ovvero “accorciando” la lunga coda di quelle lontane da livelli adeguati di efficienza produttiva.

Francesco Capobianco
Rimane, tuttavia, sul terreno il problema occupazionale. Gli osservatori internazionali, così come le nostre indagini sui territori, confermano che un recupero dei livelli occupazionali  pre-crisi nel comparto industriale è un obiettivo difficilmente raggiungibile e, comunque, non ottenibile nel breve-medio periodo. Le possibili strade per un recupero più immediato a livello sistemico dovrebbero essere seguite sia a livello locale che a livello europeo. Da più parti si prospetta l’introduzione di mini-jobs alla tedesca: possono rappresentare una soluzione o si creerebbero gli stessi problemi che affliggono i parasubordinati e le partite iva italiane?

Giulio Santagata
La soluzione dei mini-jobs tedeschi non è applicabile al contesto italiano e, probabilmente, non è nemmeno sostenibile nel tempo per quello tedesco, dove circa il 25% dei dipendenti (ben otto milioni di persone), percepisce meno di cinquecento euro al mese. Questo tipo di soluzione impone una profonda riflessione sotto il profilo della sostenibilità previdenziale: come faranno questi lavoratori a percepire una pensione adeguata? Riuscirà il welfare a sostenere il peso di queste generazioni di mini-workers?
Piuttosto sarebbe il caso di puntare sul Welfare come bacino occupazionale fin da subito, prendendo ad esempio le esperienze di maggior successo, come le cooperative sociali che riescono a stare sul mercato offrendo salari adeguati e un servizio non delocalizzabile e ormai imprescindibile per i territori nei quali sono istallate. Oltre al Welfare, il riequilibrio della mancata occupazione industriale deve venire da settori come le imprese creative e culturali e da quelle turistiche, dove le risorse maggiormente qualificate possono trovare spazi di occupazione non ancora esplorati

Francesco Capobianco
Ovviamente queste occasioni di nuova occupazione non possono che rappresentare un complemento del più ampio bacino di opportunità rappresentato dalle imprese industriali che hanno saputo cogliere la sfida della competizione globale ovvero quelle imprese che, come De Nardis osserva nello Scenario odierno, facendo leva sulla specializzazione e sull’innovazione, hanno visto incrementare le proprie quote di mercato estero.

Giulio Santagata
In effetti, non è vero che le imprese italiane sono indietro sotto il profilo dell’innovazione. Innanzitutto, vi è una forte innovazione incrementale, dettata dalla velocità di adattamento delle imprese industriali italiane ai cambiamenti internazionali. A questo va aggiunta la leadership italiana in determinate produzioni intermedie e i progressi fatti nel campo dell’innovazione di processo. Quello che manca davvero è l’innovazione di prodotto tout court ed è su questo terreno che l’industria italiana è chiamata a giocare la  partita più difficile.

Sergio De Nardis
Chiaramente, in assenza di una politica monetaria nazionale e con la Germania determinata a mantenere l’inflazione intorno all’1%, il perseguimento del miglioramento competitivo in Europa spinge verso scenari stagnanti, tendenzialmente deflazionistici. E questo anche con un mercato del lavoro più efficiente di quello attuale. E’ un grosso problema. Le nuove stime dell’Istat sono, dunque, importanti non solo per tratteggiare i nuovi scenari previsionali, ma anche per definire in maniera più accurata la portata delle misure di politica economica volte al sostegno della competitività delle imprese e dell’occupazione.

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Giovedì, 09 Ottobre 2014 00:00

9 ottobre 2014 - Efficienza e specializzazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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La specializzazione settoriale dell’industria italiana è frutto della selezione operata dalla competizione globale: riflette veri vantaggi comparati di tipo tecnologico. Questa configurazione settoriale ha una limitata influenza sull’efficienza complessiva. Più determinante nell’incidere  sulla  produttività è il numero sproporzionato di micro-imprese: al netto di quest’ultime, il livello di efficienza dell’industria italiana non è molto distante dalla Germania. Ciò è confermato da un esercizio contabile di convergenza della produttività italiana a quella tedesca che mostra come il recupero del divario si avrebbe non tanto attraverso una identificazione del nostro mix produttivo con quello della Germania, ma con un avvicinamento della distribuzione degli addetti per classi dimensionali delle imprese a quella che caratterizza l’industria tedesca.     

Se si osserva il pattern italiano di specializzazione degli ultimi anni si rimane colpiti dalla sua stabilità. Ciò a dispetto dell’inasprimento delle pressioni competitive internazionali che avrebbero dovuto contribuire a smantellare i tradizionali presidi della nostra industria. L’adesione alla moneta unica, l’integrazione della Cina nel commercio mondiale, l’esaurimento delle protezioni fornite dall’accordo multifibre sono tutti fattori che, a vari livelli, hanno cambiato lo scenario competitivo per la nostra manifattura.

Essi hanno, in effetti, condotto a importanti modificazioni: si è compresso il peso delle industrie tradizionali di beni di consumo (filiera moda-casa), dove è molto aumentata la penetrazione delle importazioni dai paesi emergenti, e si sono al contempo rafforzate le produzioni di beni di investimento e intermedi. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati tali da incidere in modo sostanziale sul modello di specializzazione, rimasto pressoché invariato rispetto ai partner europei.

Nella figura 1 è rappresentato un indice di specializzazione delle esportazioni italiane rispetto ai paesi euro. Per facilitarne la lettura, i valori dell’indice sono distribuiti in senso decrescente dal settore col vantaggio più alto (articoli in pelle) a quello più basso (tabacco), sulla base della situazione di inizio periodo: come si vede, la gerarchia settoriale dei vantaggi e svantaggi comparati italiani risulta nel 2012-13 quasi la stessa dell’avvio della moneta unica[1].

Fig. 1 – Specializzazione delle esportazioni italiane per settori manifatturieri rispetto all’area euro
(indice > 0 = specializzazione; indice < 0 = despecializzazione)
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Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati del Rapporto Ice 2013-14

Questa specializzazione, che vede il persistere di un’allocazione di risorse relativamente elevata in settori tradizionali e ritardi nell’alta tecnologia, è stata di volta in volta definita sbagliata, obsoleta, penalizzante. E’ stata vista come sintomo di ritardo competitivo e, al contempo, causa di declino economico. Non siamo d’accordo con questa impostazione. Non solo perché la staticità del modello italiano è un fenomeno ingannevole che sottende in realtà intensi cambiamenti delle imprese dentro i settori e dei prodotti dentro le imprese. Ma più in generale perché in un ambiente altamente concorrenziale, come quello in cui è inserita la manifattura, non ha senso parlare di settori “buoni” in contrapposizione a settori “cattivi”. La specializzazione italiana ha questa configurazione come risultato dell’esposizione agli effetti selettivi della competizione globale. In tal senso è da considerare l’esito di un processo efficiente, date le condizioni istituzionali, tecnologiche e di dotazione fattoriale che caratterizzano l’economia. Se la si ritiene sbagliata si deve presumere il verificarsi di fallimenti di mercato che hanno condotto ad allocazioni delle risorse non in linea con i vantaggi comparati effettivi del paese.

Le figure 2-5 mostrano che non è così.  La specializzazione settoriale dell’Italia riflette vantaggi tecnologici “veri”: essa è tanto più forte nelle industrie in cui l’Italia è relativamente più produttiva; ciò è riscontrabile nei confronti sia dell’UE nel suo insieme (figura 2), sia della sola Germania (figura 4). Una naturale conseguenza è che le imprese si distribuiscono nei settori in funzione di tali specializzazioni: la popolazione relativa delle imprese italiane è, infatti, tanto più elevata nei settori, quanto più intensa ne è la specializzazione; anche in questo caso, ciò è verificabile rispetto sia all’UE (figura 3) che alla Germania (figura 5). Se si ritiene, dunque, che la specializzazione industriale dell’Italia sia nei settori sbagliati, per modificarla si deve intervenire sui vantaggi effettivi di produttività. Non è un percorso semplice, né di breve periodo. Esso è inoltre esposto a margini di errore, soprattutto se implica l’intervento di un policy maker illuminato che si presume sappia selezionare meglio di quanto faccia la concorrenza nel mercato globale la configurazione settoriale “giusta” per la nostra industria.

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1Si considerano circa 90 settori manifatturieri. La specializzazione settoriale è misurata sul valore aggiunto. Essa è data dal rapporto tra la percentuale di valore aggiunto settoriale sul totale dell’Italia è l’analoga percentuale calcolata per l’UE e la Germania. Il vantaggio comparato di produttività è dato dal rapporto tra valore aggiunto settoriale per addetto e valore aggiunto per addetto della manifattura dell’Italia diviso per l’analogo rapporto calcolato per l’UE e la Germania. Allo stesso modo viene calcolato il numero relativo di imprese. Tutti gli indicatori sono espressi in logaritmi naturali.Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Ma il riconoscimento che la specializzazione ha un fondamento nei vantaggi/svantaggi effettivi della nostra industria implica un rassegnarsi a livelli di efficienza complessivi permanentemente più bassi rispetto a quelli di paesi che hanno strutture diverse? Per rispondere a questa domanda effettuiamo un confronto con la Germania. Sulla base dei dati di bilancio delle imprese si stima (nell’anno  2011) un livello di produttività della manifattura italiana più basso di quello dell’industria tedesca del 20% circa[2]. Tale gap sottende, come visto nelle figure precedenti, specificità settoriali. Sono, però, presenti anche rilevanti eterogeneità dimensionali di cui si deve tenere conto. La figura 6 mostra le differenze di produttività, espresse in parità dei poteri d’acquisto, delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche per classi di dimensione nel periodo 2002-2011. Come si vede, lo svantaggio italiano è molto marcato nelle micro-imprese (sotto i 10 addetti) ed è presente, ma in misura più contenuta, in quelle di più grande dimensione (da 250 addetti in su). Al contrario la nostra industria presenta un vantaggio di produttività rispetto a quelle tedesche nella dimensione piccola (20-49 addetti) e, soprattutto, media (50-249 addetti); in quest’ultimo caso il gap favorevole all’Italia è consistente (le nostre imprese sono più produttive di quelle tedesche di un 25-30%) e tendenzialmente crescente nel tempo.      

Fig. 6 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche
(valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Date queste differenze, si può osservare che escludendo le micro-imprese dal computo della produttività complessiva la distanza di efficienza dell’industria italiana da quella tedesca, misurata in ppa, si riduce sensibilmente, da circa il 20% a poco sotto il 10% (figura 7).

Fig. 7 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche, totale ed escludendo le micro-imprese (valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Se si va poi a esaminare la distribuzione relativa delle imprese italiane per classi dimensionali si notano, al contrario di quanto osservato per la specializzazione settoriale, delle marcate distonie rispetto alla dislocazione dei vantaggi/svantaggi di produttività (figura 7). L’Italia presenta, infatti, la più elevata proporzione relativa di imprese proprio nella classe dimensionale caratterizzata dal più forte svantaggio competitivo, quella delle micro-imprese. All’opposto, nella fascia dimensionale più produttiva, quella tra i 50 e 249 addetti, la proporzione delle imprese italiane è relativamente bassa rispetto a quella riscontrabile nell’industria tedesca. In definitiva, questo confronto consente di qualificare in modo più preciso la nota evidenza di un numero sproporzionato in Italia di micro imprese, mettendola in relazione con i livelli di produttività dell’industria: il confronto con la Germania pone in luce che vi sono troppe imprese nella classe dimensionale che è di gran lunga la meno produttiva.

Fig. 8 – Italia-Germania: divari di produttività (in parità dei poteri d’acquisto) e numero relativo di imprese
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Sulla scorta di questa analisi effettuiamo un esercizio di convergenza del livello di produttività dell’industria italiana nei confronti di quella tedesca. Ci domandiamo cioè come si modificherebbe l’efficienza complessiva della nostra industria se, di volta in volta, questa assumesse la composizione settoriale di quella tedesca, oppure se a parità di struttura settoriale le imprese italiane avessero livelli medi di efficienza (nei settori e nelle classi dimensionali) uguali a quelli tedeschi o se, infine, a parità di mix settoriale e di livelli di produttività la distribuzione dimensionale delle imprese italiane (misurata dal peso degli addetti) fosse uguale a quella osservata in Germania. Si tratta di un esercizio puramente meccanico che separa contabilmente fenomeni (composizione settoriale, produttività media delle imprese, distribuzione degli addetti per classi dimensionali) che sono tra loro interconnessi, ma che risulta tuttavia utile per fornire una misura approssimativa dell’influenza che ciascuno di essi esercita sul divario complessivo di produttività della nostra industria nei confronti della Germania. La figura 9 mostra che l’assunzione della composizione per settori dell’industria tedesca avrebbe effetti limitati sulla produttività dell’industria italiana: il gap rispetto alla Germania si ridurrebbe dal 20 a circa il 15%. Il raggiungimento, nei settori e nelle classi dimensionali italiane, dei livelli di produttività media delle imprese tedesche avrebbe un effetto un po’ più consistente, ma comunque insufficiente a colmare il divario di produttività che passerebbe dal 20 al 10% circa. Il cambiamento che porterebbe ad annullare il divario produttivo riguarda, invece, l’aspetto dimensionale: se la distribuzione degli occupati italiani nelle varie classi dimensionali divenisse identica a quella che si osserva in Germania la produttività della nostra industria tenderebbe ad allinearsi completamente a quella tedesca.            

Fig. 9 – Gap nel livello di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche in varie ipotesi di convergenza strutturale, valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto (Germania=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In conclusione, l’ottica settoriale nel guardare ai difetti della nostra industria è fuorviante. Le differenze tecnologiche dei settori certamente contano nel determinare i divari di efficienza tra paesi che hanno diversi mix produttivi, ma molto meno di quanto si potrebbe ritenere. Ciò perché sulla produttività complessiva influisce molto di più l’emergere delle imprese migliori qualunque sia il settore di appartenenza, sia esso di vantaggio o svantaggio comparato, nonché dei prodotti migliori all’interno delle imprese che riescono a riorganizzarsi. E per promuovere questo tipo di cambiamento non occorre l’azione di un policy maker, ma la piena esposizione di imprese e prodotti alle forze competitive globali, si chiamino esse Cina o catene globali del valore. Inoltre, non si dovrebbe mai dimenticare che il non disporre “in casa” della capacità di produrre, ad esempio, alta tecnologia non preclude la possibilità da parte delle imprese di utilizzarla al meglio, importandola, nei processi produttivi e da parte dei consumatori di farla entrare nei loro standard di vita: il commercio internazionale, lo ha spiegato Ricardo due secoli fa, è un modo di produrre indirettamente attraverso lo scambio ciò che è inefficiente realizzare all’interno. Le differenze tecnologiche sono il sale dello scambio internazionale e devono essere sfruttate per aumentare il nostro benessere. La radice  profonda del gap produttivo dell’Italia nei confronti di un paese benchmark come la Germania non è dunque nella specializzazione, ma altrove. Essa si trova nel forte squilibrio dimensionale che caratterizza la distribuzione delle imprese nelle due economie. E con questo non ci si riferisce solo alla scarsa presenza nel nostro paese di grandi imprese, mediamente meno efficienti che in Germania, ma soprattutto alla sproporzionata numerosità di micro-imprese molto poco produttive. Si tratta di un fenomeno che ha poco a che vedere con la specializzazione e molto con l’evoluzione della struttura socio-economica del Paese.

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[1]I dati della figura 1 sono tratti da Santomartino, “Il modello di specializzazione commerciale dell’economi italiana: evoluzione recente e confronto con gli altri paesi dell’area dell’euro”, Rapporto Ice 2013-14. In tale contributo si sottolinea come indicatori di specializzazione costruiti sui saldi commerciali, considerando quindi anche il lato delle importazioni, mostrino risultati diversi, di maggiore variabilità nel tempo. L’indicatore utilizzato nella figura 1, basato sulle sole esportazioni, è più consono a definire vantaggi e svantaggi comparati rivelatori dell’allocazione settoriale delle risorse nazionali rispetto a quanto si verifica negli altri paesi europei.      

[2]Il divario espresso in parità dei poteri d’acquisto o ppa (riferita ai soli beni) era del 17%, in euro correnti del 23%. Il confronto internazionale tra livelli di produttività deve essere effettuato in ppa, e non in euro correnti, per tenere conto delle differenze di livelli di prezzo tra i paesi. Le ppa indicano quante unità della moneta nazionale di un dato paese sono necessarie per acquistare un dato paniere di beni e servizi. Le ppa sono quindi usate per convertire aggregati economici in una moneta artificiale (lo standard di potere d’acquisto), eliminando l’effetto delle differenze dei livelli di prezzo tra paesi. Se invece delle ppa si usano euro correnti, ciò porta a sovrastimare il valore aggiunto del paese con livello di prezzi più elevato (Germania). Nel caso della manifattura non si dispone di ppa riferite espressamente ai prodotti del settore. In assenza di questa informazione, si usano per rendere confrontabili i valori aggiunti manifatturieri le ppa riferite al totale dei beni calcolate dall’Eurostat.    

Pubblicato in Scenario
Mercoledì, 10 Settembre 2014 11:02

10 settembre 2014 - Politiche della stagnazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Il 2014 non è stato l’anno della ripresa, come le previsioni stimavano, ma il terzo di recessione per l’economia italiana. Con questo prolungamento, l’esperienza della crisi per il nostro Paese si conferma peggiore di quella degli anni trenta. Una confronto storico sfavorevole che è condiviso con molte altre economie europee. Oggi come allora, la recessione ha una sola causa: la caduta della domanda aggregata. Su questa avrebbero dovuto intervenire le misure per la ripresa a livello europeo. Al contrario, il framework di politica economica ha sospinto i paesi in una pericolosa trappola di stagnazione e deflazione. Occorre che si cambi lo schema in modo radicale, con l’impostazione di politiche monetarie e fiscali espansive coordinate tra le economie europee. Su questo approccio cresce il consenso tra gli economisti. Molto più ingessata è la discussione tra i policy maker, vincolati dai parametri statistici e dalle procedure del Fiscal Compact. A essi non può comunque sfuggire il fallimento dell’approccio degli ultimi anni. Forzare le regole che hanno condotto alla stagnazione può essere l’unica strada per uscirne.         

Nella nota di Scenario che ha inaugurato questa serie di Newsletter, lo scorso novembre, si parlava di nuova normalità italiana, intendendo indicare con questa espressione la prospettiva del lento avviarsi di una fase di modesta ripresa, insufficiente a recuperare in un congruo arco di tempo le perdite di prodotto e occupazione sperimentate nelle recessioni succedutesi dopo il 2007. Si argomentava che, in assenza di politiche che sostenessero recuperi più consistenti, ne avrebbe risentito la crescita potenziale perché il ciclo debole avrebbe lasciato tracce nel tessuto dell’economia, deteriorando la capacità produttiva, inducendo un innalzamento del tasso di disoccupazione strutturale, favorendo l’allineamento delle spese delle famiglie ad aspettative di reddito più basse. A dieci mesi di distanza si può dire che quella preoccupazione peccava, se possibile, di ottimismo. L’attesa ripresa non si è infatti materializzata e l’Italia continua a dibattersi, in questo scorcio del 2014, tra recessione e tendenze stagnanti. E’ difficile stabilire, sulla base delle informazioni disponibili, se siamo ancora nel periodo di caduta, antecedente ciò che chiamavamo nuova normalità, o se, invece, la stagnazione è la vera faccia della fase che si apre dopo la crisi. Inutile dire che sarebbe preferibile la prima ipotesi, perché lascerebbe aperta la porta alla speranza di qualcosa di meglio di una crescita zero. Quel che è certo è che l’esigenza di un profondo cambiamento nella politica economica, che si sottolineava con tono di urgenza nel novembre scorso, si è fatta oggi improcrastinabile.    

Per mettere in prospettiva le difficoltà dell’evoluzione attuale, il confronto corretto da fare non è con i normali i cicli economici registrati dal secondo dopoguerra, ma con la Grande Depressione degli anni trenta. Le analogie con quel periodo sono molteplici, incluse l’appartenenza a un accordo di cambio, l’idiosincrasia di parte determinante dell’establishment politico europeo rispetto a misure di sostegno alla domanda, la riluttanza dei paesi creditori a contribuire all’aggiustamento delle bilance commerciali. Ebbene, avendo come benchmark l’esperienza degli anni trenta, la figura 1 mostra che l’attuale performance italiana risulta peggiore di quella registrata ottanta anni fa: allora il Pil pro-capite aveva recuperato i livelli iniziali nell’ottavo anno (1937) dall’avvio della caduta; nella situazione corrente, nell’ottavo anno (2015) il Pil pro-capite reale sarà un buon 10% sotto i valori pre-crisi.

Oggi come allora la recessione ha una sola causa: la drastica caduta della domanda aggregata. Negli anni trenta contribuirono alla ripresa una combinazione di stimolo fiscale (investimenti pubblici, oltre che spesa per la difesa) e monetario, con la svalutazione della lira a seguito dell’uscita dal regime aureo (1936). Oggi, in condizioni politiche profondamente diverse, la strada da percorrere deve assolutamente evitare le tendenze distruttive che caratterizzarono gli esiti degli anni trenta. Lo snodo della ripresa rimane, però, lo stesso: un consistente sostegno alla domanda.      

Fig. 1 – Recessioni a confronto: Pil reale pro-capite (numeri indice, 2007=100, 1929=100) 
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Fonte: elabrazioni Nomisma su dati Istat, Banca d’Italia, Maddison Project; previsioni IMF per il 2015 e 2016

Non devono esserci dubbi che questo è oggi il problema da affrontare: non c’è un’insufficienza di offerta. Una misura del grado di inadeguatezza della domanda è fornita dalla distanza che separa la spesa complessiva (domanda effettiva) dal prodotto potenziale che l’economia conseguirebbe se i fattori della produzione fossero pienamente impiegati e operativi ai normali livelli di efficienza. Questa distanza è l’output gap. Si tratta di una grandezza teorica, caratterizzata da incertezza: si dispone infatti di statistiche della domanda effettiva (il Pil calcolato dall’Istat), ma non se ne hanno per il Pil potenziale che deve, quindi, essere inferito attraverso stime. Pur con questo caveat, le misure disponibili del gap di spesa forniscono un segnale chiaro. La figura 2 evidenzia per l’economia italiana l’andamento della domanda effettiva e del Pil potenziale secondo le stime di Commissione europea e OECD. Come si vede, il potenziale tende a scendere per gli effetti di trascinamento indotti dal ciclo recessivo, ma la caduta della domanda è ben maggiore. Il divario apertosi con la crisi è risultato dal 2011 in continuo allargamento; esso è nel biennio 2013-14 al 4% del Pil potenziale nelle stime della Commissione, sopra al 5% in quelle OECD[1]. Sono quantificazioni circondate come detto da incertezza, ma, date le metodologie di calcolo, è probabile che esse implichino una sottovalutazione, più che una sopravvalutazione, della dimensione reale dell’output gap: supponendo che il deterioramento strutturale abbia rallentato, anziché invertito come nella figura 2, la crescita del Pil potenziale, la misura della distanza della domanda rispetto all’offerta può arrivare al 7-8%.

La pressoché continua caduta dell’inflazione negli ultimi due anni (quella di fondo, escludendo energetici e alimentari non lavorati, è scesa sotto lo 0,5% ad agosto secondo l’indice armonizzato) è la conseguenza di questa situazione. Tale processo è, d’altro canto, direttamente legato alle modalità dell’aggiustamento competitivo intra-euro che demandano lo sforzo di correzione esclusivamente ai paesi periferici, i quali devono realizzarlo in condizioni proibitive: se l’inflazione in Germania viaggia a ritmi dell’1%, il riequilibrio europeo implica che i periferici spingano le dinamiche dei loro prezzi a zero e anche sotto tale livello per un periodo di tempo prolungato. Questa compressione si realizza, appunto, attraverso la formazione di ampi e persistenti gap della domanda rispetto all’offerta potenziale e il connesso aumento dei tassi di disoccupazione. E’ da rilevare che le difficoltà della Bce nel riportare l’inflazione media dell’area euro dai livelli quasi nulli in cui attualmente si trova verso il target del 2% risentono di questo stato di cose: l’inflazione in Germania è troppo bassa e spinge in giù le dinamiche di tutta l’area, favorendo il diffondersi delle tendenze deflazionistiche. La contestuale realizzazione dell’obiettivo Bce del 2% e del riequilibrio competitivo intra-euro richiede che l’inflazione tedesca salga al 3% e oltre per tutto il tempo necessario all’aggiustamento.

Fig. 2 – Italia: domanda effettiva e Pil potenziale (miliardi di euro, valori concatenati, anno di riferimento=2005, schema Sec 2005)
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Fonte: elaborazioni su dati Istat, European Commission, OECD

Se questa è, a tre anni dall’avvio della seconda recessione, la situazione dell’Italia e delle altre economie euro intrappolate nella crisi, non c’è da meravigliarsi che emergano crepe sempre più grandi nello schema di politica economica perseguito in tutto questo periodo dall’Europa. Tale approccio prevedeva che il sostegno del ciclo (cioè della domanda) a livello europeo fosse demandato alla politica monetaria, che la politica fiscale fosse rigidamente orientata, praticamente ovunque, al consolidamento fiscale (secondo tempi e modalità di percorso fissate nelle procedure europee) e che le riforme strutturali favorissero nelle economie periferiche il riequilibrio competitivo aumentando la flessibilità (in uscita e salariale) del mercato del lavoro e portando a una più forte crescita potenziale. In realtà, date le difficoltà di realizzazione delle riforme in situazioni di recessione, la politica fiscale restrittiva veniva di fatto indirizzata, oltre che al consolidamento delle finanze pubbliche, al riequilibrio competitivo per gli effetti di indebolimento che essa produceva nel mercato del lavoro.   

Il fallimento di questo schema ha un’origine precisa: il non avere considerato che in economie depresse, quali quelle europee, la politica monetaria può divenire impotente, perdendo la capacità di sostenere il ciclo economico con il tradizionale strumento della riduzione del tasso di interesse. In particolare, è molto probabile che in Italia e in diversi paesi euro il tasso di interesse reale (tasso nominale al netto delle attese di inflazione) che assicura la formazione della quantità di risparmio e dell’ammontare di investimenti necessari al conseguimento del pieno impiego sia divenuto, a seguito del forte arretramento della domanda, negativo. Difficile dire quanto negativo, ma quel che è certo è che in queste condizioni la Bce ha visto annullarsi la capacità di contenere entità e durata delle recessioni: in un ciclo depresso e con rischi di deflazione, i tassi di interesse nominali nelle mani della banca centrale si sono approssimati rapidamente a zero, livello sotto il quale non possono scendere, mentre le aspettative di inflazione si sono disancorate al ribasso rispetto all’obiettivo del 2%; una situazione che impedisce il perseguimento, nella misura necessaria, di tassi di interesse reali negativi. Ne è conseguito che il continuo ripiegamento dell’inflazione, sperimentato dall’Italia e dai periferici nell’ultimo biennio, è equivalso a una stretta monetaria perché non ha fatto che aumentare i tassi di interesse reali, allontanandoli vieppiù dal livello (negativo) compatibile con il pieno impiego. La flessione dell’inflazione è divenuta, dunque, una pessima notizia per molte economie: essa non porta a un rafforzamento della domanda (per il maggiore potere d’acquisto dei consumatori che hanno un lavoro), ne determina invece un indebolimento (per l’aumento che induce nei tassi reali di interesse).      

Col venire meno della capacità di azione della politica monetaria, si è rotto, sin da subito, il funzionamento dello schema europeo di politica economica sugli altri due fronti: quelli delle politiche fiscali e delle riforme strutturali. In condizioni di impotenza della politica monetaria, la politica fiscale deve subentrare per fornire sostegno al ciclo depresso. Se questo non avviene, la miscela di austerità fiscale e assenza di stimolo monetario (anzi, come visto, presenza di restrizione monetaria per il calo dell’inflazione) non può che avere effetti molto negativi per l’economia, ampliando la recessione, gonfiando la disoccupazione, approfondendo la spirale depressiva. L’imposizione di austerità in dosi massicce e in modo simultaneo in tutti i paesi ha dunque costituito un errore grave: essa ha prodotto danni che dovevano essere evitati con una conduzione equilibrata della politica economica, in linea con le indicazioni basilari della macroeconomia. L’area euro aveva la possibilità, con un attenta e cooperativa divisione dei compiti tra paesi membri a seconda dello spazio fiscale disponibile, di raggiungere un risultato migliore.      

Le conseguenze dell’impotenza della politica monetaria investono, però, anche l’efficacia delle riforme strutturali, ovvero il terreno degli interventi che dovrebbero caratterizzarsi per incontestabile virtù. Il punto è che le riforme strutturali cercano di influire sul lato dell’offerta, la linea tratteggiata della figura 2, che non è quello che limita la crescita del Pil da sette anni a questa parte. L’Italia ha bisogno di provvedimenti di ammodernamento e miglioramento dell’efficienza complessiva del sistema, ma è un’agenda politica diversa da quella prioritaria del superamento della inadeguatezza della domanda, con l’innalzamento della linea continua nella figura 2. Le due agende di politica economica, in condizioni di economia depressa, possono entrare in conflitto.

In effetti, il richiamo continuo alle riforme strutturali, ovvero agli interventi volti ad accrescere il grado di concorrenza nei mercati dei prodotti e del lavoro, viene giustificato nello schema europeo di politica economica anche per gli effetti indiretti che queste possono avere sulla domanda, sia estera che interna. Le riforme, in particolare quelle del mercato del lavoro, possono infatti innestare quelle svalutazioni interne nei periferici, necessarie, in assenza di cambio, per l’azzeramento del divario competitivo rispetto alla Germania; esse renderebbero più efficienti tali processi, riducendo i tempi del (richiesto) deterioramento del mercato del lavoro. Inoltre, le riforme, nella misura in cui riescono a rafforzare la crescita potenziale di lungo termine delle economie, possono migliorare le aspettative dei flussi di reddito conseguibili nel futuro dai cittadini, stimolandone, attraverso l’innalzamento del loro reddito permanente ed effetti ricchezza, la domanda  per consumi e investimenti sin dal momento corrente.      

Il problema è che questo mix di effetti virtuosi rischia di non trovare concretizzazione nel modo in cui è evoluta la crisi dell’euro. Riguardo al primo punto (accelerazione dei tempi per il recupero di competitività dei periferici), il richiamo continuo alle riforme strutturali nei confronti dei periferici elude il nodo cruciale: il riequilibrio competitivo non può essere lasciato interamente a carico di queste economie, perché esse lo devono realizzare in condizioni troppo penalizzanti, indipendentemente dal grado di efficienza dei loro mercati del lavoro. In altri termini, con o senza riforme strutturali, il problema centrale delle difficoltà di aggiustamento in Europa rimane quello evidenziato in precedenza: l’inflazione e la dinamica salariale nell’economia tedesca sono troppo basse, questo ostacola la Bce a rispettare il mandato di un’inflazione media nell’area prossima al 2% e mette, così, fuori uso la politica monetaria in funzione di stabilizzazione del ciclo.

Ciò conduce a una implicazione più generale circa l’inefficacia, nella situazione attuale, delle riforme strutturali per il sostegno della domanda, investendo il secondo punto dell’argomentazione circa la loro adozione (aumento delle aspettative di reddito). Gli interventi di riforma hanno successo nella misura in cui abbattono posizioni di monopolio nei mercati dei prodotti e del lavoro, riducendo mark-up e retribuzioni: in altre parole, il successo si realizza se inducono attese di un minor livello generale dei  prezzi nel futuro. Ma in una situazione di tassi di interesse nulli e inflazione già a zero, quale quella che caratterizza l’area euro, aspettative di deflazione non fanno che accrescere vieppiù i tassi di interesse reali con effetti di contrazione della spesa che compensano, se non sopravanzano, quelli positivi che ci si attende attraverso il canale delle attese dei redditi futuri. Per questi motivi le riforme strutturali non possono essere considerate lo strumento di politica economica adatto per risollevare in modo efficace la domanda in economie depresse[2].

Tre anni di recessione e l’assenza di prospettive per una vera ripresa dovrebbero essere sufficienti a certificare il sostanziale fallimento del framework europeo di politica economica per risolvere i nodi della crisi. Tra gli economisti vi è ormai una diffusa consapevolezza di questo fallimento e aumenta il consenso nei confronti di uno schema alternativo di politiche per la ripresa di tipo radicale, come richiede la situazione[3]. Tale schema vede affiancare le misure monetarie non convenzionali di immissione della liquidità che la Bce ha preso a perseguire in modo più deciso, dopo resistenze e ritardi, dall’estate a forti politiche fiscali espansive di riduzione della pressione fiscale e di aumento degli investimenti pubblici (in infrastrutture a rete, ricerca, istruzione), da realizzare in deficit e in maniera coordinata tra i paesi europei. L’entità dello stimolo fiscale dovrebbe essere ben più consistente dei piani di cui si parla negli ultimi mesi  in Europa: prendendo a riferimento il cosiddetto piano Junker (300 miliardi in tre anni per l’intera UE), l’entità dello sforzo dovrebbe avere una dimensione almeno doppia. Un’azione toppo timida su questo fronte sarebbe a rischio di inefficacia, sperperando un’idea potenzialmente buona. Inoltre, per eliminare il rischio di contraccolpi dei maggiori disavanzi sui mercati finanziari e assicurare, al contempo, che la maggiore liquidità fornita dalla banca centrale arrivi effettivamente all’economia reale, la leva fiscale e quella monetaria dovrebbero procedere in modo strettamente interrelato: i deficit pubblici andrebbero finanziati direttamente dalla Bce, con una monetizzazione dell’incremento di debito che aiuterebbe a rivitalizzare l’inflazione e ad abbassare, nella misura necessaria, i tassi di interesse reali in territorio negativo. L’inflazione aumenterebbe in modo più marcato in Germania, il cui ciclo è meno debole, contribuendo a equilibrare il processo di aggiustamento competitivo nell’area. La maggiore crescita del Pil nominale aiuterebbe a stabilizzare e poi a ridurre il rapporto debito/Pil dei periferici. Le riforme strutturali, in un simile approccio, entrerebbero con un ritardo, come impegno vincolante e credibile di realizzazione solo dopo avere superato la fase di stagnazione e di azzeramento dei tassi di interesse nominali; ciò consentirebbe l’esplicarsi dei benefici di lungo periodo delle riforme, senza incorrere, però nei costi di breve periodo connessi al rischio di deflazione.     

E’ evidente che questo schema ideale infrange su molteplici punti le regole della costruzione europea, da quelle più recenti e miopi, come il Fiscal Compact, a quelle che hanno strutturato sin dall’inizio la filosofia di funzionamento dell’Unione come il Patto di Stabilità e Crescita e, soprattutto, il divieto per la Banca centrale di finanziare direttamente i debiti pubblici. Questo è vero, ma quando quelle regole sono state stabilite e sottoscritte non si pensava che ciò che è avvenuto negli anni trenta, cioè un drammatico arretramento della domanda amplificato dagli errori di politica economica, si sarebbe ripetuto in termini anche peggiori. L’esito disgregante di quell’esperienza dovrebbe servire da monito e chiamare a iniziative ben più radicali e consistenti di quelle che sono attualmente in discussione nelle riunioni europee.

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[1] Tra le organizzazioni internazionali anche l’IMF effettua stime del potenziale e dell’output gap; esse risultano molto simili a quelle della Commissione Europea.

[2]La letteratura teorica su trappola della liquidità e stagnazione ha prodotto negli ultimi anni contributi importanti per chiarire gli effetti perversi che possono avere, in tali situazioni, misure che mirano esclusivamente a rafforzare l’offerta. Si vedano Gauti B. Eggestsson (2010), “the Paradox of Toil” Staff Report, Federal Reserve Bank of New York; Gauti B. Eggertsson, Paul Krugman (2012), “Debt, Deleveraging, and the Liquidity Trap: A Fisher-Minski-Koo Approach”, The Quarterly Journal of Economics; Gauti B. Eggertsson, Andrea Ferrero, Andrea Raffo (2013), “Can Structural Reforms Save Europe?”, di prossima pubblicazione in Journal of Monetary Economics; Gauti B. Eggertsson, Neil R. Mehrotra (2014), “A Model of Secular Stagnation”, working paper Brown University.    

[3]Si veda, ad esempio, lo  schema esposto da Francesco Giavazzi e Guido Tabellini su lavoce.info e Vox e la proposta del Ministro dell’economia polacco Mateusz Szczurek su Vox. 

Pubblicato in Scenario

Università di Ancona - Sergio De Nardis, Capo Economista di Nomisma, interviene al XXXVIII Convegno di Economia e Politica Industriale di “L’industria - Rivista di economia e politica industriale” patrocinato dall’Università Politecnica delle Marche e dall’ISTAO.

La relazione sarà su “Le imprese industriali nella competizione internazionale e nella lunga recessione: modalità di aggiustamento e prospettive” nell’ambito della sessione dedicata al tema “Tornare a crescere: il fattore organizzativo-imprenditoriale”.

Programma

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