Giovedì, 23 Ottobre 2014 00:00

23 ottobre 2014 - Smart City Exhibition 2014

Bologna, BolognaFiere, ore 16.00 – Marco Marcatili di Nomisma modera il seminario “L’innovazione nella gestione dei patrimoni immobiliari pubblici: il modello ACER Bologna”.

La sessione permetterà di approfondire l’apporto innovativo, nel campo della rigenerazione energetica e nella gestione delle manutenzioni ordinarie di immobili di edilizia residenziale, focalizzando l’attenzione sulle progettualità già avviate da ACER in collaborazione con le amministrazioni comunali.

Programma

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Bologna Fiere, SAIE - Luca Dondi, Direttore Generale di Nomisma, partecipa al convegno con l’intervento “Scenari di Valorizzazione per l’Housing Sociale”.

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Corte Franca (BS), ore 9.30. Marco Marcatili di Nomisma partecipa al dibattito sugli esiti del lavoro di ricerca prodotto negli ultimi mesi sul caso dell’area industriale Vela di Corte Franca.

La ricerca è finalizzata ad indagare il rapporto inscindibile tra lavoro e trattativa sindacale, ad analizzare il ruolo delle pratiche amministrative sulla città e sull’ambiente, a stabilire l’incidenza della politica sulle attività produttive attraverso la prassi legislativa, e a sondare l’efficacia di meccanismi economici atti a contribuire alla realizzazione di un futuro possibile.

Locandina

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Ravenna – Municipio, ore 10.30 - Luca Dondi interviene alla presentazione del rapporto sul mercato immobiliare turistico, realizzato in collaborazione con FIMAA. In questa sede verranno presentati i dati sul mercato di Ravenna e provincia.

Programma

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Marco Marcatili, Economista Nomisma
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Mettere le mani sulla città è contemporaneamente un bisogno e una tentazione. È sicuramente un bisogno rispetto ai cambiamenti sociali e in relazione alle diverse traiettorie di vita: la città cambia il suo volto e si configura in tanti “centri vitali”, in alcuni casi con dimensioni sovra-comunali, spesso slegati tra loro, con un “centro storico” che accusa un evidente calo di vitalità e alcune “aree dismesse” che assumono una valenza simbolica di territorio. Inoltre, con uno stock di patrimonio residenziale costruito per buona parte (60,8% degli edifici cielo-terra) prima degli anni ’70 – e che dunque non incorpora gli effetti delle prime leggi sull’antisismica e i progressi delle tecniche costruttive volti a ridurre il “costo di esercizio” dell’unità abitativa – diventa non più procrastinabile un intervento di messa in sicurezza e retrofit energetico del patrimonio abitativo, in relazione a una strutturale riduzione dei consumi delle famiglie italiane e a un reale contenimento dell’inquinamento ambientale (le abitazioni sono responsabili del 38% delle emissioni di Co2). Agire sulla città, poi, è indubbiamente una tentazione crescente che alimenta attese di ricette immediate attraverso rischiose soluzioni “low cost, last minute”, più in sintonia con i tempi del consenso politico che con quelli di una visione strategica della città e dello sviluppo.

“Pensare la città”, oggi, implica l’individuazione di alcune azioni che possono dare la prospettiva al “fare la città”: riconoscere, riprogettare, rifunzionalizzare, ricucire e reinvestire.
Riconoscere fa riferimento alla necessità di costruire una visione di città, a partire dalla conoscenza di dinamiche territoriali e funzionamenti reali che ne forzano le mura, configurano nuove “città reali” e sollecitano nuovi livelli di governo.
Riprogettare sfida la politica ad entrare in una logica di coerenza tra i risultati desiderati e le azioni da mettere in campo, attraverso una metodologia europea ormai consolidata.
Rifunzionalizzare significa recuperare le funzioni vitali e identitarie di un oggetto o spazio urbano, riconnettendolo con l’ambiente circostante e con una visione futura del vivere collettivo.
Ricucire è l’antidoto per non pensare la “città a pezzi” (e continuare a farla a pezzi) e rilancia la necessità di ripartire dalle fratture sociali e spaziali delle città, che nel tempo sono diventate più minacciose per l’aumento delle condizioni di vulnerabilità.
Reinvestire nelle città non richiama solo un tema di urbanistica e di finanza, seppure necessario, ma la sfida di modernizzare i servizi, progettare per l’inclusione sociale e rafforzare la capacità di decidere insieme. È così nei paesi europei che affrontano meglio la questione dello sviluppo.
Con questo approccio il “fare la città” non è più legato a sviluppo immobiliare e urbanistico alla vecchia maniera, né può essere appaltato alla libera iniziativa privata, ma richiama la necessità di una idea di sviluppo che coniughi mercato, qualità della vita e sostenibilità, e che necessiterebbe addirittura di un “Ministro per la Città” in grado di facilitare i processi.
In uno scenario in cui l’Italia, pur superando la recessione, sarà caratterizzata da una carenza persistente di domanda aggregata, occorre declinare un rilancio della domanda interna sull’asse dei beni di interesse collettivo (quali rigenerazione urbana, riqualificazione degli immobili, assetto del territorio, infrastrutture materiali e immateriali) legati a quella unità organizzativa dello sviluppo chiamata Città, dove è possibile attrarre imprese in cerca di reti della conoscenza e capitali privati, attraverso un sistema adeguato di norme e incentivi. Le regole di rientro dall’eccesso di debito pubblico, finanche con maggiore gradualità e flessibilità rispetto a quanto concordato con il Fiscal Compact, non consentono infatti di contare su un sostegno della spesa pubblica di tipo keynesiano nel finanziamento al rinnovamento urbano. Sicuramente potrà essere attuato un processo di qualificazione pubblica, tale da liberare risorse improduttive per destinarle “a saldo invariato” ad investimenti sul territorio, ma realisticamente in Italia è da escludere la possibilità di una nuova dotazione pubblica “centralizzata” di 12 miliardi di euro, alla stregua dell’esperienza francese con l’Agenzia per la Rigenerazione Urbana. È una prospettiva che scardina le modalità “classiche” di finanziamento di beni privati e che richiede strategie finanziarie più adeguate alla realizzazione di beni comuni.

Gli inneschi alle opportunità di rigenerazione urbana

In un Paese depresso e con un forte indebolimento della struttura socio-economica, gli investimenti rappresenterebbero l’unico fattore abilitante per la crescita della domanda interna, il miglioramento dei saldi di finanza pubblica e l’uscita da un pericoloso circuito vizioso. Tuttavia, la teoria dell'espansione con bilancio in pareggio (cosiddetto teorema di Haavelmo) prevede che ci sia un impatto positivo sul Pil quando ad ogni incremento di spesa pubblica corrisponde un analogo incremento dell'imposizione fiscale. In tal modo, infatti, il bilancio dello Stato risulta essere in equilibrio e l’effetto positivo degli investimenti sul Pil è maggiore di quello negativo della contrazione dei consumi.

Come si può intuire, tra vincoli di rientro dal debito pubblico e politiche sostenibili per una comunità stremata dalla crisi, “la porta è stretta”. Per questo motivo è forse più utile ripartire da alcuni “inneschi” attivati da un processo di riqualificazione urbana, che potrebbero indurre la classe dirigente a consolidare alcuni orientamenti decisionali e a non “sprecare” le opportunità più o meno latenti.

Inneschi derivanti da un investimento in riqualificazione urbana
20140711-FS-Grafico 1
Fonte: Nomisma

Un primo innesco concerne la possibilità di attivare tali interventi con i fondi della nuova programmazione europea, purchè vengano rispettate almeno due condizioni: l’inserimento con maggiore determinazione di alcuni ambiti di intervento urbano (rigenerazione urbana, efficientamento energetico, rifunzionalizzazione delle aree dismesse, etc.) all’interno dei documenti di orientamento strategico per l’utilizzo delle risorse comunitarie (Accordi di partenariato e Programmi operativi nazionali/regionali); un’attenta revisione delle condizioni di eleggibilità e di cofinanziamento delle ipotesi progettuali territoriali, considerato che l’accesso ai bandi e l’utilizzo di queste risorse straordinarie sono vincolati all’adozione di un “metodo europeo” nei confronti del quale ci siamo, in passato ritrovati impreparati e che impone, oggi, a tutti i livelli (pubblico o privato, locale o nazionale) una responsabilità nuova, orientata alla piena collaborazione tra Amministrazioni contigue, al riconoscimento delle Istituzioni come “infrastrutture” dello sviluppo e alla maturazione di una “visione” in cui gli interessi privati coesistano con quelli di ordine generale. Solo così si potrà sviluppare una capacità progettuale, a regia pubblica, e un’architettura finanziaria, a partecipazione privata, in grado di riscattare l’azione pubblica, stimolare filiere produttive su sentieri di futuro e rianimare alcuni “spiriti animali” non del tutto assopiti nel territorio.

Il secondo innesco ha a che fare con il valore economico creato a seguito di un processo di rinnovamento dei “contenitori urbani”. A titolo di esempio, una stima dell’effetto macroeconomico di un investimento (24 miliardi di euro) per l’efficienza energetica di uffici e scuole pubbliche (circa 55.000 edifici, 85 milioni di metri quadrati di superficie, pari a circa il 20% della dotazione immobiliare pubblica complessiva) porta alla quantificazione dell’aumento della “crescita interna” (PIL a basso contenuto importativo) dell’1,4% e dell’occupazione di 382.000 unità. Nell’ipotesi che la politica fiscale “accompagni” tale investimento – ad esempio non incamerando il maggior gettito fiscale – si otterrebbe uno stimolo alla domanda aggregata amplificato tra l’1,9% (ipotesi minima) e il 5% (ipotesi massima), a seconda della scelta del fattore di moltiplicazione fiscale (come mostrato dal FMI, il moltiplicatore fiscale tende ad essere più alto in condizioni di economia depressa, quali sono quelle in cui si trova l’economia italiana).

Una maggiore consapevolezza di tale effetto costituisce la premessa per il rilancio di un partenariato pubblico-privatosu cui sicuramente “concentrare” le (poche) risorse pubbliche a disposizione, ma al contempo attrarre alcuni capitali privati “dormienti”, ancorché presenti, per assenza di politiche normative e di accompagnamento fiscale. Nel rinnovamento del parco immobiliare si può, dunque, trovare una significativa leva di attivazione di maggiore domanda, ma per trasformare il potenziale in sviluppo attuato è necessario disegnare le condizioni normative, procedurali e strumentali per indurre amministratori pubblici e imprese private ad un’alleanza strategica di co-progettazione, dentro logiche e standard definiti a livello internazionale.

Impatto macroeconomico di un investimento di retrofit energetico
20140711-FS-Tabella 1
Fonte: Nomisma

Stesso impatto macroeconomico con una politica di “accompagnamento fiscale”
20140711-FS-Tabella 2
Fonte: Nomisma

Un terzo innesco legato ai processi di riqualificazione immobiliare e urbana può essere costituito da un “effetto-ricchezza” non trascurabile, ancorché non ben definito in letteratura. Il trend immobiliare in atto, dove sono i driver di domanda (efficienza, sicurezza, connettività) a guidare l’offerta, associato alle attese sulle direttive europee, restituiscono una prospettiva “binaria” secondo cui l’ingresso sul mercato degli edifici “near zero energy building” (o addirittura passivi) segnerà la definitiva polarizzazione tra edifici “fuori mercato” e quelli che invece potranno continuare a esprimere un valore d’uso e di scambio. Tuttavia, in una logica di approccio globale e sostenibile al refurbishment si può stimare l’incremento del valore di un immobile, sia rispetto a un minore costo di esercizio dell’edificio-impianto nel suo ciclo di vita (nell’ordine del 15%) che a una migliore liquidità degli asset immobiliari.

Diventa, dunque, necessario – o sarà presto imposto dal mercato – ridefinire una nuova “teoria del valore” a partire dalla qualità dell’immobile e del contesto. Non è da sottovalutare, infatti, la transizione sempre più netta a un valore immobiliare meno ancorato a variabili standardizzate di mercato (es. localizzazione) e sempre più agganciato a un nuovo valore contestuale di difficile determinazione. Sull’incremento del valore derivante da una strategia di efficientamento energetico (qualità) esiste una vasta letteratura. Sarà utile, invece, approfondire l’impatto delle rigenerazioni urbane (contesto) sui valori immobiliari, anche in termini di migliore “vendibilità” dell’asset, ma in entrambi i casi si tratta di un “effetto-ricchezza” non direttamente legato alla liquidità necessaria per co-finanziare, unitamente alle risorse pubblico-private, gli interventi di riqualificazione del proprio edificio o del contesto di riferimento. Di nuovo viene richiesto un sovrappiù di pensiero per elaborare un framework nazionale in grado di creare un quadro normativo e di incentivi adeguato a far decollare operazioni di rinnovamento contestuale.

Gli inneschi appena proposti hanno lo scopo di riconfigurare una mappa delle risorse a cui attingere per ipotizzare nuovi strumenti finanziari adeguati a mettere assieme interessi privati e collettivi, seppure risulti sempre più necessario un approfondimento che allinei le tempistiche dei flussi e che trasformi “pezzi di stock” in liquidità necessaria a sostenere gli investimenti iniziali.

Strategie finanziarie per un rilancio dei beni comuni

Un processo di valorizzazione urbana, come quelli descritti, tale da innescare effetti economici su una particolare comunità, ricade nella categoria di beni comuni, nell’ambito della quale il peggior “nemico” risulta essere il comportamento free riding di chi beneficia di un effetto senza contribuire al suo finanziamento, mentre il miglior “amico” è rappresentato  dal comportamento di attivazione reciproca di chi “dà o fa qualcosa affinché l’altro possa a sua volta dare o fare qualcosa, in proporzione alle sue capacità”.

Se per quanto riguarda la sfera dei beni privati il ricorso al principio esclusivo e dello scambio di equivalenti giustifica un finanziamento privatistico, e per quella dei beni pubblici il principio universalistico e di redistribuzione avvalora un finanziamento pubblicistico, la riflessione sui beni comuni richiede un nuovo schema di finanziamento sostenibile imperniato sul principio di reciprocità.

Con questo approccio – peraltro alla base del paradigma di un nuovo modello di sviluppo socio-economico nell’alveo della “economia civile” (S. Zamagni) – una rinnovata strategia di raccolta dei fondi necessari per sostenere progetti urbani e/o di territorio potrebbe orientarsi su due direttrici.

La prima è di pensare lo sviluppo come esito di una “coralità produttiva” basata non soltanto sulla vicinanza tecnica, spaziale e culturale delle imprese, anche sulla omogeneità e congruenza culturale delle famiglie. “Siamo di fronte ad un processo composito dove, al servizio della crescita umana agiscono, simultaneamente e alternativamente, forze che provengono sia dal con-vivere che dal con-produrre” (G.Becattini). In questa prospettiva sarà importante un pieno coinvolgimento dei Sindaci, sempre più spinti ad agire non da meri “proprietari” ma da “registi di processi”, con minore capacità di mettere in campo risorse proprie, ma con più possibilità di muovere risorse altrui.

La seconda sfida riguarda la capacità di reperire risorse finanziarie per sostenere le operazioni di sviluppo. È ormai noto che il nostro Paese, seppure in forma eccessivamente diseguale, detiene una importante ricchezza finanziaria privata nell’ordine dei 4mila miliardi di euro e che le famiglie italiane, anche utilizzando gli intermediari professionali, soddisfano circa la metà dell’emissione del debito pubblico italiano. Inoltre, oltre un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie è investito in depositi e obbligazioni bancarie (Banca d’Italia). Una prima strategia potrebbe essere quella di intermediare una quota rilevante del risparmio delle famiglie finalizzandolo a un fondo rotativo nazionale per la rigenerazione urbana. Tuttavia, sulla scia di quanto detto sopra, è possibile ipotizzare una seconda strategia, anche grazie alla prossimità e al radicamento degli istituti creditizi, legata ad una raccolta obbligazionaria di scopo da destinare esclusivamente a progettualità urbane con stringenti condizioni di eleggibilità e secondo standard validati a livello europeo. Tale meccanismo su base volontaria prevede che le famiglie (obbligazioniste) rinuncino a una parte di rendimento – proprio per la consapevolezza dello scopo sociale e del principio di reciprocità legato alle azioni di rigenerare, riqualificare, ridurre inquinamento, migliorare qualità e aumentare l’attrattività –, che i progetti debbano avere un rendimento dimezzato (circa il 3%) rispetto a quello con cui alcune iniziative istituzionali di respiro nazionale si presentano sui territori e, infine, che lo Stato intervenga con una “garanzia pubblica” del capitale investito. Basti osservare alcune recenti esperienze di crowdfunding o di banche dei territori per rendersi conto come già sia in atto una piccola “rivoluzione” che, se abbinata a quella dell’affermarsi delle istituzioni di territorio, potrebbe lanciare una nuova era dei “Borc” (buoni ordinari di reti comunali, o anche di reti civiche).

Dopo avere percorso la strada “pubblicistica” (contributi pubblici all’edilizia) e quella “privatistica” (periodo d’oro del ciclo immobiliare), la strategia “civile” potrebbe rappresentare l’ultimo “treno” per affrontare la riqualificazione urbana con una risposta sistemica, per restituire alla finanza un ruolo di volano dei processi reali di sviluppo generativo e per sancire un nuovo corso al real estate.

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Milano - Luca Dondi, Direttore Generale di Nomisma, partecipa alla conferenza con un intervento dal titolo “The Italian Real Estate Market: recent trends and perspectives”.

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Roma – Cassa depositi e Prestiti SpA - L’evento vedrà la partecipazione di numerosi operatori della filiera della pianificazione urbana e del mercato immobiliare, nonché esponenti istituzionali.

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Ore 14,15, Comune di Cento (FE). Relazione di Marco Marcatili sulla qualità delle ricostruzioni e sul valore economico del contesto.

Il progetto, promosso dal Centro Ricerche Urbane, Territoriali e Ambientali dell’Università di Ferrara, su mandato della Direzione Generale alla Programmazione Territoriale e della Struttura Commissariale per la Ricostruzione, è rivolto ai liberi professionisti e ai tecnici pubblici che operano nel comuni colpiti dal sisma del 2012 ed è finalizzato a fare il punto sulla complessa realtà dei centri storici ed i nuovi poli sorti dopo il sisma.

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Mercoledì, 11 Giugno 2014 00:00

11 giugno 2014 - Famiglie: abbiamo un problema

Marco Marcatili, Economista Nomisma 
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Johnny Marzialetti, Economista Nomisma 
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Produrre riflessioni sulla famiglia risulta una missione oltremodo complessa: a volte una retorica ormai logora rende impraticabile qualsiasi nuova forma di rappresentazione; in altre occasioni si rischia di rifugiarsi in visioni idealizzate che pongono la famiglia in format non più adeguati.

L’indagine Nomisma 2014[1] contribuisce a delineare le trasformazioni in atto: seppure con qualche timido segnale di miglioramento, conferma pertanto il mancato rientro delle difficoltà contestuali. Vi sono indicazioni di un aumento della fiducia (“soft data”), ma una vera ripartenza sugli “hard data” stenta ad avviarsi: l’incertezza sulle prospettive occupazionali e reddituali continuerà a gravare su consumi (a fine 2013 distanti di un 8% dal 2007) e investimenti (-26% dal pre-crisi).

Come di consueto, viene proposta una classificazione delle famiglie italiane, incrociando le diverse caratteristiche finanziarie e patrimoniali in termini di capacità di generare risparmio, di presenza dell’abitazione in proprietà e di detenzione di strumenti finanziari.

La fotografia (tav. 1) restituisce l’immagine di un Paese in cui le famiglie risultano “sfiancate” dalla crisi, con una ridotta propensione al risparmio (storicamente elevata soprattutto se posta a confronto con le altre economie) e uno stock di ricchezza sempre più sbilanciato sul patrimonio che non sulla disponibilità finanziaria. Naturalmente è una fotografia che risente di una distribuzione eccessivamente diseguale della ricchezza, secondo cui la metà delle famiglie italiane detiene il 90% della ricchezza e l’altra metà il 10%. Tale distribuzione non solo ha “bloccato” nell’ultimo decennio il cosiddetto “ascensore sociale”, ma costituisce oggi uno dei principali ostacoli al potenziale di crescita del Paese.

Oltre 10 milioni di famiglie in Italia (illiquidi e resilienti) non sono ancora “in emergenza”, ma non riescono più ad avere la capacità reddituale necessaria a sostenere le spese e un più consono tenore di vita. A pesare è la diminuzione del numero di percettori di reddito e – proprio in un periodo storico in cui alcuni approfondimenti sociologici confermano come la famiglia si percepisca con confini più “larghi” rispetto a qualche anno fa – l’aumento dei casi familiari di cui prendersi cura. Sono le famiglie della cosiddetta “generazione intermedia”, che devono contestualmente dividersi tra la cura dei genitori anziani e il sostentamento dei figli non ancora autosufficienti, sentendosi immancabilmente oppresse e schiacciate sotto il peso di due generazioni.

Da sottolineare, però, come ci siano 6,8 milioni (equipaggiati e tradizionalisti) in grado di esprimere ancora una “resistenza attiva” grazie a una rinnovata capacità di produrre flussi di risparmio, seppure inferiori rispetto a quelli del passato, potendo poi contare su uno stock di ricchezza tutto sommato stabile nel tempo. Al contrario, 3,1 milioni di famiglie (equilibristi) si trovano sul filo del rasoio, sprovvisti di qualsiasi ancora di salvezza se non la stabilità di un lavoro e la protezione della rete familiare allargata. Queste ultime sono soprattutto famiglie di giovani adulti (35-44 anni), che anche a causa dello scarso livello di istruzione riescono a spuntare sul mercato redditi molto bassi (fino a 1.200 euro al mese), risultando in molti casi, anche monocomponente (tav. 2).

La resa sembra essere una delle cifre di questo tempo, quasi a sottolineare che per molte famiglie la trasformazione in corso non presenta tanto i caratteri di nuovo inizio quanto quelli della fatica, della sconfitta e della fine. Come se fossimo alle prese con una grande contrazione, che per qualcuno potrà avere insite le condizioni per un nuovo inizio, mentre ad altri riserverà una trappola senza uscita. La sensazione diffusa di sconfitta è legata a tre grandi questioni che pongono una forte ipoteca sulle possibilità di futuro: la mancanza di lavoro, la concentrazione della ricchezza e l’aumento delle disuguaglianze. Non si intende, con questo, irrobustire la retorica della crisi per cui è sufficiente disegnare un futuro senza speranza per sembrare più credibili rispetto a chi, invece, è impegnato a cogliere varchi e micro possibilità per rendere ancora praticabile un’opzione di futuro. Allo stesso tempo, questa analisi intende diffidare di chi, magari da una posizione di rendita, continua a descrivere questo come un tempo di straordinarie occasioni, lasciando ad altri tutta l’onere di costruire condizioni per cui nessuno resti solo e indietro in questa logorante prova.

Tavola 1 – Classificazione generale delle famiglie italiane in base alla principali caratteristiche finanziarie
20140611-FS-Tabella 1
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

 

Tavola 2 – Caratteristiche socio-economiche dei gruppi familiari proposti
20140611-FS-Tabella 2
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

Ulteriori considerazioni possono essere effettuate analizzando gli spostamenti tra i gruppi avvenuti negli ultimi anni (tav. 1).

In un orizzonte temporale medio (3 anni) le principali tendenze evidenziate dai Rapporti Nomisma risultano confermate. Dal 2011 ben 1,3 milioni famiglie sono fuoriuscite dalla categoria degli equipaggiati (risparmiano, possiedono un’abitazione, detengono strumenti finanziari) e, al contempo, 1,1 milioni di famiglie scivolano nella categoria degli equilibristi (non risparmiano, non possiedono un’abitazione, non detengono strumenti finanziari). Nel mezzo una schiera di nuove famiglie resilienti (1,3 milioni), che provano a resistere e che spesso, ingabbiati dalla minore capacità di rimborsare i debiti e dall’accresciuta selettività del credito, sono costrette ad intaccare la ricchezza accumulata.

Il profilarsi di una situazione di forte incertezza, specie sul fronte occupazionale, spingerebbe le famiglie italiane ad un desiderio di maggiore liquidità e, dunque, di ripristino di un’adeguata quota di risparmio precauzionale che consentirebbe di “blindare” l’intero nucleo familiare di fronte ad eventuali avversità future. Tale consapevolezza, però, fatica a trasformarsi in comportamento effettivo di risparmio, se non di carattere micro: in primo luogo perché lo scivolamento delle famiglie in uno stato di difficoltà reddituale non consente più una reale capacità di risparmio, anzi induce spesso al ricorso del “tesoretto” di famiglia per far fronte all’ordinarietà; in secondo luogo perché, dopo anni di rinvii, iniziano ad emergere esigenze strutturali primarie (beni durevoli, interventi strutturali sulla propria abitazione, importanti scelte formative, ecc.), il cui soddisfacimento risulta non più procrastinabile, non lasciando più spazio all’accantonamento di risparmi.

Accorciando, però, l’orizzonte temporale a un solo anno, si evidenziano importanti e sorprendenti mutamenti nella rappresentazione dei gruppi familiari.

Dallo scorso anno, ben 2,5 milioni di famiglie non risultano più nella categoria dei resilienti. Da un lato la volontà di ripristinare un risparmio precauzionale, anche solo minimo in rapporto al reddito disponibile, e dall’altro lato la necessità di far fronte a investimenti primari, in entrambi i casi anche a costo di dover smobilizzare la ricchezza finanziaria accumulata, hanno favorito l’emergere di 1,2 milioni di nuove famiglie equipaggiate o tradizionaliste.

Tale comportamento evidenzia una ormai usuale “forza reattiva” delle famiglie italiane nel far fronte ad imprevisti – non proprio funzionale alla necessità di un rilancio della domanda interna – controbilanciata, purtroppo, da quella “stanchezza” sopra accennata di 700 mila nuove famiglie che nel 2014 sono sprofondate nella categoria degli equilibristi, in una condizione di affanno in cui qualsiasi nuovo imprevisto potrebbe rapidamente portare al dissesto socio-economico.

Non v’è dubbio delle migliorate aspettative delle famiglie, seppure in maniera disomogenea rispetto alle  attuali condizioni finanziarie e patrimoniali (fig. 1), ma al contempo questa rinnovata “fiducia contestuale” fatica a permeare i comportamenti e quasi mai si trasforma in una propensione effettiva alla domanda di consumo e di investimento. È sempre dalla figura 1, infatti, che si può notare un diffuso calo delle intenzioni di acquisto di un’abitazione, che in ogni caso non supera mai il 10% delle famiglie ricadute in ciascun gruppo, ad eccezione degli equipaggiati (piuttosto impermeabili al contesto) e degli anomali (indecisi tra detenere strumenti finanziari con bassi premi per il rischio e scommettere in una nuova ripartenza dell’immobiliare).

Figura 1 – Classificazione delle famiglie italiane in base al sentiment generale e alle intenzioni di acquisto dell’abitazione e “spostamenti” dei gruppi familiari rispetto al 2013
20140611-FS-Grafico 1
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

 

Figura 2 – Classificazione delle famiglie italiane in base al profilo reddito-ricchezza e alla capacità effettiva di investimento reale
20140611-FS-Grafico 2
Fonte: Indagine Nomisma, 2014

Nella figura 2, costruita incrociando le caratteristiche risparmio-ricchezza con la domanda effettiva di investimento reale (acquisto e/o ristrutturazione di un’abitazione), sono rappresentati altri due ostacoli strutturali che caratterizzano il nostro Paese. Il primo è che del 54,2% di famiglie con un profilo adeguato (in termini di stock accumulato e flusso di risparmio generato) a manifestare una domanda di investimento, il 39,3% “blinda” le proprie risorse e non contribuisce all’iniezione di risorse nell’economia; il secondo è che più di una famiglia su cinque (21,6%) non può esprimere una domanda di investimento reale (nel 9,6% dei casi anche potendo contare su un flusso di risparmio), a testimonianza del fatto che la vera diseguaglianza in Italia si sta spostando sull’asse della ricchezza e l’assenza di una “dotazione iniziale” comprime le capacità di investimento.

Seppure l’analisi di questo tempo di crisi non possa essere ridotta alla sola dimensione economica, essendo contemporaneamente sociale, culturale e morale, ci sembra di qualche utilità comprendere come le famiglie italiane stiano vivendo questa lunga e incerta “corsa ad ostacoli”, dove le barriere non solo sembrano via via aumentare di numero, ma al contempo crescere di altezza. Nonostante il tentativo, con questa proposta di analisi, di mettere in luce le cose buone, anche a rischio di sopravvalutarle, nel quadro tracciato non si intravvedono ancora reali traiettorie di ripristino del profilo finanziario delle famiglie italiane.

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[1] La rilevazione Nomisma 2014 è stata realizzata tra il 7 ed il 21 maggio 2014 su un campione rappresentativo delle famiglie italiane (728 unità con interviste rivolte a chi si occupa delle decisioni economico-finanziarie). Gli obiettivi conoscitivi dell’indagine hanno riguardato: indebitamento, risparmio e forme di impiego, con particolare riferimento al settore immobiliare. 

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Elena Molignoni partecipa al convegno organizzato da Assolombarda e Camera di Commercio di Monza e Brianza, presentando la parte del dossier sul mercato degli immobili d’impresa a Monza e Brianza realizzata da Nomisma.
Il rapporto offre informazioni dettagliate sul mercato degli immobili d'impresa nella Brianza e sulle principali peculiarità di questo territorio: caratteristiche dell'offerta di spazi per il terziario ed il produttivo, andamento dei valori immobiliari, specializzazioni produttive, andamento dell'imprenditorialità e progetti infrastrutturali.

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