Denis Pantini e Paolo Bono, Nomisma Wine Monitor 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nel 2014 il vino italiano ha ritoccato verso l’alto il proprio record in termini di esportazioni, attestandosi attorno ai 5,1 miliardi di euro. Si tratta di una crescita modesta (di poco superiore all’1%) rispetto a quanto registrato nell’anno precedente, che deriva sostanzialmente dalle conseguenze che l’arretramento nei valori di import di vino di alcuni grandi mercati internazionali (come la Germania o la Russia) ha avuto sull’export mondiale, diminuito di circa lo 0,5% rispetto al 2013. La ridotta performance dell’export italiano è principalmente attribuibile al vino sfuso (che incide ancora per circa il 30% sui volumi commercializzati all’estero), la cui riduzione nei valori (vicina al 20%) non è stata compensata né dall’importante crescita degli spumanti (+14%, ma le cui quantità pesano per appena il 10% del totale export), né dai vini fermi imbottigliati, che rappresentano la gran parte delle nostre esportazioni (60% dei volumi), la cui crescita è risultata appena superiore all’1%.

L’attenzione posta ai mercati esteri da parte delle imprese vinicole italiane sta diventando sempre più centrale, alla luce del lento ma inesorabile calo che stanno subendo i consumi di vino sul mercato nazionale. Appena un decennio fa, il rapporto tra i volumi esportati e quelli venduti internamente era pari a 0,5; oggi è diventato 1, nel senso che le quantità di vino commercializzate all’estero sono praticamente le stesse di quelle consumate sul mercato domestico (fig. 1).

Visti da un’altra angolazione, i consumi di vino sono scesi nello stesso periodo da 50 a 35 litri pro-capite, un livello ancora alto se confrontato con i principali mercati internazionali (in Francia sono 44 litri, in Germania 24, negli Stati Uniti meno di 10), ma purtroppo inserito in un trend di calo per motivi strutturali, comuni a quei paesi europei dove il vino vanta radici storiche di lungo corso nell’ambito delle proprie tradizioni alimentari. Tradizioni nelle quali il vino ha spesso assunto la funzione di elemento di base piuttosto che voluttuario e che oggi si trova a fare i conti con una riduzione fisiologica dei bevitori quotidiani (maggiormente diffusi nelle fasce della popolazione con più di 65 anni), non adeguatamente rimpiazzati da quelli occasionali, per lo meno sul fronte delle quantità consumate.

Fig. 1– Italia: trend dell’export e dei consumi interni di vino (Milioni di ettolitri)
20140313-FS-Grafica1
Fonte: Nomisma Wine Monitor

In questo scenario di riduzione strutturale dei consumi di vino, la crisi economica non ha fatto altro che accentuare la tendenza in atto. Tale calo ha interessato sia le vendite sul canale off-trade (in particolare GDO, diminuite dal 2007 ad oggi del 15% in quantità, fig. 2), sia quelle sull’on-trade, dove ha inciso la riduzione della capacità di spesa che ha interessato gli italiani durante questo lungo periodo di recessione. Tanto che l’incidenza dell’on-trade sulle vendite nazionali di vino (in quantità) è scesa dal 40% al 35% nel corso degli ultimi cinque anni.

Fig. 2 – Vendite decennali di vino confezionato in GDO (2004 = 100)
20140313-FS-Grafica2
Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati IRI

Di fronte a questo scenario di calo dei consumi sul mercato nazionale, i produttori italiani hanno spostato l’attenzione verso l’estero, con l’obiettivo di cogliere le opportunità derivanti dalla diffusione dei consumi di vino ai quattro angoli del pianeta: nel corso dell’ultimo decennio, il commercio internazionale di questo prodotto è infatti aumentato di quasi il 75%, passando da 15 a 26 miliardi di euro. Un tasso di crescita che, nello stesso periodo di tempo, è stato surclassato dall’export dei vini italiani (+88%), trainato da un lato dall’incremento delle esportazioni degli spumanti (+263%) e dall’altro da un allargamento delle vendite verso i mercati extra-Ue, dove i consumi di vino evidenziano dinamiche di crescita molto più rilevanti rispetto ai paesi europei.

Questa progressione non è stata semplice e soprattutto non ha interessato direttamente tutte le imprese vinicole italiane. Sebbene la propensione media all’export del settore sia vicina al 50%, i produttori che possono vantare un grado di internazionalizzazione più elevato sono generalmente quelli che esprimono anche “dimensioni competitive” maggiori: in particolare, la propensione all’export delle imprese vinicole risulta mediamente superiore al 60% nel caso delle aziende con oltre 50 milioni di fatturato che, nel quadro del tessuto produttivo italiano, sono meno di 30.

Le dimensioni aziendali favoriscono quindi il grado di internazionalizzazione delle imprese, un fattore che a sua volta appare legato alle performance economiche delle stesse.

La focalizzazione sul mercato estero sembra, infatti, favorire una maggiore redditività delle aziende vitivinicole, come emerge da un’analisi condotta su un campione di 46 imprese di capitali (S.r.l. e S.p.A.). Si tratta delle principali imprese non cooperative del settore (con valore dei ricavi superiore a 10 milioni di euro), che a livello cumulato rappresentano oltre 2 miliardi di euro di fatturato. Nel campione non sono state invece considerate le cooperative (nonostante l’importanza di queste realtà nel sistema vitivinicolo italiano), dato che le specificità contabili di questa forma d’impresa inficiano significativamente i risultati aziendali e settoriali in termini di marginalità e redditività[1].

Alla luce di tali premesse, dall’analisi del campione emerge come le aziende con maggiore propensione all’export siano quelle con la più elevata redditività del capitale (fig. 3); più in dettaglio, il rendimento del capitale proprio (ROE) si attesta mediamente al 2,2% tra le imprese che esportano fino al 50% (in valore) dei propri prodotti, sale al 4,4% tra le aziende che esportano dal 50% al 74% del proprio fatturato, fino a raggiungere il 10,9% tra le realtà che realizzano la quasi totalità delle vendite (oltre il 75%) all’estero.

Fig. 3 – Relazione tra redditività del capitale proprio (ROE) e propensione all’export (export/fatturato)
20140313-FS-Grafica3
Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Se la focalizzazione commerciale sui mercati esteri favorisce la redditività delle imprese, considerazioni differenti possono essere fatte sulla marginalità dei prodotti, misurata tramite l’EBIT che definisce l’incidenza percentuale del risultato operativo della gestione caratteristica sul totale del fatturato (in altre parole la dimensione dei margini unitari medi dei prodotti commercializzati). A tale proposito, la figura 4 mostra come, a differenza di quanto visto per la redditività del capitale (ROE), all’interno del campione la marginalità non cresce proporzionalmente all’aumentare della propensione all’export delle imprese.

Fig. 4 – Relazione tra marginalità netta (EBIT) e propensione all’export delle imprese
20140313-FS-Grafica4
Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Per quale motivo gli effetti della propensione all’export sono diversi su redditività e marginalità?

Una risposta in tal senso discende dalle caratteristiche strutturali e organizzative delle imprese vitivinicole italiane fortemente orientate sui mercati internazionali, i cui connotati possono essere identificati attraverso il grado di integrazione verticale delle stesse, misurato come rapporto tra il valore degli acquisti di materie prime e valore della produzione. Tanto più tale indice risulta elevato tanto più è basso il livello di integrazione delle imprese. In altre parole, nei casi in cui tale indicatore risulta alto è verosimile che le imprese trasformino vino a partire da uve acquistate da terzi oppure selezionino e commercializzino vini prodotti da altre realtà.

Partendo da questo assunto, la figura 5 evidenzia in maniera chiara come nelle imprese vitivinicole che esportano quasi tutta la propria produzione (oltre il 75% del fatturato deriva da vendite oltre confine), tale indice assume valori mediamente molto più elevati rispetto a quelli riscontrabili nella restante parte del tessuto produttivo.

Fig. 5 – Proxy sul tipo di attività svolta (integrazione verticale) e propensione all’export delle imprese
20140313-FS-Grafica5
Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

In virtù di tali evidenze, le imprese fortemente export-oriented sembrano caratterizzarsi per una maggiore focalizzazione sulla fasi più a valle della filiera e parallelamente per una minore copertura della filiera nelle fasi più a monte (gestione dei vigneti e/o vinificazione). Sembrerebbe quasi che queste realtà (chi esporta oltre il 75% del fatturato), nel tempo abbiano accresciuto i loro ricavi all’estero soprattutto regolando e coordinando la filiera al fine di commercializzare prodotti finiti (bottiglie o vino sfuso successivamente imbottigliato nei propri stabilimenti) provenienti da legami di fornitura con altre realtà produttive, sia che si tratti di vino o di uva successivamente trasformata in azienda. A supporto di tale considerazione, si veda la tabella 1 dove, per i tre cluster di imprese considerate, sono state messe a confronto le bottiglie prodotte con quelle potenzialmente ottenibili dai vigneti gestiti (sia di proprietà che in affitto).

Tab. 1 – Produzione di vino commercializzato dai tre cluster di imprese rispetto al proprio potenziale produttivo (2013)
20140313-FS-Grafica6
Fonte: Nomisma Wine Monitor.

Al netto della produzione di vino venduta sfusa, è interessante notare come per le imprese maggiormente export oriented, la produzione imbottigliata è quasi 4 volte superiore a quella potenzialmente ottenibile dai vigneti gestiti; un rapporto che diminuisce sensibilmente al calare della propensione all’export e che dimostra una volta di più come le imprese maggiormente focalizzate sui mercati esteri abbiano nel tempo rafforzato le relazioni di filiera piuttosto che incrementato l’investimento nei fattori di produzione.

Le peculiarità di questo gruppo di imprese ci aiutano a spiegare perché a una maggiore propensione all’export corrisponde una più elevata redditività ma non necessariamente una maggiore marginalità. Aziende di questo tipo (che esternalizzano una o più fasi del processo produttivo a terzi) hanno infatti minore necessità di capitale a parità di fatturato sviluppato. Allo stesso tempo, i costi unitari di produzione salgono dal momento che includono anche i margini relativi alle attività produttive (ad esempio la coltivazione dell’uva o la vinificazione) lasciate in capo a terzi.

D’altronde, le attività focalizzate sulle fasi più a valle della filiera (nell’ordine, trasformazione a partire da semilavorati, imbottigliamento, distribuzione e commercializzazione) risultano strutturalmente caratterizzate da marginalità unitarie inferiori rispetto a quelle realizzate da imprese che coprono l’intera filiera di produzione (dalla vigna alla vendita del vino) e, allo stesso tempo, redditività del capitale più elevata. A quest’ultimo proposito, la maggiore redditività deriva dal fatto che in tali contesti organizzativi diminuisce sensibilmente la quantità di capitale necessaria a sviluppare lo stesso fatturato. Sintetizzando, si può affermare che per questa tipologia di imprese, a parità di prodotti offerti, diminuiscono i margini unitari di prodotto ma aumentano più che proporzionalmente i volumi e i valori di vendita con lo stesso capitale investito. Tale circostanza, che si può definire come rotazione del capitale, favorisce in ultima istanza il conseguimento di utili più elevati grazie all’effetto moltiplicazione dei volumi sui margini unitari.

I risultati economici e la loro correlazione con l’organizzazione industriale e la focalizzazione delle imprese sui mercati esteri suggeriscono nuove riflessioni per la lettura delle buone performance registrate dal vino made in Italy negli ultimi anni.

Una parte rilevante del vino italiano viene oggi esportato da imprese che, nel focalizzare il proprio portafoglio clienti sui mercati esteri, hanno da un lato concentrato investimenti e competenze interne sulle ultime fasi del processo produttivo nonché sulle fasi distributive e commerciali; d’altro canto esse hanno assunto un ruolo di coordinamento e controllo delle fasi produttive a monte, delegando una parte rilevante dei processi più strettamente produttivi a imprese vitivinicole di minori dimensioni con difficoltà di accesso diretto al mercato (specie in un momento di profondo calo delle vendite interne sul canale on-trade).

All’interno della filiera vitivinicola italiana (o meglio nelle diverse filiere vitivinicole che a livello territoriale si concentrano su specifiche produzioni a denominazione di origine), quindi, le aziende export-focused spesso si sono poste al vertice dell’organizzazione di filiera veicolando oltre-confine il vino prodotto anche a partire da uve di tante piccole realtà che hanno potuto mantenere il proprio focus aziendale su qualità e processi produttivi.

In quest’ottica, l’intensificazione e il consolidamento dei rapporti di sub-fornitura tra le imprese della filiera potrebbe essere stato un fattore organizzativo determinante nel percorso di sviluppo dell’export italiano di vino. Ciò a maggior ragione per un settore fortemente caratterizzato dalla presenza e dalla forza d’immagine delle denominazioni di origine. La riconoscibilità dei vini made in Italy nel mondo è infatti spesso associata alle denominazioni di origine piuttosto che ai brand privati, una circostanza che favorisce i legami tra le imprese delle filiera a livello territoriale. In tal senso, il sistema delle denominazioni mantiene saldi i legami di fornitura a livello locale e garantisce che i vantaggi derivanti dall’internalizzazione commerciale delle imprese più grandi ricadano a cascata anche sul tessuto produttivo composto da piccoli produttori locali.

A dispetto però dei record ottenuti nell’export e della tenuta della viticoltura a livello territoriale, sono ancora tanti gli ambiti su cui intervenire per avvicinarsi sempre più all’obiettivo dei 7,5 miliardi di esportazioni ipotizzati dal Governo entro il 2020. Se, come visto, il sistema delle denominazioni costituisce un punto fermo per uno sviluppo armonico dell’intera filiera vitivinicola, diventa sempre più strategico - per i Consorzi di Tutela chiamati a gestire e programmare l’offerta produttiva - dotarsi di sistemi e strumenti utili al monitoraggio e alla previsione dei trend di mercato.

Allo stesso tempo, non si può pensare che tutta l’uva prodotta dalle migliaia di piccoli produttori possa essere interamente trasformata e veicolata sul mercato tramite quella parte del tessuto produttivo che ha ormai tutte le competenze e le risorse per accedere al meglio ai mercati internazionali. Le relazioni di filiera che abbiamo esaminato possono certamente aiutare la sostenibilità del tessuto produttivo ma prima o poi il vitivinicolo italiano dovrà fare i conti con quello che sembra un ineluttabile declino dei consumi interni, tra l’altro sempre più legati alla GDO e quindi ad un interlocutore commerciale spesso “inarrivabile” da parte dei piccoli produttori.

Può il vitivinicolo italiano fare a meno del mercato nazionale? Si può pensare di mantenere nel lungo termine un’offerta variegata e di qualità senza riuscire a stimolare una ripresa dei consumi interni? Le dinamiche degli ultimi decenni suggeriscono che si tratta di una sfida difficile. Ma forse è anche una sfida da cui non si può sfuggire. Per vincerla occorre intervenire contemporaneamente su diversi ambiti (dal rafforzamento delle competenze commerciali delle imprese allo sviluppo dell’enoturismo), anche se l’obiettivo prioritario resta quello di una conoscenza più approfondita degli stili e delle abitudini di consumo che caratterizzano le fasce più giovani della popolazione, chiamate a sostituire una generazione di consumatori “quotidiani” di vino che, nel tempo, va riducendosi. Inesorabilmente.

DOWNLOAD


[1] Nelle cooperative vitivinicole, la gran parte dei margini e degli utili aziendali viene distribuita ai soci tramite il riconoscimento di un sovra-prezzo sulla materia prima (uva da vino o vino sfuso) da essi conferita. La marginalità prodotta viene quindi in larga parte contabilizzata come un costo (tra i costi di acquisto per materie prime) e ciò ovviamente ha un impatto sui livelli di redditività che emergerebbero da una tradizionale analisi dei bilanci. In tale contesto, tutti gli indici di redditività delle imprese cooperative risultano ampiamente sottostimati così come gli indici eventualmente calcolati su campioni settoriali che coinvolgono anche realtà cooperative. 

Pubblicato in Focus On Archivio
Mercoledì, 11 Febbraio 2015 00:00

11 febbraio 2015 - Potenziale manifatturiero

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Si annuncia una ripresa. Occorre che sia più rapida rispetto alle stime in circolazione per riparare i danni lasciati dalle recessioni. La manifattura è il settore maggiormente colpito, con  perdite di capacità  sia in estensione (numero di imprese) che in intensità (potenziale per impresa). E’ un ridimensionamento che non si è fermato agli operatori rivolti al mercato interno, ha riguardato anche gli esportatori. Non è da considerarsi per intero permanente, purché vi sia una ripresa adeguata con risveglio degli  investimenti.    

Una ripresa per la manifattura. Con un anno di ritardo rispetto alle previsioni, si affaccia una ripresa anche per l’Italia. Nelle prime stime è di intensità modesta (il Pil aumenterebbe nel 2015 dello 0,6% per la Commissione europea, marginalmente di più per gli istituti italiani). E’ insufficiente, ma è comunque un fatto positivo. Le due recessioni hanno indebolito la struttura della nostra economia e la scomparsa del segno meno davanti alla variazione dell’attività economica contribuisce almeno a frenare il deterioramento. Occorre una crescita più rapida. Secondo alcuni osservatori ciò è possibile, data la molteplicità di shock positivi che si sono succeduti negli ultimi tempi. Un auspicio che deve, però, fare i conti col fatto che la situazione economica italiana ed europea è anormalmente depressa e che alcuni di quegli shock hanno, in tali condizioni, effetti indesiderati (petrolio) ed esiti non garantiti (Qe). Se c’è un comparto che ha un assoluto bisogno di una forte ripresa della domanda aggregata è quello manifatturiero, il settore maggiormente danneggiato dalla lunga involuzione dell’economia. L’industria non ha conosciuto una fase di boom prima della crisi (come è stato, invece, per le costruzioni) e ha subito poi un ridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della seconda guerra mondiale. Questo deterioramento è il lascito delle recessioni alla fase di ripresa. Esso va a definire la piattaforma ristretta da cui l’industria deve ripartire per un nuovo allargamento. La verifica di entità e caratteristiche del danno subito dalla struttura manifatturiera è propedeutica all’individuazione di una strada di rilancio produttivo[1].        

Perdita di capacità. Stimiamo che la produzione potenziale manifatturiera - ovvero quella ottenibile quando la capacità produttiva è pienamente utilizzata - si sia contratta del 18% tra il 2007 e il 2014 (tab. 1)[2]. I tre quarti di tale caduta (-13%) si sono realizzati nel corso della seconda e più lunga recessione. L’Italia non è sola nel ridimensionamento della base industriale: in Spagna la flessione è stata del 24% (-14% tra il 2010 e il 2014), in Grecia del 20% (-12%), in Portogallo del 6,5% (-2,5%), in Francia dell’11% (-6%). Questi paesi (con la parziale eccezione della Francia) condividono con l’Italia il fatto di avere sperimentato dal 2007 due  recessioni, un forte calo della domanda interna, uno sforzo più o meno intenso di recupero competitivo nei confronti della Germania e degli altri paesi core. In quest’ultime economie gli andamenti sono stati opposti. Il potenziale manifatturiero è cresciuto in Germania di quasi l’8% nel corso della crisi, con i tre quinti dell’incremento verificatisi tra il 2010 e il 2014 (+5%). Rialzi si sono avuti anche negli altri paesi del nord Europa, a eccezione della Finlandia che ha sperimentato una prolungata recessione.      

Tab. 1 – Produzione potenziale manifatturiera (variazioni %)
20150211-SCN-Grafica1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat          

Una divergenza di andamenti tra le economie è, in realtà, osservabile sin dalle origini della moneta unica. La figura 1 mostra l’evoluzione del valore pro capite (a prezzi 2010) dell’output potenziale manifatturiero nell’area dei paesi del nord e in quella mediterranea (inclusiva della Francia) a partire dal 2000. Ne emerge una progressiva divaricazione, un processo di polarizzazione geografica centro-periferia che si è accompagnato alla più spinta integrazione. Nel 2000 si osservava una sostanziale equipartizione della capacità produttiva industriale in rapporto alla popolazione tra i due blocchi di economie. Questo iniziale equilibrio si è rotto nei primi anni dello scorso  decennio ed è stato sostituito da  una progressiva differenziazione tra le due aree; una dinamica che si è accentuata dal 2007. Prima della crisi, la divaricazione tra i due blocchi era principalmente alimentata dall’andamento crescente del potenziale pro-capite dei paesi euro del nord, mentre l’area mediterranea sperimentava una sostanziale stabilità rispetto ai valori di inizio decennio. Dopo il 2007 il divario si amplia perché i paesi mediterranei prendono a calare in modo significativo, a fronte di un trend sempre crescente di quelli del nord.

Considerando l’Italia nel confronto con la Germania (fig. 1, pannello di destra), si vede che il nostro Paese aveva all’inizio della moneta unica una capacità manifatturiera per abitante superiore all’economia tedesca. Secondo questa misura, dunque, l’Italia era più industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Tale vantaggio si è annullato a metà dello scorso decennio, per la sostanziale stabilità del potenziale italiano e l’aumento di quello tedesco. A partire dal 2007, con l’esplodere della crisi, il gap è divenuto negativo, allargandosi sempre di più nel corso degli anni, principalmente a seguito della caduta dell’industria italiana. La capacità manifatturiera per abitante dell’Italia è nel 2014 1,5 volte più piccola rispetto alla Germania.

Fig. 1 – Polarizzazione nella manifattura: produzione potenziale pro-capite (milioni di euro 2010 per 1.000 abitanti)1
20150211-SCN-Grafica2
1Paesi euro del nord = Germania, Olanda, Austria, Belgio, Finlandia; Paesi euro mediterranei = Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia.
Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Scende il numero di produttori. Sottostante al ridimensionamento del potenziale manifatturiero italiano vi è una diminuzione del numero dei produttori. A causa del cambio di classificazione (fino al 2007 Ateco 2002, successivamente Ateco 2007), che ha modificato il perimetro della manifattura, non è disponibile una serie storica omogenea del numero di imprese manifatturiere. Purtuttavia, anche tenendo conto del break statistico, emerge una tendenza di fondo all’erosione del numero di produttori, che ha avuto un’amplificazione negli anni della crisi (fig. 2). Tra il 2002 e il 2007 le imprese manifatturiere (nella classificazione Ateco 2002) si sono ridotte di 7.700 all’anno (-1,4%, tab. 2); tra il 2008 e il 2012 la contrazione (sulla base della classificazione Ateco 2007) è stata di 10.600 all’anno (-2,4%). Nel valutare queste dinamiche si deve tenere conto che nel 2013, anno per il quale non si dispone ancora di informazioni, vi è stata molto probabilmente una nuova riduzione delle imprese industriali che ha prolungato il trend in atto dal 2008[3].      

Fig. 2 – Italia: numero delle imprese manifatturiere
20150211-SCN-Grafica3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Tab. 2 - Italia: numero imprese manifatturiere (variazioni assolute e percentuali medie annue)
20150211-SCN-Grafica4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Sotto il profilo dimensionale, la riduzione del numero di produttori ha interessato in termini assoluti principalmente la classe più popolosa, ovvero quella delle micro-imprese (sotto i 9 addetti) il cui ridimensionamento è stato molto simile nei due periodi: -7.200 in media all’anno (tab. 2). Tuttavia, la distribuzione per classi dimensionali non è mutata. Anzi, nel periodo della crisi (2008-2012) il peso delle micro-unità nella manifattura italiana è tornato ad ampliarsi (da 81 a 83% del totale), mentre la dimensione media di impresa nell’insieme della manifattura si è ridotta, passando da 9,6 a 9,2 addetti.

Estensione e intensità del potenziale. La caduta della capacità potenziale, a partire dal 2008, ha dunque riflesso un processo di riduzione nell’estensione della platea dei produttori, più forte di quello che aveva contrassegnato il periodo pre-crisi. Non si è trattato, però, solo di questo. Come mostrano le stime della tabella 3, si è avuto anche un ridimensionamento della produzione potenziale per impresa (-0,5% all’anno). Questo è un fenomeno del tutto specifico alla crisi e che segna una inversione rispetto alle tendenze del precedente periodo (+1,5%). La caduta del potenziale manifatturiero italiano negli ultimi anni ha, dunque, avuto una valenza tanto estensiva, con la diminuzione del numero di imprese operative, quanto intensiva, con il ridimensionamento in media della capacità produttiva di quelle che hanno continuato a operare[4].          

Tab. 3 – Italia: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue)
20150211-SCN-Grafica5
Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Istat

Questa dinamica in contrazione su entrambi i fronti (numero e intensità) sembra contraddistinguere in modo specifico l’esperienza dell’industria italiana rispetto ai principali paesi euro (tab. 4). La Spagna - economia che ha subito tra il 2008 e il 2012 un calo di capacità superiore all’Italia - ha ridotto il potenziale solo attraverso una marcata flessione del numero di produttori; la capacità di produzione per impresa è, invece, variata in misura modesta. La Francia, d’altro canto, ha sperimentato una forte diminuzione del potenziale medio per impresa, mentre la numerosità dei produttori si è accresciuta. Infine, la Germania che al contrario delle precedenti economie ha visto un’ulteriore espansione di capacità di produzione, ha ottenuto questo risultato fondamentalmente incrementando il numero di produttori.

Tab. 4 – Paesi euro: produzione potenziale manifatturiera, numero imprese e potenziale per impresa
(var. logaritmiche in %, medie annue, 2008-2012)
20150211-SCN-Grafica6
Fonte: elaborazioni e stime Nomisma su dati Eurostat

Due letture. Nella misura in cui la produzione potenziale è un indicatore di quanto ottenibile con il pieno utilizzo della dotazione di capitale fisico delle unità produttive, tali evidenze possono suggerire una duplice lettura. La prima è relativamente benefica: la manifattura italiana ha subito una riduzione di potenziale “grazie” all’eliminazione dell’eccesso di capacità di produzione, realizzata riducendo i produttori e contraendo il capitale in eccesso nelle imprese rimaste operative. Una manifattura, quindi,  ripulita e resa più efficiente che sarebbe pronta a cavalcare la fase di ripresa non appena questa si verificasse. La seconda lettura, pur non escludendo questo effetto di selezione insito in ogni recessione, è meno positiva: la riduzione di potenziale, guidata dalla straordinaria contrazione del mercato interno e dalla rarefazione del credito, è stata molto forte ed è andata oltre il processo di pulizia dei segmenti inefficienti, finendo col coinvolgere un numero eccessivo di produttori e col colpire la capacità di produzione anche delle imprese in grado di rimanere operative. In questa visione la ripresa trova un’industria eccessivamente ridimensionata ed è, quindi, tanto più necessaria per cercare di ricostituire quella parte di potenziale produttivo che non meritava di essere eliminata e che può, in un ambiente in espansione, essere recuperata.

Meno esportatori. Un modo per verificare se la riduzione di potenziale abbia avuto un effetto solo selettivo o se vi sia stato anche uno sconfinamento verso attività produttive relativamente pregiate è quello di controllare cosa è avvenuto tra gli esportatori. Quest’ultimi costituiscono infatti il segmento più efficiente della popolazione delle imprese, quelle in grado di sostenere i maggiori costi insiti nel vendere all’estero restando profittevoli. In generale, i processi di selezione indotti da un aumento della competizione internazionale o da una contrazione della domanda dovrebbero portare al ridimensionamento degli operatori meno efficienti che si rivolgono al mercato domestico e all’espansione di quelli migliori, ovvero gli esportatori.            

Fig. 3 – Manifattura italiana: esportatori, incidenza sul totale delle imprese ed esportazioni per impresa1
(numero, valori in milioni di euro e valori %)
20150211-SCN-Grafica7
1
I dati rappresentati in figura non costituiscono una serie omogenea; vi è una rottura tra il 2007 e il 2008 per il cambio di classificazione da Ateco 2002 ad Ateco 2007; v. la nota 5 nel testo. 
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat    

La figura 3 getta qualche dubbio sul fatto che negli ultimi anni si sia verificato un effetto univocamente virtuoso della selezione[5]. E’, infatti, vero che si è avuto un aumento dell’incidenza degli  esportatori (dal 19,9% nel 2008 al 21% nel 2012). Tuttavia, ciò è stato il risultato di una riduzione del numero di esportatori meno che proporzionale rispetto a quella del totale delle imprese. Tra il 2008 e il 2012 le imprese manifatturiere esportatrici sono diminuite di circa 4.000 unità (da 91.600 a 87.600, -4,4%). Il grosso di questa erosione si è verificata nel 2009, ovvero nel corso della prima recessione provocata dal collasso del commercio internazionale. Tuttavia tale processo non si è interrotto quando la domanda mondiale è ripartita. Si è, invece, avuto un nuovo ridimensionamento delle imprese esportatrici in occasione della seconda recessione (-1.400 unità tra il 2010 e il 2012), cioè in un periodo di drastica contrazione del mercato interno che non avrebbe dovuto dare luogo a perdite nella popolazione degli esportatori. Un segnale di difficoltà che ha presumibilmente riflesso l’impatto che la caduta della domanda domestica ha finito con l’avere anche sulle imprese esportatrici caratterizzate comunque da un ampia quota di fatturato venduta nel mercato nazionale (oltre il 60%) e soggette, quindi, a un significativo deterioramento degli indicatori di bilancio, con conseguente restrizione di credito operata da un sistema bancario sempre più avverso al rischio[6]. 

Nonostante la consistente flessione del numero di esportatori tra il 2008 e il 2012, le vendite all’estero della manifattura italiana sono comunque cresciute in tale periodo (+2,3%), grazie al deciso aumento dell’intensità di esportazione (export medio per impresa) delle unità rimaste operative nei mercati internazionali. Si tratta di una conferma della caratteristica estremamente intensiva, e non estensiva, dello sforzo di esportazione esercitato dall’Italia negli ultimi anni, evidenza osservabile anche sul lato dei prodotti e delle destinazioni estere servite.   

Tirando le somme: occorrono ripresa e investimenti. Le due recessioni succedutesi negli ultimi sette anni lasciano in eredità danni strutturali nell’industria manifatturiera. Si è avuta una forte caduta del potenziale (solo in Spagna e Grecia è andata peggio) che si è tradotta nel ridimensionamento tanto del numero dei produttori, quanto nell’intensità produttiva per impresa. Questa flessione lungo entrambi i  fronti dell’aggiustamento (numero e intensità) è stata una specificità (in negativo) della manifattura italiana. La contrazione nel numero dei produttori non ha riguardato in modo proporzionalmente maggiore gli operatori più piccoli (la distribuzione dimensionale delle aziende ha anzi sperimentato un leggero aumento relativo nella classe di addetti 1-9), né si è fermata al perimetro delle imprese meno produttive orientate al solo mercato interno. Essa ha riguardato anche il numero degli esportatori manifatturieri, che ha continuato a ridursi nel periodo più recente risentendo degli spillover negativi derivanti dalla compressione del mercato domestico. Tale erosione è stata, tuttavia, più che compensata dall’aumento dell’intensità di esportazione delle imprese rimaste presenti sui mercati esteri. Nell’insieme, l’effetto di distruzione (o pulizia) indotto dalle due recessioni sulla capacità produttiva sembra avere sopravanzato quello di creazione, conducendo a un ridimensionamento eccessivo per quantità e qualità delle produzioni eliminate. Tali perdite sono da considerarsi per intero permanenti? Non necessariamente, purché si superi la fase di stagnazione, parta un percorso di ripresa in grado di dare certezza di prospettive e, soprattutto,  si risveglino gli investimenti per ricostruire la base produttiva. In un normale ciclo economico sarebbero condizioni realizzabili. Diventano più difficili in un ambiente depresso e, per questo, richiedono un adeguato sostegno della politica economica.       

DOWNLOAD


[1]Per una quantificazione della caduta di potenziale  si veda anche lo Scenario di novembre 2013

[2]La produzione potenziale manifatturiera (PPM) è calcolata come rapporto tra l’indice della produzione del settore (IPM) e la quota di capacità utilizzata (CUM), cioè PPM=IPM/(CUM/100). Nella fig. 1 si riportano valori in milioni di euro ottenuti moltiplicando l’indice IPM con base 2010=100 per il valore della produzione manifatturiera del 2010, di fonte Eurostat, Structural Business Statistics. Per analoghe stime cfr. L. Monteforte e G. Zevi, An Inquiry on manufacturing capacity in Italy after the double-dip recession, mimeo Banca d’Italia, dicembre 2014.

[3]Un’accentuazione della dinamica nel 2013 è osservabile nei dati di fonte Cerved su chiusure, procedure e  fallimenti. Il numero complessivo delle imprese riflette, oltre ai movimenti in uscita, quelli in entrata. Tuttavia, le informazioni sulle imprese registrate presso le Camere di commercio indica che per la manifattura il saldo tra iscrizioni e cessazioni è stato nel 2013 ampiamente negativo e di dimensioni simili a quelle dell’anno precedente.  

[4]Nella tabella 3 si effettua un’approssimazione per il periodo 2002-2007, rapportando il potenziale produttivo basato sulla classificazione Ateco 2007 al numero delle imprese manifatturiere definite nella classificazione Ateco 2002. Una approssimazione da ritenere accettabile quando si considerano le dinamiche nel tempo di tali indicatori.  

[5]Nella figura 2 si riporta la serie storica delle imprese esportatrici ricostruita sulla base delle informazioni reperibili nell’archivio Istat coeweb. In tale fonte non è fornita una serie storica omogenea e alcuni dati annuali sono soggetti a un certa variabilità nel passaggio da una pubblicazione a quella successiva. Per la ricostruzione si è seguito il criterio di considerare come definitivo il dato annuale che appare nella pubblicazione più recente. La serie così ottenuta è soggetta alla rottura indotta dal cambio di classificazione Ateco del 2008. Un problema che dovrebbe incidere di meno sulla confrontabilità nel tempo degli indicatori ricavati da rapporti (incidenza degli esportatori e esportazioni per impresa).  

[6]L’emergere di una correlazione positiva tra fatturato interno ed estero nel corso dell’ultima recessione è evidenziata da Bugamelli, Gaiotti e Viviano (2014). Nelle valutazioni di questi autori, la caduta delle vendite nel mercato interno dopo il 2008 avrebbe ridotto, attraverso il canale della minore liquidità, la crescita delle esportazioni di 0,6 punti percentuali.

Pubblicato in Scenario

Bologna, Sala Incontri Nomisma, ore 17.30 – Nomisma ospita la Tavola Rotonda “L’internazionalizzazione delle imprese - L’importanza dell’internazionalizzazione ed il ruolo dei giovani” organizzata da Magna Carta.

Pubblicato in News

Verona, Fondazione Toniolo – Nell’ambito della 4° edizione del Festival della Dottrina Sociale,  Luigi Scarola, Direttore del Laboratorio di Politica Industriale e Sviluppo Territoriale di Nomisma, parteciperà al convegno dal titolo “La cooperazione è una soluzione per le start up?” con una relazione sul ruolo che le start up cooperative possono avere nel processo di uscita dalla crisi sia in termini imprenditoriali che occupazionali.

 

Pubblicato in News

Roma, Istat, Aula Magna, ore 9.15 - Workshop di Istat "Struttura e performance delle imprese italiane: nuove informazioni statistiche per misurare i risultati economici, la complessità e il potenziale di crescita del sistema produttivo". Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma, partecipa alla tavola rotonda presieduta da Giovanni Barbieri, Direttore Centrale delle statistiche strutturali sulle imprese.

Programma

Pubblicato in News

In Emilia Romagna sono oltre 1.500 le attività commerciali e i pubblici esercizi che rischiano di chiudere a causa della concorrenza esercitata da attività che beneficiano di “regimi agevolati” (quali ad esempio mercatini degli hobbisti, attività temporanee di somministrazione di cibi e bevande in fiere, sagre, feste di paese, circoli privati/associazioni…), attività che seppur lecite - in quanto disciplinate da leggi statali/regionali e/o autorizzate dall’ente locale del territorio nel quale sono organizzate - godono di procedure più snelle (di tipo burocratico, autorizzativo, fiscale...). In un contesto di congiuntura assai debole tali attività sono percepite dalle imprese del commercio e dei pubblici esercizi dell’Emilia Romagna come forme di concorrenza ”sleale”.

Se 1.500 imprese rischiano di chiudere a causa di tale concorrenza, vi sono inoltre 55 mila aziende dell’Emilia Romagna (oltre il 60% del totale commercio+pubblici esercizi) che, pur non rischiando di chiudere, individuano nei regimi agevolati una componente che comprime, assieme alla congiuntura negativa, il giro d’affari della propria attività.

Alla concorrenza esercitata dalle attività agevolate, si aggiungono le difficoltà derivanti dal fenomeno dell’abusivismo commerciale e della contraffazione. Sono 10.000 le attività commerciali che in Regione risentono negativamente degli effetti dell’abusivismo commerciale.

Quello che maggiormente preoccupa è l’impatto socio-economico di tali fenomeni. L’abusivismo commerciale sottrae alle imprese del commercio della regione Emilia Romagna oltre 500 milioni di fatturato ogni anno (2,2% del fatturato del comparto). A questa cifra già significativa va aggiunto il fatturato sottratto a commercio e pubblici esercizi dai regimi agevolati (334 milioni di euro). Gli effetti della concorrenza derivante dai regimi agevolati sono rilevanti anche in relazione all’occupazione: sono 5.500 i posti di lavoro a rischio (sia per chiusura totale dell’esercizio sia per ridimensionamento del personale a causa del ridotto giro d’affari derivante da attività agevolate).

I 3 fenomeni (abusivismo commerciale, prodotti contraffatti, concorrenza da “regimi agevolati”) si inseriscono in un contesto già molto critico per le imprese. Gli esercizi commerciali vedono infatti in pressione fiscale (considerando l’insieme delle citazioni, il 70% delle imprese segnala tale fattore come un problema molto importante), aumento dell’imposizione a livello locale - TARI, IMU, … (indicato dal 31% delle imprese regionali del commercio) e debolezza congiunturale (30%) i maggiori fattori di criticità per la propria attività aziendale. Anche i pubblici esercizi segnalano analoghi fattori di difficoltà: pressione fiscale troppo alta (70%) e imposizione locale in forte aumento (47%) a cui va aggiunto l’elevato costo di energie e altre utenze. In questo contesto già molto, difficile abusivismo commerciale, prodotti contraffatti, concorrenza da “regimi agevolati” rappresentano comunque problemi molto sentiti: 4 imprese su 10 ritengono questi fenomeni critici e urgenti da risolvere. Questi sono alcuni dei dati emersi dello studio curato da Nomisma per conto di Confesercenti Emilia Romagna e presentata in occasione dell’assemblea regionale dell’Associazione tenutasi a Bologna il 23 Ottobre.

L’impatto dell’abusivismo commerciale e delle attività “agevolate” sull’economia dell’Emilia Romagna”, questo il nome della ricerca realizzata da Nomisma che mira a fare chiarezza innanzitutto su abusivismo commerciale e contraffazione. La vendita di beni e servizi al di fuori di spazi, regole e autorizzazioni – nel primo caso - e la vendita di merci contraffatte, ovvero che riportino marchi di fabbrica, loghi, etichette e imballaggi del tutto indistinguibili da quelli validamente registrati dai titolari del marchio – nel secondo.

Accanto a queste due attività del tutto illegali, lo studio Nomisma fa luce anche sulle forme di concorrenza derivante da attività che– seppur lecite – godono di regimi agevolati tali da svantaggiare gli esercizi commerciali e i pubblici esercizi: è il caso di mercatini di vario tipo, a partire da quelli del “riuso”. Simili disposizioni privilegiate riguardano anche la somministrazione di alimenti e bevande esercitate in forma di attività temporanea presso fiere, sagre, circoli privati, associazioni e in occasione di altri eventi ludico-ricreativi.

Lo studio Nomisma fa luce, per la prima volta, su tali fenomeni contestualizzando l’analisi in Emilia Romagna. Il metodo è certamente l’innovazione che contraddistingue lo studio di Nomisma voluto da Confesercenti Emilia Romagna: l’implementazione di un sistema di indagini dirette (su imprese, referenti comunali del commercio, polizia municipale) è il fulcro dell’attività di ricerca grazie al quale, per la prima volta, vi sono oggi a disposizione dati, opinioni e percezioni su tali fenomeni. La necessità di organizzare una rilevazione diretta nasce come risposta al fatto che tali fenomeni non hanno ancora un puntuale riscontro nelle fonti ufficiali.

I dati della ricerca evidenziano un fatturato di 526 milioni di euro per l’abusivismo commerciale in Emilia Romagna - pari al 6% del totale registrato in tutta Italia - fenomeno che ha riflessi sull’attività di oltre 10 mila esercizi commerciali in tutta la regione. Ammontano invece a 6 mila gli esercizi commerciali che risentono delle problematiche relative alla contraffazione. La percezione delle imprese dell’Emilia Romagna su questi fenomeni parla chiaro: se è consolidato che la pressione fiscale troppo alta sia la prima preoccupazione (problematica citata dal 70% delle imprese del commercio), abusivismo e contraffazione sono tematiche che rappresentano un elemento di forte criticità per il 27% delle imprese (con valutazione analoga ad altri fattori quali la domanda debole 30% e l’aumento dell’imposizione a livello locale, 31%).

Un quadro preoccupante è inoltre quello che concerne la concorrenza sulle imprese del commercio e dei pubblici esercizi che deriva dalle attività che beneficiano di regimi agevolati. Tali attività sottraggono un fatturato di oltre 330 milioni di euro ed incidono negativamente su 10.038 esercizi commerciali e 10.226 pubblici esercizi, di cui molti rischiano di chiudere la propria attività.

Nomisma ha stimato il numero di manifestazioni ludico-ricreative - quali sagre, fiere, feste di paese e altri eventi – presenti in Regione: sono oltre 9.700 le manifestazioni organizzate in Emilia Romagna ogni anno; di queste, sono 5.800 gli eventi in cui, grazie alla SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività), si effettua la somministrazione di cibi e bevande mediante attività in forma temporanea.

In termini di giornate i numeri impressionano: sono quasi 20.000 le giornate legate a tali manifestazioni. Questo significa che in ogni comune in media vi sono 57 giornate ogni anno legate ad eventi quali feste, sagre, fiere. Tali numeri derivano dall’indagine diretta che ha coinvolto i referenti del commercio di tutti i comuni dell’Emilia Romagna, a cui hanno aderito 106 comuni. Accanto a tale mappatura, il quadro delle manifestazioni è stato completato attraverso i numeri derivanti dalle pubblicazioni dell’assessorato regionale del commercio e del turismo e dall’analisi della sitografia.

Tali numeri testimoniamo la preoccupazione delle imprese: somministrazione di cibi e bevande in sagre, fiere, circoli … è l’attività che, nella percezione delle imprese, sottrae più di altre giro d’affari ai pubblici esercizi (55% ha questa opinione). La valutazione delle imprese su tali eventi è legata al forte aumento di manifestazioni, non più necessariamente legate alla tradizione produttiva e alla conseguente promozione e valorizzazione del territorio e delle sue eccellenze. Gli esercizi commerciali soffrono invece maggiormente dei fenomeni legati alla vendita in strada (24%), in spiaggia (21%), durante mercatini occasionali (19%) e degli hobbisti (12%).

20141023 cs grafico1
Fonte: Survey Nomisma per CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA.

Quali soluzioni sollecitano le imprese dell’Emilia Romagna?

La prima richiesta riguarda la fiscalità: oltre il 50% delle imprese (sia del commercio che dei pubblici esercizi) chiedono che vi sia un regime fiscale identico per tutte le forme di vendita e somministrazione di cibi e bevande, invocando ogni forma di agevolazione. Ma le richieste non si fermano a questo: anche sul fronte autorizzativo è auspicabile vi siano analoghe condizioni per evitare asimmetrie tra le diverse forme di attività. Incrementare i controlli da parte delle forze dell’ordine è l’altra richiesta che viene soprattutto dalle imprese del commercio, che vedono le attività di verifica uno dei fattori utili a contrastare l’abusivismo commerciale e la contraffazione.

20141023 cs grafico2
Fonte: Survey Nomisma per CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA.

“I numeri raccolti da Nomisma con le indagini dirette” – afferma Silvia Zucconi Commercio e Consumi Nomisma – “parlano chiaro: il fatturato riconducibile a fenomeni illeciti quali abusivismo commerciale e contraffazione è davvero significativo, soprattutto duranti periodi di congiuntura molto debole: oltre 500 milioni di euro nel 2013, con un peso del 2,2% sul totale del fatturato di commercio e pubblici esercizi. ”

“E la concorrenza è forte” continua Silvia Zucconi Commercio e Consumi Nomisma “anche da parte di attività assolutamente lecite ma che beneficiano agevolazioni – che generano un giro d’affari di almeno 336 milioni di euro. Quando la situazione congiunturale è complessa occorre porre al centro questi numeri per valutare con grande attenzione le interdipendenze generate sul sistema imprenditoriale”.

“Se abbiamo sentito la necessità di affidare una ricerca a Nomisma su questi temi”ha spiegato il presidente della Confesercenti E.R. Roberto Manzoni - “è stato per dimostrare con numeri alla mano ciò che da tempo la nostra associazione va denunciando: l’abusivismo, l’illegalità e i regimi agevolati hanno un impatto devastante sul complesso delle attività commerciali e turistiche. Occorre rendersi conto che tutto ciò mette a grave rischio quelle migliaia di aziende che agiscono invece rispettando le norme, subendo gli effetti del peso di una fiscalità ormai insostenibile e di una burocrazia farraginosa e priva di buon senso. Tutto ciò con un’ovvia ricaduta anche dal punto di vista occupazionale.”

“E’ necessario perciò” – continua il presidente della Confesercenti E.R. Roberto Manzoni - “contrastare con tutti i mezzi ogni forma di abusivismo e di illegalità, regolamentando in maniera specifica e con controlli efficaci ad esempio le attività di somministrazione temporanea, come ne caso di fiere e sagre, che stanno diventando delle vere e proprie economie parallele fortemente agevolate. Occorre perciò mettere in grado le piccole e medie imprese di poter operare su un piano di equa concorrenza, di regole uguali per tutti, consapevoli del fatto che sono il motore trainante della ripresa economica di tutto il nostro paese e non solo della nostra regione.”

DOWNLOAD

CONTATTI

UFFICIO STAMPA CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA
Laura Pappacena Tel 347 7217960 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

UFFICIO STAMPA NOMISMA
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giuseppina Petrina Tel. 3462109524 -Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Pubblicato in Comunicati Stampa
Giovedì, 09 Ottobre 2014 00:00

9 ottobre 2014 - Efficienza e specializzazione

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La specializzazione settoriale dell’industria italiana è frutto della selezione operata dalla competizione globale: riflette veri vantaggi comparati di tipo tecnologico. Questa configurazione settoriale ha una limitata influenza sull’efficienza complessiva. Più determinante nell’incidere  sulla  produttività è il numero sproporzionato di micro-imprese: al netto di quest’ultime, il livello di efficienza dell’industria italiana non è molto distante dalla Germania. Ciò è confermato da un esercizio contabile di convergenza della produttività italiana a quella tedesca che mostra come il recupero del divario si avrebbe non tanto attraverso una identificazione del nostro mix produttivo con quello della Germania, ma con un avvicinamento della distribuzione degli addetti per classi dimensionali delle imprese a quella che caratterizza l’industria tedesca.     

Se si osserva il pattern italiano di specializzazione degli ultimi anni si rimane colpiti dalla sua stabilità. Ciò a dispetto dell’inasprimento delle pressioni competitive internazionali che avrebbero dovuto contribuire a smantellare i tradizionali presidi della nostra industria. L’adesione alla moneta unica, l’integrazione della Cina nel commercio mondiale, l’esaurimento delle protezioni fornite dall’accordo multifibre sono tutti fattori che, a vari livelli, hanno cambiato lo scenario competitivo per la nostra manifattura.

Essi hanno, in effetti, condotto a importanti modificazioni: si è compresso il peso delle industrie tradizionali di beni di consumo (filiera moda-casa), dove è molto aumentata la penetrazione delle importazioni dai paesi emergenti, e si sono al contempo rafforzate le produzioni di beni di investimento e intermedi. Tuttavia, questi cambiamenti non sono stati tali da incidere in modo sostanziale sul modello di specializzazione, rimasto pressoché invariato rispetto ai partner europei.

Nella figura 1 è rappresentato un indice di specializzazione delle esportazioni italiane rispetto ai paesi euro. Per facilitarne la lettura, i valori dell’indice sono distribuiti in senso decrescente dal settore col vantaggio più alto (articoli in pelle) a quello più basso (tabacco), sulla base della situazione di inizio periodo: come si vede, la gerarchia settoriale dei vantaggi e svantaggi comparati italiani risulta nel 2012-13 quasi la stessa dell’avvio della moneta unica[1].

Fig. 1 – Specializzazione delle esportazioni italiane per settori manifatturieri rispetto all’area euro
(indice > 0 = specializzazione; indice < 0 = despecializzazione)
20141009-SCN-Grafico1
Fonte: Elaborazioni Nomisma su dati del Rapporto Ice 2013-14

Questa specializzazione, che vede il persistere di un’allocazione di risorse relativamente elevata in settori tradizionali e ritardi nell’alta tecnologia, è stata di volta in volta definita sbagliata, obsoleta, penalizzante. E’ stata vista come sintomo di ritardo competitivo e, al contempo, causa di declino economico. Non siamo d’accordo con questa impostazione. Non solo perché la staticità del modello italiano è un fenomeno ingannevole che sottende in realtà intensi cambiamenti delle imprese dentro i settori e dei prodotti dentro le imprese. Ma più in generale perché in un ambiente altamente concorrenziale, come quello in cui è inserita la manifattura, non ha senso parlare di settori “buoni” in contrapposizione a settori “cattivi”. La specializzazione italiana ha questa configurazione come risultato dell’esposizione agli effetti selettivi della competizione globale. In tal senso è da considerare l’esito di un processo efficiente, date le condizioni istituzionali, tecnologiche e di dotazione fattoriale che caratterizzano l’economia. Se la si ritiene sbagliata si deve presumere il verificarsi di fallimenti di mercato che hanno condotto ad allocazioni delle risorse non in linea con i vantaggi comparati effettivi del paese.

Le figure 2-5 mostrano che non è così.  La specializzazione settoriale dell’Italia riflette vantaggi tecnologici “veri”: essa è tanto più forte nelle industrie in cui l’Italia è relativamente più produttiva; ciò è riscontrabile nei confronti sia dell’UE nel suo insieme (figura 2), sia della sola Germania (figura 4). Una naturale conseguenza è che le imprese si distribuiscono nei settori in funzione di tali specializzazioni: la popolazione relativa delle imprese italiane è, infatti, tanto più elevata nei settori, quanto più intensa ne è la specializzazione; anche in questo caso, ciò è verificabile rispetto sia all’UE (figura 3) che alla Germania (figura 5). Se si ritiene, dunque, che la specializzazione industriale dell’Italia sia nei settori sbagliati, per modificarla si deve intervenire sui vantaggi effettivi di produttività. Non è un percorso semplice, né di breve periodo. Esso è inoltre esposto a margini di errore, soprattutto se implica l’intervento di un policy maker illuminato che si presume sappia selezionare meglio di quanto faccia la concorrenza nel mercato globale la configurazione settoriale “giusta” per la nostra industria.

20141009-SCN-Grafico2
1Si considerano circa 90 settori manifatturieri. La specializzazione settoriale è misurata sul valore aggiunto. Essa è data dal rapporto tra la percentuale di valore aggiunto settoriale sul totale dell’Italia è l’analoga percentuale calcolata per l’UE e la Germania. Il vantaggio comparato di produttività è dato dal rapporto tra valore aggiunto settoriale per addetto e valore aggiunto per addetto della manifattura dell’Italia diviso per l’analogo rapporto calcolato per l’UE e la Germania. Allo stesso modo viene calcolato il numero relativo di imprese. Tutti gli indicatori sono espressi in logaritmi naturali.Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat.

Ma il riconoscimento che la specializzazione ha un fondamento nei vantaggi/svantaggi effettivi della nostra industria implica un rassegnarsi a livelli di efficienza complessivi permanentemente più bassi rispetto a quelli di paesi che hanno strutture diverse? Per rispondere a questa domanda effettuiamo un confronto con la Germania. Sulla base dei dati di bilancio delle imprese si stima (nell’anno  2011) un livello di produttività della manifattura italiana più basso di quello dell’industria tedesca del 20% circa[2]. Tale gap sottende, come visto nelle figure precedenti, specificità settoriali. Sono, però, presenti anche rilevanti eterogeneità dimensionali di cui si deve tenere conto. La figura 6 mostra le differenze di produttività, espresse in parità dei poteri d’acquisto, delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche per classi di dimensione nel periodo 2002-2011. Come si vede, lo svantaggio italiano è molto marcato nelle micro-imprese (sotto i 10 addetti) ed è presente, ma in misura più contenuta, in quelle di più grande dimensione (da 250 addetti in su). Al contrario la nostra industria presenta un vantaggio di produttività rispetto a quelle tedesche nella dimensione piccola (20-49 addetti) e, soprattutto, media (50-249 addetti); in quest’ultimo caso il gap favorevole all’Italia è consistente (le nostre imprese sono più produttive di quelle tedesche di un 25-30%) e tendenzialmente crescente nel tempo.      

Fig. 6 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche
(valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
20141009-SCN-Grafico3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Date queste differenze, si può osservare che escludendo le micro-imprese dal computo della produttività complessiva la distanza di efficienza dell’industria italiana da quella tedesca, misurata in ppa, si riduce sensibilmente, da circa il 20% a poco sotto il 10% (figura 7).

Fig. 7 – Gap di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche, totale ed escludendo le micro-imprese (valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto, Germania=100)
20141009-SCN-Grafico4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Se si va poi a esaminare la distribuzione relativa delle imprese italiane per classi dimensionali si notano, al contrario di quanto osservato per la specializzazione settoriale, delle marcate distonie rispetto alla dislocazione dei vantaggi/svantaggi di produttività (figura 7). L’Italia presenta, infatti, la più elevata proporzione relativa di imprese proprio nella classe dimensionale caratterizzata dal più forte svantaggio competitivo, quella delle micro-imprese. All’opposto, nella fascia dimensionale più produttiva, quella tra i 50 e 249 addetti, la proporzione delle imprese italiane è relativamente bassa rispetto a quella riscontrabile nell’industria tedesca. In definitiva, questo confronto consente di qualificare in modo più preciso la nota evidenza di un numero sproporzionato in Italia di micro imprese, mettendola in relazione con i livelli di produttività dell’industria: il confronto con la Germania pone in luce che vi sono troppe imprese nella classe dimensionale che è di gran lunga la meno produttiva.

Fig. 8 – Italia-Germania: divari di produttività (in parità dei poteri d’acquisto) e numero relativo di imprese
20141009-SCN-Grafico5
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Sulla scorta di questa analisi effettuiamo un esercizio di convergenza del livello di produttività dell’industria italiana nei confronti di quella tedesca. Ci domandiamo cioè come si modificherebbe l’efficienza complessiva della nostra industria se, di volta in volta, questa assumesse la composizione settoriale di quella tedesca, oppure se a parità di struttura settoriale le imprese italiane avessero livelli medi di efficienza (nei settori e nelle classi dimensionali) uguali a quelli tedeschi o se, infine, a parità di mix settoriale e di livelli di produttività la distribuzione dimensionale delle imprese italiane (misurata dal peso degli addetti) fosse uguale a quella osservata in Germania. Si tratta di un esercizio puramente meccanico che separa contabilmente fenomeni (composizione settoriale, produttività media delle imprese, distribuzione degli addetti per classi dimensionali) che sono tra loro interconnessi, ma che risulta tuttavia utile per fornire una misura approssimativa dell’influenza che ciascuno di essi esercita sul divario complessivo di produttività della nostra industria nei confronti della Germania. La figura 9 mostra che l’assunzione della composizione per settori dell’industria tedesca avrebbe effetti limitati sulla produttività dell’industria italiana: il gap rispetto alla Germania si ridurrebbe dal 20 a circa il 15%. Il raggiungimento, nei settori e nelle classi dimensionali italiane, dei livelli di produttività media delle imprese tedesche avrebbe un effetto un po’ più consistente, ma comunque insufficiente a colmare il divario di produttività che passerebbe dal 20 al 10% circa. Il cambiamento che porterebbe ad annullare il divario produttivo riguarda, invece, l’aspetto dimensionale: se la distribuzione degli occupati italiani nelle varie classi dimensionali divenisse identica a quella che si osserva in Germania la produttività della nostra industria tenderebbe ad allinearsi completamente a quella tedesca.            

Fig. 9 – Gap nel livello di produttività delle imprese manifatturiere italiane rispetto a quelle tedesche in varie ipotesi di convergenza strutturale, valore aggiunto per addetto in parità dei poteri d’acquisto (Germania=100)
20141009-SCN-Grafico6
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In conclusione, l’ottica settoriale nel guardare ai difetti della nostra industria è fuorviante. Le differenze tecnologiche dei settori certamente contano nel determinare i divari di efficienza tra paesi che hanno diversi mix produttivi, ma molto meno di quanto si potrebbe ritenere. Ciò perché sulla produttività complessiva influisce molto di più l’emergere delle imprese migliori qualunque sia il settore di appartenenza, sia esso di vantaggio o svantaggio comparato, nonché dei prodotti migliori all’interno delle imprese che riescono a riorganizzarsi. E per promuovere questo tipo di cambiamento non occorre l’azione di un policy maker, ma la piena esposizione di imprese e prodotti alle forze competitive globali, si chiamino esse Cina o catene globali del valore. Inoltre, non si dovrebbe mai dimenticare che il non disporre “in casa” della capacità di produrre, ad esempio, alta tecnologia non preclude la possibilità da parte delle imprese di utilizzarla al meglio, importandola, nei processi produttivi e da parte dei consumatori di farla entrare nei loro standard di vita: il commercio internazionale, lo ha spiegato Ricardo due secoli fa, è un modo di produrre indirettamente attraverso lo scambio ciò che è inefficiente realizzare all’interno. Le differenze tecnologiche sono il sale dello scambio internazionale e devono essere sfruttate per aumentare il nostro benessere. La radice  profonda del gap produttivo dell’Italia nei confronti di un paese benchmark come la Germania non è dunque nella specializzazione, ma altrove. Essa si trova nel forte squilibrio dimensionale che caratterizza la distribuzione delle imprese nelle due economie. E con questo non ci si riferisce solo alla scarsa presenza nel nostro paese di grandi imprese, mediamente meno efficienti che in Germania, ma soprattutto alla sproporzionata numerosità di micro-imprese molto poco produttive. Si tratta di un fenomeno che ha poco a che vedere con la specializzazione e molto con l’evoluzione della struttura socio-economica del Paese.

DOWNLOAD


[1]I dati della figura 1 sono tratti da Santomartino, “Il modello di specializzazione commerciale dell’economi italiana: evoluzione recente e confronto con gli altri paesi dell’area dell’euro”, Rapporto Ice 2013-14. In tale contributo si sottolinea come indicatori di specializzazione costruiti sui saldi commerciali, considerando quindi anche il lato delle importazioni, mostrino risultati diversi, di maggiore variabilità nel tempo. L’indicatore utilizzato nella figura 1, basato sulle sole esportazioni, è più consono a definire vantaggi e svantaggi comparati rivelatori dell’allocazione settoriale delle risorse nazionali rispetto a quanto si verifica negli altri paesi europei.      

[2]Il divario espresso in parità dei poteri d’acquisto o ppa (riferita ai soli beni) era del 17%, in euro correnti del 23%. Il confronto internazionale tra livelli di produttività deve essere effettuato in ppa, e non in euro correnti, per tenere conto delle differenze di livelli di prezzo tra i paesi. Le ppa indicano quante unità della moneta nazionale di un dato paese sono necessarie per acquistare un dato paniere di beni e servizi. Le ppa sono quindi usate per convertire aggregati economici in una moneta artificiale (lo standard di potere d’acquisto), eliminando l’effetto delle differenze dei livelli di prezzo tra paesi. Se invece delle ppa si usano euro correnti, ciò porta a sovrastimare il valore aggiunto del paese con livello di prezzi più elevato (Germania). Nel caso della manifattura non si dispone di ppa riferite espressamente ai prodotti del settore. In assenza di questa informazione, si usano per rendere confrontabili i valori aggiunti manifatturieri le ppa riferite al totale dei beni calcolate dall’Eurostat.    

Pubblicato in Scenario

Università di Ancona - Sergio De Nardis, Capo Economista di Nomisma, interviene al XXXVIII Convegno di Economia e Politica Industriale di “L’industria - Rivista di economia e politica industriale” patrocinato dall’Università Politecnica delle Marche e dall’ISTAO.

La relazione sarà su “Le imprese industriali nella competizione internazionale e nella lunga recessione: modalità di aggiustamento e prospettive” nell’ambito della sessione dedicata al tema “Tornare a crescere: il fattore organizzativo-imprenditoriale”.

Programma

Pubblicato in News

Bologna, ore 14.30 – FARETE, BolognaFiere - Il convegno si propone di approfondire nuovi modelli di Responsabilità Sociale di Impresa a partire dal contenuto dell'accordo che Nomisma e Banca Prossima hanno recentemente siglato al fine di promuovere l'elaborazione e la diffusione di modelli innovativi di gestione delle organizzazioni non profit, di contribuire a migliorare la CSR e di consentire alla Pubblica Amministrazione di indirizzare al meglio i propri interventi, promuovendo presso le realtà del Terzo Settore lo sviluppo di un'efficace progettualità sociale.

Al convegno interverranno Alberto Vacchi, Presidente Unindustria Bologna, Giulio Santagata, Consigliere Delegato per lo sviluppo strategico di Nomisma, Marco Morganti, Amministratore Delegato Banca Prossima, Romano Prodi, Presidente Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, Federica Guidi, Ministro dello Sviluppo Economico (in attesa di conferma).

Programma

Pubblicato in News
Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

11 luglio 2014 - Polvere e altare

Sergio De Nardis, Capo Economista
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Imprese italiane poco o iper-competitive: sembra che non ci sia via di mezzo nei giudizi. In realtà, le generalizzazioni sono tutte errate perché quello delle imprese è il mondo dell’eterogeneità: ve ne sono di più e meno competitive. Sta alla competizione internazionale selezionare le migliori. Ciò è quanto si è verificato in Italia prima che intervenisse la crisi: lo si vede nell’accelerazione della produttività manifatturiera, dopo la flessione di inizio decennio. Su questo mondo, capace di reazione, si è abbattuto nell’ultimo biennio il crollo della domanda interna e il credit crunch, con effetti distruttivi superiori a quelli creativi. Affinché si limitino i danni indotti dall’ultima recessione sulla capacità industriale occorre che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.

Imprese nella polvere o sull’altare? Quante volte si sentono valutazioni diametralmente opposte sulle imprese manifatturiere italiane: chi le descrive poco produttive, non innovative, penalizzate dalla taglia dimensionale, causa di declino economico nazionale; chi ne sottolinea, invece, l’abilità a esportare, la qualità dei prodotti, la forza competitiva che le rende punta di diamante di un’economia che arranca su tutti gli altri fronti. Come sono possibili simili divaricazioni dei punti di vista?

Un primo motivo deriva dalla non facile lettura dei dati che, a un esame superficiale, spingerebbero verso un giudizio di incapacità di cambiamento strutturale della nostra industria, apparentemente sempre uguale a se stessa. In realtà, la manifattura italiana ha sperimentato un importante aggiustamento nei primi anni duemila in risposta agli shock competitivi di quel periodo (euro e Cina, in primo luogo). Essi sono stati comuni alle economie europee, ma hanno avuto effetti specifici sul nostro sistema a causa della sua specializzazione (più esposta ai prodotti cinesi) e del ricorso frequente, nel passato, alla svalutazione come strumento di riequilibrio competitivo (non più praticabile con la moneta unica). Le riorganizzazioni produttive sono state significative, ma si è stentato a lungo a riconoscerne la loro portata. Ciò è avvenuto per problemi delle statistiche, che per diverso tempo hanno sottovalutato l’effettiva dinamica delle esportazioni (e quindi dell’output e della produttività della manifattura), e per l’apparente inerzia, scambiata per assenza di reattività, della struttura industriale sotto il profilo settoriale e dimensionale.

La presunta staticità è stata, tuttavia, ingannevole. Essa ha, infatti, sotteso importanti cambiamenti, dando forma a una ristrutturazione industriale a lungo misconosciuta. Ciò che si è verificato negli anni dei grandi shock competitivi è stata una riallocazione delle risorse all’interno dei settori, dalle imprese meno produttive a quelle più efficienti, e dentro le imprese, dalle linee di prodotto meno competitive a quelle a più elevato contenuto qualitativo. Questa mobilità non ha interessato i settori: non si è avuta, sotto i colpi dello spiazzamento operato dalla competizione cinese, la scomparsa del made-in-Italy tradizionale e la contemporanea ascesa di comparti high tech. Certamente, qualcosa si è mosso. La matrice dell’offerta italiana è cambiata, si sono ridimensionate le produzioni tradizionali (filiera moda-casa) e rafforzate quelle di beni di investimento e intermedi. Ma la gerarchia settoriale dei vantaggi comparati di esportazione rispetto ai partner europei è rimasta sostanzialmente inalterata.

La mobilità di risorse si è, invece, manifestata dentro le industrie sia di vantaggio che di svantaggio comparato: le spinte della competizione hanno attivato ovunque, nell’ambito di ogni settore, processi di selezione, con l’espansione delle produzioni migliori (imprese e linee di prodotto dentro le imprese) e l’involuzione di quelle meno adatte. Il risultato è consistito in una sostanziale accelerazione della produttività della manifattura, tornata a crescere - dopo la flessione del 2000-2003 e prima della crisi - a ritmi (2% all’anno, tra il 2003 e il 2007) simili a quelli dell’ultimo decennio degli anni novanta (tab. 1)[1].

Tab. 1 – Produttività totale dei fattori nell’industria manifatturiera (var. %, medie annuali)
20140711-SCN-Tabella1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Da queste considerazioni emerge un secondo motivo della divaricazione di giudizi sull’industria: ogni generalizzazione, sia in negativo che in positivo, conduce a una visione parziale, se non errata. Non è data in natura “l’impresa manifatturiera”, non c’è un soggetto imprenditoriale omogeneo a cui poter attribuire un unico voto. Esistono, invece, le singole realtà produttive, ognuna con specifiche caratteristiche di efficienza, management, organizzazione, capacità innovativa. Questa banale constatazione evidenzia l’assenza di  fondamento delle affermazioni apodittiche che si traducono, fatalmente, in visioni caricaturali (del tipo: imprenditori italiani che non sanno fare il loro mestiere, attardati su vecchi prodotti, inadatti all’innovazione) o, all’opposto, miracolistiche (del tipo: imprenditori vincenti e competitivi a dispetto di tutto). Non è così. Vi sono, invece, imprenditori di successo e di insuccesso, alcuni bravi e altri meno, alcuni fortunati e altri danneggiati dal caso: sia imprese nella polvere, sia imprese sull’altare.

Ma il riconoscimento di una ineliminabile eterogeneità delle imprese, che esclude generalizzazioni, conduce a due importanti implicazioni, queste sì, di carattere generale. La prima è che in un ambiente aperto alla concorrenza, come è il mercato globalizzato in cui operano le imprese manifatturiere, non può esservi assenza di cambiamento: esso è, infatti, determinato dalla “scrematura” delle aziende esposte alla competizione. La seconda implicazione è che questa selezione, in assenza di protezioni, di tipo darwiniano, si traduce in eliminazione dei peggiori e sopravvivenza dei migliori; non può, dunque, che contribuire, per un puro mutamento di composizione nella popolazione dei produttori, al miglioramento complessivo dei livelli di efficienza e competitività del sistema economico. E’ il processo di cambiamento sopra descritto a caratterizzare l’industria italiana: tanto movimento sotto la calma della superficie con  conseguenze visibili nel miglioramento della produttività complessiva.

Ora, questo mutamento si riscontra, nel nostro Paese, tanto all’interno dei settori, quanto nelle classi dimensionali. Le imprese piccole non sono tutte uguali tra loro, come non lo sono quelle grandi. In ogni fascia dimensionale ci sono imprese più e meno efficienti. Come distinguerle? La cartina di tornasole è costituita dalla verifica se sono impegnate o meno in attività di esportazione. Vendere sul mercato internazionale è, infatti, più difficile e costoso che produrre per quello interno; possono farlo in modo profittevole solo le aziende migliori. E la presenza di queste “imprese migliori” è individuabile in tutte le classi dimensionali. La tavola 2 mostra, per alcuni indicatori economici, le differenze che caratterizzano le imprese esportatrici rispetto alle non esportatrici. Come si vede, gli esportatori sono in media più grandi, più produttivi, pagano salari maggiori, fanno più investimenti, hanno margini di profitto più elevati dei non esportatori. Questa superiorità è un fatto noto. Ma l’aspetto rilevante è che tali “premi” per chi esporta si riscontrano sistematicamente in ciascuna fascia di dimensione. Non c’è, dunque, una netta linea di demarcazione della competitività tra piccoli e grandi, ma linee di demarcazione tra chi è più e meno competitivo che attraversano ogni classe dimensionale.

Tab. 2 - Imprese manifatturiere, peso degli esportatori e differenze rispetto ai non esportatori – anno 2011
20140711-SCN-Tabella2
*Differenza in punti percentuali tra i margini operativi in rapporto al valore aggiunto degli esportatori e dei non esportatori.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

E’ inoltre da rilevare che, analogamente a quanto osservato per la staticità settoriale, anche l’inerzia dimensionale ha sotteso fenomeni di cambiamento. Nell’ultimo decennio le risorse produttive si sono spostate verso gli esportatori in tutte le categorie dimensionali. Ciò è evidente per quanto riguarda tanto il numero relativo delle imprese esportatrici, quanto il valore aggiunto da esse prodotto (figure 1 e 2). Questa crescita del peso degli esportatori significa che in ogni classe dimensionale le risorse si sono mosse verso gli impieghi più produttivi, più profittevoli, con più alti salari, con maggiori investimenti e in imprese più grandi: anche da questa prospettiva si identificano, dunque, gli effetti virtuosi delle pressioni selettive su un ambiente caratterizzato da forte eterogeneità.


Fig. 1 - Esportatori: peso sul totale imprese manifatturiere (valori %)
20140711-SCN-Grafico1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Fig. 2 – Esportatori: peso sul valore aggiunto manifatturiero (valori %)
20140711-SCN-Grafico2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Queste argomentazioni conducono a una visione in positivo, ma non miracolistica, della capacità di adattamento delle nostre imprese esportatrici. Quante sono, infatti, queste aziende “migliori”? Quanto pesano nel sistema manifatturiero italiano? La tavola 3 evidenzia una verità che è, in effetti, comune a tutte le economie: vendere all’estero è un fenomeno relativamente raro, proprio perché non tutti sono nelle condizioni di farlo, non tutte le imprese possono sostenere i più elevati costi che si devono affrontare per impegnarsi in un’attività internazionale. In Italia solo 20 aziende manifatturiere su 100 esportano, in Germania 26 su 100, in Francia 12. Si tratta per l’Italia di circa 88.000 esportatori manifatturieri su un totale di 425.000 produttori. Un numero elevato in assoluto, superiore a quello di Germania (55.000) e Francia (26.000), ma che si ridimensiona in proporzione al complesso dei produttori per l’estrema diffusione di imprenditoria che caratterizza il nostro Paese (doppia per numero rispetto a Germania e Francia), prevalentemente rivolta però al mercato interno. Su questo fenomeno incide l’ampia popolazione di micro-imprese (sotto i 10 addetti), poco orientate, pur se non impossibilitate, all’export (solo il 12% esporta, tab. 1). Il gruppo degli esportatori diviene in Italia ampia maggioranza già sopra i 20 addetti. Inoltre, quel che più conta è che quegli 88.000 esportatori sono coloro che determinano l’andamento dell’intero settore manifatturiero, producendo oltre l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivo.

Tab. 3 – Manifattura: le imprese esportartici nei principali paesi europei, anno 2011
20140711-SCN-Tabella3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo segmento minoritario di produttori “migliori” ha subito, nell’ultimo biennio, gli effetti della drastica contrazione della domanda interna. Essi, infatti, sono certamente esportatori, ma vendono molto anche sul mercato nazionale: in media, oltre il 60% del loro fatturato viene realizzato in Italia e ciò si verifica tanto per le grandi che per le piccole imprese esportatrici. La loro competitività è stata, dunque, inevitabilmente penalizzata dalla caduta senza precedenti della domanda nazionale e dalla rarefazione del credito che ne è derivata: i nostri esportatori hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di imprese estere non zavorrate dalla recessione delle loro economie e, soprattutto, non penalizzate da un credito comparativamente più caro e scarsamente accessibile[2]. Il danno provocato dall’annichilimento del mercato domestico è stato, quindi, pervasivo e non è risultato circoscritto alle parti meno pregiate del potenziale produttivo: si sono avute chiusure di attività anche tra gli esportatori. La manifattura che esce dalla recessione è, quindi,  sensibilmente dimagrita, per numero di operatori e intensità produttiva. Resta da verificare se e in quale misura il processo di distruzione creativa, indotto dalla dura selezione, si chiuda con un saldo positivo in termini di efficienza complessiva e capacità di crescita del sistema industriale. E’ elevato il rischio che ciò non avvenga se persistono vincoli di finanziamento a un’adeguata espansione delle imprese migliori e alle  nuove iniziative capaci di maggiore crescita futura. Anche per questo motivo, per salvaguardare la capacità manifatturiera dell’economia italiana, è assolutamente necessario che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.        

DOWNLOAD

 


[1] La Relazione di Banca d’Italia, prendendo in considerazione il primo decennio degli anni duemila (1999-2011), sottolinea come la crescita della produttività aggregata dell’intera economia si stata in larga parte dovuta ai processi di riallocazione delle risorse verso le aziende più efficienti all’interno del medesimo settore, mentre sono stati molto meno rilevanti gli effetti delle riallocazioni intersettoriali. Per un’analisi delle caratteristiche dell’aggiustamento industriale italiano si vedano anche i lavori contenuti in S. De Nardis (a cura di), “Imprese italiane nella competizione internazionale”, FrancoAngeli, 2010 e I. Cipolletta e S. De Nardis, “L’Italia negli anni duemila: poca crescita, molta ristrutturazione”, Economia Italiana, n.1, 2012. 

[2] Sul collegamento tra contrazione del mercato interno, capacità di esportare e potenziale produttivo le note di scenario della newsletter si sono soffermate più volte, cfr. lo scenario della newsletter del 29 novembre 2013 “Nuova normalità italiana” e quella del 6 marzo 2014 “Svalutazione interna”. Su questo aspetto si veda anche “L’eredità della crisi”, in lavoce.info, 25 gennaio 2013. L’esistenza di un nesso, nell’ultima crisi, tra caduta della domanda interna ed esportazioni viene analizzato da M. Bugamelli, E. Gaiotti e E. Viviano (2014), “Domestic and Foreign Sales in Italy During the Global Crisis and Before: Complements or Substitutes”, lavoro presentato al convegno dell’Italian Trade Study Group organizzato da Crenos e Fondazione Masi a Cagliari, 3-4 luglio 2014.

Pubblicato in Scenario

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies