Martedì, 04 Febbraio 2014 01:00

4 Febbraio 2014 – Ci salveranno gli chef

Roma - Denis Pantini presenta il libro Ci salveranno gli chef con la co-autrice Alessandra Moneti.

Ci salveranno gli chef, un titolo spiazzante, ma che nasconde un’interessante realtà.

Gli chef, prima erano chiusi nelle loro cucine, considerate off limits per i non addetti ai lavori, ora si sono messi in mostra, attraverso le ampie vetrate che caratterizzano i nuovi concept di ristoranti.

Non solo: hanno invaso gli schermi televisivi e le pagine dei giornali, hanno iniziato a viaggiare per il mondo e soprattutto sono diventati gli ambasciatori della cucina e del buon cibo italiano.

Il contributo che gli chef italiani stanno dando all’affermazione del made in Italy agroalimentare è analizzato in questo libro dai due autori, Denis Pantini di Nomisma e Alessandra Moneti giornalista dell’Ansa. 

INVITO

Pubblicato in News

A cura di Paolo Bono, economista Nomisma 
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Mentre i consumi interni e i redditi degli italiani continuano a risentire della difficile congiuntura nazionale, a trainare il sistema industriale è l’export che anche negli ultimi anni conferma gli ottimi risultati già registrati nello scorso decennio.

Le vendite oltre confine di prodotti made in Italy sono aumentate in maniera significativa tra il 1999 e il 2012, passando da 218 a 381 miliardi di euro. Si tratta di una dinamica di lungo periodo, pressoché costante negli anni, dove fa eccezione la dura contrazione delle esportazioni tra il 2008 e il 2009 in concomitanza con la prima grande crisi internazionale che ha provocato una più generale brusca riduzione del commercio mondiale. Tuttavia, dopo questa frenata, l’export di prodotti italiani si è ripreso in maniera rapida e decisa nell’ultimo triennio tanto da superare ampiamente i livelli pre-crisi del 2008.

In questo contesto, uno dei comparti che fa registrare performance superiori alla media nazionale è quello relativo ai prodotti agricoli e alimentari, le cui esportazioni sono raddoppiate tra il 1999 e il 2012, passando da 16 a 32 miliardi di euro. La gran parte di tali valori si riferisce a prodotti trasformati (alimentari), certamente la componente di gran lunga preponderante e più dinamica dell’agroalimentare italiano.

Le ottime performance dell’agroalimentare sembrano tra l’altro accomunare sia i periodi di espansione economica – in corrispondenza dei quali si registrano tassi di crescita sostenuti sul fronte dell’export – che quelli, rari, di contrazione della domanda internazionale; in questi ultimi casi, infatti, le esportazioni agroalimentari hanno registrato una migliore tenuta rispetto a quanto avvenuto per il più complessivo made in Italy.

Figura 1 – Andamento delle esportazioni italiane: confronto tra totale dei beni esportati e settore agroindustriale (valori correnti in euro)

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Fonte: elaborazioni nomisma su dati ISTAT

L’exploit dell’export italiano, e dei suoi prodotti agroalimentari in particolare, certamente dimostra un diffuso apprezzamento del made in Italy a livello globale nonché la capacità di molte realtà imprenditoriali, spesso di media dimensione, di fronteggiare la concorrenza globale e collocare i propri prodotti sui mercati internazionali.

Allo stesso tempo, però, è doveroso contestualizzare lo sviluppo delle esportazioni italiane in un più ampio quadro caratterizzato dall’esplosione del commercio internazionale nel corso degli ultimi decenni. Grazie ad una progressiva e rapida apertura dei mercati, sono esponenzialmente cresciuti gli scambi tra le diverse aree del mondo e ciò ha favorito gli operatori orientati all’export, in primis quelli localizzati nelle economie emergenti.

Da questa più ampia prospettiva, la crescita delle esportazioni italiane sono state trainate anzitutto dai mutamenti di scenario e una lettura più critica dei dati sul commercio internazionale suggerisce un potenziale ancora inespresso del made in Italy sui mercati oltre-confine.

Infatti, pur riscontrando una crescita esponenziale dell’export, il sistema industriale italiano perde quote di mercato a livello internazionale (dal 4,1% del 1999 al 2,7% del 2012), al pari degli altri principali paesi europei (il peso della Germania nel frattempo è passato dal 9,5% al 7,6%). Ciò avviene perché la crescita dell’export italiano pur essendo significativa non riesce a tenere il passo del più complessivo trend delle esportazioni mondiali (+222% tra il 1999 e il 2012[1]), trainate soprattutto dalla rapida dei BRICS (in primis la Cina) sui mercati internazionali.

Figura 2 – Quote di mercato sulle esportazioni mondiali di prodotti/beni (quote calcolate sui valori – dollari USA)

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Fonte: elaborazioni nomisma su dati WTO

Tali dinamiche coinvolgono in maniera differente e in misura minore anche l’agroalimentare italiano. In tal caso, il peso dell’Italia sull’export mondiale si è mantenuto pressoché costante per l’intero decennio 1999-2009 attorno a una quota lievemente superiore al 3%, per poi ridursi nel triennio successivo fino al 2,6% del 2012 in corrispondenza della difficile congiuntura economica che ha colpito l’area Euro. D’altronde, anche la stessa Germania ha perso importanti quote di mercato tra il 2009 e il 2012 (dal 6,5% al 5,5%).

Queste recenti dinamiche possono essere motivate con la focalizzazione geografica dell’export agroalimentare di questi due Paesi all’interno dei confini comunitari, una circostanza che ha penalizzato le esportazioni nel momento in cui la recessione post-2009 ha colpito domanda e consumi europei in misura molto più intensa rispetto a quanto avvenuto nelle altre aree del mondo.

Accanto a queste analogie, tra l’export agroalimentare tedesco e quello italiano emergono anche importanti differenze. In primis relativamente alla dimensione economica delle vendite fuori confine: la quota di mercato della Germania sul commercio mondiale è più che doppia rispetto a quella detenuta dall’Italia e ciò a dispetto di un’indiscussa superiorità delle produzioni italiane in termini di immagine e riconoscibilità presso i consumatori internazionali. Allo stesso tempo, al netto delle dinamiche più recenti, nel decennio 1999-2009 mentre la Germania è riuscita a migliorare il proprio posizionamento negli scambi internazionali (a testimonianza di una crescita delle proprie esportazioni superiore alla media mondiale) l’Italia ha cercato di mantenere, con difficoltà, le posizioni commerciali precedentemente acquisite.

L’analisi complessiva delle performance italiane nel commercio internazionale di prodotti agroalimentari suggerisce come dietro l’importante aumento delle esportazioni made in Italy, si nascondano anche opportunità di mercato che non vengono colte da una buona parte del tessuto produttivo nazionale.

Troppe sono ancora le imprese italiane del settore che soffrono di deficit strutturali di competitività: ridotta dimensione media, inefficaci strumenti di accesso al capitale d’investimento, non adeguata propensione all’innovazione, governance e competenze manageriali troppo spesso confinate all’ambito “familiare”.

A tutto ciò si somma un ambiente istituzionale non adeguato a sostenere la competitività delle imprese stante l’incapacità di affrontare e risolvere alcuni nodi ormai storici della produttività italiana (tra i quali, solo per citarne alcuni,  dotazioni infrastrutturali inadeguate, costi energetici sensibilmente superiori ai competitor internazionali, elevata pressione fiscale, eccesso di oneri burocratici).

Risolvere, almeno in parte, questi vincoli d’impresa e ambientali, non potrà che spingere il made in Italy ben al di là dei buoni traguardi comunque raggiunti dal sistema agro-industriale nazionale sul mercato globale.

Figura 3 – Quote di mercato sulle esportazioni mondiali di prodotti agroalimentari (quote calcolate sui valori – dollari USA)

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Fonte: elaborazioni nomisma su dati WTO

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[1] Variazione calcolata sui valori esportati, espressi in dollari statunitensi. 

Pubblicato in Focus On Archivio

Bologna, 11-12-2013 - Tra blocchi alle frontiere e scambi di accuse tra associazioni di rappresentanza, si è messo in dubbio quel legame di filiera che, considerando tutti gli operatori coinvolti (agricoltura, industria alimentare e distribuzione), rappresenta un asset strategico del nostro paese (14% del PIL), facendo perdere di vista una questione fondamentale: ma se il “made in Italy” è così famoso e richiesto nel mondo, come è possibile che il nostro export alimentare valga solo la metà di quello tedesco?

Si potrebbe dire che “tra i due litiganti, il terzo gode” perché una cosa è certa: mentre in Italia impazza questa “guerra del Made in Italy” ci sono già dei vincitori e cioè i competitor esteri dei nostri prodotti agroalimentari. Quei produttori, come nel caso dei tedeschi, che non facendo leva su una distintività analoga a quella che contraddistingue il nostro “made in Italy” alimentare, hanno più di noi puntato su efficienza e competitività di sistema. E i risultati raggiunti sembrano dar loro ragione.

La propensione all’export dell’industria alimentare tedesca supera il 30%, contro il 20% dell’Italia, ma nei valori assoluti il divario è abissale: 55 miliardi di euro contro 26, praticamente il doppio. Anche la Francia ci supera, con 42 miliardi di euro e la Spagna ci tallona, con 22 miliardi.

Rispetto ai tedeschi, produciamo più valore aggiunto: 24 miliardi contro 11 e questo dato non deve essere sottovalutato, perché è dal valore aggiunto che si capisce quanto un settore sia importante per l’economia di un Paese, visto che tale indice altro non è che la somma delle remunerazioni che vanno ai lavoratori (salari e stipendi), agli imprenditori (utili), ai prestatori di capitale (interessi bancari e finanziari) nonché allo Stato (imposte dirette). E se il valore aggiunto prodotto dall’industria alimentare italiana è maggiore di quello tedesco – pur a fronte di un fatturato che invece ne rappresenta i ¾ - è anche grazie ad un più alto posizionamento di prezzo dei nostri prodotti, segnale evidente di un apprezzamento che i consumatori di tutto il mondo esprimono verso le nostre produzioni alimentari. Un confronto Italia-Germania rende meglio il paragone.

Si pensi che le nostre esportazioni di formaggi, nel 2012, sono state pari a poco meno di 2 miliardi di euro, quelle tedesche hanno superato i 3,5 miliardi, ma il nostro prezzo medio all’export è risultato doppio (6,6 €/kg contro 3,1 €/kg). Oppure si guardi alla cioccolata: 1,3 miliardi di export di prodotto italiano contro i 3,6 miliardi di quello tedesco, ma con un prezzo medio di 5 €/kg contro 3,8 €/kg. Lo stesso discorso vale per i salumi, il caffè e i prodotti da forno. Solo nel caso del vino l’Italia vince su entrambi i fronti.

Senza entrare nel merito del confronto qualitativo, la Germania esporta di più perché è più competitiva e non soffre di gap strutturali che invece limitano la propensione all’export delle nostre imprese.

Quali sono questi gap? Innanzitutto la dimensione media delle nostre aziende. Il 70% del valore dell’export alimentare italiano è fatto dalle imprese con più di 50 addetti che nel nostro paese sono meno di 900 (pari ad appena l’1,5% del totale). In Germania la stessa tipologia conta quasi 2.900 imprese, pari al 9% del totale.

“Un tempo si diceva “piccolo è bello”, ma questo paradigma sembra oggi scricchiolare di fronte a due fattori travolgenti: da un lato, la crisi dei consumi interni che obbliga le nostre imprese a guardare a mercati sempre più distanti geograficamente; dall’altro, un “sistema Paese” che anziché supportare le nostre imprese in questa ricerca di competitività rischia di affossarle definitivamente, colpendo in primis quelle più piccole”- dichiara Denis Pantini (Direttore Area Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma). “Anche in questo caso alcuni esempi sono eclatanti. Siamo tutti contrari ai rigassificatori, ma intanto il costo medio industriale dell’energia elettrica in Italia è superiore del 70% a quello medio europeo; il costo del trasporto su gomma (sul quale viaggia il 90% delle nostre merci alimentari) è superiore del 30% a quello spagnolo e non è solo una questione legata al prezzo dei carburanti ma anche di deficit infrastrutturale che ci vede penalizzati rispetto agli altri competitor europei.

Sono questi i veri nodi sui quali gli agricoltori, le imprese alimentari e le istituzioni italiane dovrebbero concentrare i loro sforzi, nella consapevolezza che la filiera del made in Italy alimentare non solo è un valore per il Paese ma senza di essa non potrebbe sopravvivere nessuna delle componenti che ne fanno parte. Perché senza gli allevatori italiani del suino pesante non potrebbero esistere i prosciutti Dop, ma senza l’industria pastaria non avrebbe senso coltivare grano duro in Italia” – conclude Pantini.

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