(+5,2% RISPETTO AL 2014). E’ QUANTO EMERGE DALL’ANALISI WINE MONITOR-NOMISMA

Bologna, 20 marzo 2015 - +235% Europa, +273% mondo: sono questi i dati relativi allo sviluppo – nel periodo 2002/2013- registrato dalla viticoltura biologica. E’ quanto emerge dall’analisi Wine Monitor – Nomisma su dati FIBL - predisposta in occasione di Vinitaly 2015. La viticoltura biologica dell’Unione Europea rappresenta il 78% della superficie bio (per l’Europa non sono disponibili i dati per Estonia, Finlandia e Regno Unito).
Nel mondo il 4,6% della superficie vitata è bio; nella Ue l’incidenza sale al 7,6%. La graduatoria per Paese rileva al primo posto il Messico (con uno share del 15,9%), seguito dall’Austria (10,1%). L’Italia è al terzo posto (con il 9,8%) precedendo Spagna (8,9%), Francia (8,5%), Nuova Zelanda (7,2%), Germania (7,1%), Repubblica Ceca (6,4%), Bulgaria (5,0%) e Grecia (4,8%)
Nel 2009 l’Italia ha perso il primato delle superfici vitate bio (oggi sono poco meno di 68 mila gli ettari); guida la Spagna (poco meno di 84 mila ettari nel 2013). Considerando l’orizzonte temporale 2003-2013 il Paese iberico presenta una crescita del +410% mentre l’Italia del +114% e la Francia del +297%.
Spostando l’obiettivo sulla superficie a vite biologica per regione, in Italia guida la Sicilia (25 mila ettari nel 2013; +61,5% rispetto al 2011; 37% delle superfici bio in Italia), seguono la Puglia (10.604 ettari, +32,5%) e la Toscana (8.748 ettari, +73,7%).
La Survey 2015 Wine Trend Italia di Wine Monitor– Nomisma fa il tracking dell’interesse del consumatore italiano nei confronti del vino a marchio bio.
La presenza di un marchio bio è il primo criterio che guida le scelte di un vino per il 4% dei consumatori italiani, dato che identifica in modo chiaro l’esistenza di un segmento di consumatori con forte interesse per il bio, di dimensioni ancora piccole ma in grande aumento (solo nel 2014 tale gruppo non superava l’1%).
Ma l’interesse per il bio non si ferma solo a chi cerca esclusivamente vini certificati …. È davvero molto più ampio! Il vino infatti è sperimentazione di vitigni, territori, sapori e i criteri con cui si sceglie un vino sono molteplici.
Nel 2015, infatti, il tasso di penetrazione del vino bio è in netta crescita: il 16,8% degli italiani (18-65 anni) ha consumato, in almeno una occasione, in casa o away from home, un vino a marchio bio. Balzo importante se si pensa che nel 2013 il consumo di vino bio coinvolgeva il 2% della popolazione e nel 2014 11,6%.

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Il successo e l’interesse nei confronti del vino bio sono legati all’ottimo posizionamento in termini di qualità, percepita superiore rispetto ai vini convenzionali dal 49% dei consumatori (un ulteriore 45% giudica la qualità dei 2 prodotti identica). Tale valutazione diventa ancor più forte tra chi consuma vino bio: il 68% degli user considera superiore la qualità dei vini a marchio bio.
Quali strade per incrementare ancor di più notorietà e successo dei vini bio?
Per Wine Monitor-Nomisma occorre aumentare la consapevolezza nel consumatore rispetto all’esistenza di di vini a marchio bio nel portfolio di molti dei grandi brand italiani reperibili già oggi sugli scaffali di GDO ed enoteche, oltre che nelle wine list di molti ristoranti italiani.
L’indagine Wine Trend Italia 2015 di Wine Monitor indica che il 38% dei consumatori di vino dichiara di ”non aver mai fatto caso” all’esistenza di proposte di vini bio in negozi/ristoranti e, addirittura, un 14% non hai mai notato in assortimento/carte vini tali prodotti ma sarebbe interessato. Tale quota indica in modo chiaro che il potenziale di sviluppo del vino bio in Italia è molto alto e potrebbe essere raddoppiato il numero degli user con un adeguamento delle proposte di negozi/ristoranti, oltre che con una più incisiva comunicazione al consumatore e un labelling più incisivo.
Ulteriori opportunità di espansione arrivano anche dal target degli attuali non consumatori: chi non ha bevuto vino bio negli ultimi 12 mesi non lo ha fatto soprattutto perché tali vini non sono presenti nei negozi/ristoranti in cui si reca abitualmente (il 27% di chi non ha consumato vino biologico nell’ultimo anno).

“La “nuova” certificazione del vino bio ha sicuramente conferito maggiore appeal e chiarezza comunicativa” dichiara Silvia Zucconi Survey Coordinator di Wine Monitor- Nomisma “Parte del potenziale di mercato è stato già conquistato, ma molto può ancora essere fatto. 3 sono le leve di sviluppo: inserimento di vini bio in wine list e negli assortimenti di enoteche/Gdo; attrazione degli attuali non user attraverso comunicazione e labelling efficaci, oltre a sperimentazioni del prodotto tramite degustazioni; inserimento in portfolio di referenze bio per i grandi brand … Il 90% dei consumatori si dichiara interessato ad acquistare il brand del vino preferito se questo inserisse una linea a marchio biologico”.

E’ sempre più prioritario saper comunicare le virtù del vino bio in modo semplice e favorire una maggior presenza del prodotto in Gdo, enoteche e punti vendita specializzati, wine list di ristoranti così da favorire il primo acquisto e superare le barriere d’accesso, favorendo così l’ulteriore superamento dei possibili preconcetti del consumatore sul posizionamento della qualità del vino bio in chi oggi acquista

“Ma soprattutto è necessario un maggior presidio dei mercati esteri dove il vino italiano e il vino bio hanno un’ottima reputazione” rimarca Zucconi – Wine Monitor Nomisma “Non è un caso infatti come il vino biologico di importazione abbia ampi riconoscimenti rispetto ai vini convenzionali: negli Usa il prezzo medio all’import dei vini bio è superiore del 14% rispetto a quelli convenzionali”.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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Denis Pantini, project Leader Wine Monitor Nomisma presenta lo scenario competitivo del vino italiano sui mercati internazionali e propone risultati sulla Consumer Survey Wine Monitor sui Millennial  negli Stati Uniti realizzata per Business Strategies.

Seguirà tavola rotonda sulle strategie per la promozione del vino italiano - Ne parlano a Vinitaly 2015: Paolo De Castro, Commissione Agricoltura PE, Luca Bianchi - Capo Dipartimento politiche competitive, della qualità agroalimentare, ippiche e della pesca, Ezio Castiglione, Presidente Ismea, Gianluca Lauria, Responsabile Corporate BNL Gruppo BNP Paribas; Silvana Ballotta , CEO BS Business Strategies S.r.l. 

Programma

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Denis Pantini e Paolo Bono, Nomisma Wine Monitor 
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Nel 2014 il vino italiano ha ritoccato verso l’alto il proprio record in termini di esportazioni, attestandosi attorno ai 5,1 miliardi di euro. Si tratta di una crescita modesta (di poco superiore all’1%) rispetto a quanto registrato nell’anno precedente, che deriva sostanzialmente dalle conseguenze che l’arretramento nei valori di import di vino di alcuni grandi mercati internazionali (come la Germania o la Russia) ha avuto sull’export mondiale, diminuito di circa lo 0,5% rispetto al 2013. La ridotta performance dell’export italiano è principalmente attribuibile al vino sfuso (che incide ancora per circa il 30% sui volumi commercializzati all’estero), la cui riduzione nei valori (vicina al 20%) non è stata compensata né dall’importante crescita degli spumanti (+14%, ma le cui quantità pesano per appena il 10% del totale export), né dai vini fermi imbottigliati, che rappresentano la gran parte delle nostre esportazioni (60% dei volumi), la cui crescita è risultata appena superiore all’1%.

L’attenzione posta ai mercati esteri da parte delle imprese vinicole italiane sta diventando sempre più centrale, alla luce del lento ma inesorabile calo che stanno subendo i consumi di vino sul mercato nazionale. Appena un decennio fa, il rapporto tra i volumi esportati e quelli venduti internamente era pari a 0,5; oggi è diventato 1, nel senso che le quantità di vino commercializzate all’estero sono praticamente le stesse di quelle consumate sul mercato domestico (fig. 1).

Visti da un’altra angolazione, i consumi di vino sono scesi nello stesso periodo da 50 a 35 litri pro-capite, un livello ancora alto se confrontato con i principali mercati internazionali (in Francia sono 44 litri, in Germania 24, negli Stati Uniti meno di 10), ma purtroppo inserito in un trend di calo per motivi strutturali, comuni a quei paesi europei dove il vino vanta radici storiche di lungo corso nell’ambito delle proprie tradizioni alimentari. Tradizioni nelle quali il vino ha spesso assunto la funzione di elemento di base piuttosto che voluttuario e che oggi si trova a fare i conti con una riduzione fisiologica dei bevitori quotidiani (maggiormente diffusi nelle fasce della popolazione con più di 65 anni), non adeguatamente rimpiazzati da quelli occasionali, per lo meno sul fronte delle quantità consumate.

Fig. 1– Italia: trend dell’export e dei consumi interni di vino (Milioni di ettolitri)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor

In questo scenario di riduzione strutturale dei consumi di vino, la crisi economica non ha fatto altro che accentuare la tendenza in atto. Tale calo ha interessato sia le vendite sul canale off-trade (in particolare GDO, diminuite dal 2007 ad oggi del 15% in quantità, fig. 2), sia quelle sull’on-trade, dove ha inciso la riduzione della capacità di spesa che ha interessato gli italiani durante questo lungo periodo di recessione. Tanto che l’incidenza dell’on-trade sulle vendite nazionali di vino (in quantità) è scesa dal 40% al 35% nel corso degli ultimi cinque anni.

Fig. 2 – Vendite decennali di vino confezionato in GDO (2004 = 100)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati IRI

Di fronte a questo scenario di calo dei consumi sul mercato nazionale, i produttori italiani hanno spostato l’attenzione verso l’estero, con l’obiettivo di cogliere le opportunità derivanti dalla diffusione dei consumi di vino ai quattro angoli del pianeta: nel corso dell’ultimo decennio, il commercio internazionale di questo prodotto è infatti aumentato di quasi il 75%, passando da 15 a 26 miliardi di euro. Un tasso di crescita che, nello stesso periodo di tempo, è stato surclassato dall’export dei vini italiani (+88%), trainato da un lato dall’incremento delle esportazioni degli spumanti (+263%) e dall’altro da un allargamento delle vendite verso i mercati extra-Ue, dove i consumi di vino evidenziano dinamiche di crescita molto più rilevanti rispetto ai paesi europei.

Questa progressione non è stata semplice e soprattutto non ha interessato direttamente tutte le imprese vinicole italiane. Sebbene la propensione media all’export del settore sia vicina al 50%, i produttori che possono vantare un grado di internazionalizzazione più elevato sono generalmente quelli che esprimono anche “dimensioni competitive” maggiori: in particolare, la propensione all’export delle imprese vinicole risulta mediamente superiore al 60% nel caso delle aziende con oltre 50 milioni di fatturato che, nel quadro del tessuto produttivo italiano, sono meno di 30.

Le dimensioni aziendali favoriscono quindi il grado di internazionalizzazione delle imprese, un fattore che a sua volta appare legato alle performance economiche delle stesse.

La focalizzazione sul mercato estero sembra, infatti, favorire una maggiore redditività delle aziende vitivinicole, come emerge da un’analisi condotta su un campione di 46 imprese di capitali (S.r.l. e S.p.A.). Si tratta delle principali imprese non cooperative del settore (con valore dei ricavi superiore a 10 milioni di euro), che a livello cumulato rappresentano oltre 2 miliardi di euro di fatturato. Nel campione non sono state invece considerate le cooperative (nonostante l’importanza di queste realtà nel sistema vitivinicolo italiano), dato che le specificità contabili di questa forma d’impresa inficiano significativamente i risultati aziendali e settoriali in termini di marginalità e redditività[1].

Alla luce di tali premesse, dall’analisi del campione emerge come le aziende con maggiore propensione all’export siano quelle con la più elevata redditività del capitale (fig. 3); più in dettaglio, il rendimento del capitale proprio (ROE) si attesta mediamente al 2,2% tra le imprese che esportano fino al 50% (in valore) dei propri prodotti, sale al 4,4% tra le aziende che esportano dal 50% al 74% del proprio fatturato, fino a raggiungere il 10,9% tra le realtà che realizzano la quasi totalità delle vendite (oltre il 75%) all’estero.

Fig. 3 – Relazione tra redditività del capitale proprio (ROE) e propensione all’export (export/fatturato)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Se la focalizzazione commerciale sui mercati esteri favorisce la redditività delle imprese, considerazioni differenti possono essere fatte sulla marginalità dei prodotti, misurata tramite l’EBIT che definisce l’incidenza percentuale del risultato operativo della gestione caratteristica sul totale del fatturato (in altre parole la dimensione dei margini unitari medi dei prodotti commercializzati). A tale proposito, la figura 4 mostra come, a differenza di quanto visto per la redditività del capitale (ROE), all’interno del campione la marginalità non cresce proporzionalmente all’aumentare della propensione all’export delle imprese.

Fig. 4 – Relazione tra marginalità netta (EBIT) e propensione all’export delle imprese
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

Per quale motivo gli effetti della propensione all’export sono diversi su redditività e marginalità?

Una risposta in tal senso discende dalle caratteristiche strutturali e organizzative delle imprese vitivinicole italiane fortemente orientate sui mercati internazionali, i cui connotati possono essere identificati attraverso il grado di integrazione verticale delle stesse, misurato come rapporto tra il valore degli acquisti di materie prime e valore della produzione. Tanto più tale indice risulta elevato tanto più è basso il livello di integrazione delle imprese. In altre parole, nei casi in cui tale indicatore risulta alto è verosimile che le imprese trasformino vino a partire da uve acquistate da terzi oppure selezionino e commercializzino vini prodotti da altre realtà.

Partendo da questo assunto, la figura 5 evidenzia in maniera chiara come nelle imprese vitivinicole che esportano quasi tutta la propria produzione (oltre il 75% del fatturato deriva da vendite oltre confine), tale indice assume valori mediamente molto più elevati rispetto a quelli riscontrabili nella restante parte del tessuto produttivo.

Fig. 5 – Proxy sul tipo di attività svolta (integrazione verticale) e propensione all’export delle imprese
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Fonte: Nomisma Wine Monitor su dati Bureau van Dijk.

In virtù di tali evidenze, le imprese fortemente export-oriented sembrano caratterizzarsi per una maggiore focalizzazione sulla fasi più a valle della filiera e parallelamente per una minore copertura della filiera nelle fasi più a monte (gestione dei vigneti e/o vinificazione). Sembrerebbe quasi che queste realtà (chi esporta oltre il 75% del fatturato), nel tempo abbiano accresciuto i loro ricavi all’estero soprattutto regolando e coordinando la filiera al fine di commercializzare prodotti finiti (bottiglie o vino sfuso successivamente imbottigliato nei propri stabilimenti) provenienti da legami di fornitura con altre realtà produttive, sia che si tratti di vino o di uva successivamente trasformata in azienda. A supporto di tale considerazione, si veda la tabella 1 dove, per i tre cluster di imprese considerate, sono state messe a confronto le bottiglie prodotte con quelle potenzialmente ottenibili dai vigneti gestiti (sia di proprietà che in affitto).

Tab. 1 – Produzione di vino commercializzato dai tre cluster di imprese rispetto al proprio potenziale produttivo (2013)
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Fonte: Nomisma Wine Monitor.

Al netto della produzione di vino venduta sfusa, è interessante notare come per le imprese maggiormente export oriented, la produzione imbottigliata è quasi 4 volte superiore a quella potenzialmente ottenibile dai vigneti gestiti; un rapporto che diminuisce sensibilmente al calare della propensione all’export e che dimostra una volta di più come le imprese maggiormente focalizzate sui mercati esteri abbiano nel tempo rafforzato le relazioni di filiera piuttosto che incrementato l’investimento nei fattori di produzione.

Le peculiarità di questo gruppo di imprese ci aiutano a spiegare perché a una maggiore propensione all’export corrisponde una più elevata redditività ma non necessariamente una maggiore marginalità. Aziende di questo tipo (che esternalizzano una o più fasi del processo produttivo a terzi) hanno infatti minore necessità di capitale a parità di fatturato sviluppato. Allo stesso tempo, i costi unitari di produzione salgono dal momento che includono anche i margini relativi alle attività produttive (ad esempio la coltivazione dell’uva o la vinificazione) lasciate in capo a terzi.

D’altronde, le attività focalizzate sulle fasi più a valle della filiera (nell’ordine, trasformazione a partire da semilavorati, imbottigliamento, distribuzione e commercializzazione) risultano strutturalmente caratterizzate da marginalità unitarie inferiori rispetto a quelle realizzate da imprese che coprono l’intera filiera di produzione (dalla vigna alla vendita del vino) e, allo stesso tempo, redditività del capitale più elevata. A quest’ultimo proposito, la maggiore redditività deriva dal fatto che in tali contesti organizzativi diminuisce sensibilmente la quantità di capitale necessaria a sviluppare lo stesso fatturato. Sintetizzando, si può affermare che per questa tipologia di imprese, a parità di prodotti offerti, diminuiscono i margini unitari di prodotto ma aumentano più che proporzionalmente i volumi e i valori di vendita con lo stesso capitale investito. Tale circostanza, che si può definire come rotazione del capitale, favorisce in ultima istanza il conseguimento di utili più elevati grazie all’effetto moltiplicazione dei volumi sui margini unitari.

I risultati economici e la loro correlazione con l’organizzazione industriale e la focalizzazione delle imprese sui mercati esteri suggeriscono nuove riflessioni per la lettura delle buone performance registrate dal vino made in Italy negli ultimi anni.

Una parte rilevante del vino italiano viene oggi esportato da imprese che, nel focalizzare il proprio portafoglio clienti sui mercati esteri, hanno da un lato concentrato investimenti e competenze interne sulle ultime fasi del processo produttivo nonché sulle fasi distributive e commerciali; d’altro canto esse hanno assunto un ruolo di coordinamento e controllo delle fasi produttive a monte, delegando una parte rilevante dei processi più strettamente produttivi a imprese vitivinicole di minori dimensioni con difficoltà di accesso diretto al mercato (specie in un momento di profondo calo delle vendite interne sul canale on-trade).

All’interno della filiera vitivinicola italiana (o meglio nelle diverse filiere vitivinicole che a livello territoriale si concentrano su specifiche produzioni a denominazione di origine), quindi, le aziende export-focused spesso si sono poste al vertice dell’organizzazione di filiera veicolando oltre-confine il vino prodotto anche a partire da uve di tante piccole realtà che hanno potuto mantenere il proprio focus aziendale su qualità e processi produttivi.

In quest’ottica, l’intensificazione e il consolidamento dei rapporti di sub-fornitura tra le imprese della filiera potrebbe essere stato un fattore organizzativo determinante nel percorso di sviluppo dell’export italiano di vino. Ciò a maggior ragione per un settore fortemente caratterizzato dalla presenza e dalla forza d’immagine delle denominazioni di origine. La riconoscibilità dei vini made in Italy nel mondo è infatti spesso associata alle denominazioni di origine piuttosto che ai brand privati, una circostanza che favorisce i legami tra le imprese delle filiera a livello territoriale. In tal senso, il sistema delle denominazioni mantiene saldi i legami di fornitura a livello locale e garantisce che i vantaggi derivanti dall’internalizzazione commerciale delle imprese più grandi ricadano a cascata anche sul tessuto produttivo composto da piccoli produttori locali.

A dispetto però dei record ottenuti nell’export e della tenuta della viticoltura a livello territoriale, sono ancora tanti gli ambiti su cui intervenire per avvicinarsi sempre più all’obiettivo dei 7,5 miliardi di esportazioni ipotizzati dal Governo entro il 2020. Se, come visto, il sistema delle denominazioni costituisce un punto fermo per uno sviluppo armonico dell’intera filiera vitivinicola, diventa sempre più strategico - per i Consorzi di Tutela chiamati a gestire e programmare l’offerta produttiva - dotarsi di sistemi e strumenti utili al monitoraggio e alla previsione dei trend di mercato.

Allo stesso tempo, non si può pensare che tutta l’uva prodotta dalle migliaia di piccoli produttori possa essere interamente trasformata e veicolata sul mercato tramite quella parte del tessuto produttivo che ha ormai tutte le competenze e le risorse per accedere al meglio ai mercati internazionali. Le relazioni di filiera che abbiamo esaminato possono certamente aiutare la sostenibilità del tessuto produttivo ma prima o poi il vitivinicolo italiano dovrà fare i conti con quello che sembra un ineluttabile declino dei consumi interni, tra l’altro sempre più legati alla GDO e quindi ad un interlocutore commerciale spesso “inarrivabile” da parte dei piccoli produttori.

Può il vitivinicolo italiano fare a meno del mercato nazionale? Si può pensare di mantenere nel lungo termine un’offerta variegata e di qualità senza riuscire a stimolare una ripresa dei consumi interni? Le dinamiche degli ultimi decenni suggeriscono che si tratta di una sfida difficile. Ma forse è anche una sfida da cui non si può sfuggire. Per vincerla occorre intervenire contemporaneamente su diversi ambiti (dal rafforzamento delle competenze commerciali delle imprese allo sviluppo dell’enoturismo), anche se l’obiettivo prioritario resta quello di una conoscenza più approfondita degli stili e delle abitudini di consumo che caratterizzano le fasce più giovani della popolazione, chiamate a sostituire una generazione di consumatori “quotidiani” di vino che, nel tempo, va riducendosi. Inesorabilmente.

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[1] Nelle cooperative vitivinicole, la gran parte dei margini e degli utili aziendali viene distribuita ai soci tramite il riconoscimento di un sovra-prezzo sulla materia prima (uva da vino o vino sfuso) da essi conferita. La marginalità prodotta viene quindi in larga parte contabilizzata come un costo (tra i costi di acquisto per materie prime) e ciò ovviamente ha un impatto sui livelli di redditività che emergerebbero da una tradizionale analisi dei bilanci. In tale contesto, tutti gli indici di redditività delle imprese cooperative risultano ampiamente sottostimati così come gli indici eventualmente calcolati su campioni settoriali che coinvolgono anche realtà cooperative. 

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Beaune, Francia, Palazzo dei Congressi, ore 14.00 – Denis Pantini, Project Leader Wine Monitor, partecipa al convegno organizzato da Crédit Agricole “Come esportare con successo? Esempi e testimonianze di strategie di successo” con un intervento dal titolo “L’industria vinicola italiana: organizzazione e la performance delle esportazioni”.

Invito

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Cantina Sociale Formigine Pedemontana - Corlo di Formigine (MO), ore 14.00. Denis Pantini, Responsabile Area Agroalimentare e project leader di Wine Monitor Nomisma, realizzerà una presentazione sui trend di produzione, consumo e commercio del vino.

La presentazione si svolgerà nel corso del convegno "Nuove Opportunità Produttive tra autorizzazioni e mercato. Il futuro del vino italiano" organizzato da AGCI Agrital, Confcooperative Fedagri e Legacoop agroalimentare nell'ambito di una due giorni dedicata al settore vitivinicolo.

Programma

 

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Castelfranco Veneto (TV), Istituto Alberghiero IPSSAR Maffioli, ore 9.15 – Denis Pantini, Responsabile Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma, partecipa al seminario “Le Denominazioni di Origine alla conquista del mercato globale” organizzato da Veneto Agricoltura, con l’intervento “Mercato e consumi dei vini e dei prodotti alimentari DOP/IGP: scenario attuale e tendenze evolutive”.

Invito

 

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Taormina, Grand Hotel Timeo, h. 10 - Forum “Il futuro del vino (e il vino del futuro)”.

Denis Pantini, Responsabile Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma, presenta i dati elaborati da Wine Monitor sugli scenari nei mercati internazionali: i mercati più importanti per il vino italiano oggi e domani, le previsioni sui cambiamenti nei consumi di vino a livello mondiale, il trend per il vino biologico e gli effetti della globalizzazione sul settore.

Invito

Programma

 

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I primi dati Wine Monitor sull’import mondiale di vino a metà 2014 evidenziano rallentamenti rispetto ai tassi di crescita degli anni precedenti. Tra i principali mercati, Germania, Cina, e Canada accusano cali anche significativi, sia nei valori che nei volumi dei vini importati. L’Italia cerca di mantenere le posizioni, anche perché sul fronte interno i consumi continuano inesorabilmente a calare.

Alla metà del 2014, i primi dati Wine Monitor sulle importazioni mondiali di vino evidenziano un rallentamento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’analisi svolta sui top 20 mercati per import di vino – i cui acquisti pesano per circa l’85% del totale mondiale – evidenzia un cambio di passo rispetto alle dinamiche di crescita che hanno caratterizzato gli anni passati. Anche se è troppo presto per fare considerazioni sull’intero anno, le stime relative alla prima metà del 2014 mostrano un calo nei valori complessivi di vini importati del 3,9% (misurati in euro) a fronte di una stabilità dei volumi (-0,1%). Vale però la pena ricordare che nel 2013 le quantità di vino commercializzate a livello mondiale sono state le più basse dell’ultimo triennio e che i tassi di crescita al I semestre di ogni anno in questo arco di tempo sono passati dal +8,5% del 2011 al +0,4% del 2013. Insomma, una sorta di rallentamento che dopo le corse all’import degli anni passati sembra quasi fisiologico.
Guardando alle singole tipologie“ spiega Denis Pantini, Direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma e Project leader di Wine Monitor “i cali più rilevanti in questo primo semestre riguardano i vini sfusi e i fermi imbottigliati, mentre per gli spumanti e frizzanti la crescita non sembra essersi fermata”.
Ovviamente non si tratta di una tendenza generalizzata. I cali principali riguardano la Cina (-15% nei valori di import in euro), il Canada (-12%), la Svizzera (-9%) e la Germania (-8%). Per quanto riguarda gli Stati Uniti la variazione è ridotta, mentre Giappone, Norvegia e Brasile all’opposto mettono a segno crescite anche a doppia cifra. 
Anche se questa diversità di direzione che sembra riguardare i singoli mercati non permette di tracciare un’interpretazione univoca del fenomeno, appare comunque evidente come dopo svariati anni di crescita delle importazioni, gli stessi mercati sembrino oggi tirare il fiato. Una “riflessione” che interessa in parte anche i vini italiani. 
In particolare” continua PantiniGermania (-10% in valore) e Canada (-12%) segnano una riduzione delle importazioni di vino italiano, mentre tiene sostanzialmente l’import degli Stati Uniti. Sul fronte opposto, Regno Unito (+9%) e Giappone (+12%). Cresce inoltre il valore dell’import di vino italiano in Scandinavia, soprattutto in Norvegia (+15%) grazie alle ottime performance di spumanti e vini in bag in box”.
La tenuta delle posizioni dei vini italiani nei principali mercati mondiali è fondamentale per la sostenibilità dell’intera filiera vitivinicola nazionale, soprattutto alla luce dei continui cali che si registrano nei consumi di vino sul mercato interno. 
Un approfondimento realizzato da Wine Monitor sui bilanci delle imprese vinicole italiane degli ultimi cinque anni ha infatti messo in luce come la redditività del settore (misurata in termini di ROI) sia fortemente correlata alle esportazioni. Nel corso del quinquennio considerato, il ROI delle imprese è risultato in sensibile calo nel 2009, anno di avvio della crisi e di riduzione dell’export di vino italiano, mentre ha mostrato dinamiche di crescita negli anni successivi, in un contesto di sviluppo delle esportazioni a fronte di un calo dei consumi a livello nazionale. Ad ulteriore testimonianza di tale legame, si pensi che tale indice assume valori più elevati all’aumentare della dimensione delle imprese (in termini di vendite) e diventa di segno negativo nelle aziende con fatturato inferiore ai 2 milioni di euro, per le quali i mercati esteri risultano generalmente più difficili da raggiungere.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Wine Monitor Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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Trento,  Palazzo Roccabruna, ore 16.30 - Nell'ambito del progetto Wine Monitor, in collaborazione con Nomisma, l’Osservatorio delle produzioni trentine della Camera di Commercio I.A.A. di Trento organizza un seminario per la presentazione di dati di mercato sul comparto enologico trentino.

Interventi a cura di Denis Pantini e Silvia Zucconi di Nomisma.

Programma

 

 

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Mercoledì, 16 Aprile 2014 14:58

16 aprile 2014 - Vino e nuova PAC: cosa cambia?

Intervista esclusiva di Nomisma Wine Monitor a Paolo De Castro, Presidente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, sulle novità della nuova Politica Agricola Comune per il settore vitivinicolo

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