Imola (BO), Palazzo Confesercenti, ore 20.00 – Presentazione della ricerca di Nomisma “Tendenze ed opinioni di imprese e famiglie del circondario imolese” nell’ambito del convegno organizzato da Confesercenti Imola.

Partecipano all’evento Paolo Bono, Economista Nomisma, e Silvia Zucconi, Commercio e Consumi Nomisma.

Programma

 

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Roma,  Hotel Nazionale Roma, Sala Capranichetta – ore 10.30 – Piera Magnatti di Nomisma, presenterà i risultati della ricerca realizzata da Nomisma per ITWay.

Sarà presente all’evento anche il Consigliere Delegato di Nomisma, Giulio Santagata, che si occuperà dell’apertura dei lavori.

L’obiettivo della ricerca è collaborare alla diffusione della cultura della cybersicurezza attraverso un'analisi del sistema industriale nazionale e dei relativi servizi avanzati, tenendo conto delle rilevanti ricadute in termini di occupazione e innovazione.

Programma

 

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Civitanova Marche, Teatro Annibal Caro, ore 21.00 – Nell’ambito di Futura Festival, Marco Marcatili, economista Nomisma, partecipa al convegno “Famiglia, lavoro e impresa: resistere o cambiare?”

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Altavilla Vicentina (VI), ore 9.00 – Nell’ambito del seminario organizzato e ospitato da CUOA, Paolo Bono, Economista Nomisma, partecipa alla tavola rotonda “Fare rete per innovare nei prodotti e nel marketing con una vision internazionale”.

 

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Giovedì, 11 Giugno 2015 00:00

11 giugno 2015 - Prospettive di benessere

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Chiudiamo questa serie di scenari in una fase più favorevole di quella in cui è stata avviata (novembre 2013). Il cambio di tono delle politiche economiche europee ha dato spazio a una ripresa italiana. È la conferma che l’approccio precedente era inadeguato. Spingendo lo sguardo in prospettiva si vede, però, che c’è ancora molto da fare per una politica della crescita che miri a curare i danni della grave caduta.

Ripresa per cambio delle politiche. Con il numero di giugno si chiude questa serie di scenari avviata nel novembre 2013. È stato un percorso contrassegnato da una visione critica del modo unilaterale in cui l’Europa ha affrontato la sua crisi. Si sono purtroppo realizzati i timori, segnalati da alcuni sin dall’indomani delle manovre di austerità, circa le gravi e protratte ripercussioni recessive delle politiche fiscali front loaded intraprese in risposta alla crisi dell’euro (altrimenti detta crisi dei debiti sovrani). La scelta di mettere da parte le necessità di sostegno del ciclo economico, in condizioni di insufficienza di domanda, ha comportato danni strutturali al potenziale produttivo, ovvero proprio a quella variabile economica che si sarebbe invece voluto rafforzare. La valutazione emersa in queste note è che si è trattato di un deterioramento, italiano ed europeo, per una parte importante non necessario. Si potrebbe dire: non interamente meritato. Date le interrelazioni tra crisi di fiducia, del debito e credit crunch è difficile costruire scenari controfattuali, talché ognuno può avere il suo preferito e trovare anche una razionalizzazione all’affermazione che tutto quel che è stato fatto era inevitabile. Ma alla luce di quel che è avvenuto non è arduo immaginare strade alternative meno costellate di errori di politica economica, con una governance europea adeguata nell’interpretare le cause e nell’individuare le azioni, coordinate e simmetricamente distribuite tra i paesi partner, per superare in modo non distruttivo la crisi di credibilità della moneta unica.    

Questa serie di scenari termina in una situazione economica finalmente più favorevole: c’è una ripresa che coinvolge anche l’economia italiana. Interpretiamo questo miglioramento come la conferma della valutazione critica all’approccio di politica economica adottato in Europa. La ripresa si manifesta perché è mutato il contesto delle politiche macro. La Bce ha deciso quell’immissione di liquidità che prima di lei avevano, da tempo, realizzato le altre banche centrali dei principali paesi avanzati. La Commissione è stata portata, anche dal malcontento dei cittadini europei, ad adottare criteri di flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità e Crescita, favorendo un’attenuazione dei percorsi di austerità. È nel momento in cui le politiche si fanno, tra il 2014 e il 2015, più espansive (moneta) o meno depressive (finanza pubblica) che l’economia riesce a tornare su un sentiero positivo. Non c’è da meravigliarsene e cambiare il verso delle politiche è, in una certa misura, un riconoscere la fallacia dell’approccio seguito nel periodo precedente.        

Che ripresa è? Il Pil nel primo trimestre (+0,3%) è risultato migliore delle attese, ma la composizione della domanda è stata deludente, con consumi nuovamente in marginale calo, investimenti in macchinari e impianti persistentemente deboli, esportazioni in frenata a fronte di un rallentamento del commercio mondiale. L’attività produttiva è stata trainata dalla forte espansione della domanda rivolta al settore dei mezzi di trasporto, da una prima inversione di tendenza delle costruzioni, dalla ricostituzione del magazzino prodotti dopo l’intenso destoccaggio dei mesi precedenti. La fiducia delle imprese industriali si conferma in miglioramento, facendo però riemergere, come già avvenuto tra metà 2013 e inizio 2014, uno iato rispetto agli andamenti effettivi della produzione industriale (in calo ad aprile) che vanno a determinare il Pil trimestrale (fig. 1). Il clima di opinione delle famiglie si è in parte ridimensionato dopo il forte balzo sperimentato nei primi mesi del 2015, correggendo la favorevole percezione sulla situazione dell’economia che si era diffusa tra i consumatori a inizio anno.

Fig. 1 – Indici di produzione industriale, di clima di fiducia delle imprese e Pmi
20150611 Grafica1 SCN
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat e Markit Economics.

Il mercato del lavoro ha sperimentato un sensibile miglioramento in aprile, con il ritorno del numero di occupati sui livelli di fine 2012. Non è ancora chiara l’incidenza su questo risultato degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato (in vigore da gennaio) e dell’abolizione dell’articolo 18 (in vigore dal 7 marzo). I dati riferiti al primo trimestre (escludendo quindi il balzo di aprile) mostrano che la positiva dinamica occupazionale rispetto all’anno precedente è stata guidata dagli ultracinquantenni (a fronte di flessioni nelle altre classi di età), da una sorprendente trazione delle regioni meridionali (grazie agli andamenti in controtendenza, rispetto al Centro-Nord, nell’industria in senso stretto e nelle costruzioni) e dalla crescita dei lavoratori dipendenti a termine. Un’evidenza, quest’ultima, in parziale contrasto con i dati di fonte amministrativa che invece mostrano per i primi mesi dell’anno un deciso aumento dei contratti a tempo indeterminato. Nell’insieme, la crescita dell’occupazione riscontrata con la rilevazione di aprile, associandosi a una dinamica più contenuta dell’attività economica, sembra implicare un tendenziale indebolimento della produttività pro-capite.  

Si tratta di dinamiche congiunturali dell’economia compatibili con i quadri previsivi elaborati negli ultimi mesi dal Governo e dagli organismi internazionali (Commissione europea e Oecd) che stimano una crescita del Pil dello 0,6% nel 2015 (+0,7% per il Governo). I rialzi dell’1,4-1,5% attesi per il 2016 implicano, invece, un ulteriore irrobustimento. Una ripresa dunque è in atto: è sufficiente?

La prospettiva della “classe 2007”. L’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, da un voto di B- all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. È però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni. Se il Pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5% all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del Pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita (fig. 2). Con una crescita più consistente, del 2% nel 2017 e del 2,5% dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita.            

Fig. 2 –Quando i nati nel 2007 recupereranno i livelli medi di benessere che si avevano in Italia alla nascita:
Pil pro capite reale (2007=100)
20150611 Grafica2 SCN
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati Istat, Oecd e stime Nomisma

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. Per verificare questo fatto si può osservare che se l’Italia, colpita dalla prima recessione (2008-2009) comune a tutte le economie, avesse potuto evitare la successiva caduta recessiva, il trend del reddito medio pro-capite si sarebbe sviluppato lungo la retta della figura 3, ottenuta interpolando i valori osservati negli anni 1970-2010. La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha, invece, ulteriormente allontanato il benessere del Paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5% all’anno, il Pil pro-capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, come mostra la figura, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2% nel 2017 e del 2,5% dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di Pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016. Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.     

Fig. 3 – Italia: Pil pro- capite in euro 2014
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e stime Nomisma

Vincoli di domanda alla crescita. Riuscire a crescere del 2,5%, anziché dell’1,5%, abbrevierebbe dunque di qualche anno il percorso per tornare ai valori di benessere pre-crisi e aprirebbe una prospettiva di lento ritorno ai livelli che erano nelle possibilità italiane prima delle recessioni, in particolare della seconda caduta recessiva. E’ immaginabile un simile tasso di crescita? Se si guarda al passato si dovrebbe dire di no. L’Italia da tempo non si espande a ritmi consistenti e bisogna tornare indietro al decennio ’80 dello scorso secolo per trovare un tasso di crescita medio annuo superiore al 2%. Tuttavia, è anche vero che il nostro Paese deve risalire da una recessione senza precedenti che ha fatto sprofondare spesa e produzione. Una ripresa rapida nei primi anni, dopo una simile caduta, può essere nell’ordine delle cose. Perché non avviene?

Nella situazione attuale non sono i vincoli di offerta a frenare le possibilità di sviluppo italiano. Quest’ultime continuano a essere ostacolate, anche nella ripresa, dall’insufficienza della domanda aggregata, su cui incidono la scarsa propensione alla spesa dei privati (a dispetto dello stimolo indotto dalla caduta del petrolio) e i vincoli imposti dall’alto debito pubblico. Le quantificazioni del deficit di domanda sono affette da notevole incertezza. In una fase congiunturale particolarmente sfavorevole come quella attuale, tali valutazioni tendono a sottostimare l’entità del gap apertosi tra spesa complessiva e offerta potenziale a causa della pro-ciclicità che caratterizza la stima dell’output potenziale. Quest’ultima – sia che si basi su filtri statistici, sia che scaturisca da modelli economici che ricorrono comunque a tecniche di filtraggio per le variabili chiave – è influenzata dallo stato del ciclo economico e tende, quindi, a incorporare nel prodotto potenziale gli effetti del breve periodo, per motivi statistici più che economici.

Tab. 1 - Misure del deficit di domanda aggregata in % dell’output potenziale
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Fonte: European Commission, Imf, Oecd 

Con questi caveat, si riportano nella tabella 1 le stime della carenza di domanda (output gap) effettuate dai principali previsori internazionali. Per tutti sussiste un deficit di spesa aggregata nella prospettiva di breve periodo. Nelle stime più conservative della Commissione, con i previsti ritmi di crescita della domanda aggregata il gap si chiuderebbe molto presto, tra il 2017 e il 2018. Se così fosse, si dovrebbe pensare che da quel punto in poi, data la maggiore lentezza della crescita dell’offerta, ogni incremento di domanda potrà  indurre effetti di surriscaldamento nell’economia italiana. L’inflazione di fondo, oggi a 0,6%, tra 3-4 anni potrebbe prendere a innalzarsi per eccesso di domanda ben sopra il 2%. Ci troveremmo insomma quasi alla vigilia di un ciclo inflazionistico nell’economia italiana, una situazione opposta di 180 gradi a quella odierna. È possibile? Riteniamo che non sia, allo stato attuale, una prospettiva credibile e che, di conseguenza, il deficit di domanda di cui soffre l’economia italiana sia più ampio e persistente di quello supposto dalla Commissione e maggiormente vicino alla valutazione, anch’essa probabilmente in una certa misura sottostimata, dell’Oecd.

Con un output gap del 4-5%, più che doppio rispetto a quello supposto dalla Commissione, vi è spazio per una più rapida ripresa della domanda prima di incontrare i vincoli di offerta, anche perché quest’ultimi  possono allentarsi per gli effetti (economici e non statistici) che una più positiva evoluzione nel breve periodo (domanda) può esercitare sulle dinamiche del lungo periodo (offerta). Una più forte crescita della domanda aggregata rivitalizza, tramite una maggiore propensione a investire, il lato dell’offerta che può prendere a espandersi in misura più significativa. All’opposto, una domanda a lungo stagnante ha impatti negativi, per mancata crescita dello stock di capitale ed effetti di isteresi sulla disoccupazione, sul potenziale produttivo. Il gap negativo che sussiste tra domanda e offerta può anche chiudersi, nel lungo periodo, per l’arretramento di quest’ultima. Non riteniamo, come detto, che sia questa la prospettiva dei prossimi anni, una situazione che risulterà ancora caratterizzata da una persistente tendenza dell’offerta a eccedere la domanda aggregata; ma il rischio c’è e occorre contrastarlo agendo, appunto, in primo luogo sulla spesa.  

Sfide per la politica per combattere il declino. Vi è dunque una ripresa, consentita dal mutamento delle politiche economiche. È un bene. Sarà, però, una fase ancora contrassegnata dalla debolezza della domanda aggregata. Quando si parla di rischi di stagnazione prolungata non si intende tanto crescita zero, quanto un’evoluzione positiva, ma che si caratterizza per la persistente inadeguatezza della spesa degli operatori, siano essi consumatori o imprese, rispetto alle potenzialità di produzione dell’economia. In queste condizioni, quella che abbiamo chiamato la “classe 2007” rischia di immettersi su un “sentiero di vita” contrassegnato da prolungata bassa crescita e dalla conseguente impossibilità ritornare ai livelli di benessere che erano impliciti nei trend pre-crisi, quelli di cui hanno goduto i loro genitori fino a che li hanno messi al mondo.

Quest’ultimi hanno avuto, fino al 2007, standard di vita che sono evoluti in linea con quelli delle altre grandi economie europee. Si è parlato a lungo di declino relativo dell’Italia prima della crisi; un fenomeno che si sarebbe concretizzato soprattutto a partire dalla metà degli anni ’90 dello scorso secolo. In effetti, i dati delle (riviste) contabilità nazionali non sembrano mostrare in modo chiaro una simile tendenza. Nei confronti della Germania, il Pil pro-capite ha effettivamente preso a scendere nel 2004-2005, quando maturano i successi da guadagno di competitività conseguiti grazie all’euro dall’economia tedesca; la caduta si fa poi precipitosa a seguito della duplice recessione italiana. Nei confronti della Francia il declino, dalla metà degli anni ’90, riflette essenzialmente il più veloce invecchiamento relativo della popolazione italiana. Escludendo questo effetto, il reddito pro-capite calcolato sulla popolazione in età di lavoro dell’Italia (una misura della produttività delle persone potenzialmente occupabili) tiene sostanzialmente il passo, dal ’95, con quello francese, prima di crollare con l’avvento della crisi. Il vero declino italiano si manifesta dopo il 2007; è questo che bisogna, oggi, primariamente curare.         

Fig.  4. - Pil pro capite in parità dei poteri d’acquisto costanti: Italia in rapporto a Germania e Francia
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Fonte: elaborazioni su dati Oecd

C’è, dunque, ancora necessità di un’azione di politica economica volta a rivitalizzare una crescita che è stata annichilita degli eventi successivi al 2007. Ovviamente questo non può essere il compito che può svolgere una sola nazione che è parte di una unione monetaria e ha vincoli insormontabili da alto debito pubblico. Occorre un impegno europeo, perché una unione che condivide la stessa moneta non può accettare che si verifichi al suo interno una situazione quale quella descritta nelle figure 2-4, tanto più se quelle evoluzioni sono anche il frutto di scelte mal-concepite di politica economica perseguite in risposta alla crisi dell’euro. Si è detto che la recente ripresa deriva in effetti dal cambiamento di impostazione delle politiche macro nell’area euro. Ma, come molte volte si è constatato per i passi di volta in volta intrapresi nel corso della crisi europea, anche per questa azione si corre il rischio di ripetere il motto: too late, too little. Il “troppo tardi” potrebbe valere soprattutto per la politica monetaria che, a causa dell’opposizione tedesca, arriva al Qe con notevole ritardo. Non è detto che l’immissione di liquidità riesca a fare ripartire le aspettative di inflazione nella misura necessaria ad ancorarle nuovamente all’obiettivo del 2%, condizione essenziale per ridare potere di trazione alla politica monetaria. Ancor più se si tiene presente che l’inalterata opzione anti-inflazionistica della Germania può inficiare un simile sforzo. A questo proposito, è da notare che le aspettative di inflazione, misurate sui rendimenti degli strumenti finanziari, hanno preso a ripiegare nell’ultimo mese, dopo il rialzo susseguente all’annuncio e, poi, all’avvio del Qe. Il “troppo poco” si riferisce alla politica fiscale. La politica monetaria non convenzionale ha bisogno di essere affiancata dalla politica fiscale per essere efficace. Tuttavia, la flessibilità consentita dalla Commissione alle economie sotto osservazione si muove entro stretti limiti, mentre i paesi che avrebbero spazio fiscale per condurre l’affiancamento alla Bce sono restii ad adottare azioni di stimolo, anche quando queste sembrano nel loro concreto interesse nazionale (come è il caso degli investimenti pubblici in infrastrutture in Germania, finanziabili con tassi di interesse mai così bassi).

Non si è, dunque, fatto ancora abbastanza sul lato del sostegno della spesa, ci sono spazi da conquistare e resistenze da vincere in Europa per una politica di contrasto delle tendenze alla stagnazione. È in questo quadro che si devono inserire le azioni strutturali sul fronte dell’offerta. Esse devono aiutare a correggere il gap di domanda. Vanno in tale direzione tutte le misure volte ad abbattere l’incertezza sul futuro che riduce la voglia di spendere degli operatori privati e quelle dirette a rimuovere gli ostacoli (istituzionali, regolatori, legali) che abbassano la propensione all’investimento. Le politiche di riforma strutturale sono dunque anch’esse fondamentali in questa fase nella misura in cui contribuiscono a curare e non ad aggravare la debolezza della domanda aggregata.

I nodi della ripresa da scogliere continuano – oggi come un anno e mezzo fa  – a riguardare l’adeguatezza del livello della domanda.

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Martedì, 07 Luglio 2015 00:00

7 luglio 2015 – La morale del tornio

Bologna, Sala Incontri Nomisma, ore 17.30 –Antonio Calabrò presenta il volume “La morale del tornio – Cultura d’impresa per lo sviluppo”. Ne discutono con l’autore Romano Prodi e Piero Gnudi.

Invito

 

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Sala Bolognese (BO), ore 9.00 - Silvia  Zucconi, Coordinatore Area Agroalimentare Nomisma, presenta i risultati della Survey sulle aziende agricole “Il ruolo del frumento ibrido in Italia” nell’ambito del convegno dal titolo “Che frumento coltiveremo nel 2025?”.

Programma

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Roma, ore 13.00 – Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma, terrà il prossimo CSC Lunch Seminar di Confindustria, presso la sede di Viale dell’Astronomia 30.

Dettagli evento

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Cavallino Treporti (VE) – Conference Hall Union Lido - Marco Marcatili partecipa all’evento organizzato da 2115. L’iniziativa affronterà i temi legati a imprese, professioni, cultura, reti, network, nuovi modelli organizzativi e relazionali, connessioni nel turismo e nell’indotto.L’evento è rivolto a chi intende comunicare la propria azienda, organizzazione o iniziativa in modo unico e personale.

Programma

 

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Denis Pantini e Paolo Bono, Nomisma Wine Monitor 
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Nel 2014 il vino italiano ha ritoccato verso l’alto il proprio record in termini di esportazioni, attestandosi attorno ai 5,1 miliardi di euro. Si tratta di una crescita modesta (di poco superiore all’1%) rispetto a quanto registrato nell’anno precedente, che deriva sostanzialmente dalle conseguenze che l’arretramento nei valori di import di vino di alcuni grandi mercati internazionali (come la Germania o la Russia) ha avuto sull’export mondiale, diminuito di circa lo 0,5% rispetto al 2013. La ridotta performance dell’export italiano è principalmente attribuibile al vino sfuso (che incide ancora per circa il 30% sui volumi commercializzati all’estero), la cui riduzione nei valori (vicina al 20%) non è stata compensata né dall’importante crescita degli spumanti (+14%, ma le cui quantità pesano per appena il 10% del totale export), né dai vini fermi imbottigliati, che rappresentano la gran parte delle nostre esportazioni (60% dei volumi), la cui crescita è risultata appena superiore all’1%.

L’attenzione posta ai mercati esteri da parte delle imprese vinicole italiane sta diventando sempre più centrale, alla luce del lento ma inesorabile calo che stanno subendo i consumi di vino sul mercato nazionale. Appena un decennio fa, il rapporto tra i volumi esportati e quelli venduti internamente era pari a 0,5; oggi è diventato 1, nel senso che le quantità di vino commercializzate all’estero sono praticamente le stesse di quelle consumate sul mercato domestico (fig. 1).

Visti da un’altra angolazione, i consumi di vino sono scesi nello stesso periodo da 50 a 35 litri pro-capite, un livello ancora alto se confrontato con i principali mercati internazionali (in Francia sono 44 litri, in Germania 24, negli Stati Uniti meno di 10), ma purtroppo inserito in un trend di calo per motivi strutturali, comuni a quei paesi europei dove il vino vanta radici storiche di lungo corso nell’ambito delle proprie tradizioni alimentari. Tradizioni nelle quali il vino ha spesso assunto la funzione di elemento di base piuttosto che voluttuario e che oggi si trova a fare i conti con una riduzione fisiologica dei bevitori quotidiani (maggiormente diffusi nelle fasce della popolazione con più di 65 anni), non adeguatamente rimpiazzati da quelli occasionali, per lo meno sul fronte delle quantità consumate.

Fig. 1– Italia: trend dell’export e dei consumi interni di vino (Milioni di ettolitri)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor

In questo scenario di riduzione strutturale dei consumi di vino, la crisi economica non ha fatto altro che accentuare la tendenza in atto. Tale calo ha interessato sia le vendite sul canale off-trade (in particolare GDO, diminuite dal 2007 ad oggi del 15% in quantità, fig. 2), sia quelle sull’on-trade, dove ha inciso la riduzione della capacità di spesa che ha interessato gli italiani durante questo lungo periodo di recessione. Tanto che l’incidenza dell’on-trade sulle vendite nazionali di vino (in quantità) è scesa dal 40% al 35% nel corso degli ultimi cinque anni.

Fig. 2 – Vendite decennali di vino confezionato in GDO (2004 = 100)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati IRI

Di fronte a questo scenario di calo dei consumi sul mercato nazionale, i produttori italiani hanno spostato l’attenzione verso l’estero, con l’obiettivo di cogliere le opportunità derivanti dalla diffusione dei consumi di vino ai quattro angoli del pianeta: nel corso dell’ultimo decennio, il commercio internazionale di questo prodotto è infatti aumentato di quasi il 75%, passando da 15 a 26 miliardi di euro. Un tasso di crescita che, nello stesso periodo di tempo, è stato surclassato dall’export dei vini italiani (+88%), trainato da un lato dall’incremento delle esportazioni degli spumanti (+263%) e dall’altro da un allargamento delle vendite verso i mercati extra-Ue, dove i consumi di vino evidenziano dinamiche di crescita molto più rilevanti rispetto ai paesi europei.

Questa progressione non è stata semplice e soprattutto non ha interessato direttamente tutte le imprese vinicole italiane. Sebbene la propensione media all’export del settore sia vicina al 50%, i produttori che possono vantare un grado di internazionalizzazione più elevato sono generalmente quelli che esprimono anche “dimensioni competitive” maggiori: in particolare, la propensione all’export delle imprese vinicole risulta mediamente superiore al 60% nel caso delle aziende con oltre 50 milioni di fatturato che, nel quadro del tessuto produttivo italiano, sono meno di 30.

Le dimensioni aziendali favoriscono quindi il grado di internazionalizzazione delle imprese, un fattore che a sua volta appare legato alle performance economiche delle stesse.

La focalizzazione sul mercato estero sembra, infatti, favorire una maggiore redditività delle aziende vitivinicole, come emerge da un’analisi condotta su un campione di 46 imprese di capitali (S.r.l. e S.p.A.). Si tratta delle principali imprese non cooperative del settore (con valore dei ricavi superiore a 10 milioni di euro), che a livello cumulato rappresentano oltre 2 miliardi di euro di fatturato. Nel campione non sono state invece considerate le cooperative (nonostante l’importanza di queste realtà nel sistema vitivinicolo italiano), dato che le specificità contabili di questa forma d’impresa inficiano significativamente i risultati aziendali e settoriali in termini di marginalità e redditività[1].

Alla luce di tali premesse, dall’analisi del campione emerge come le aziende con maggiore propensione all’export siano quelle con la più elevata redditività del capitale (fig. 3); più in dettaglio, il rendimento del capitale proprio (ROE) si attesta mediamente al 2,2% tra le imprese che esportano fino al 50% (in valore) dei propri prodotti, sale al 4,4% tra le aziende che esportano dal 50% al 74% del proprio fatturato, fino a raggiungere il 10,9% tra le realtà che realizzano la quasi totalità delle vendite (oltre il 75%) all’estero.

Fig. 3 – Relazione tra redditività del capitale proprio (ROE) e propensione all’export (export/fatturato)
20140313-FS-Grafica3
Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Se la focalizzazione commerciale sui mercati esteri favorisce la redditività delle imprese, considerazioni differenti possono essere fatte sulla marginalità dei prodotti, misurata tramite l’EBIT che definisce l’incidenza percentuale del risultato operativo della gestione caratteristica sul totale del fatturato (in altre parole la dimensione dei margini unitari medi dei prodotti commercializzati). A tale proposito, la figura 4 mostra come, a differenza di quanto visto per la redditività del capitale (ROE), all’interno del campione la marginalità non cresce proporzionalmente all’aumentare della propensione all’export delle imprese.

Fig. 4 – Relazione tra marginalità netta (EBIT) e propensione all’export delle imprese
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Per quale motivo gli effetti della propensione all’export sono diversi su redditività e marginalità?

Una risposta in tal senso discende dalle caratteristiche strutturali e organizzative delle imprese vitivinicole italiane fortemente orientate sui mercati internazionali, i cui connotati possono essere identificati attraverso il grado di integrazione verticale delle stesse, misurato come rapporto tra il valore degli acquisti di materie prime e valore della produzione. Tanto più tale indice risulta elevato tanto più è basso il livello di integrazione delle imprese. In altre parole, nei casi in cui tale indicatore risulta alto è verosimile che le imprese trasformino vino a partire da uve acquistate da terzi oppure selezionino e commercializzino vini prodotti da altre realtà.

Partendo da questo assunto, la figura 5 evidenzia in maniera chiara come nelle imprese vitivinicole che esportano quasi tutta la propria produzione (oltre il 75% del fatturato deriva da vendite oltre confine), tale indice assume valori mediamente molto più elevati rispetto a quelli riscontrabili nella restante parte del tessuto produttivo.

Fig. 5 – Proxy sul tipo di attività svolta (integrazione verticale) e propensione all’export delle imprese
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

In virtù di tali evidenze, le imprese fortemente export-oriented sembrano caratterizzarsi per una maggiore focalizzazione sulla fasi più a valle della filiera e parallelamente per una minore copertura della filiera nelle fasi più a monte (gestione dei vigneti e/o vinificazione). Sembrerebbe quasi che queste realtà (chi esporta oltre il 75% del fatturato), nel tempo abbiano accresciuto i loro ricavi all’estero soprattutto regolando e coordinando la filiera al fine di commercializzare prodotti finiti (bottiglie o vino sfuso successivamente imbottigliato nei propri stabilimenti) provenienti da legami di fornitura con altre realtà produttive, sia che si tratti di vino o di uva successivamente trasformata in azienda. A supporto di tale considerazione, si veda la tabella 1 dove, per i tre cluster di imprese considerate, sono state messe a confronto le bottiglie prodotte con quelle potenzialmente ottenibili dai vigneti gestiti (sia di proprietà che in affitto).

Tab. 1 – Produzione di vino commercializzato dai tre cluster di imprese rispetto al proprio potenziale produttivo (2013)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor.

Al netto della produzione di vino venduta sfusa, è interessante notare come per le imprese maggiormente export oriented, la produzione imbottigliata è quasi 4 volte superiore a quella potenzialmente ottenibile dai vigneti gestiti; un rapporto che diminuisce sensibilmente al calare della propensione all’export e che dimostra una volta di più come le imprese maggiormente focalizzate sui mercati esteri abbiano nel tempo rafforzato le relazioni di filiera piuttosto che incrementato l’investimento nei fattori di produzione.

Le peculiarità di questo gruppo di imprese ci aiutano a spiegare perché a una maggiore propensione all’export corrisponde una più elevata redditività ma non necessariamente una maggiore marginalità. Aziende di questo tipo (che esternalizzano una o più fasi del processo produttivo a terzi) hanno infatti minore necessità di capitale a parità di fatturato sviluppato. Allo stesso tempo, i costi unitari di produzione salgono dal momento che includono anche i margini relativi alle attività produttive (ad esempio la coltivazione dell’uva o la vinificazione) lasciate in capo a terzi.

D’altronde, le attività focalizzate sulle fasi più a valle della filiera (nell’ordine, trasformazione a partire da semilavorati, imbottigliamento, distribuzione e commercializzazione) risultano strutturalmente caratterizzate da marginalità unitarie inferiori rispetto a quelle realizzate da imprese che coprono l’intera filiera di produzione (dalla vigna alla vendita del vino) e, allo stesso tempo, redditività del capitale più elevata. A quest’ultimo proposito, la maggiore redditività deriva dal fatto che in tali contesti organizzativi diminuisce sensibilmente la quantità di capitale necessaria a sviluppare lo stesso fatturato. Sintetizzando, si può affermare che per questa tipologia di imprese, a parità di prodotti offerti, diminuiscono i margini unitari di prodotto ma aumentano più che proporzionalmente i volumi e i valori di vendita con lo stesso capitale investito. Tale circostanza, che si può definire come rotazione del capitale, favorisce in ultima istanza il conseguimento di utili più elevati grazie all’effetto moltiplicazione dei volumi sui margini unitari.

I risultati economici e la loro correlazione con l’organizzazione industriale e la focalizzazione delle imprese sui mercati esteri suggeriscono nuove riflessioni per la lettura delle buone performance registrate dal vino made in Italy negli ultimi anni.

Una parte rilevante del vino italiano viene oggi esportato da imprese che, nel focalizzare il proprio portafoglio clienti sui mercati esteri, hanno da un lato concentrato investimenti e competenze interne sulle ultime fasi del processo produttivo nonché sulle fasi distributive e commerciali; d’altro canto esse hanno assunto un ruolo di coordinamento e controllo delle fasi produttive a monte, delegando una parte rilevante dei processi più strettamente produttivi a imprese vitivinicole di minori dimensioni con difficoltà di accesso diretto al mercato (specie in un momento di profondo calo delle vendite interne sul canale on-trade).

All’interno della filiera vitivinicola italiana (o meglio nelle diverse filiere vitivinicole che a livello territoriale si concentrano su specifiche produzioni a denominazione di origine), quindi, le aziende export-focused spesso si sono poste al vertice dell’organizzazione di filiera veicolando oltre-confine il vino prodotto anche a partire da uve di tante piccole realtà che hanno potuto mantenere il proprio focus aziendale su qualità e processi produttivi.

In quest’ottica, l’intensificazione e il consolidamento dei rapporti di sub-fornitura tra le imprese della filiera potrebbe essere stato un fattore organizzativo determinante nel percorso di sviluppo dell’export italiano di vino. Ciò a maggior ragione per un settore fortemente caratterizzato dalla presenza e dalla forza d’immagine delle denominazioni di origine. La riconoscibilità dei vini made in Italy nel mondo è infatti spesso associata alle denominazioni di origine piuttosto che ai brand privati, una circostanza che favorisce i legami tra le imprese delle filiera a livello territoriale. In tal senso, il sistema delle denominazioni mantiene saldi i legami di fornitura a livello locale e garantisce che i vantaggi derivanti dall’internalizzazione commerciale delle imprese più grandi ricadano a cascata anche sul tessuto produttivo composto da piccoli produttori locali.

A dispetto però dei record ottenuti nell’export e della tenuta della viticoltura a livello territoriale, sono ancora tanti gli ambiti su cui intervenire per avvicinarsi sempre più all’obiettivo dei 7,5 miliardi di esportazioni ipotizzati dal Governo entro il 2020. Se, come visto, il sistema delle denominazioni costituisce un punto fermo per uno sviluppo armonico dell’intera filiera vitivinicola, diventa sempre più strategico - per i Consorzi di Tutela chiamati a gestire e programmare l’offerta produttiva - dotarsi di sistemi e strumenti utili al monitoraggio e alla previsione dei trend di mercato.

Allo stesso tempo, non si può pensare che tutta l’uva prodotta dalle migliaia di piccoli produttori possa essere interamente trasformata e veicolata sul mercato tramite quella parte del tessuto produttivo che ha ormai tutte le competenze e le risorse per accedere al meglio ai mercati internazionali. Le relazioni di filiera che abbiamo esaminato possono certamente aiutare la sostenibilità del tessuto produttivo ma prima o poi il vitivinicolo italiano dovrà fare i conti con quello che sembra un ineluttabile declino dei consumi interni, tra l’altro sempre più legati alla GDO e quindi ad un interlocutore commerciale spesso “inarrivabile” da parte dei piccoli produttori.

Può il vitivinicolo italiano fare a meno del mercato nazionale? Si può pensare di mantenere nel lungo termine un’offerta variegata e di qualità senza riuscire a stimolare una ripresa dei consumi interni? Le dinamiche degli ultimi decenni suggeriscono che si tratta di una sfida difficile. Ma forse è anche una sfida da cui non si può sfuggire. Per vincerla occorre intervenire contemporaneamente su diversi ambiti (dal rafforzamento delle competenze commerciali delle imprese allo sviluppo dell’enoturismo), anche se l’obiettivo prioritario resta quello di una conoscenza più approfondita degli stili e delle abitudini di consumo che caratterizzano le fasce più giovani della popolazione, chiamate a sostituire una generazione di consumatori “quotidiani” di vino che, nel tempo, va riducendosi. Inesorabilmente.

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[1] Nelle cooperative vitivinicole, la gran parte dei margini e degli utili aziendali viene distribuita ai soci tramite il riconoscimento di un sovra-prezzo sulla materia prima (uva da vino o vino sfuso) da essi conferita. La marginalità prodotta viene quindi in larga parte contabilizzata come un costo (tra i costi di acquisto per materie prime) e ciò ovviamente ha un impatto sui livelli di redditività che emergerebbero da una tradizionale analisi dei bilanci. In tale contesto, tutti gli indici di redditività delle imprese cooperative risultano ampiamente sottostimati così come gli indici eventualmente calcolati su campioni settoriali che coinvolgono anche realtà cooperative. 

Pubblicato in Focus On Archivio

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