Bologna, 14 novembre 2013 - De Nardis: “Il Pil del terzo trimestre conferma l’esaurimento della recessione; è la manifattura che traina grazie agli ordini esteri”– dichiara Sergio De Nardis capo economista NOMISMA commentando i dati diffusi dall’ISTAT.

“ La ripresa italiana, come mostrano anche i dati degli altri paesi europei, avrà un ritmo lento, insufficiente per produrre miglioramenti che possano ripercuotersi sul mercato del lavoro.

La recessione viene dunque superata, ma lascia in eredità danni persistenti al sistema produttivo.

Avremmo bisogno di una crescita del 2,5% per recuperare in tempi ragionevoli, nel 2018, i livelli di benessere pre-crisi ” – conclude De Nardis.

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Bologna, 11 novembre 2013, NOMISMA/ ISTAT PRODUZIONE INDUSTRIALE - “Dopo le flessioni di luglio-agosto, il fiacco dato positivo di settembre conferma la difficoltà della produzione industriale a superare in modo deciso il punto di minimo del ciclo e imboccare così la strada di una ripresa” – dichiara Sergio De Nardis capo economista NOMISMA commentando i dati ISTAT relativi alla produzione industriale. “Colpisce il contrasto tra il miglioramento degli indicatori qualitativi di fiducia delle imprese, in atto dalla scorsa primavera e le scarse risultanze in termini di produzione effettiva finora osservate. E’il segno che quei rialzi di fiducia, rilevati nei mesi scorsi, hanno sotteso soprattutto transizioni delle imprese dalla zona della recessione verso quella di stazionarietà, piuttosto che veri e propri rialzi produttivi.  Nel complesso, seppur deludente il dato della produzione industriale del terzo trimestre non esclude una sostanziale stabilizzazione del PIL nel periodo luglio-settembre. Il grosso punto interrogativo riguarda ciò che avverrà dopo, ovvero quanto intensa potrà essere effettivamente la ripresa del 2014; se l’attività produttiva dell’industria, cioè del settore trainato dall’export, non assumerà un passo più deciso anche le prudenti previsioni di consenso attualmente disponibili (+0,8% il prossimo anno) potrebbero risultare difficili da realizzare” – conclude De Nardis.

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Martedì, 26 Novembre 2013 16:56

29 novembre 2013 - Nuova normalità italiana

Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma
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Arriva la ripresa, fa i conti con le eredità della recessione: la caduta della domanda ha colpito il potenziale produttivo; in assenza di recuperi consistenti, ne risentirà la crescita di lungo periodo  

Si esaurisce la “seconda” recessione e si apre finalmente, per l’Italia e i paesi euro, una prospettiva di ripresa. E’ un’evoluzione positiva. Viene salutata in Europa come la prova che le politiche di austerità stanno funzionando. Sembra un’affermazione affrettata. Dopo ogni caduta c’è un rialzo, è nella fisiologia dei cicli economici. Ma ripresa non vuol dire azzeramento dei costi causati dalla recessione. Anche dopo un terremoto distruttivo c’è un recupero man mano che si ricostruisce; ciò non porta ad annullarne le conseguenze. Restano tracce nel paesaggio e ferite nella società.

Ripercorriamo brevemente la contabilità della crisi italiana (tab. 1). La flessione dell’attività economica, avviatasi a metà 2011, ha lasciato per strada quasi 5 punti percentuali di PIL nell’arco di nove trimestri. Questa caduta si è verificata a breve distanza dalla “prima” recessione che, cominciata nel primo trimestre 2008, era durata meno (cinque trimestri), ma era stata più profonda con una calo di attività del 7,2% tra i punti di massimo e di minimo. Nel mezzo delle due recessioni si sono avuti otto trimestri di ripresa, insufficienti (+2,9% tra punti di minimo e di massimo) a recuperare le perdite precedenti.

 20131126-Tabella1

Nei commenti alla crisi quasi non si ricorda questo intervallo positivo e si considera quanto si è verificato da inizio 2008 come un unico percorso di discesa, che ha finito col portare il PIL su livelli del 9% inferiori al picco di cinque anni e mezzo prima. E’ una percezione non corretta, oltre che tecnicamente, per due motivi più sostanziali. Il primo è che le determinanti delle due recessioni sono state diverse: nel 2008, il fattore scatenante fu la contrazione del commercio mondiale con caduta delle esportazioni; cioè un fatto largamente esogeno alla situazione italiana. Nel 2011, la recessione è stata, invece, indotta dalla compressione della domanda interna conseguente alle politiche di austerità adottate per rispondere alla crisi euro e dei debiti sovrani; è stata dunque provocata da una decisione, più o meno obbligata, di politica economica. Il secondo motivo di differenza tra i due eventi è che è stata la seconda recessione, pur meno intensa, a dare il colpo più forte all’economia, perché, intervenendo in una situazione generale di debolezza, ha condotto a un appesantimento delle condizioni sociali e a fenomeni di deterioramento del tessuto produttivo che potrebbero persistere anche al di là del ciclo negativo. La caduta della domanda degli ultimi due anni potrebbe avere diminuito, con i danni causati su vari fronti (accumulazione di capitale, mercato del lavoro, efficienza), la capacità produttiva e, dunque, l’offerta potenziale dell’economia.

E’ misurabile questo peggioramento strutturale?
Partiamo dalla constatazione che la compressione della domanda interna dell’ultimo biennio ha avuto effetti non limitati alle sole aziende rivolte al mercato italiano. Ha riguardato anche gli esportatori, cioè i produttori migliori che potevano contare, in virtù della loro maggiore efficienza, sull’estero come valvola di compensazione della mancanza di clienti italiani. Le nostre imprese manifatturiere esportatrici vendono, infatti, molto in Italia: il 60-65 per cento del loro fatturato. E ciò è vero, in media, tanto per la piccola che per la grande dimensione.

La predominanza dello sbocco italiano non è un problema in condizioni normali. Nella precedente recessione da domanda interna, nel 1992-93, si sperimentò una caduta storicamente significativa del mercato nazionale (il fatturato industriale reale calò del 6,5% in due anni). Essa diviene un problema quando la contrazione è di dimensioni eccezionali. Nel 2012-13 il fatturato domestico si è ridotto di tre volte rispetto all’esperienza di vent’anni prima. Le differenze non si fermano qui. Nel 1992-93 si ebbe una svalutazione del cambio che consentì di stimolare in modo sostanziale l’export, compensando il calo del mercato interno; una possibilità fuori portata nel 2012-13 (il 45% del nostro interscambio è con paesi euro).

Nelle condizioni del tutto anomale dell’ultima recessione non è, dunque, da meravigliarsi se gli esportatori, anche quelli maggiormente di successo, hanno sofferto. Per quanto positiva sia stata la loro performance sui mercati esteri, i conti aziendali non hanno potuto evitare un deterioramento se una porzione pari al 60% del fatturato complessivo ha subito un crollo, in volume, del 20%.

E’ così potuto avvenire che imprese competitive, ma in condizioni finanziarie e reddituali difficili, siano apparse rischiose a un sistema bancario che, sempre più avverso al rischio e condizionato dalla forte crescita delle sofferenze, si è focalizzato, nell’erogazione di credito, sull’evoluzione corrente del fatturato e sugli indicatori presenti, più che prospettici, di performance aziendale. Il razionamento del credito all’economia reale è il canale attraverso cui transita il rischio di deterioramento strutturale, ovvero la possibilità che il ridimensionamento osservato nella capacità produttiva (numero di imprese morte, scala operativa di quelle sopravvissute, possibilità di sviluppo delle nuove nate) risulti in parte permanente.      

Per una verifica di questa possibilità, nella figura 1 si riporta una stima del potenziale dell’industria ottenuta dalle informazioni Istat sulla produzione manifatturiera e sul grado di utilizzo degli impianti, tenendo conto dell’influenza del ciclo economico su impiego e produttività degli input (capitale e lavoro) dell’attività industriale [1]. Questa stima consente di porre in luce che la capacità potenziale di produzione dell’industria – ottenibile se gli input fossero completamente impiegati e la loro produttività crescesse a pieno regime – aveva sostanzialmente retto durante la prima recessione, mentre ha preso a flettere in misura consistente nel corso della seconda caduta, cioè quella causata dal collasso della domanda interna. A metà 2013, il potenziale manifatturiero risultava ai livelli della metà degli anni novanta e più basso del 10-15% rispetto ai valori medi raggiunti nel precedente picco produttivo (2007-2008).

20131126-Figura1

Quanto morde il vincolo posto dal ridimensionamento della capacità produttiva?
Per rispondere a questo interrogativo si può osservare che le imprese manifatturiere stanno rapidamente aumentando il grado di utilizzo dei loro impianti: dal 68% a fine 2013 si è già giunti al 73% nel terzo trimestre 2013. Con questo ritmo, a metà del 2014 l’industria potrebbe riportarsi sul livello di impiego della capacità produttiva che aveva nel 2007 (77%), cioè al picco prima di precipitare nella crisi. E’ un segno di miglioramento congiunturale.
Il punto, però, è che il ritorno ai tassi di operatività del 2007 avverrà in corrispondenza di livelli di produzione sostanzialmente più bassi di sei anni fa. La ripresa, pur graduale, saturerà velocemente gli impianti disponibili, intaccati dalla lunga recessione.
Cosa avverrà a quel punto?
Le imprese per far crescere ulteriormente la produzione dovranno effettuare investimenti volti ad ampliare la capacità di produzione e dovranno, quindi, disporre di adeguate risorse finanziarie. Ciò sarà ancor più vero per le nuove imprese più innovative, traino della crescita della produttività, le quali per svilupparsi necessiteranno di finanziamenti e di un ritorno della propensione al rischio da parte degli investitori. Se tali risorse non si renderanno disponibili, la perdita di potenziale produttivo osservata negli ultimi anni potrebbe divenire un fatto permanente e finire col frenare, dal lato dell’offerta, l’espansione dell’attività.

Il rischio che uno shock negativo d’offerta, causato dalla caduta della domanda aggregata, riduca le possibilità di sviluppo di lungo periodo potrebbe essere contrastato se la l’incipiente fase di ripresa congiunturale assumesse un ritmo consistente, trainato da un adeguato aumento delle componenti di spesa. Gli scenari previsivi non vanno, però, in questa direzione. Le stime degli organismi internazionali (Commissione europea, FMI, OCSE) indicano che dopo la caduta del 2013 (-1,8% secondo CE e FMI; -1,9% per l’Ocse), la dinamica del PIL si attesterà sotto l’1% nel 2014 (+0,7% per CE e FMI; +0,6% secondo l’OCSE). Dal 2015, il FMI proietta tassi di crescita dell’1,3-1,5%. Il governo scommette su un sentiero più robusto, con un rialzo dell’1,1% nel 2014 e dell’1,7-1,9% successivamente, attendendosi di raccogliere i frutti di quegli interventi di riforma strutturale adottati negli anni passati. Entrambi questi scenari, anche quello più ottimistico, implicano diversi anni per il recupero delle posizioni che si avevano prima della crisi, ovvero nel 2007. Tanto nel quadro FMI che in quello del Governo, il PIL reale per abitante sarebbe nel 2018 sostanzialmente al di sotto dei valori raggiunti prima della caduta. Occorrerebbe che il tasso di sviluppo italiano si portasse al 2,3% medio annuo, tra il 2014 e il 2018, per poter ritornare fra cinque anni al “come eravamo” del 2007 (tab. 2). Per mettere in prospettiva questa cifra, si può rilevare, da un lato, che nel periodo recente (primo decennio del duemila coincidente con gli anni dell’euro) la crescita economica più elevata è stata in Italia dell’1,6%, conseguita tra il 2003 e il 2007 e che, dall’altro, nelle previsioni FMI al 2018 nessuno dei maggiori paesi europei, nemmeno la Germania, si colloca su ritmi di sviluppo del 2%; una percentuale che semplicemente non è considerata per i prossimi anni nella “norma” europea.
20131126-Tabella2b

In conclusione, l’arrivo di una ripresa è ovviamente un bene. Risulterà però lenta: anche se viaggiasse alla velocità ipotizzata dal governo, non sarà in grado di riportare nel medio periodo il benessere degli italiani ai livelli pre-crisi. E un ritmo inadeguato renderebbe permanenti i danni indotti dalla caduta della domanda, indebolendo i meccanismi di sviluppo anche rispetto alla deludente esperienza di crescita dello scorso decennio. Una simile prospettiva potrebbe essere contrastata se si realizzassero mutamenti sostanziali soprattutto in Europa, con la presa d’atto dei rischi derivanti per tutti, non solo i periferici, da una flebile ripresa e un conseguente cambiamento nel framework delle politiche macroeconomiche.

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[1] La stima del potenziale è ottenuta ipotizzando che l’output sia realizzato con una funzione della produzione Cobb-Douglas, lungo il ciclo e economico e in condizioni di pieno impiego. Sulla base di questa ipotesi si ha

 20131126-Formula 

Per effettuare la stima si suppone, inoltre, che l’industria italiana era in condizioni prossime al pieno impiego tra il 2005 e il 2007, mentre il grado di utilizzo degli impianti oscillava intorno al 77%, valore massimo che la percentuale di capacità utilizzata raggiunge storicamente nei picchi produttivi.

Pubblicato in Scenario

Milano, Convegno "Stato e prospettive del sistema economico e imprenditoriale italiano sulla base dei dati del 9° censimento generale dell'industria e dei servizi: globalizzazione mercati”. Partecipa Sergio De Nardis Chief Economist di Nomisma

Pubblicato in News

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