Newsletter 01/2016 – 20 aprile 2016

Nasce Osservatorio Iran, per offrire al Sistema Italia un monitoraggio costante del mercato iraniano e delle opportunità per il nostro paese e soprattutto per le imprese italiane.

Con l’accordo sul nucleare iraniano di luglio 2015 e la sua implementazione si sta aprendo forse l’ultima grande economia emergente ancora al margine della globalizzazione.

L’Iran ha infrastrutture, istituzioni, manodopera qualificata e spirito imprenditoriale che favoriranno una forte crescita economica.

Tutto ciò crea nuove opportunità per gli operatori italiani, infondendo nuova linfa a relazioni economiche storicamente privilegiate. Le ripetute e recenti visite di delegazioni italiane, culminate in questi giorni nella visita del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e di una nutrita rappresentanza di imprese (e di cui diamo conto in questo primo numero) attestano che i rapporti bilaterali stanno ripartendo con grande vigore e ottimismo.

L’Italia però non è sola. A Teheran si susseguono le visite di operatori e investitori occidentali, che con la rimozione della sanzioni potranno accedere ad un mercato vasto e ricco di opportunità. E sono ancora più numerosi gli interessi economici del Global South, di quei paesi che dalla Cina alla Turchia, dalla Corea al Sudafrica, non hanno mai interrotto i propri scambi commerciali  con l’Iran.

E’ necessario muoversi, e farlo in modo in modo consapevole: il sistema delle sanzioni internazionali è stato solo parzialmente rimosso, le transazioni finanziarie sono molto difficili, e restano numerosi ostacoli sul piano normativo ed operativo. L’Iran ha tutte le caratteristiche di un’economia emergente, tra cui l’instabilità politica ed economica e pertanto richiede una conoscenza profonda dei suoi meccanismi.

Osservatorio Iran creato da Nomisma va incontro a questi bisogni. La Newsletter quindicinale fornirà un aggiornamento costante sulla situazione politica e l’andamento dell’economia, gli sviluppi nel settore degli idrocarburi, delle riforme normative e istituzionali, il progresso delle riforme strutturali ed il monitoraggio di appalti pubblici, fiere specializzate, missioni associative. Nei prossimi mesi organizzeremo incontri in tutta Italia per avvicinare l’Iran agli operatori economici e a tutti coloro che a vario titolo si interessano a questo grande paese dalla storia millenaria. E in prospettiva Osservatorio Iran fornirà anche consulenza strategica a clienti individuali.

Nomisma si avvarrà del supporto di esperti, profondi conoscitori del mercato e del sistema iraniano, di economisti, istituzioni e policy makers locali, fedele alla sua mission – sostenere il Sistema Italia e le imprese con qualità, rigore e tempestività nelle sfide che incontrano su nuovi mercati.

 

La visita del Presidente del Consiglio Renzi a Teheran (12-13 aprile 2016)

Il viaggio di Renzi a Teheran è stato anzitutto un fatto politico, insieme riconoscimento e impegno a facilitare il pieno rientro dell’Iran in seno alla comunità internazionale, dopo le sofferenze e gli attriti legati al dossier nucleare. Questo vale sul piano politico, con l’aiuto che Teheran potrà portare alla lotta contro Daesh – anche se non tutti i partner occidentali sembrano disposti a riconoscerlo - e sul piano economico, come mercato di sbocco e investimenti con cui la dirigenza iraniana intende rilanciare l’economia e creare lavoro.

Ma l’Italia conta quel che conta e i principali decisori politici ed economici si trovano altrove, nelle cattedrali dove si governa il mondo, vale a dire le grandi potenze - Stati Uniti in testa, veri direttori d’orchestra negli anni duri del confronto sul nucleare, e la Triade che guida l’Europa – le quali, insieme ai grandi monopoli internazionali, non hanno certo interesse a lasciare un boccone così prelibato agli italiani. Ad esse vanno aggiunti i paesi limitrofi, che condividono ben altre cointeressenze con l’Iran, e le tigri asiatiche, molte delle quali non sono mai uscite dall’Iran, perché estranee al regime sanzionatorio occidentale.

È auspicio di tutti - e interesse dell’Europa, almeno quello che rimane di essa - che il prossimo inquilino della Casa Bianca non punti alla rottura dell’accordo firmato lo scorso luglio tra Teheran e i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania) per soddisfare gli interessi del complesso militare-industriale americano o i maldipancia israeliani. Sebbene molti siano convinti che tale sventurata opzione non sia altro che tattica elettorale, sarebbe comunque giudizioso (ma non sta avvenendo) che i candidati alla Presidenza americana ribadissero che l’accordo, se applicato dall’Iran puntualmente e in buona fede (come sta avvenendo), sarà dagli Stati Uniti pienamente onorato. Tale pronuncia avrebbe un impatto fortemente rassicurante per banche e imprese che vogliano lavorare con Teheran, soprattutto europee, tenuto conto che il mercato iraniano, al netto del lessico diplomatico, è più complicato di quanto non appaia: oltre alla forte concorrenza internazionale per l’accaparramento dei contratti, e ai finanziamenti di cui in questo momento pochi paesi dispongono, occorrerà muoversi in un terreno intermedio, dove s’intrecciano legge e giudizio politico. Molte cosiddette intese non sono altro che lettere d’intenti, vale a dire l’espressione di buone intenzioni, che diventeranno contratti vincolanti solo se verranno coperte tutte le tessere del mosaico, a partire dai finanziamenti.

Mentre le nuove tipologie di contratti petroliferi (e gas) devono ancora essere partorite dal Ministero iraniano del Petrolio – per di più in una fase di bassi prezzi internazionali – le aziende occidentali, specie al di fuori dell’oil&gas, dovranno battere la spietata concorrenza cinese, che negli anni delle sanzioni hanno accumulato un vantaggio formidabile anche se con tecnologia inferiore, poiché la Cina non ha mai imposto alcuna sanzione nei riguardi di Teheran.

L’Iran - un paese ad alta liquidità, quarto al mondo per riserve di petrolio e secondo per riserve di gas (Banca Mondiale) – ha bisogno disperato della tecnologia occidentale per estrarre il suo gas, specie quello offshore. Una volta estratto poi, il gas dovrà essere esportato, soprattutto in Europa, mercato di sbocco primario, un’Europa che avrebbe urgenza del resto di ridurre la dipendenza dalla Russia, non tanto per prendere le distanze da Mosca - come chiedono gli americani - ma per una sana logica diversificativa.

È certamente lodevole l’intento del governo italiano di recuperare la prima posizione tra i paesi UE nell’interscambio con l’Iran, posizione che il nostro Paese occupava prima dell’aggravamento del regime sanzionatorio. Va precisato tuttavia che l’Italia è sempre stato il secondo esportatore europeo, poiché anche negli anni migliori, dei 7 mld di commercio bilaterale, 2 mld erano costituiti da nostre esportazioni e 5 mld da importazioni in Italia di petrolio iraniano (l’export tedesco è sempre stato almeno una volta e mezzo quello italiano). Certo, il futuro potrebbe riservarci maggiore fortuna, soprattutto se sapremo lavorare a sistema, qualità però che manca strutturalmente all’Italia, e se saremo capaci di portare finanziamenti ai progetti infrastrutturali di cui l’Iran ha bisogno, e anche a tale proposito non risulta che l’Italia navighi nell’oro.

L’Italia avrebbe dunque interesse a lavorare (specie a Bruxelles e Berlino, se ne avrà la forza) per far sì che il gasdotto destinato a collegare un giorno Iran ed Europa abbia il terminale nel nostro Paese – prendendo ogni precauzioni dal punto di vista ambientale - e non in Austria attraverso la rotta balcanica, come invece suggerisce la Commissione UE, ancora una volta al servizio degli interessi del Nord Europa.

Infine, se sarà stata abile e fortunata, l’Italia potrà raggiungere, entro il 2020, quei 7/8 mild di euro di interscambio secondo gli intenti espressi dai due capi di governo nella visita di Rowani in Italia nel gennaio scorso. Per fare un raffronto, non tanto con l’Italia ma con l’Europa intera (il commercio Iran-UE si aggira oggi intorno agli 8 miliardi di euro), il Presidente cinese Xi Jingpin, in visita a Teheran in gennaio, ha concordato con lo stesso Rouhani l’obiettivo di raggiungere, sempre entro il 2020, un volume di interscambio Cina-Iran di 600 (sì, seicento!) miliardi di dollari. Il baricentro del mondo – e quando la piccola e divisa Europa germano-centrica avrà il coraggio di prenderne atto potrebbe essere tardi - è già altrove.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015).

 

L’ultimo mercato emergente?

L’Iran che dopo 35 anni si apre infine al mondo – apparentemente in maniera irrevocabile, anche se la storia politica, soprattutto in Medio Oriente, è tutt’altro che un lungo fiume tranquillo – è una tipica economia emergente. La terza per dimensione nella regione, dopo la Turchia e l’Arabia Saudita (che non a caso la rappresentano in seno al G20), con un PIL stimato di poco più di 400 miliardi di dollari nel 2014. Un’economia dominata dalle risorse naturali – l’Iran detiene le seconde riserve mondiali di gas naturale e le quarte di petrolio – dal cui andamento dipendono la bilancia dei pagamenti e i conti pubblici. Una popolazione consistente, quasi 80 milioni di abitanti, e una demografia favorevole, avendo completato la transizione verso bassi livelli di mortalità e fertilità. Negli ultimi 25 anni la quota della popolazione attiva (compresa cioè tra i 15 e i 64 anni) è passata da poco più della metà a ¾, con un tasso di scolarizzazione elevato – circa ¼ ha un titolo universitario, anche se di qualità non sempre straordinaria, e quattro milioni di giovani sono iscritti all’università. Se combinate con politiche appropriate, sono le condizioni ideali per godere del dividendo demografico (diventare più ricchi prima di diventare più vecchi).

Il problema è che la qualità delle istituzioni non è alta, per l’appunto una caratteristica indissociabile alla natura di emerging economy, come stanno a confermare in questo momento le vicende di Brasile, Egitto e Sud Africa, per non citare che tre casi. L’Iran ha ancora un’economia di guerra, in cui lo Stato e le forze armate giocano un ruolo centrale nell’industria e nei servizi, in combutta con conglomerati opachi, legati al clero e ai favoritismi della politica. Difficile fare impresa (ancorché non impossibile, gli iraniani hanno uno spirito imprenditoriale innato, come dimostrano i successi della diaspora in tutto il mondo) quando le condizioni sono squilibrate a favore dei soliti noti, la burocrazia è incapace e corrotta, i tribunali non sanno o non vogliono applicare la legge, che peraltro è rimasta molto indietro rispetto alle esigenze della globalizzazione. L’Iran occupa la 130a posizione nell’indicatore Doing Business della Banca mondiale e nella regione Middle East & North Africa precede soltanto Algeria, Gibuti, Irak, Libia, Siria, e Palestina – non proprio dei modelli di efficienza. Non stupisce allora che gli investimenti languano (anche al netto del costo delle sanzioni) e che la disoccupazione sia alta e persistente, ancora di più tra i laureati.

Criticità che almeno a parole non sfuggono alle autorità che, nel sesto piano quinquennale per il periodo 2016-2021 e nel documento di visione a 20 anni hanno adottato una strategia coerente, basata sul mercato, la rimozione dei sussidi distorsivi e il rafforzamento delle istituzioni. Con l’obiettivo di raggiungere un tasso di crescita dell’8%, un risultato che avrebbe qualcosa di straordinario rispetto al modestissimo 0,5% per l’anno che secondo il calendario persiano si è concluso il 20 marzo 2016.

Andrea Goldstein
Managing Director (Research, Policy and Outreach) di Nomisma.

 

Iran e Arabia Saudita, lo scontro sul barile

Ciò che condiziona maggiormente l’andamento di fondo del mercato petrolifero è, da circa 50 anni, il rapporto fra Iran e Arabia Saudita. Quando le loro posizioni tendono a convergere, riescono a controllare la produzione e allora i prezzi salgono, se, invece, litigano, come accade oggi, allora saltano i limiti sull’offerta e i prezzi crollano. A metà 2014, quando divenne chiaro che le sanzioni sul nucleare contro l’Iran sarebbero state tolte, l’Arabia Saudita si spaventò e decise di aumentare la sua produzione per non far posto al ritorno dell’Iran, proprio in un momento in cui il rallentamento della domanda ne avrebbe richiesto un contenimento. I prezzi da allora sono scesi da valori intorno ai 110 dollari, al minimo di gennaio 2016 inferiore ai 30 dollari, mentre ad aprile 2016 oscillano sopra i 40 dollari. Lo stesso eccesso di offerta l’Arabia Saudita lo creò nel 1998 con il ritorno dell’Iraq, per esportazioni umanitarie, e fu tale da portare il barile sotto i 10 dollari. A Doha il 17 aprile 2016 è andato in scena un nuovo scontro, con l’Arabia Saudita che ha provato inutilmente, attraverso il coinvolgimento di altri 15 grandi produttori, a forzare l’Iran ad un congelamento della sua produzione agli attuali livelli di 3,2 milioni barili giorno.  Prima delle sanzioni del 2012, tolte il 16 gennaio 2016, produceva 4 milioni barili giorno, livello a cui giustamente Teheran punta anche oggi. Fino a quando questa soglia non verrà raggiunta, allora un accordo Iran Arabia Saudita rimane lontano. Tuttavia, l’eccesso di offerta sul mercato è dell’ordine di 1,5-2 milioni barili giorno e basterebbe molto poco ai paesi OPEC, che complessivamente producono 31 milioni barili giorno, per riportare stabilità.

Quest’anno la domanda toccherà un nuovo record di 96 milioni, 10 in più del 2008, quando i prezzi toccarono i 140 dollari per barile. Basta questo per capire che si tratta di una questione di offerta, che cresce più di quanto salgano i consumi, questi comunque su un trend in costante aumento. Doha, in realtà, fa parte di un rituale di avvicinamento fra i due paesi, caratterizzato da passi in avanti e tentennamenti. L’aspetto positivo ad Aprile è che per la prima volta il principe saudita Mohammed, il vero artefice della nuova politica economica del paese, ha richiesto la partecipazione dell’Iran, sottolineandone l’importanza per ogni futuro accordo che possa ridare sostegno al mercato globale. Dietro si cela invece un’ammissione di dover andare incontro alle necessità dell’Iran che produce ancora troppo poco rispetto a prima delle sanzioni e rispetto alle sue potenzialità. Prima della rivoluzione del 1979 l’Iran produceva circa 6 milioni di barili giorno e le riserve consentirebbe ritmi ben superiori.  E’ questo che ha spaventato a metà 2014 l’Arabia Saudita, spingendola su una strategia di riconquista delle quote di mercato, sull’onda anche del rinnovamento che ha voluto portare il nuovo re Salman Al Saud, insediatosi nel gennaio 2015. Al figlio trentenne, Mohammed bin Salman, ha lasciato la politica economica e lui va rinnovando le buone intenzioni di ridurre la dipendenza dal petrolio. E’ un obiettivo tipico di un giovane ambizioso, ma destinato inevitabilmente a ridimensionarsi. Già negli anni ’80, quando il primo controshock del 1985 colpì ben più pesantemente di oggi l’Arabia Saudita, emerse con urgenza la necessità di diversificare. Tuttavia, la ricchezza che natura ha regalato ai sauditi, 16% delle riserve mondiali e costi di produzione di 3 dollari, è talmente grande che di fatto si traduce in dannazione, perché impedisce uno sviluppo diverso. Con il trascorrere dei mesi, e con un dimezzamento delle entrate da petrolio nel 2015 a 150 miliardi dollari, è inevitabile che la determinazione saudita a tenere alta la sua quota di mercato lasci posto a maggiore attenzione ad un possibile accordo con l’Iran.

La produzione saudita ad Aprile è sempre vicina ai record storici di 10,4 milioni barili giorno e le basterebbe poco, 1 milione di riduzione, per ridare equilibrio a tutto il mercato. A sua volta l’Iran, dopo il facile ottimismo per la fine delle sanzioni, si ritrova con i soliti problemi interni di crescita e con relazioni internazionali sempre problematiche. Un riavvicinamento con i Sauditi, dopo due anni di gelo, è inevitabile, ma prima la produzione deve tornare sopra i 4 milioni barili giorno, cosa che accadrà non prima della fine del 2016. In sostanza i due vicini del Golfo Persico sono costretti nei prossimi mesi a trovare un accordo per controllare la produzione e aumentare le loro entrate. Di ciò ne trarrebbe beneficio in generale tutta la politica del Medio Oriente che ha un urgente bisogno che i due paesi tornino a parlarsi.

Davide Tabarelli
Presidente di Nomisma Energia.

 

Operare in Iran a seguito dell'Implementation Day (parte I)

Il 16 gennaio 2016 l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (International Atomic Energy Agency – IAEA) ha accertato l'adempimento da parte dell'Iran degli impegni assunti con il Joint Comprehensive Plan of Action ("JCPOA"), confermando la piena attuazione dell'accordo (il c.d. "Implementation Day").

Per effetto degli impegni assunti nel JCPOA, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno revocato larga parte delle sanzioni economiche e finanziarie nei confronti dell'Iran.  Alcune attività e categorie di prodotti e servizi restano tuttavia soggette a restrizioni e sanzioni, e  (pur essendo stato rimosso un numero elevato di soggetti)  permangono liste di enti, società e persone fisiche i cui fondi, beni e risorse economiche sono congelati e con i quali è fatto divieto di operare.

Larga parte delle attività dunque oggi sono consentite per gli operatori italiani a seguito dell'Implementation Day, altre continuano a rientrare nelle restrizioni imposte dell'UE con il Regolamento (UE) 267/2012 come modificato dal Regolamento (UE) 2015/1861 ("Regolamento 267"). È inoltre indispensabile tener conto dei divieti imposti dalle autorità statunitensi.

Attività consentite

Le restrizioni non più vigenti (a condizione che non siano coinvolti società, enti o persone fisiche "blacklisted" e di cui agli allegati al Regolamento 267  e/o  non vi sia una connessione con attività ancora soggette a misure restrittive) sono (l’elenco che segue si limita alle fattispecie maggiormente rilevanti):

  1. i trasferimenti di fondi da o verso l'Iran e/o soggetti iraniani sono ora permessi senza che sia necessaria la preventiva notifica o autorizzazione delle autorità competenti. Per le banche iraniane che non siano incluse nelle black list è possibile tornare al sistema swift.  Resta fermo tuttavia il divieto di transazioni in dollari, con la necessità di ricorso a diverse valute.  E’ consentito l'esercizio di attività bancarie e l'apertura di nuove succursali, la costituzione di società controllate o di joint venture in territorio iraniano o con istituti iraniani, l'apertura di conti correnti in Iran o in territorio europeo per conto di soggetti iraniani (che non siano blacklisted).
  2. Oltre ad essere consentite le attività di import/export di prodotti gassosi, petroliferi e petrolchimici (e le attività ed i servizi accessori), sono consentiti gli investimenti nel settore del gas, petrolifero e petrolchimico iraniano (inclusa l'acquisizione di partecipazioni in società o enti o la costituzione di joint venture con soggetti iraniani).
  3. Sono consentiti l'export di attrezzature e tecnologie navali fondamentali per la costruzione, manutenzione o adattamento di navi e petroliere. E' inoltre consentito l'accesso agli aeroporti in territorio europeo per i voli cargo operati da compagnie iraniane, ed il trasporto di beni e prodotti non più soggetti a restrizioni.
  4. E' consentito il commercio e il trasporto di metalli preziosi, inclusa la relativa attività di brokering e finanziamento da e nei confronti del governo iraniano e della Banca Centrale dell'Iran.

Le restrizioni tuttora operanti

Restano ferme le restrizioni previste dal Regolamento 267  in relazione a qualsiasi attività che coinvolga (o sia comunque riferibile a) i soggetti blacklisted elencati negli allegati al Regolamento 267 (come modificato dai Regolamenti 2015/1861 e 1862).

Tutti i fondi e le risorse economiche di tali soggetti restano congelati,  e permane il divieto di mettere loro a disposizione, direttamente o indirettamente, ulteriori fondi e risorse economiche.

Sono vietate inoltre le esportazioni verso l'Iran di armi, armamenti, munizioni, veicoli militari, nonché di beni, software e tecnologie e di prodotti che possono  contribuire allo sviluppo di sistemi di lancio per armi nucleari.

Restano fermi inoltre i divieti per le attività di esportazione verso l'Iran di beni, tecnologie e software che potrebbero contribuire ad attività connesse con il ritrattamento, l'arricchimento o l'acqua pesante o allo sviluppo di sistemi di lancio di armi nucleari o all'esercizio di attività non conformi al JCPOA.

Infine in relazione ai beni a duplice uso (dual use) elencati all’Allegato I del Regolamento 428/2009,   ed i beni  “quasi dual use” elencati all’Allegato II del Regolamento 267/2012 come oggi modificato resta ferma la procedura di preventiva autorizzazione da parte degli Stati Membri.

Claudio Perrella
Senior Partner Studio Legale LS LexJus Sinacta

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