Trento,  Palazzo Roccabruna, ore 16.30 - Nell'ambito del progetto Wine Monitor, in collaborazione con Nomisma, l’Osservatorio delle produzioni trentine della Camera di Commercio I.A.A. di Trento organizza un seminario per la presentazione di dati di mercato sul comparto enologico trentino.

Interventi a cura di Denis Pantini e Silvia Zucconi di Nomisma.

Programma

 

 

Pubblicato in News

Paolo Bono, Economista Nomisma 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

L’agroalimentare è un asset strategico del Paese. Il processo di produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari coinvolge una rilevante porzione dell’economia italiana, rappresentandone il 13,2% degli occupati (3,3 milioni di lavoratori) e l’8,7% del PIL (119 miliardi di euro). La centralità delle imprese che operano nella filiera è immediatamente percepibile anche in virtù dei 76 miliardi di euro di retribuzioni annualmente sostenute, dei 23 miliardi di euro di investimenti e di un contributo erariale che, al netto dei contributi ricevuti dalle imprese, supera i 20 miliardi di euro.

Tante e fortemente integrate sono le imprese che operano nei diversi anelli della filiera: aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio, operatori della ristorazione.

A tali soggetti si affianca poi un importante indotto di imprese esterne alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali come trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi tecnici e beni strumentali per l’agricoltura e l’industria alimentare, servizi di comunicazione e promozione.

Considerando anche l’indotto generato, l’agroalimentare arriva a rappresentare il 13,9% del PIL italiano, un peso tra l’altro in tendenziale crescita dal 2008 in poi (in corrispondenza degli anni di crisi economica).

Questi numeri chiariscono la rilevanza socio-economica dell’agroalimentare. Tuttavia, la sostenibilità di tale valenza è messa a rischio da ritardi strutturali, legati sia al tessuto imprenditoriale che alle inefficienze del “Sistema Paese”, che limitano la competitività della filiera e ne frenano l’ulteriore sviluppo, nonostante un ampio potenziale ancora inespresso.

Tra le criticità del tessuto produttivo c’è anzitutto la ridotta dimensione delle imprese, cui si affianca un grado di concentrazione della fase distributiva non ancora allineato a quanto avviene nei principali paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Ciò contribuisce a mantenere elevato il numero di passaggi nella filiera e a ridurre la possibilità di raggiungere economie di scala utili alla riduzione dei costi di produzione.

Allo stesso tempo, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, buona parte del made in Italy alimentare richiede l’approvvigionamento di importanti produzioni agricole di base (come cereali, soia, carni bovine e suine, latte) dall’estero; fattore questo che sposta una parte rilevante del valore delle vendite alimentari al di fuori dei confini nazionali.

A queste peculiarità, si aggiungono gli effetti che derivano dai deficit infrastrutturali e dagli elevati costi «di sistema»; a titolo esemplificativo, le imprese italiane, tra cui quelle dell’agroalimentare, sostengono:

  • un costo del trasporto su gomma delle merci (1,59 €/km) superiore del 32% rispetto alle imprese spagnole (1,21 €/km), del 20% rispetto a quelle francesi (1,32 €/km) e del 18% rispetto a quelle tedesche (1,35 €/km);
  • un costo dell’energia elettrica (0,22 €/kWh) superiore del 70% alla media comunitaria (0,13 €/kWh).

Queste criticità strutturali, di filiera e di sistema, provocano un aggravio di costi che si ripercuote sia sulla competitività delle imprese che sulla formazione dei prezzi alimentari al consumo.

Con riguardo al primo aspetto, basti pensare all’enorme potenziale non ancora sfruttato sul fronte dell’accesso ai mercati esteri. Nonostante i buoni risultati degli ultimi anni, le esportazioni alimentari italiane sono meno della metà di quelle tedesche (rispettivamente 27 e 57 miliardi di euro). Allo stesso tempo, la propensione all’export dell’Italia in questo settore è decisamente inferiore a quella di tutti i principali competitor europei (21% per l’Italia, 23% per la Spagna, 25% per la Francia e 31% per la Germania).

Le difficoltà dell’agroalimentare nazionale nello sfruttare appieno l’indiscussa immagine e riconoscibilità del food made in Italy nel mondo (asset su cui la gran parte dei concorrenti europei non può contare) scaturiscono dalle criticità strutturali di filiera e di “sistema Paese” che, impattando sui costi di produzione e conseguentemente sul livello dei prezzi, limitano la competitività delle imprese italiane.

D’altronde, le stesse motivazioni aiutano a spiegare perché la gran parte del valore della spesa alimentare degli italiani serva a sostenere i costi di produzione, mentre una parte davvero marginale si riferisce agli utili delle imprese che, a vario titolo, operano all’interno della filiera.

Nel quadriennio 2008-2011, gli italiani hanno speso mediamente ogni anno 216 miliardi di euro per alimenti e bevande (comprendendo sia i consumi domestici che i cosiddetti consumi “fuori casa”). Di tale valore, solo poco più di 7 miliardi sono stati trattenuti, a titolo di utili, dalle imprese che operano nelle diverse fasi della filiera (figura 1).

La produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari richiede una serie di processi che contribuiscono alla formazione dei prezzi al consumo.

Una prima importante porzione del valore della spesa alimentare – 73,5 miliardi di euro – è funzionale a sostenere l’acquisto, da parte delle imprese della filiera, di beni e servizi da aziende appartenenti ad altri settori economici: ci si riferisce ad esempio ai servizi di trasporto e logistica, promozionali o ancora all’acquisizione di mezzi tecnici o beni funzionali al packaging dei prodotti agroalimentari.

È poi da considerare come il reperimento dei capitali di debito (spesso di origine bancaria) necessari all’attività delle imprese della filiera abbia un costo di circa 10 miliardi di euro. A tale somma vanno poi aggiunti ben 7 miliardi di euro destinati ad imprese estere per ripagare le importazioni nette (saldo negativo della bilancia commerciale) di prodotti agroalimentari.

A contribuire alla formazione dei prezzi alimentari sono anche i costi relativi agli investimenti realizzati dalle imprese agroalimentari (ammortamenti) e le imposte pagate da queste ultime all’Erario; queste due voci assorbono rispettivamente 22,5 e 20 miliardi di euro.

Quasi 76 dei 216 miliardi di euro sostenuti dalle famiglie italiane per consumi alimentari servono poi a ripagare il costo delle retribuzioni degli occupati nei vari anelli della filiera.

Figura 1 – Distribuzione dei consumi alimentari (in mrd €): media 2008-2011
20140508-FS-Grafico1
Fonte: Nomisma

In sintesi, ciò che è più interessante notare è che solo una parte minoritaria del valore dei consumi alimentari ha come beneficiari finali imprese e addetti della filiera agroalimentare: dei complessivi 216 miliardi di euro annualmente spesi, meno della metà e precisamente 83 miliardi di euro remunerano imprenditori (7 miliardi di euro di utili) e lavoratori (76 miliardi di euro di retribuzioni), a cui si aggiungono altri 23 miliardi di euro che servono a finanziare il rinnovo del capitale aziendale (ammortamenti) delle imprese operanti nella filiera.

La maggior parte del valore della spesa alimentare (51%) è destinata invece ad attori esterni alla filiera: imprese di altri settori economici (73,5 miliardi di euro), Stato (20 miliardi di euro), sistema finanziario (10 miliardi di euro) e imprese estere (7 miliardi di euro).

Rapportando la distribuzione dei consumi alimentari su ogni 100 euro di spesa, la residualità degli utili diviene ancora più chiara (figura 2). Più in dettaglio, destinatari e beneficiari finali di tale somma sono, nell’ordine:

  • addetti ed occupati nelle imprese della filiera (agricole, industriali, distributive, commerciali e della ristorazione), per un valore di 35 euro;
  • imprese di altri settori che con la filiera agroalimentare intrattengono relazioni commerciali (imprese di trasporto, logistica, di fornitura energetica, di packaging, ecc.), per un valore di 34 euro;
  • imprese della filiera agroalimentare tramite il rinnovo del proprio capitale aziendale (ammortamenti), per un valore di 11 euro;
  • Stato, a titolo di imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA) incassate, per un valore di 9 euro;
  • sistema finanziario, tramite le rendite incassate sui capitali erogati in prestito, per un valore di 5 euro;
  • imprese estere, per le esportazioni nette (al netto delle importazioni) verso l’Italia, per un valore di 3 euro;
  • imprenditori, tramite gli utili conseguiti, per un valore di 3 euro.

Figura 2 – Distribuzione per ogni 100 € di spesa alimentare: dinamica
20140508-FS-Grafico2
Fonte: Nomisma

Riassumendo, del prezzo pagato dai consumatori italiani per beni alimentari ben il 97% serve a ripagare i costi di produzione, mentre la somma di tutti gli utili conseguiti dalle imprese dei diversi anelli della filiera raggiunge appena il 3%. Se tale quota si è mantenuta piuttosto stabile nel corso degli anni, ciò che invece è emerso è stato il progressivo spostamento di valore al di fuori della filiera.

Se agli inizi del decennio scorso il costo dei beni e servizi realizzati da imprese di altri settori economici assorbiva il 22% della spesa alimentare, tale quota è salita al 29% nel triennio 2004-2006 e al 34% nel quadriennio 2008-2011. Tale progressione è in buona imputabile alla crescita dei costi per utenze, energia, trasporto e logistica, vale a dire costi direttamente o indirettamente riconducibili a gap infrastrutturali del sistema Paese.

Specularmente, sul totale della spesa alimentare delle famiglie perde peso la quota di valore che resta all’interno della filiera, e in particolare quella funzionale a remunerare i lavoratori, passata dal 38% nel periodo 2004-2006 al 35% nel quadriennio 2008-2011.

In questo quadro, l’acceso dibattito che spesso domina l’attenzione mediatica su “chi” e “quanto” guadagna all’interno della filiera agroalimentare non sembra trovare grande fondamento. Al di là della diversa capacità di creare utile nelle varie fasi della filiera, il dato di fatto più significativo è la marginale importanza di utili e di presunte “azioni speculative” nella formazione dei prezzi finali.

Questo perché il livello e l’andamento dei prezzi al consumo sono quasi interamente legati a quanto avviene sul fronte dei costi di produzione.

È quindi la riduzione dei costi il tema su cui concentrare l’attenzione, per creare nuovi spazi di reddito senza procurare un aggravio sul prezzo pagato dai consumatori. Tutto ciò è possibile, a patto però di mettere finalmente mano in maniera risoluta ai deficit strutturali che ancora oggi contraddistinguono imprese e “sistema Paese”. 

DOWNLOAD

Pubblicato in Focus On Archivio

Parma – Cibus, saletta Workshop, Padiglione 4, zona Sala Stampa, Fiere di Parma, ore 10.00.

Pubblicato in News

Milano, 2 aprile 2014 - Con quasi 1,6 miliardi di euro di vino esportato nel 2013, il Veneto non solo si conferma la prima regione d’Italia per vendite oltre frontiera, ma allunga le distanze dal diretto inseguitore – il Piemonte – che segue con 969 milioni di euro. Grazie anche al momento magico che sta vivendo il Prosecco, l’export di vino veneto è cresciuto del 10% tra il 2012 e il 2013, una dinamica ben al di sopra della media nazionale (7%). Ad onor del vero va detto che, in termini percentuali, c’è anche chi ha fatto meglio. Tra questi, i vini dell’Abruzzo e della Lombardia (+12% entrambi), mentre per quanto riguarda i vini delle altre grandi regioni produttrici si registra un +10% dell’Emilia Romagna (giunta al massimo storico dei 388 milioni di euro), un +9% del Piemonte, un +6% della Toscana e del Trentino Alto Adige (erroneamente considerato come “unica” regione dai codici doganali, a dispetto delle enormi diversità non solo identitarie ma soprattutto vinicole).

Non mancano anche i segni meno. Il calo più eclatante – sempre nell’ambito delle principali regioni produttrici - riguarda i vini della Puglia che – dopo un decennio di crescita ininterrotta e che ha visto l’export praticamente raddoppiare tra il 2003 e il 2012 – hanno subito un calo del 21%, retrocedendo così a meno di 100 milioni di euro di vino esportato (esattamente 96 milioni contro i 122 milioni dell’anno precedente).

Stabili e stazionarie le condizioni di Friuli e Sicilia. L’export di vini friulani viaggia ormai da diversi anni attorno ai 76 milioni di euro, mentre quello siciliano non riesce ad infrangere la barriera dei 100 milioni, stazionando da tempo attorno ai 99 milioni di euro. Forse un po’ poco, alla luce delle rilevanti potenzialità che la vitivinicoltura siciliana esprime e soprattutto della notorietà che questo territorio detiene nella percezione dei distributori e dei consumatori di tutto il mondo.

Questo emerge anche dai risultati della Wine Trend World di Wine Monitor, survey sugli operatori internazionali, che misura, tra le altre cose, la brand awareness dei territori vinicoli europei. L’indagine WM ha messo in luce le principali zone di produzione di vini di successo: ben 6 regioni sono italiane. Tra queste primeggia ancora una volta il Veneto – che sembra aver ormai conquistato una sorta di leadership nel panorama dell’export enologico internazionale – seguito nell’ordine da Toscana, Sicilia, Piemonte, Alto Adige e Puglia.

Le variazioni di breve e lungo periodo nell'export regionale di vino (valori)
20140402-CS-Tabella1
Fonte: WineMonitor su dati Istat

A livello generale in ambito regionale per quanto concerne l’export tra i dop i rossi toscani la fanno da padrone con oltre 500 milioni di euro di vendite oltre frontiera nel 2013. Tra i bianchi è una questione prettamente del nord-est, tra gli spumanti prevale il prosecco.

Oltre l’80% dell’export di vino italiano è costituito da vini Dop e Igp. Sebbene la classificazione doganale non permetta di scendere nel dettaglio di tutte le denominazioni, da quelle esistenti è comunque possibile desumere spunti e tendenze interessanti su quanto accaduto nel 2013.

Iniziando dagli spumanti Dop, nel 2013 l’Asti ha raggiunto un export di oltre 173 milioni di euro, un valore in crescita del 16% rispetto all’anno prima. Tale incremento deriva innanzitutto dal forte recupero delle vendite in Russia, un mercato che pesa per il 20% sull’export di tale vino e che dopo la battuta d’arresto del 2012 determinata dalla repentina “riorganizzazione” delle licenze degli importatori, ha messo a segno un aumento dell’83%. Senza tralasciare l’apprezzamento che l’Asti suscita nei consumatori della Lettonia (quarto mercato di destinazione con 14 milioni di euro di esportazioni) e dell’Ucraina, dove l’export è aumentato rispettivamente del 19% e 41% tra il 2012 e il 2013.

Una dinamica di crescita ancora più elevata ha interessato la “macro categoria” degli altri spumanti Dop, al cui interno figura anche il Prosecco, il principale artefice di quel +26% di valore dell’export che ha portato tale categoria a superare i 392 milioni di euro di esportazioni nel 2013 (un valore che se raffrontato ad appena tre anni prima denota un aumento di ben il 130%!).

Nell’ambito dei vini fermi Dop, sono i Rossi della Toscana a detenere il primato delle vendite oltre frontiera, con oltre 500 milioni di export messi a segno nel 2013. Rispetto all’anno precedente, si tratta di un valore in crescita del 5% che diventa pari al 25% se raffrontato con il 2010. Oltre un terzo di questo export finisce negli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso, la percentuale di crescita più elevata spetta ad un’altra categoria di rossi Dop e cioè a quelli piemontesi che tra il 2012 e il 2013 hanno aumentato l’export di oltre il 17%. Per questi vini sono nuovamente gli Stati Uniti il principale mercato di sbocco, assorbendo circa il 26% delle relative esportazioni, mentre l’aumento più rilevante in termini percentuali è stato registrato dalla Svizzera (+54%), dove l’export – sempre tra il 2012 e il 2013 - è passato da 10 a 16 milioni di euro.

L'export di vini Dop (2013 e variazione anni precedenti, milioni di euro)
20140402-CS-Tabella2
Fonte: Wine Monitor

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Comunicati Stampa

Verona, Vinitaly – Sala Respighi, 1° piano Palaexpo presso Veronafiere, ore 15.00.

Denis Pantini - Project leader Nomisma Wine Monitor - partecipa al convegno Iccrea BancaImpresa e BIT: Servizi e Strumenti Finanziari del Gruppo Bancario ICCREA con la relazione dal titolo “Scenari evolutivi e opportunità di sviluppo per il vino italiano: il supporto di Nomisma Wine Monitor alle imprese vitivinicole”

Programma

Pubblicato in News

Roma, Centro Congressi “Roma Eventi-Fontana di Trevi”, ore 10. Convegno ADM (Associazione Distribuzione Modena) - Agricoltura e moderna distribuzione: valore e valori.

Pubblicato in News

Cesena, ore 15.00 - Intervento di Denis Pantini, Responsabile Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma, dal titolo “Le peculiarità del sistema agro-alimentare emiliano-romagnolo e le condizioni per lo sviluppo”

Programma

Pubblicato in News

Come possono la ristorazione e la cucina italiana valorizzare il sistema agroalimentare che, considerato nella sua accezione più ampia di filiera, arriva a pesare sul PIL e sull’occupazione per il 14%? Questo è quanto si sono chiesti Denis Pantini e Alessandra Moneti autori del libro Ci salveranno gli chef. Il contributo della cucina italiana alla crescita del sistema agroalimentare (Agra Editrice) presentato oggi a Bologna, con la partecipazione dello chef Marcello Leoni, di Massimo Bergami (direttore dell’Alma Graduate School) e Paolo De Castro (Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo).

L’economia italiana vede i consumi alimentari ridursi progressivamente, tanto da essere arrivati - in termini di spesa pro-capite attualizzata – agli stessi livelli degli anni ’60.

Per fortuna c’è l’estero, si dirà. E in effetti le stime Nomisma sull’export alimentare italiano vedono per il 2013 il raggiungimento dell’ennesimo record a 27,4 miliardi di euro (considerando anche i prodotti agricoli il valore supera i 34 miliardi), evidenziando una crescita in dieci anni di oltre l’80%.

Tuttavia, delle oltre 54.000 imprese alimentari italiane solamente il 12% esporta, per una propensione all’export pari al 20%, poca cosa se paragonato al 31% della Germania (per esportazioni superiori a 55 miliardi di euro) o al 25% della Francia. Le opportunità esistono, ma solo in pochi riescono a coglierle. Sono soprattutto le piccole imprese – che in Italia pesano per quasi il 90% sul totale del settore – ad avere difficoltà nel raggiungere i mercati esteri.

“Occorre una vera e propria politica economica dedicata all’agroalimentare – ha affermato Paolo De Castro – che supporti le nostre imprese nella conquista dei mercati esteri. La rilevanza socioeconomica del settore è talmente importante per il nostro Paese che non possiamo permetterci di non crescere all’estero, soprattutto in questo momento di crisi interna dei consumi. E’ importante quindi valorizzare le leve che possono fornire un supporto ai nostri produttori nello sviluppo dell’export e tra queste figura sicuramente la ristorazione italiana nel mondo”.

Perché la ristorazione italiana all’estero può dare una mano proprio alle piccole imprese? In primis perché per accedere al canale della ristorazione ci sono meno ostacoli rispetto a quello della GDO, ma più in generale perché è grazie ai ristoranti italiani se molti dei nostri prodotti alimentari sono oggi conosciuti, apprezzati e consumati tra le mura domestiche in oltre 150 paesi al mondo!

“L’effetto più rilevante e utile ai produttori italiani – ha dichiarato Denis Pantini - è proprio la capacità della ristorazione italiana di diffondere la conoscenza dei nostri prodotti nel mondo, arrivando – attraverso un processo di contaminazione – a farli inserire nelle abitudini alimentari dei consumatori locali. Basti citare, per tutti, il caso della Svezia: fino a metà degli anni ’90 in questo paese non si consumava pasta. Con la diffusione della cucina italiana – percepita come “buona” sia in termini salutistici che di gusto – oggi la Svezia rappresenta il quarto paese al mondo per consumi pro-capite di pasta.”

 "Ed è proprio l’offerta enogastronomica a motivare il viaggio in Italia – ha sottolineato Alessandra Moneti – per 730.000 turisti stranieri che ogni anno spendono su tutto il territorio nazionale 124 milioni di euro esclusivamente per vivere l’esperienza della vendemmia o degustare tartufi bianco e olio novello".

Il problema resta l’Italia e come “rivitalizzare” i consumi interni. In questo contesto, anche la ristorazione soffre, con cali nelle presenze e conseguenti chiusure di esercizi. Ciò che non sembra diminuire ma anzi aumentare è l’interesse verso la cucina italiana, considerata ormai un fenomeno mediatico dalle mille sfaccettature (editoriale, televisivo, radiofonico, dei social network), come ha messo in evidenza Moneti: "su Twitter si moltiplicano gli hashtag a tema wine and food, in una febbre che vede protagonisti gli stessi chef stellati, che anche attraverso chat e i social interagiscono sempre di più facendo finalmente squadra. Ma se il mestiere di cuoco è sempre più ambito dai giovani che dal 2004 al 2012 hanno decuplicato le iscrizioni all’Alberghiero, occorre ora rivalutare i mestieri del cameriere e del banconista nelle migliori gastronomie. E’ infatti con loro che si relaziona il viaggiatore o il consumatore foodies, ed è pertanto il personale di sala e il venditore in enoteca un ambasciatore importante del patrimonio enogastronomico nazionale, il nostro petrolio".

Se la ristorazione italiana nel mondo può rappresentare una leva formidabile per trainare le nostre esportazioni, può l’interesse degli italiani per la cucina rivitalizzare i consumi alimentari nel mercato domestico?

A questa domanda ha cercato di dare risposta l’indagine Nomisma presente nel libro e rivolta a 1.000 responsabili di acquisto di prodotti alimentari delle famiglie italiane. L’indagine evidenzia come la passione per la cucina porti 3 italiani su 4 a seguire trasmissioni televisive e a navigare su siti e blog di cucina. L’aspetto più interessante, emerso dalla stessa survey, è che per il 54% degli “appassionati l’interesse per la cucina si traduce anche in un cambiamento del comportamento d’acquisto o nelle modalità di consumo dei prodotti alimentari. Ma in che modo?

Andando a scavare in profondità si scopre che i cambiamenti nel comportamento di acquisto alimentare indotti dalle trasmissioni televisive o dai siti internet interessano maggiormente i responsabili di acquisto di famiglie con figli, di professione operai o impiegati, inseriti in una fascia di reddito familiare medio-bassa, di genere femminile e di età compresa tra 30 e 44 anni. In particolare, i cambiamenti più intensi hanno riguardato con maggior frequenza le famiglie dove negli ultimi 12 mesi uno o più componenti ha perso il lavoro o è stato messo in cassa integrazione. Stando a questi risultati si evince che i programmi dedicati alla cucina hanno avuto l’effetto di aiutare le famiglie italiane a risparmiare negli acquisti alimentari, magari sostituendo il consumo di piatti pronti con le preparazioni da realizzare direttamente in casa.

Dalla ricerca emerge inoltre che le persone che seguono costantemente i programmi televisivi sono più attenti alla qualità dei prodotti che acquistano e alla loro origine (in particolare aumenta la propensione all’acquisto di prodotti Dop e Igp), risultano più interessati al turismo enogastronomico e passano più tempo in cucina (81% degli “appassionati”), magari a scapito di un’uscita al ristorante. Il che può sembrare paradossale se si pensa che questo comportamento è spesso indotto dalle “prescrizioni” di uno chef.

In buona sostanza quindi questa “passione” per la cucina sembra tradursi in una riformulazione del paniere della spesa e degli stili di vita: gli italiani non rinunciano alla qualità di quello che mangiano cercando di risparmiare allo stesso tempo.

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giulia Fabbri Tel. 3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Pubblicato in Comunicati Stampa

Bologna - Nomisma (Strada Maggiore 44 - sala Incontri - I piano) - ore 11,00 Denis Pantini, con la co-autrice Alessandra Moneti, presenta il libro "Ci salveranno gli chef - Il contributo della cucina italiana alla crescita del sistema agroalimentare" (Agra editrice).
Ci salveranno gli chef, un titolo spiazzante, ma che nasconde un’interessante realtà.
Gli chef, prima erano chiusi nelle loro cucine, considerate off limits per i non addetti ai lavori, ora si sono messi in mostra, attraverso le ampie vetrate che caratterizzano i nuovi concept di ristoranti.
Non solo: hanno invaso gli schermi televisivi e le pagine dei giornali, hanno iniziato a viaggiare per il mondo e soprattutto sono diventati gli ambasciatori della cucina e del buon cibo italiano.

Oltre agli autori, interverranno:
Paolo De Castro (Presidente Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo) Massimo Bergami (Direttore Alma Graduate School) Massimo Bottura (Chef) Marcello Leoni (Chef)

INVITO

Pubblicato in News

I dati Wine Monitor sull’import di vino 2013 mostrano segnali di arretramento in alcuni importanti mercati come Cina, Canada, Brasile e Giappone. Anche gli Stati Uniti evidenziano una crescita in valore inferiore all’1%. Cosa sta succedendo? Si tratta di una flessione determinata da fattori congiunturali oppure sono le prime avvisaglie di un assestamento nei consumi?
I primi dati Wine Monitor sulle importazioni di vino 2013 per alcuni dei più importanti mercati di consumo di vino al mondo evidenziano risultati forse inaspettati. Dopo anni di crescita ininterrotta nei valori – e in alcuni casi anche nei volumi – dell’import, compaiono i primi segni meno.
Quali sono i motivi di tale arretramento? Secondo Denis Pantini, Direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma e Project leader di Wine Monitor “a ben guardare non esiste una causa comune, ma diversi fattori che hanno inciso in maniera differente nei singoli mercati. A parte la forte svalutazione nei confronti dell’euro che ha interessato molte valute (come il real brasiliano o lo yen giapponese), l’unico elemento che sembra accomunare quasi tutti i paesi considerati è l’elevato calo nei quantitativi di vino sfuso importato, derivante anche da una minor disponibilità di prodotto che, come si ricorderà, ha visto nel 2012 toccare i livelli più bassi degli ultimi dieci anni (258 milioni di ettolitri di vino prodotto a livello mondiale, contro i 268 dell’anno prima e i 281 del 2013)”.
Ma andiamo per ordine. Per quanto riguarda la Cina, dopo una crescita esponenziale degli acquisti di vini stranieri da parte dei consumatori cinesi passati nell’arco di un ventennio da 1,7 milioni a 1.170 milioni di euro, il 2013 mostra un calo rispetto all’anno precedente di quasi il 5%. Sul fronte dei volumi, la percentuale di riduzione è più o meno simile: 4,4% a fronte di 3,77 milioni di ettolitri contro i 3,94 milioni, sempre riferiti al 2012.
Di quei 60 milioni di euro che mancano all’appello, metà deriva dagli imbottigliati e metà dallo sfuso. Ma mentre per quest’ultima tipologia si evidenzia anche un calo nei volumi importati di circa il 27% (le quantità di vino sfuso pesano per circa un quarto sul totale delle importazioni della Cina), nel caso dei vini fermi imbottigliati la quantità non è calata, anzi è cresciuta del 5%. In altre parole sembra esserci stato un effetto sostituzione tra prodotti a più alto posizionamento di prezzo con altri più “economici” (e in questo può aver giocato un ruolo “deterrente” sugli importatori l’indagine anti-dumping minacciata dalle autorità cinesi nei confronti dei vini europei). A testimoniare questa tendenza vi è il calo subito dalla Francia (-12,5%) nel valore delle esportazioni di vini imbottigliati in Cina – che, lo ricordiamo, è leader con una quota vicina al 50% in tale tipologia – andato a beneficio degli altri competitor, prima fra tutti l’Italia che all’opposto ha incrementato il proprio export di oltre l’11%. Lo stesso dicasi per gli spumanti. Anche in questo caso la Francia ha lasciato sul campo un analogo -12,5% a fronte di una crescita esponenziale dei nostri prodotti, il cui export in valore è quasi raddoppiato (+86%).
Negli Stati Uniti le importazioni sono diminuite sul fronte dei volumi (-6% misurato in euro), ma il calo ha riguardato solamente gli sfusi, tant’è vero che sia sul versante dei fermi imbottigliati che degli spumanti/frizzanti si è registrata una crescita (rispettivamente del 3% e 9%) che si è riflessa anche sui valori (+3% e +2%). La perdita a livello complessivo è dipesa dal fatto che gli sfusi pesano sui volumi totali di vino importato per quasi un terzo. A differenza della media, i vini italiani hanno “sovraperformato” il mercato: l’import dall’Italia è infatti cresciuto in valore del 5,5%, superando il 9% nel caso degli spumanti.
In Brasile, il calo ha interessato tutte le tipologie: dai fermi imbottigliati (-6% in valore rispetto al 2012), agli spumanti/frizzanti (-11%) e agli sfusi (-34%). Nel caso degli imbottigliati, tra i principali esportatori solo la Francia ha messo a segno un +3,5% di crescita, mentre l’Italia ha registrato una perdita del 2,7%.
Nel caso del Giappone, a fronte di una diminuzione nei valori dell’import totale di vino (-4%) si è registrato all’opposto una crescita nei volumi (+2%). In particolare, sono diminuite le importazioni in valore di vini fermi imbottigliati e spumanti, rispettivamente, del 3% e 9%. A farne principalmente le spese in entrambi i segmenti è stata la Francia mentre l’Italia ha tenuto negli imbottigliati (+1%) ma è arretrata negli spumanti (-4%).
In Canada si è manifestato un leggero arretramento dell’1% sia nei valori che nei volumi complessivi di import di vino; in tale scenario, l’Italia è riuscita ad incrementare i propri flussi di export sia per quanto riguarda i fermi imbottigliati che gli spumanti. In particolare, rispetto a quest’ultima tipologia, si è registrato un aumento del 3% in valore e del 9% nelle quantità.
Infine la Russia, l’unico mercato tra quelli considerati dove l’import di vino ha messo a segno una crescita non indifferente: +12% a valore, a fronte di un +2% nei volumi. Anche in questo mercato i nostri vini hanno conquistato ulteriori posizioni, a seguito di un incremento nei flussi di vino esportato superiore al 20%, sia nei valori che nelle quantità. Nel caso degli spumanti, l’import dall’Italia è aumentato del 49% in termini economici, a fronte di una crescita del 43% nei volumi, consolidando così la leadership detenuta dal nostro paese in tale segmento, con una quota oggi pari al 63% dell’import di spumante in Russia, contro il 27% della Francia.

Totale vino - Importazioni nel 2013 (valori in euro, quantità in migliaia di ettolitri e variazioni percentuali su anno precedente)

20140210-CS-Winemonitor

DOWNLOAD 

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Comunicati Stampa

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies